29/10/11

Il punto nella croce della notte


Crema da barba. Rasoio. La penombra del bagno. Dopobarba.
Il pettine. La lozione.
Lo spazzolino. La pressione sul tubetto del dentifricio. La mia bocca di schiuma bianca e sangue. Le rughe sotto gli occhi.
Il deodorante. La spugna.
E il sapone intimo, il massaggio, la sospensione, i sorrisi chiusi nelle tempie.
Attraenti emisferi di solitudine riannodati in ogni gesto consueto.
Devo tagliare i capelli. Sono cresciuti di nuovo. Sono cresciuto anche io.
Ho acceso costellazioni di strani fiori, una notte dopo l'altra, per un lungo periodo di tempo. Lo sguardo incastrato in giacche sobrie e cravatte eccentriche, il mio corpo assediato da pantaloni, gentilezze, costrizioni, incline alla vita e agganciato a filamenti di sogno.
Lo sguardo così scuro da non passare inosservato, le mani capaci di violenza e tenerezza, più di prima, più di sempre, più di come ero stato costruito.
Le donne camminano sotto gli ombrelli mentre mi asciugo i capelli e sto zitto.
Le donne guardano in alto, verso la mia finestra, dalla strada affollata; io fumo e qualche volta bevo. E mi sciolgo dentro. E guarisco piantagioni, forze distaccate nel deserto, consiglio i vestiti giusti a chi vuole andare per tempeste.
Niente è fermo dentro di me, e il fuoco mi circonda. La mia faccia è illuminata a seconda dei venti.
Mi sforzo di convincere entità fragili e sincere a lasciare che qualcuno si innamori di loro. Che si prenda cura, quel qualcuno, dei loro arretrati e che eviti quell'inguardabile espressione di delusione.
Alcuni di loro commettono l'errore di rispondermi “e tu?”
Ma io in quel momento sono già lontano. Magari a contare quanti fedeli escono dalle chiese sbadigliando. A comprendere quante madri hanno smesso di sentirsi donne. A quanti collezionisti di sbagli abbiano smesso di sentirsi esseri umani e giusti.
A quanti stratagemmi si ricorre, solo per un po' di calore che faccia dimenticare il tempo. Conosco ormai tutte le sale d'attesa possibili e sono convinto che la sensibilità vada protetta con continui shock, per non renderla idiozia.
Se sono un bravo scrivente morirò su questa definizione e raccoglierò dei sorrisi che non conoscevo. Mi interessano le persone. Io me non mi interesso affatto. Per questo scrivo sempre in prima persona.
Perché sono io che guardo e non voglio essere guardato.
Chi manda baci alla mia finestra? Li intravedo mentre riordino brividi con la sigaretta in bocca. Non c'è più una sola definizione che mi appassioni. Mi appassiona unicamente quel che accade, senza riflessioni, senza programmi, senza idee velleitarie sulla comprensione.
Chi parla troppo è molto solo. Chi scrive molto a volte rispetta un programma di stomaco, un programma di potente astrazione esistenziale. Senza altro attorno.
Sono un passeggero del mondo. Molto educato con chi mi rivolgerà la parola.
Rispettoso.
Sono oberato di codici sulla lealtà, sull'onore, sul destino. Sono un uomo così.
Sempre stato con un piede nel cielo e l'altro nel niente. E le mani sui corpi, sulle parole, sulla concretezza dell'attimo. Perennemente innamorato della vertigine, costi quel che costi.
Quest'anno addobberò l'albero di Natale e mi fermerò prima alla sterminata boutique del nulla. Amare è un'utopia, se non si paga il biglietto al museo delle cicatrici. E se si cerca di fare i furbi si finisce tra le ombre dei festeggiamenti altrui, i festeggiamenti altri che sono sempre un Carnevale di distanze.
Taglierò i capelli di nuovo. E la giacca scura sul maglione a collo alto, e non cambierò la marca delle sigarette e la mia musica è sempre più strana.
Interviste in camere scure.
La sirena del godere sulla testa spettinata di un pazzo che ulula per la città.
Parti di me che ancora scrivono fuori le porte, parti di me ancora bambine che corteggiano la perpetua manipolazione dei bisogni. La mia scelta di non essere visibile, che fa orgogliosamente male tutte le volte che vedo apparire troppo gli altri, e per molto poco. Resisto, resisto ancora, non so per quanto.
Perché magari impazzirò, sì impazzirò, e farò di tutto per avere l'opportunità pubblica di spiegare le mie non idee, la mia non morale, la disperata e tracotante lucidità del non amore, essere riconosciuto nel mio gesto stilizzato, la freccia contro la luna.
Alla mia età l'ombra può anche dare alla testa; potrei sbroccare in cerca di una popolarità che ho sfiorato, carezzato come una donna quasi disponibile, per poi disfarmene con uno dei miei classici colpi a scomparsa.
E potrei iniziare a presentare i miei libri con quel fare ombroso che è la mia materia di apparizione, potrei iniziare ogni discorso con “io, io, io, io” e disporre la vetrina di quel che conosco bene, di quel che padroneggio senza darlo a vedere.
Sono quasi circondato da individui che passano il tempo a complimentarsi con se stessi, a urlare, a dimostrare l'indimostrabile, ad allungare il verminoso tumore del proprio ego con disattenti riferimenti ad un'interiorità costruita con materiale di scarto, bolo, refusi affettivi, incapacità di continuità.
E allora potrei tentare. Tentare di farmi bello non secondo i miei canoni. Tentare di farmi bello, come andare dall'estetista e lasciarlo fare, con fiducia e stupidità.
Estirpare quest'anima dignitosamente dilaniata e lasciar fare; rinunciare allo specchietto retrovisore delle rinunce, osare anche quel che non mi va e mai sarebbe alla portata della mia sopportazione.
Basta poco per piacere, in tante situazioni. Qualche volta per piacere devi solo dare piacere, e limitarti sul resto. Non esigere, non chiedere, non metterti alla pari.
Ma non c'è dignità in questo. Non c'è mai dignità ad attendere le stelle con la testa nel fango.
Spesso per piacere devi curare i dettagli. Ma i dettagli non li decide qualcun altro. I dettagli sono spontanei, come i rimpianti del mattino, come i pensieri che è inutile scacciare.
Ora sono ben vestito, più che presentabile, stretto tra la musica e le parole tenute a bada, sono un inciso non virgolettato in un giorno che non ho appuntato sul calendario, sono un inchino al non inchino come scelta di vita, sono solo uno che guarda e non vuole essere guardato.
Almeno fino a quando, età e sollazzo d'ombra incombenti, non deciderò che è venuto il momento di essere riconosciuto per finta, che un po' di acclamazione olia i meccanismi dell'amare e del morire, che è ora di smetterla con un lavoro casuale di sopravvivenza, optando per qualche scelta più eccentrica e più attinente alla mia personalità.
Ma quando arriverà quel giorno io sarà una montagna di bugie e di morte che si spaccia per buon viaggio. E amarmi converrà ancor meno. E riportarmi a galla sarà un gioco tra avversari destinato al poco valore dell'accordo di base.
E i buoni rapporti saranno il comma 24 di un foglio macchiato di sugo e di lacrime.
E l'amore non sarà più come ora, sarà solo un pretesto per scrivere.

