30/11/11

Arterie e luna


La sveglia luminosa segna le 3e36 minuti della notte. Mi sveglio per il mal di denti. La parte destra della mia faccia è completamente gonfia. Respiro a fatica e bevo con difficoltà. Non sono abbastanza lucido da capire se si tratti di un ascesso, una nevralgia o qualcosa che comunque non riconoscerei.
La camera è buia e tutto appare confuso, non definitivo, tutto sembra in transito, dolore incluso. Potrebbe passare e potrebbe peggiorare. Potrei dirmi delle verità, a quest'ora della notte, oppure mentirmi spietatamente, eludermi, stranirmi, parcheggiare lontano da me stesso.
I gesti degli uomini contengono mastodontici germi di delusione. Sempre, comunque, anche se previsto, anche se messo in preventivo, anche se allontanato dalla forza dei fatti.
Nel centro della notte, con la parte destra della mia faccia deformata e dolorante, mi dico che ho vissuto anni e anni con l'idea assillante del poco e del niente, un punto d'onore, un'abitudine stracciona, come non lavarsi la mattina e ritenersi ancora atti al sorriso pur se sporchi.
Non ho quasi mai creduto alle promesse che ascoltavo.
Credo di essermi anche sentito in colpa, la maggior parte delle volte che qualcuno mi coinvolgeva o mi voleva. Perché ho sempre avuto il senso dell'inappartenenza, e della mobilità emotiva in punta di fuga, e perché il piacere destava in me quello scandalo di luce che la tranquillità mi faceva apparire lontanissimo come uno stupido miraggio.
Le donne degli altri, tanto interessanti perché non potevano essere mie, e se mai lo fossero diventate io non avrei accettato l'eco di altro. Le donne che con me hanno sbagliato, perfette perché aderenti al progetto dell'incertezza perenne, non voglio che mi troviate dove pensate. Involucri di sofferenza da lanciare in aria come palloncini; inseguirli solo quando saranno troppo lontani per tutti, anche per i sogni di una sola pagina, quelli dei bambini timidi.


Sono le quattro e quattro minuti. Semplicemente, soffro. Poco da dire.
Ripenso alla musica di questi anni, alle scoperte che ho fatto, all'identificazione con il basso elettrico, alla mia passione totalizzante. Alle volte ho in testa canzoni e brani che non posseggo più, e faccio sforzi acrobatici di memoria. Mi piace destabilizzarmi.
Ho desiderato molti corpi. E ho anche preteso di modificare qualche anima e qualche sentimento, io che mi professo libertario, libertino, anarchico e sfuggente. Contraddizioni, perché scegliere uno sguardo che non ti include non dovrebbe mai portare a sperare di essere una sola entità. E' un'inutile follia, e certe situazioni sono chiare da subito.
Niente mi è piaciuto tanto a lungo quanto il depistare la mia stessa vita. Mi sono fatto delle sorprese e mi sono anche umiliato il necessario.
In questo buco nero di notte e denti dolenti, faccio un consuntivo su chi mi ha influenzato, mi ha condizionato, mi ha insegnato. Mi vengono in mente nomi e ruoli diversi, molte persone che non ho conosciuto e delle quali ho solo divorato l'arte, alla portata di tutti.
Penso al mio docente al liceo, il professor Lojacono, che ha avuto un'infinita pazienza a tollerare le mie continue provocazioni. 
Penso ai gruppi musicali che mi hanno accompagnato tutti questi anni, i Morphine, gli Alice In Chains, i Truly e mille altri; penso agli scrittori infestati dal mal di vivere, a mio nonno paterno, a chi mi è stato accanto senza pretendere che i conti quadrassero sempre.
Nella sincerità sbiancata di questa notte nera, mi viene anche da dire che ho preteso qualche volta di essere amato da chi contrastavo, le cui scelte mi disturbavano e avrebbero portato a conflitti insanabili. Ho cercato amore in donne delle quali non condividevo gli atteggiamenti, persino l'impostazione esistenziale. Forse mi piaceva l'inutilità della sfida, e la mia sconfitta annunciata. Non c'è bisogno di fare terapia per capire quali sciocchi meccanismi abbiamo acceso, nelle fasi più distorte della nostra crescita. E non si migliora, basta con questa pagliacciata del "sono migliorato"; so di non essere migliorato affatto, sono solo cresciuto e chissà quali nuove tare galleggiano nell'acquasanta e nella morte che sta lì, ferma e paziente, ad osservarmi pigra.