Luca De Pasquale, 29 ottobre 2011

27/10/11

Se vuoi morirò per te, approfittane



Faccio un sogno.
Sono inginocchiato nel vomito, un vomito d'acqua, il mio, acqua sporca e il ricordo di un amore.
Cerco qualcosa in quei rivoli caotici, non so cosa cerco e poi mi sveglio.
La camera è nel buio.
C'è una rapidità volgare nel ritrovare subito lucidità. Il mio basso elettrico, appoggiato al muro. Le scatole dei medicinali sul comodino. Il gatto che dorme e non c'è dolcezza, adesso, per questo. Fogli, appunti: ovunque. Scritti a penna, sgualciti, morti, dolenti, folli. I miei lampi. La mia febbre.
Tu o chi per te, tu o qualcosa in quest'aria ferma di malattia e impazienza.
Giornali per terra, i miei vestiti appesi storti, come spettri, impregnati di fumo e ribellione.
Tutto ha una sua logica, con regole sganciate dal contesto delle regole.
L'anarchia dei miei giorni discontinui. Selvatici, tenebrosi, improvvisati.
Pupazzi in abiti ufficiali e la mia indifferenza. Quante volte. E quanto danno per me, ogni volta. L'autorità non mi ha mai spaventato. Mai. L'autorità mi ispira invece confronto alla pari e voglia di esporsi, di arrivare al punto di non ritorno.
Alle bassezze dell'incapacità si deve reagire. Ai tristi manichini senza nerbo che incontro ogni giorno, immersi nella diarrea molle delle loro paure razionali e irrazionali, al gioco di scucirsi i sentimenti e sostituirli con stellette spolverate.
Alle cinque e pochi minuti del mattino sono acqua nera in giro nella sospensione della felicità. E non c'è niente da fare.
Scorro, corrodo, piango di una memoria che si farà bianca e spietata.
I complimenti delle persone. I complimenti con il fondo di malanimo. E la mia indifferenza. Quanto danno per me, ogni volta.
La musica è silenziosa a quest'ora, crocifissa al muro, come il tuo corpo assente, come le rivoluzioni del tempo che mi dividerà da quel che sono adesso.
In molti aprono le mie porte. Infilano la testa dentro e poi trattengono le domande in gola, fino a diventare minuscoli e invedibili, non riuscirò ad accorgermi di loro, non in tempo. Trattenersi è sparire.
Sembra sia difficile essere contenuto in un'anima scura e allo stesso tempo avere presenza lunga nei territori degli altri.
Le liste. I generi. Le categorie. Gli insiemi. I sottoinsiemi. I gruppi di lavoro. Il team. La joint venture. La brigata. Sono solo cubetti scomposti, materia che si scioglie sulle candele che uso di notte. Non resta neanche l'odore.
Qualcuno mi aveva detto che la continuità non è per tutti. L'estate è finita da un po' di tempo, cambiati gli indumenti, cambiato il modo di affrontare il giorno, cambia il parco delle paure e il lotto delle scommesse.
Sono le cinque e qualche minuto del mattino, sono acqua nera che passa a salutare i suoi guardiani, un solo cenno, nessuna parola di troppo.

Guardo le persone per strada, quando vanno al lavoro.
Alcune mi sembra abbiano la bava. La bava del loro vissuto, che oscilla inconsapevole nel loro passaggio, come una condanna a non cambiare mai.
Questo bavaglio abbrustolito di fallimenti e utopie, di esagerazioni e peccati senza spessore, questa lingua lurida che penzola sul futuro di cui tanto andiamo blaterando nei discorsi a modo.
La liquefazione di Dio sul nostro bavero macchiato. Punte di cancello in occhi ingenui e traditi. Soluzioni vaginali e promesse. Servizi fotografici, sperma, banchetti, parentele rinnegate, informare il nuovo dell'esistenza del vecchio, misurare il dolore secondo parametri folli, mentire a chi ci desidera per non ferire troppo, fingere di essere in grado di sostenere le verità, utilizzare la sincerità come contrappeso della coscienza, le nostre inutili collezioni di oggetti e persone, mai vista la frontiera tra amare e godere, i nostri pianti di coccodrillo, essere al centro dell'attenzione per convincersi di esistere.
Potrei uccidere un uomo con estrema tranquillità. Se credessi nell'utilità di un gesto simile. Niente ci è precluso, tutto ci spetta, inferno incluso. Vivere in bolle e conchiglie è un progetto a lungo termine, bisogna essere molto sciocchi per vincere.
Mi capita di notare il fastidio di qualcuno che bolla come “intellettuale” chiunque non sia una capra. Sentono sempre puzza di snobismo, quando hanno scelto altre strade. O indugiano sul banalissimo concetto della provocazione intellettuale fine a se stessa, “a te piace giocare all'eroe nero”.
Una semplificazione alla quale rispondo con un atteggiamento serafico e sincero. Ovverossia, ci sono dei casi non amabili. Troppo sporchi e ribelli per essere artisti sulle nuvole, troppo complessi ed elaborati per entrare nel giro dei semplici.
Fuori categoria. Senza nessun compiacimento. Non stai bene in nessun luogo, in nessuna congrega. Con l'aggravante che te ne freghi. E quindi sei offensivo.
Te la sei sempre vista da solo. E continuerai a farlo.
Perché per te stare con qualcuno non è essere aiutato. Perché la contabilità dei rapporti umani a me fa orrore, è ragioneria provinciale e ha un osceno tanfo di paura.

Constato con crescente preoccupazione che sono in molti ad essere sommersi dalle paure. Me le confidano. Con imbarazzo, vergognandosene.
L'amico quarantenne terrorrizzato dall'eiaculazione precoce e dalla calvizie incipiente. Anzi “alopecia”, come dice sempre sottovoce.
Carla che mi chiede come noi uomini valutiamo una donna che fa solo “sesso tradizionale”. Le rispondo che la valutiamo una mezza santa noiosa. E lei si fa verde di fastidio. Ma io sono sincero. E rincaro la dose, dicendole la verità su di me: che la mia donna, la donna che amo, tutto di lei mi interessa. Ogni cavità, ogni mistero, ogni piaga, ogni malattia, ogni lembo di pelle, ogni mistero da scoprire, e che io mi sono educato da sempre a crepare per amore.
Crepare per davvero.
Alla fine mi rivela che prova un fastidio insuperabile per il sesso orale, per il sesso anale e per il turpiloquio durante il coito. Faccio un mezzo sorriso.
Sono cose in meno, inutile negarlo. Ma rispettati e non forzarti”.
Lei mormora che il suo uomo è molto educato ed è anche credente, non vedo quale sia il collegamento e non rispondo più. Io non sono credente e sono sostanzialmente educato. E fieramente scostumato in materia di sesso. Sin da adolescente, ma non poteva essere altrimenti.
Perché spesso per me il sesso è stata una dichiarazione di vita, e un modo di comunicare all'altro, “se vuoi morirò per te, approfittane”.
A prescindere da com'è finita, quel gesto rimarrà per sempre.
Mauro invece ha paura di “prendere famiglia”. Mi spiega che non vuole diventare un uomo oberato di doveri, circondato da pappette, pannollini e vizi della moglie. Che lui vuole continuare a fare l'eterno Peter Pan, il piacione dinoccolato. A lui piace viaggiare e vivere i locali notturni, non vuole rinunciare a questa affascinante dimensione.
Mi sembra che il discorso sia già chiuso, hai già deciso, mi sembra”
Esita. “Non proprio, volevo confrontarmi con uno come te...”
Sono qui, dimmi”
Come fai a vivere solo da dieci anni? Con pochi soldi? Rinunci a tutto... sei spartano... ma non lo trovi avvilente?”
Trovo avvilente fare rumore senza ascoltare nulla”
Io sono indeciso”
Io no”
Luca, ma tu vuoi sposarti?”
Qui si improvvisa. Qui non ci sono più programmi. Non e mai più”
Delusioni?”
Consapevolezza. Vita”
Sarebbe?”
Non voglio essere amato più che poco”
Non sa più cosa dirmi, intento a sfogliare la margherita dei suoi comodi cambiamenti senza rischi. Per lui sono solo un uomo appeso al suo poco, come un maiale squartato in macelleria, non ci arriva, è la sua fortuna.