Mi alzo, sono le quattro e trentasette e questi strani minuti mi piacciono.
Guardo in direzione del mio sesso. L'ho sempre sentito molto, il mio sesso. E mi piace la sua funzione, se vogliamo la sua funzione di realtà. Perché per quanto insensato e parziale, il mio sesso è inevitabilmente meno torbido dell'anima, meno assillante, leggibile, usabile, può essere nascosto in abbracci, in morse, in strategie di dimenticanza, e poco rappresenterà della mia fine.
Ho sempre scritto le mie cose fottendomene dell'essere frainteso o giudicato. Scrivo per quel che sento, quello che scrivo non è in contrasto con la mia realtà, mi appartiene, è pelle, ossa, sangue, tempo ed errori. La valenza letteraria mi interessa assai poco. Non snobismo, solo senso della realtà. Se scrivessi di dragoni, detective, madonne e passioni con fortetrama, mi sentirei lo stesso un uomo limitato. 
Mi è fondamentale conservare i miei spazi e non essere invaso. Non concepisco le forzature. Ho rotto delle amicizie perché mi sentivo condizionato a non poter mancare.
Ci sono persone che mi scrivono, si incuriosiscono, si interessano, poi si volatilizzano. Magari si offendono di qualcosa, o semplicemente non trovano sufficiente materiale per proseguire.
Posso essere molto noioso, nelle mie squadrature spartane e nella mia fragile indifferenza; l'amicizia sarà anche un valore notevole, ed è per questo che ci entro di rado, circospetto. I passi falsi erano per altre epoche.
Accendo una sigaretta. Fumo solo dalla parte sinistra della mia faccia, sono sinistro anch'io, e assente nella vita di tanti, che vuoi che sia mai.
Ricordo altri nomi, altre passioni, Piero Chiara, i laghi, le sigarette, i Level 42, i bassi artigianali, i fiammiferi, le carte francesi, le ragazze in minigonna e stivali, le amanti confuse da usare come paradigma di no e mai per sempre, le bottiglie mignon di liquore, le penne a sfera, i pennarelli viola, la pregnanza del sesso orale, i vecchi vinili fuori catalogo, le matite il Fender Jazz Bass, le partite della Fiorentina con mio padre, l'espressione sperduta di Layne Staley, la boxe sulla rai negli anni ottanta in piena notte, le cotolette alla milanese e dire che so fare gli gnocchi e poi non è vero.
Rimettendomi a letto penso che quando ho sostenuto di essere tanto di sinistra, qualcuno mi ha guardato con dubbio e mi ha risposto: "Guarda che sei anarchico". E io non sapevo più cosa rispondere perché detesto perdere tempo.


Il Fender Rhodes. L'odore di legna nei ristoranti fuori mano. Godere di un'eiaculazione potente e a getto lungo. "Amico fragile" con Patrick Djivas al basso fretless. Lussemburgo-Turchia 2-0. Essere amati quando non te lo aspetti e sai pure di non meritartelo.
Saperne tanto di musica da poter accettare di non parlare quando gli altri si sparano le pose, lo volevo e l'ho ottenuto. Essere un oggetto misterioso per chi cercava elementi visibili. 
Tanto altro che adesso la notte divora e dimentica, ci vorrà il prossimo mal di denti o la prossima febbre. Il vino rosé, la morte, Patrick Deware, scrivere quel che mi pare in questo blog.
Tanto altro che ora è la fine di questa scrittura libera.


Luca De Pasquale, 29-30 novembre 2011

26/11/11

La spada di Diogene, la lanterna di Demostene, il pitoffio di Damocle


Due donne rifanno il letto in una stanza. Le guardo dalla strada, la mia faccia è completamente celata dal fumo. Mi sono lavato poco, stamattina. Avevo bisogno del mio odore. 
Sono fermo per strada in un giorno di falso inverno.
Ho amato molto. Sono stato amato. Vita e morte lottano in ogni piccolo gesto, si alternano, gestiscono capricciosamente i miei umori, mi rendono duttile e disperato, determinato e folle, sensuale e ridicolo.
Anni e frammenti di anni girano nella mia testa maleducata, vene e anarchia, cappio e fondale, capace di tutto e incompatibile con l'idea della quiete.
Guardo le due donne rifare un letto matrimoniale. Ho dentro questo demone che non mi abbandonerà mai. Ne sono consapevole. Non mi oppongo più. Tra lo stomaco e l'eternità, brucio e non ci posso fare niente. Non è poesia. Me ne fotto della poesia. Sono incoerente, contraddittorio, impulsivo, perso, ritrovato e perso di nuovo. Sono un eroe di sconfitte e imprese che avranno sempre un sapore amaro, quel sapore della fine che forse impregnava il legno della mia culla.
Questo è. E tutto il resto non intacca quest'essenza malinconica, folle e sconsiderata.
Capace di tutto e programmato su autodistruzioni controllate. Questo è. 
In questa giornata di falso inverno il demone lavora nella schiena, sotto i piedi, tra le stelle e nei ricordi, è parte dell'edificio e scintilla dello sguardo.

In metropolitana mi accorgo di avere un'espressione indecifrabile. Le mie mani screpolate abbarbicate a sbarre di ferro, il mio nome è una controversia, un'occasione, un elemento sganciato dal resto. C'è una donna che mi fissa. Indossa degli stivaletti e dei collant color carne. Tatuaggio alla caviglia e aria erotica, convulsa, transitoria.
Lucidalabbra e voglia che non si trattiene. Una voglia sconcia e senza senso che attraversa tutte le fermate, Colle del Mino, Rione Altintop, Rosatea Station, lei con quella voglia di essere penetrata, sporcata, incisa, scopata, inondata, fottuta e insultata. E io, io grottesco, io inutile e gigantesco di poco e niente, io con la mia voglia di crepare usata come colorante della vita, io sciocco, io tardivo, io serio, io che da anni mi chiavo il niente e acquisto una sicurezza vergognosa, io assuefatto al tempo scandito da articolazioni divelte, io che potrei sborrarle addosso e dimenticare ogni cosa nel giro di un minuto. Io che non mi nego la sincerità dell'essere totalmente inutile.

La donna si prepara a scendere. La sua voglia mi fa quasi schifo. Perché si intuisce che è solo un modo di esternarsi, prenderlo dentro, succhiare, godere, dimenticare, morire agli occhi di chi si perde. Rimango impassibile con i miei sani principi, il cazzo nella fodera del buonsenso, il cuore nella corteccia di Satana, lo sguardo in alto con tutti i vapori del basso a rendere la nebbia un sogno di note, colori e omicidi.
Alla fermata Osteria Dei Cavalli scendo anch'io, e mi chiedo come avrei dovuto utilizzare al meglio tutta questa sana disperazione, negli anni. Penso di aver sbagliato molto e di non essere disposto a rinunciare a questa motivazione primigenia.
Molte delle persone che incontro dovrebbero trovare qualcuno che infilasse loro due dita in bocca, che le facesse vomitare per mesi, vomitare tutto quello stupido amore mal riposto, tutti quei sogni di durata che sono un cancro terminale, tutta quella fede oscena su muri scrostati di rimpianto e paura, tutta la morte respirata nel tempo e nel pensiero. Vomitare, essiccarsi, sparire.
Mi sento colpevole di vivere, certi giorni. Mi sento colpevole di non poter disporre in modo arrogante della vita altrui. Ho il cuore di un assassino e non cambierà. Ho il cuore di un assassino in modi dabbene e cospicui frammenti di correttezza.

Assisto a scene di ordinaria ipocrisia. Ogni giorno. E senza quel cipiglio moralista che trovo disgustoso. C'è gente che mi augura ogni bene perché deve farlo, perché è etichetta. Grazie, grazie, grazie. Per qualcuno mi sto "mettendo in regola". Rispondo alla richiesta del mondo, la normalità del percorso. Può anche darsi. Ma sono più pazzo di prima. E i miei pensieri sono più affilati di sempre, le mie idee più rigogliose e imprevidibili, la mia anima più perversa dell'avvertibile.
Mi sporcherò le mani. Mi bagnerò le dita. In laghi, paludi e liquidi amniotici. Mi insozzerò la bocca di bestemmie ordinate, in fila indiana, mi assicurerò il brevetto di scomparizione, darò lucido consenso alle inculate necessarie, pagherò i debiti e manterrò il cuore assassino.
Chi mi stimerà per una percezione ravveduta avrà prima o poi una doccia fredda. E ricuserà, con ancora più energia, quella carezza debole che si chiama comprensione.

Uscito dalla stazione di Osteria Dei Cavalli, ritrovo la donna di prima davanti a me. Siamo scesi insieme, l'avevo dimenticata. Gli uomini la guardano. La considerano troia solo perché il suo sguardo accende flussi tra pancia, cazzo e noia. Vorrebbero schiumarle in bocca e tra le cosce, è il corso della vita e dei desideri, è il puzzle delle smanie, c'è il parcheggiatore abusivo che le guarda il culo e si titilla il cazzo, e io rido e io fumo e io sono un assassino.
Per un attimo mi chiedo come sarebbe fotterla contro un muro, venirle in bocca tenendola per i capelli, sentire come gode, chi evoca e come, e quanto poco duri la conoscenza tra due persone che non ci saranno mai l'uno per l'altra. Sono i pensieri di un uomo come un altro, e chi non li ammette, che tristezza. Questi sono gli uomini. Anche quelli di sani principi. 
Che poi è un'autentica definizione del cazzo.
Non tutto è amore. Non tutto può essere amore. A volte è solo sperma e rabbia. A volte è solo trasferire il tempo nei sospiri, cercare piccole morti.
Ho voglia di uccidere. E' una vecchia rabbia che non si esaurisce. Accendo una sigaretta e ripenso ai complimenti, grazie grazie grazie. Sono lo stesso di prima. Sono anche peggio. Sono io.
In testa, "Sleepless", King Crimson, quarant'anni, detesto farmi la barba, mi infastidisce l'odore del sapone sul cazzo, mi cancella l'odore e la cifra, non mi piace ripulirmi. Ho letto delle stupide poesie e mi sono annoiato. Le poesie mi rompono i coglioni, se non sono conchiglia per il mio dolore.
Le persone sono belle, ma spesso se le conosci meglio le elimini.