Avrei mille altri esempi. Tristi, non contagiosi, ma certo deprimenti.
E naturalmente non sono esente dalle paure. Tutt'altro.
L'ho scritto tante volte: sono Nessuno e non riesco a salire sui pulpiti.
Anche io ho paura.
E lo ammetto. A testa alta.
Ho paura di invecchiare.
Ho paura di non giocarmela alla pari con le grandi emozioni che pretendo.
E non voglio ritrovarmi vecchio e malinconico, su una poltrona a fumare.
Per questo e per molto altro la farò finita in tempo.
È una concezione lucida e personale sulla quale non intendo discutere; lascia sgomenti i miei interlocutori, non è certo detto per bisogno di attenzioni.
È una delle strade che potrei percorrere un giorno per la mia libertà.
Tutto qui e senza discutere.
E allora, allora bisogna andare fino in fondo, approffitarne. Estrarre energie grezze da una macchina a termine.


Luca De Pasquale, 27 ottobre 2011, tra la notte e il resto

25/10/11

La duizione duidiale


 Misuro la temperatura. Lo sguardo è appannato, come se una pioggia calda velasse la percezione dei colori e dei contorni.
39e9.
Alle 22e18 la mia temperatura è di 39e9. Non conosco mezze misure.
Quel che segue, adesso, è scritto con questa temperatura. Perché amo scrivere con la febbre; gli scrittori, un tempo, non scrivevano con mille malanni addosso? E la Tachipirina 1000 non esisteva.
Dubito che sarò meno lucido del solito; forse non lo sono mai, forse lo sono sempre. Non è importante stabilirlo.

Ho fatto un test. Una prova.
Ho scelto venti interlocutori a caso, davvero a caso, e ho deciso di dir loro, in mezzo ad altri discorsi, queste due parole senza significato: “duizione duidiale”.
Mi faceva curiosità scoprire quanti mi avrebbero detto “ehi Luca, ma che hai detto? Che significa?”
Svelo subito il tutto: solo tre persone su venti.
Le altre diciassette persone me lo hanno lasciato dire senza chiedere spiegazioni. E l'ho ripetuto anche più volte.
Ad un cliente ho detto: “Tra gli Humble Pie e gli Status Quo c'è stata quasi una duizione duidiale”.
E lui, di rimando: “Certo, sono d'accordo”.
E ad una ragazza che mi saluta solo quando il tracagnotto fidanzato non c'è, ho invece spiegato: “Le persone sono destinate ad incontrarsi in una casualità che non esiterei a definire come una duizione duidiale”.
E lei, senza scomporsi, sorridendo: “Sì, Luca”.
Il mio test è dunque andato a buon fine. Tra ipocrisia, paura di apparire ignoranti, trascuratezza nell'ascolto, strafottenza e superficialità, ben diciassette persone hanno accettato l'insensatezza della duizione duidiale.
E allora, così come accettate la duizione duidiale, accettate anche il mio distacco, la mia poca voglia di ascoltare menzogne, la mia inesistente propensione a generare una casualità a fior di pelle. Accettate che io mi perda nelle mie volute di fumo, nelle mie canzoni ostiche che significano sempre troppo di personale, accettate che io sia scomparso.
Una questione semplice, una questione di duizione duidiale, no?

Diffido della commozione popolare. Diffido delle onde ritagliate ad arte per sembrare più alte e più travolgenti. Diffido di Taricone sarai sempre nei nostri cuori, diffido di Simoncelli sei andato via ed io soffro, diffido delle foto dei cani randagi a definire una sensibilità obbligata, diffido della carità, diffido della compassione.
Diffido di chi può permettersi il lusso di non lavorare. Diffido molto e male di chi nel sesso ostenta dolcezza più che animalità. Diffido delle esternazioni di gioia e fiducia in tempo reale, diffido di chi si ostina a stilare elenchi di persone delle quali si fida ciecamente.
Diffido di chi parla di fedeltà solo quando il cuore è contento.
Diffido di chi sull'entusiasmo inizia a parlare di progetti senza convinzione.
Diffido eternamente di chi si dichiara autentico e semplice. Diffido ed entro in guerra con chi dice “non ho nulla da nascondere”.
Perché c'è sempre qualcosa da nascondere. E quasi sempre è un orrore banale, fatto di dettagli, di voglie, di poca maturità, di improvvisazione esistenziale.
Diffido del senso di appartenenza a caste, insegne, coppie estese, modi di divertirsi, circoli del pensiero, strategie di pelle.
Diffido di chi non vuole accettare che i demoni vivono aggrappati alla nostra schiena, e che non siamo mai completamente puliti. Non siamo salvi dal giudizio quieto delle nostre imperfezioni.
Diffido di chi vuole dimostrare l'amore in fretta e furia.
Diffido di chi finge di provarci ed intanto non guarda che la sua strada.
Non esiste anzianità di servizio. Nelle amicizie, negli amori, nelle parentele.
Il giorno è un'entità così fittizia, potremmo morire da un istante all'altro, che siamo costretti a partire dallo zero -sempre- per non appisolarci al volante dei nostri affetti.
Senza dimostrazione, la parola amore è un'oscenità da cioccolattino.
Senza onestà, i nostri tentativi di vivere sono solo citazioni prese da sciocchi siti di poesia. E non portano a nulla.
Le bugie e le verità non mi interessano affatto. Non mi interessano più.
Non chiedo quasi mai niente. Non chiedo quasi mai spiegazioni.
Diffido delle spiegazioni, che mi fanno scadere le persone al livello di blandi diversivi.
Ognuno di noi può dire quel che vuole. Non è agitandoci che risulteremo credibili, non è con un silenzio sospeso che riguadagneremo terreno.
Siamo così misteriosamente ed entusiasticamente impegnati a farci festeggiare, vezzeggiare, curare, circondare, garantire, rassicurare, e poi non siamo in grado di scegliere una sola parola giusta.
Diffido di chi pensa di potermi rassicurare con un sorriso occasionale.
Sul terreno ci giochiamo la credibilità, non nell'aria. Ognuno di noi è libero di svanire, di morire, di perdere consistenza, di trasformare l'amore in frustrazione e ripicca, di generare una coda senza sale che si morde da sola.
Noi tradiamo e poi parliamo di fedeltà. Noi mentiamo e parliamo di chiarezza. Noi viviamo e non vogliamo sentir parlare di morte. Non aderiamo a quel che la vita ci offre, preferiamo aderire a quello che ci piace della vita.
E poi ci stupiamo di perdere in continuazione.
Credo, lo credo fortemente, che nessuno possa ergersi a consigliere o saggio. Siamo contraddizioni con il naso turato. Io sono uno dei peggiori in circolazione, perché in un animo sensibile nuota e sputa un uomo in continua fuga, inquieto, viscerale, violento e poco propenso al compromesso, mai innamorato degli aggiustamenti, delle facciate, del bon vivre.
Non c'è nulla in me che si elevi su quel che poi critico ed attacco; ripeto, io sono uno dei peggiori.
Proprio perché sono sporco, travisato, allontanato dall'origine e dalla coerenza, mi permetto di produrre veleno.
Che poi, se non mi si sta accanto, sono solo delle note in un blog.
E magari un altro libro. E magari una di quelle presentazioni grottesche nelle quali non dico una sola parola e non gradisco la curiosità altrui.
Sono stato rivalutato quando ho pubblicato, sono stato cercato, incensato, eppure restavo un pigmeo storpio; sono stato invidiato manco avessi venduto milioni di copie. La stima viaggiava di pari passo con l'augurio che fallissi.
Sentivo tutto questo. Con disgusto. E tacevo.
Poi, se capitano periodi in cui fai poche cose interessanti, le stesse persone che facevano capo a te si distraggono, vanno altrove, come se tu intanto fossi cambiato, non fossi più la persona che aveva suscitato la loro voglia di vicinanza. Le nostre quotazioni sono solo capricci.
E non valgono nulla. Valgono sofferenze, a volte lievi, altre volte dure ed inspiegabili, ma siamo come capricci in un videogame che si divora da solo e terminerà con una morte senza vessilli.
La nostra bocca si sporca ogni volta che tentiamo di essere convincenti circa il concetto di verità e autenticità. Siamo caos, siamo fluidi, siamo sangue, voglia, libidine, stelle e merda, l'ordine non è per noi e dovremmo finirla con queste teorie noiose che ci vogliono perennemente sulla buona strada.
Io amo gli esseri umani e dunque diffido imperiosamente di loro; sempre, senza nessuna eccezione.
I ruoli che ci diamo, è solo geometria per non impazzire.
Continuiamo dunque a chiederci ascendenti, cuspidi, affinità, gusti in comune, continuiamo a programmare incontri per salvarci e sentirci meno soggetti alla morte.
Ma ci sarà sempre una sedia vuota a toglierci il respiro, e a soffocare gli angeli che avevamo costruito.