La donna cammina ancora davanti a me. Se fossi un uomo solo, vorrei la sua lingua e la sua perdizione. Roba di nessun interesse e di minimo impatto, a fior di pelle e di impulso. Capace di tutto, capace di rinunciare all'inutile del momento. Sono un coacervo di linee di basso funk, mi muovo a strappi, lascio che la schiena si divelga e slappi, che i genitali siano compressi nella mia maturità così composta e intimidita. Quarant'anni e nessuna intenzione di essere in regola.
Homeless. Godless. Sleepless. Fretless.
Arriva un sms. Mi vibra tra il testicolo sinistro e la gamba in trazione.
"Congratulazioni! Il vero amore merita un brindisi! I cambiamenti sono meravigliosi!"
Ma certo. Perché le cose consacrate, alla fine, piacciono di più. Sono riconoscibili e meritano l'ufficialità dei rallegramenti. Accetto. Accetto, ma sono lo stesso di sempre, sono peggio.
Sono io. Con quel demone dentro che recita all'incontrario i miei sorrisi con segnaposto.
Non c'è regola, nella lotta tra vita e morte, nell'incesto tra progetti e autoeliminazione.
C'è questo tempo. E il mio sguardo di fiori e chiodi.
Congratulazioni.

Luca De Pasquale, 26 novembre 2011

17/11/11

Chiudere i conti


Il basso funk è la sublimazione assoluta del sesso.
In testa come un metronomo caldo e corposo, mi accompagna in queste giornate stupidamente umide. Non ho idee sulla morale, sia che mi si sorrida sia che mi si osteggi in qualche modo.
Libertà.
Il giusto e l'ingiusto sono categorie dispersive, faticose e pacchiane. Forse c'è qualcosa che accade e qualcosa che non accade. Qualcosa che ti fa stare da Dio e qualcosa che è un tarlo lancinante cui hai fatto l'abitudine.
Cammino per le strade fredde e sono il solito figlio di niente di sempre, sono sempre il solito uomo di poca pecunia e anima straboccante. Sorrido smerzo. Cifra distintiva.
I miei giri di basso appartengono solo a me. Debordanti, circolari, acuti, aguzzi e larghi come abbracci estesi in minuti monocolore.
Afro vibe, mani screpolate, riarmo di amore e sesso, lune rotanti, lune impiccate a vecchie stelle, lune nuove a scegliere il menù del possibile.
Sempre la solita fisima: niente da perdere. Niente da perdere e tutto da osare.
Chiudere i conti. Chiudere ciò che non torna. Sbarrare la strada al poco. Frapporsi.
Quante volte ci si è ripuliti le labbra dalle promesse? Le promesse più sciocche?
Quante volte ci siamo asciugati il cazzo cercando di definire la felicità, renderla un manifesto da leggere un po' alla volta? Suvvia.
Sguardo che penetra nelle viscere, annodandole, defenestrando Re di melma e carte da gioco maldestre, musica profonda, musica degli occhi e indescrivibile, definitiva, distanza.
Lampade di sale. La notte che respira nei portoni deserti. Sta cambiando ogni cosa.
Continuerò a fumare sigarette come e quando mi va. Morirò con la sigaretta tra le labbra, è una parte di me e poco importa che accorcerà tratti dissestati della mia vita.
Guardo le donne negli occhi e capisco, l'ho sempre capito, se mi nascondono qualcosa, o se nascondono qualcosa in genere.
Principalmente l'infelicità. O anche l'affollata solitudine. Ma non sono un terapista, non valgo nulla come risolutore di mali e non sono per la moltitudine. Tendo ad una sfrenata monogamia, illogica se rapportata all'esubero di mal di vivere, ma la trovo valida e veritiera.
La tristezza delle persone mi ferisce lo sguardo e lo rende più profondo.
Chi mi ha mentito mi ha reso un amante migliore. Vero, vero in un solo attimo irripetibile, destinato a dissolversi negli eventi senza continuazione. I migliori amanti sono quasi sempre uomini bruciati.
Nella mia nuova casa ci sono tanti specchi nuovi. Specchi appoggiati per terra, coperti.
Sotto quei drappi, in quegli specchi, c'è tanta morte da far impazzire un Dio volenteroso.
E nelle mani c'è l'energia di quel che sarà, le mani di un operaio della vita alle prese con le urla di annessione ai cancelli della pace.
Scrivere? Una massa di anima che travolge cose e persone.
Rancore? Troppo poco tempo a disposizione per provare rancore.
Delusioni? Le delusioni sono alibi, tanto spesso, è piuttosto svilente.
Troppi broker alla borsa degli affetti, nuovo indice, nuovo filo spinato.
La ragazza che mi parla e non mi conosce ha un profumo che riconosco, una sorta di profumo dell'anima. Sofferenze. Smania di avere tutto. Io sono un uomo che apre il poco a ventaglio e cerca di sciogliere i lacci delle stelle. Non dovremmo neanche parlare.
E sono gocce, gocce in transito stanco, gocce di rugiada in strade non più asfaltate, le donne che mi hanno voluto. Le donne che mi volevano senza saperlo. Le donne che mi volevano ogni tanto. Le donne che non parlavano e avrebbero voluto le interpretassi a dovere. Le donne degli altri che sapendo di scegliere gli altri avevano necessità di idoli di paglia, confronti utili e lievi diversivi. Le donne gentili e poco ordinate che cercavano collegamenti tra intelligenza e sesso, tra amore e pazienza.
Quelle che mi valutavano più bello di quanto fossi. Quelle che mi facevano pesare, sotto i paramenti del bene, la mia ritrosia a prendere forma sociale, riconoscibilità e ruoli.
Quelle che non ho voluto perché le loro attenzioni mi ossessionavano. Quelle che ho amato e dimenticato, per riconciliazione con me stesso, per spirito da Samurai, per la musica del nuovo tempo, e anche perché i torti non sono comete come i baci, no che non lo sono.