Luca De Pasquale, 25/10/2011

23/10/11

All'alba ero sveglio e sognavo


Una donna guarda il mare e un uomo guarda la donna che guarda il mare.

Un pianista triste.
L'uomo guarda la donna che guarda il mare.
Quell'uomo non ha mai avuto una casa che sentisse propriamente sua. Erano rifugi. Erano tane. Erano diversivi.
Quell'uomo ha una storia violenta, in certi tratti comune a tante altre, in altri molto singolare.
La sera è un angolo riservato a cose che sfuggono. L'uomo lo sente, lo sente addosso che tanto non gli appartiene, e si aggrappa alla donna che guarda il mare.
Quell'uomo è in continua fuga da se stesso e dalle sue passioni. Non è un uomo che puoi lasciare a tuo piacimento a far luce nei momenti d'emergenza. È un risorto svogliato. E pochi, sembra, capiscono cosa significhi.
È un risorto che vive in una prigione senza sbarre. Gli hanno dato vasi di musica e di parole. Gli hanno dato un cuore che drena inchiostro fondo e geometrie del mattino sotto apparenza di sogni.
Quell'uomo non ha accettato di farsi amare a casaccio. Quell'uomo voleva. Cose in particolare, persone in particolare, scenari in particolare.
Non si è mai arreso, e per farlo ha scelto di morire mille volte. Perché era l'unico modo di salvare il resto più che se stesso.
Se la donna che guarda il mare foss'anche il dolore più insopportabile, quell'uomo metterebbe a soqquadro i suoi vasi, i suoi rifugi, le sue tane, ogni cosa.
Quell'uomo non è un eroe. Per niente. Forse è un equivoco. Forse è un fraintendimento. Forse è solo un tentativo. Forse è, anche se odia il solo pensarlo, un souvenir già impolverato.
Ma un cuore che drena è una tempesta avvolta nella lotta tra vita e morte, e nel loro amore improbabile e necessario.
Dunque può ancora permettersi di guardare.
È solo un uomo che guarda una donna che guarda il mare.

Riempila, questa notte.
Anche di un microscopico rimpianto che non sarà diffuso e darà solo un brivido.
La carta taglia le dita che modellavano fiori di carta.
La carta taglia sempre le dita di chi invia il vento a risvegliare il passato.
La carta non è un testimone, la carta è un complice.
Le cose cambiano. I corsi d'acqua rimangono. Al giorno continua a succedere la notte e nessuno protesta. La notte conserva la conta dei giorni mancati. Diventa un alternarsi di notti nere o grigie, il giorno mi hanno detto che è una collana estiva dimenticata su un muretto.

Tutte le volte che devo essere sugli scudi c'è un attimo, un attimo impercettibile magari ai più, in cui il mio sguardo si vela ed è lontano.
Questa è una fortuna che io chiamo rispetto della vita. Una proprietà dello sguardo che permette di non smarrire le tracce. Non tutte.

Si celebra un matrimonio.
Foto, foto, foto. Tailleur, giacche, pochette, riso, collant, tacchi, rossetto, biglietti da visita, tag, quanto tempo che non ti vedo, ma lo sai che non ricordavo tu fossi così attraente, la musica, la torta, il biglietto per la Spagna, il viaggio di nozze, papà, zii, biancheria pulita, la croce sulla chiesa.
Sono sceso a comprare i giornali in giacca, tirato a lucido. L'ho fatto per me stesso, e solo per me.
E mi accorgo che delle donne donne mi stanno guardando. Sarà per quell'aria perennemente torva. Alle ragazze, invece, spesso non piace ed è molto meglio. Pensano che preluda ad un uomo noioso. E probabilmente, dalla loro ottica, hanno ragione. Ma quelle donne mi stanno guardando ed io sto andando via.
Non le incontrerò in nessun locale. Non le incontrerò nei loro stucchevoli divertimenti.
Loro non incontreranno me. Perché io vado solo dove sento.
E non è nella loro direzione.

Una donna è morta nel mio palazzo.
Sentivo il trambusto per le scale, all'alba. All'alba ero sveglio e sognavo.
All'alba io sogno e vinco la mia partita con gli avvisi della realtà.
All'alba vinco. Ma non canto. E non scrivo nemmeno. Sono un passeggero. Sono un tipo transitorio.
Una donna è morta.
Quando esco, ore dopo, saluto con discrezione i parenti e gli accorsi. Tengo la sigaretta spenta in bocca per rispetto. La morte è un rigurgito che sporca i più insensibili. La morte non sarà mai compresa dall'indelicatezza.
Ho molto rispetto.
Zoppico e saluto, zoppico e scompaio, scompaio ma ho sognato all'alba; e questo, proprio questo, non potranno contestarmelo.

Rubinetto di acqua blu. Sulle camicette bianche delle curiosità. A fondere tutta la notte che c'è stata.
Non c'è commozione nelle mie mani ferme. Sono ferme e non attendono.
Sono mani stese sulla mia posizione eretta, sono un pezzo di me.
Che non si legge e non si compra.

È ottobre. Avevo altri programmi. Ho sempre avuto altri programmi.
Non ricordo quale profumo uso. Quale sapone da barba. In casa metto solo asciugamani spaiati, divido coppie senza volerlo.
So che mi fermeranno solo i brividi. Quei brividi con i cerchi concentrici, io che cado nell'acqua.
Guarda, c'è l'uomo dell'alba. Quanti caffè prende? Quanti giornali compra?
Deve dimenticare? Deve ricordare? Deve costruire? Deve morire?
C'è una donna nella sua vita? Dov'è la ferita, sotto quale lembo di tessuto?
È una ferita che schiuma vermi o parole d'amore?
È una ferita ridicola eppure enorme o il contrario o niente?
Perché l'uomo dell'alba non sorride mai per intero?
Sembra sempre che il suo sorriso si interrompa a tre quarti. E poi, chissà.
Di sicuro fuma troppo. Di sicuro all'alba lo incontri che sogna, scosta la nebbia, aggiunge i rumori del risveglio al miracolo della pazienza, è un uomo che si dice abbia un segreto, trascorre ore a guardare una donna che guarda il mare.
Quindi è uno stupido in ginocchio sulla sua umanità, sul suo respiro, è uno stupido che confonde i nomi e gli odori con i fulmini, e pare abbia la mania di salutare la pioggia con una musica che sa già, non si ripeterà mai più.


Luca De Pasquale, 23/10/2011

21/10/11

Gli alfabeti di lacrime



La giustizia è la forza dei re, la furbizia è la forza della donna, l'orgoglio è la forza dei pazzi, la spada è la forza del bandito, l'umiltà è la forza dei saggi, le lacrime sono la forza del bambino, l'amore di un uomo e una donna è la forza del mondo”
Proverbio cinese

Dopo il temporale della notte non è rimasto nulla.
Osservo la fila per i saldi del negozio d'abbigliamento. Non provo nemmeno il fastidio di un tempo.
C'è un saggio di balletto in via Luca Giordano, mi fermo con la sigaretta in bocca e il mio giubbino giovanile, non ho una figlia lì in mezzo, non ho un'amante che sorvegli sua figlia e di cui possa percepire la presenza.
Chiudo gli occhi. Ottavini, clarinetti, fagotti, chitarre scordate.
Vestiti femminili abbandonati su un divano. Che non riconosco. E non mi appartengono. Vestiti che hanno accettato le mie mani, e troppe altre.
Solo un numero del caso, solo un'equazione di passaggio. Sotto le unghie e nella comoda iconografia della morte, sotto la mia lingua, alle estremità della mia pancia tesa, nel tronco del mio cazzo ottuso, e una serie da collezione di ventagli e cappelli senza utilità e senza sogni.
Le gambe ad implorare la febbre. Le credulonerie scadute, linciate come fiabe fasulle, e io sempre più uomo a esercitare professione di non memoria.
La dispensabilità delle persone è quel che mi interessa quando gli occhi non chiedono risvegli.
Non ho mai voluto lasciare il mio odore a quelli che sarebbero arrivati dopo.
Non ho mai voluto immaginare la mia bava di sogni nel collo profumato di un bastardo qualsiasi.
La vita si è assestata addosso come un motore fantasioso di ferite.
Non sono state dette le parole giuste, le sorprese non mi sono piaciute, la fine è sempre diventata volgare, infantile, quando doveva essere una grande festa di grandi cose mancate.
Le perdite di tempo e di identità sono fuori dal mio sguardo.
Definitivamente.
Come il personaggio sghembo di un noir interrotto, mi porto a spasso le ferite come cani da esposizione. Con le loro dannate e inutili piume, con i loro collari senza terminazione, con i loro disgustosi sbreghi d'affetto.
Quando mi penserai, sarò già finito.
Quando raccontavo fiabe ero tra i bambini, ora sono tra i professionisti. E non ci rispettiamo se non per finta. Ci auguriamo buona prigionia, ci fottiamo le nostre mogli e ce le scambiamo come fossero destino e film, abbiamo la potenza delle armi bianche, poca e cruda, stracciarsi la pelle, scuoiarsi la memoria per sperare ancora in un nuovo ricordo.
Incasso la dichiarazione di un uomo. Mi lascia interdetto.
Ma non gli rispondo circa la mia eterosessualità, non gli spiego senza ipocrisie e senza giri di parole che non riesco ad immaginarmi il suo sesso viscido o il mio in lui, gli dico semplicemente che non si corteggia il comandante di una nave scomparsa.
Lui non capisce. Ma gli dico, anche se tu fossi una donna.
Anche se tu avessi una splendida parrucca, anche se tu ti truccassi come piace a me, sporca e santa, anche se mi prendessi in bocca il sesso fino alla radice, con gemiti e dedizione. Non mi compreresti. Non compreresti questa irrequietezza senza foce e senza estuario.
Anche se ti venissi dentro, anche se tu mi lusingassi, è roba di fantasmi.
Perché non mi accontento più.
Perché non mi accontento più, idiota.