Cammino in questa mattina di lavoro e di parole lavate e non nuove, mi è rimasto addosso “Keep in touch” dei Freez e quell'assurdo, impossibile giro di basso che sa di nuove avventure senza rete e senza finale.
Già. I Freez, uno dei miei gruppi culto. Il basso come lo intendo io, a scandire, a stravolgere, a sostenere, a svisare e a creare quell'involucro asimmetrico che possa contenere gli imprevisti.
Peter Maas, il bassista dei Freez, chi ricorda costui? Un groove incontenibile, un tiro tanto continuo da risultare quasi fastidioso: la grandeur del basso elettrico.
Cercate i Freez, ormai dimenticati anche se recentemente ristampati, e in quel piccolo grande bassista troverete una parte sostanziale della mia zoppa filosofia di resistenza.
Play that bass, white man.

Luca De Pasquale, 17/11/2011

04/11/11

Il sacrificio della luce



In piena notte, le moto sfrecciano. Uomini alla guida, donne dietro. Locali. Balli. Cementare. Divertirsi. Sfidare la notte. Età ancora pronta al rumore.
Penso a questo mentre sono immobile nel letto, in attesa di un sonno che non desidero. Perché il mio stomaco fa sipario. Perché le viscere sono proscenio, anche se non si dice a nessuno.
Sento il sapore della mia bocca. Sul cuscino, sul mio petto asciutto. E penso che la sensualità del mio vivere sia la fine.
Tutto quello che di intenso e accecante posso produrre è un inizio di fine, ed è giusto che sia così. Mi compio all'inizio della fine, un inizio che sarà forse lungo e appassionante, mi compio nello sfilacciamento ordinato della mia vita e della mia potenza.
Di me rimarrà una montagna di sale e di lune, lacrime grigie o colorate, lacrime saldate sulle persone che saranno con me, forza, musica, idee, ricordi, eredità di parole e di sguardi, gesti probabilmente incompiuti, la collana più lunga di un'alba a termine.
Lo sguardo non è altro che un'esplorazione coraggiosa, in notti come questa, in notti con sapori limitati, notti frenate di fronte al tutto e al troppo, notti divorate a bocca suturata in presenza del non poter essere ovunque e comunque.
Il mio sguardo. Una tenaglia di fili tra la notte e il mattino. E tutto questo silenzio interrotto da queste moto, da questi rombi irreali, tutto questo è uno dei freni alla mia libertà di esserci. Ovunque, con chiunque, come vorrei. Come volevo.
Le mie mani sono ferme sulle coperte. Sono ferme, bianche, pazienti. Sono mani che scrivono. Sono mani che amano e muoiono. Sono mani che da sempre mi impediscono di conoscere troppo gli altri.
Perché le distanze mi sono necessarie. Sono parte del mio respiro.

Seduto su un muro, al centro della notte, osservo gli aerei passare. Zittiscono il mio silenzio con compassi di vento che dalle ali mi squarciano fino alle gambe.
Sarò facile. Sì. Sarò di routine. Sarò il mio sguardo e sia quel che sia.
Seduto su questo muro, nella bilancia ad acqua della notte, osservo gli aerei passare. Fendono millimetri dispersi di impazienza, ritagliano altre storie, le accompagnano in fotografie e destini, in accorgimenti, miraggi e sorprese. La vita.
Le stelle che non avremo sono proporzioni gigantesche da pensare.
La musica è ai piedi di questa notte, è richiamo di specchi appoggiati ai nostri no più stanchi e saggi, e ogni sguardo supera la vita di molto, di chilometri caldi e senza nome, qualcosa che ha a che vedere con l'amore e l'estinzione delle paure.

Scrivo di notte. Il cielo è un filo con fonti di luce in disordine di attesa, tutto sarà qualcosa, si va al di là della conoscenza, della curiosità, del prendersi o rifiutarsi, si va al di là della propria limitatezza.
Sono un'infezione di vita in postura arresa.
Perché un'attesa è un arrendersi nei colori, senza arroganza.
Crepacci, smisurate discese di eventi, feritoie misteriose, impalpabili gesti di successione e forza, la notte è su di me, tagliata e decorata dagli aerei che rombano lontani e con destinazioni sconosciute alla mia presenza educata.
Qualcuno mi scriverà, mi chiederà che tipo di uomo sono, perché scrivo e perché scrivo questo e non altro, qualcuno indagherà i miei occhi in cerca di residui e di schiuma, in cerca di sogni, rancore o impalcature di impotenza, e come al solito non avrò un bel niente da rispondere.
Perché questo respirare è una spina intermittente, è una segnalazione di transito, come gli aerei in questo cielo notturno e sfatato, perché questo accendersi e spegnersi è una litania di fiducia nelle vuote stanze di meraviglie indaffarate.
E io sono troppo piccolo per catturare tutte le mie inappartenenze più belle.
Dal cielo scuro la coreografia di un abbraccio, tutte le mani del poco e del lontano in una danza di mani senza storia conosciuta, io qui, minuscolo a scrivere e a vivermi, io qui, nella mia definitiva irregolarità, nella mancanza dello schema semplice per arrivare all'ottimale consapevolezza della contentezza.
Sono le onde che mi renderanno adatto a tutti, molto oltre il mio banale contegno accigliato e selettivo, sono le onde che porteranno qualcosa di me a chi non mi ha riconosciuto in questi anni di retromarce, inversioni e schianti.
Sono ancora qui. Sotto questo cielo, feritoia crepitante, lanterna di lune sintetiche, sono un sacrificio di luce e so bene quanto mi costa. Non ci sono abituato, non è la mia impostazione, da bambino qualcuno deve avermi suggerito che in un abbraccio una delle due parti dev'essere blu, liquida e sfuggente, momentanea come la serie non numerata delle nostre notti.
Ma dal banco un bambino triste alza la mano, vuole dire la sua opinione; non ci riuscirà mai per davvero, ma sta vivendo.
E può bastare.

Luca De Pasquale, 4 novembre 2011

01/11/11

Il croccantino in andropausa


La ragazza si pone “in faccia a me”. Sorride, nella mano destra ha un casco. Il suo boyfriend, un ricco ragazzo della zona, si è disperso tra i dischi house e la sorveglia distrattamente.
Ciao”, flauta la creatura.
Ciao, dimmi”
No, è che stavo cercando un dischetto”
No? Un dischetto? Cominciamo bene.
Quale cd?”
Una cosa che ho sentito quest'estate a Ibiza... fa... posso cantartela?”
No, non riconosco canzoni dance di Ibiza gorgheggiate in altre città”
Ohh”
Scusami, ma sono anche un po' sordo. Ricordi la copertina del disco? Un vago indizio degli autori?”
Mi guarda sconcertata: “Era una canzone, non so...”
Questo lo avevo capito”
E continua a stare in faccia a me. Con tutto quel suo sesso probabilmente usato nel primo pomeriggio o dopo una serata divertente. Siamo due entità reciprocamente inqualificabili. Io, un uomo scuoiato, più volte bruciato, immerso e disciolto in parentesi che diventano sempre linee di dubbio e pensiero, lei forte della presenza, del domani, del suo lui, dei suoi desideri, di questa totale estraneità al male dei giorni.
E il nostro dialogo finisce così. Non le trovo la canzone di Ibiza. E lei non mi regala l'emozione pur certa della sua avvenenza.
Nonostante il basso funk che svisa e slappa, sul brano che ho messo in ascolto, erotismo disinvolto e lavorativo, battiti pelvici su un uomo di stoppa che si guadagna un'acida pagnotta di misunderstanding.

Ho voglia di fumare. Sono fermamente convinto che un uomo debba lavorare fumando. Il tempo passerebbe prima e meglio. Fumare e indossare abiti civili, nessuna casacca di riconoscimento. Ma ho sbagliato tutto tanti anni fa.
Il disco funk continua la sua locomozione per sbrigliare la mia noia, va benissimo, ma ecco che appare Cioci, l'esperto di musica brasiliana. Compra pochissimo e parla troppo. E vive con la sorella, e a me questa cosa disturba non so perché.
Ehi, Luchino”
Ciao Cioci”
Inizia a seguirmi. Mulinella saliva ed entusiasmo per se stesso. Cristo di Dio. Mi mostro nervoso, per scoraggiarlo. Quasi mai mi riesce.
Ho comprato su internet la discografia di Edmilton Granogrosso, di Bahia”, mi rovescia alle spalle.
Benissimo”
Lo conosci, Luca?”
No”
Un grosso errore da parte tua, e che mi stupisce. Diciamo per intenderci che siamo dalle parti di Fongheiser O'Leao, Idrus Daffodil, Medicino do Sacrao, altri cantautori di fondamentale rilevanza”
Non ne conosco nemmeno uno, Cioci. Non amo la musica brasiliana, lo sai”
Ma a lui questo non importa.
... e sono stato a Parma, dove in un piccolo negozio ho comparato Ciancomè Suburbia e Favelas Campestrinos”
Splendido, sei un eccellente compratore di materiale sconosciuto. Ora scusami, ma dovrei continuare a lavorare...”
Lui continua a seguirmi, ad azzannarmi di molestia con la sua saliva autoreferenziale; mi immagino come parli a pranzo con la sorella, di questa roba brasileira. Forse lui e la sorella sono amanti. Lo penso. Ma penso anche che quest'uomo non deve infilarlo da ere mesozoiche, e si vede. Si vede quando un uomo non si espleta. Diciamolo, una volta tanto senza quella paludata correttezza dell'esprimersi. Sguardo spento o sbarrato, gesti nervosi e brevi, alito impastato, eccellenza negli hobbies, discutibili teorie sul mondo, rabbia di routine, rabbia da file alla posta, rabbia da ragadi senza cura, rabbia da Napoli che non vince la partita, rabbia che prima o poi a casa bisogna fare il cambio di stagione. Cioci non lo impasta, Cioci non lo connette a nessuna entità femminile, non conosce i baci caramella, non conosce i baci medusa, non gli sovviene il sollievo dell'isolata follia di due lingue che si intrecciano e spumano. Cioci non governa la sua virilità, se non in un iperuranio circoscritto e sorvegliato da eunuchi.
E dunque mi sdogana i testicoli con la sua fottuta musica brasiliana.
Cioci mio, siamo uomini, siamo così fallaci, stanchi e sciocchi che abbiamo bisogno dell'amore e dell'affetto, e senza donne siamo piuttosto ridicoli. Lo siamo anche quando non riusciamo a trattenerle con noi, ma questo è un altro discorso.

E ogni tanto incontro qualcuno che mi parla di “livello delle persone”, di “persone da scegliere”. Di avvicinarsi con intelligenza ad “ambienti fertili”.
Vorrei capire quali sarebbero, questi ambienti a maggese. Vorrei conoscerli e bruciarli alla base, sin dalle case, suppellettili, totem e quant'altro.
Io non mi avvicino alle persone pensando alle loro origini, alle loro inclinazioni, ai loro gusti, al loro status quo, a quello che possono darmi. Sono elementi che trovo trascurabili e vergognosamente riduttivi.
Molto probabile che una poetessa mi rompa i coglioni dopo cinque minuti di alati parallelismi, e che mi faccia venir voglia di spedirla tra le crusche. Probabile invece che una commessa di latteria moderna si riveli una splendida sorpresa. Il paludato amico con il gel che mi parla di “begli appartamenti in zona Vomero, zona elegante”.
Quel “begli” a me fa schifo, mi disgusta, mi infastidisce obiettivamente, e forse di più ancora chi li respira, quegli appartamenti. Quelle barbette finte trascurate. Quei voti a sinistra esibiti nelle manifestazioni più ovvie di pensiero. Quelle spese compulsive di finta eleganza. Quei legami educati e sporchi di malpensiero.
Tuo padre, disinvolto professionista, funesta la colf di desideri orali improvvisi, ma tu sei un figlio che non risente di queste sferzate di carnalità: sei figlio di un buon quartiere e come tale ti comporterai. I tuoi parenti, cattolici e ben vestiti, litigano da anni per briciole di vecchie eredità, pregano, fottono e crepano, ma tu indossi un buon cognome e continuerai a farlo.
Sono nato in un quartiere benissimo. Trentanove anni fa. Mia madre mi pettinava bene e indossavo alcune cose ricercate appartenute a mio padre. Frequentavo le scuole bene. Ma avevo un tale fuoco nel culo. Un fuoco inestinguibile.
Una rabbia spaventosa, ingestibile, teppistica, caotica, nobile e folle.
Perché io sono nato in una povera famiglia per benissimo, e questa è una condizione di vantaggio, sei in un ambiente ma ci entri e ci resti, finché vuoi, con la tua sensibilità da proletario (questa strana parola, vero?), da casseur, da outsider disgustoso, tu che non puoi, tu che non festeggi anche lo spuntare di un brufolo, tu che non hai tutti gli amici con il pulloverino azzurro zona Capri e l'inedia sconclusionata della ricchezza.
Cresci con il Pop Group, con i Magazine, i Killing Joke.
Cresci a sinistra della sinistra che stai scegliendo con cura.
Cresci con le Pantere Nere. Cresci con l'orgoglio NEGRO in pelle bianca, insaccata come prosciutto per anemici, addosso, da lavare ogni giorno.
Mentre ti fanno il quiz "motorino o macchina?", tu realizzi che vuoi scoprire perché sono nate le Brigate Rosse e cosa volevano fare davvero. E quanto sono state colluse, tradite, quanto c'era di sogni e quanto di sbagli. E leggi. E ti perdi i giochi della tua età.
Prendi l'abitudine a sputare su quelle giacche pulite e costose, quelle che costeggiano il tuo vivere di quartiere, la tua quotidianità.
Sei un fottuto e inutile teppista fino a venticinque anni. Ti precludi tutto. Sei un ribelle davvero patetico, ma lotti con i tuoi maledetti demoni, demoni così ingombranti e pericolosi che ci sono ancora, qui al mio fianco mentre scrivo e dimentico.
Io non sono una groupie entusiasta.
Non spalanco le cosce allo star bene e non festeggio un cazzo di niente.
Sono solo un banale uomo con la fissa di volersi fottere come più gli aggrada.
E oggi, mi fa sorridere sentirmi dire a quasi quarant'anni che “non ho imparato a divertirmi”. Innanzitutto, non si impara affatto. Ti diverti lo stesso, con poco, con pochissimo, ma è quello che vuoi tu e dunque vale oro. E poi “divertirmi” non è un'attività in cima ai miei pensieri. Trovo questa mania destabilizzante, stare bene per forza, gavazzare per essere presenti al buon appello del giorno. No.
Non sono una groupie, non sbavo, non succhio, non mi lego a chi mi può dare più luce, non apprezzo gli artisti che se la cantano e se la suonano, non apprezzo la vocazione al sostegno per creare legami ibridi. Non sono una groupie, è demoralizzante, ma non sono nemmeno un croccantino in andropausa.
Trovo codici ovunque. Anche nelle mie scarpe. Mi piace, quando si attagliano alle mie voglie. Li uso. Anche se in semiregime di anarchia perpetua.
Mi piacerebbe stringere la mano di Tommy Price, l'atleta che alzò il pugno guantato nero sul podio alle Olimpiadi del '68; non mi piacerebbe leggere poesie senza senso in una saletta rossa, con quattro sfessati lì per caso e la tua crew stronza e momentanea, come tutte le crew affettive, a fare caciara per te.
Mi piacerebbe rendermi utile, ma utile sul serio, per chiunque abbia avuto a che fare con la morte, ma seriamente; non mi piacerebbe per niente organizzare un viaggio pensando prima ancora di partire a tutto quel che dovrò fare per renderlo pubblico e invidiabile.

Non sono un croccantino in andropausa. Anche se mi occupo di gatti con quella mielosa contrizione tipica di una certa età.
Avrò ancora modo di rosolarmi per bene, con imprevisti e vendemmie di fiele, avrò ancora davanti la disfatta, la sfida, l'esercito più forte del mio.
Ma io penso, e lo penso davvero, che un uomo votato all'autodistruzione possa innamorarsi sul serio delle sue missioni, e portarle a termine, costi quel che costi.
Si tratta di quella stravagante e meravigliosa variabile che si potrebbe intitolare “niente da perdere”.
E dunque, non mi costa il margine. La marginalità. Anche se è una condizione da migliorare. Perché devi scegliere il punto oscuro dal quale sparare meglio, con più precisione.
Sono ateo, con oculato rammarico. Posso ancora dirmi un uomo di estrema sinistra, e non c'è alcun problema. Sì, sono di estrema sinistra. Certi aspetti di destra sociale mi affascinano, certo, e non mi sento contraddittorio per questo. L'infedeltà non mi piace, a nessun livello, e con l'infedeltà mi si perde, mi si perde per sempre. Ma è poca cosa, perdermi. Non è uno sport olimpico.
Non mi piace chi si fa del bene ad occhi chiusi.
Preferisco chi si ammazza o si fa saltare la vita con gli occhi aperti, e un eterno di cartone in eterno nel cuore pazzo e mai curato.
Sarò dunque pessimo, ma non un croccantino in andropausa.
Have a nice day.


Luca De Pasquale, 1 novembre 2011