La luce livida della sera.
Sopravvalutarsi. Sopravvalutare la propria integrità.
In questa sera sono una puttana fulminata sciolta in pastetta di eterno, raffigurata per comodo in ricordi traballanti, senza bocca, senza sesso, senza destino. Solo una puttana sensibile.
Clacson. Gente che muore. Gente che ama. Gente che festeggia.
Buio in modalità impazzite. Una sera per puttane a modo.
Vuoi i miei occhi?
Vuoi il mio sguardo?
Vuoi il mio cuore a foglia di martirio?
Vuoi il mio cazzo/addio?
Vuoi un arrivederci coperto dal freddo?
Mi offro così, tra la gente, mi offro con i miei stracci e so che andrò via prima di consumare. Perché è lontano il tempo dell'osservazione.
Sono una meravigliosa puttana disciolta in ali sagomate.
Baci per tutti, mi verrebbe da dire, sono così calmo e finito per ricominciare, sono un lutto libero, sono una lotta libera, sono un'arma bianca conficcata nel calendario, sono una fascinosa troia da compagnia.
Lo scrittore non esiste senza questo fango da sogno; lo scrittore non esiste se non fa ridere i suoi aborti innamorati, lo scrittore non si diverte se non muore, lo scrittore non muore se evita di rileggersi.

L'uomo insiste.
Cosa vuoi. Cosa vuoi, amico mio.
Un cazzo in fondo al tuo culo. E poi? E poi cosa catturi? Cosa resta?
Vuoi mugolare e fallire insieme a uno sconosciuto riottoso?
Vorresti che ti schizzassi in bocca, affermare il nostro nulla, tutta l'inutilità di certi incroci, vorresti.
E io non voglio.
Anche se tu mi piacessi, ripeto.
Dov'eri quando vagavo per la città senza comprare pane, acqua, amici?
Dov'eri nella mia insonnia?
Dov'eri, maledetto respiratore stanco, quando decidevo di restare al mondo?
Dov'eri, marionetta dai denti lavati e il cuore stagnato, quando ero in piedi di fronte a una brutta storia? Ingestibile, vecchia, di bugie e di nobile miseria?
Dov'eri quando pregavo, io che non ho mai creduto in niente?
Dov'eri quando amavo rifiuti e sedie vuote, dov'eri quando cercavo un ramo tanto lungo da permettermi di osservare il mare in equilibrio di fine?
Gli amici non li utilizzo. Non sono rigoroso nel servirmi della gente. Quando è notte e le ferite urlano, sono come un elefante che chiede di morire lontano.
Non mi servono amici. Gli amici non servono. Gli amici sono.
E se tornerai, sorrideranno. E se morirai, capiranno. Punto.
Scompari dalla mia vista, muori in un sorriso di disponibilità, vi piacciono proprio tanto queste storie sulla simpatia e sul destino. Io ho cattiva volontà.
Muori, ma non di me.

Piombo e buone idee. Panchine fredde e coperte calde. Giorni strani. Butto tutto. Tutto quel che posso. Butto souvenir e inverni malati. Butto tranci di me stesso in un camino pieno di fuliggine e incubi incrostati. Butto lo storico delle amicizie e degli amori, giorni fa ho gettato via il bigliettino di un ristorante.
Era legato ad una promessa che non potevo mantenere.
Ho scaracchiato fiele ad angolo strada, ho acceso una sigaretta e imparato a camminare su una sola gamba, una gamba di cenere e buona volontà.
E non istruisco i Peter Pan.
Non sono “l'amico di esperienza”. Quello che ha scelto il poco per avere tutto e non viceversa. Ad ognuno le sue dannazioni. Allegre o meno.
È sera, sì. Le streghe si aprono a ventaglio, c'è anche dell'ammirazione, arriva la puttana triste, quello che gioca con le parole, la vita e la morte.
Arriva quello che non si rilegge. Perché altrimenti si censura. E non può.
Arriva quello che da bambino voleva volare e apriva la finestra per cercare il vento; ha ancora i capelli ed è un tipo un po' strano, ma si fa rispettare.
Arriva il motivatore delle sue tenebre, fatelo passare, offritegli da bere, è una buona compagnia perché non vuole conquistare nessuno. Non più.
Regalo nodi a minuti dimenticati, regalo dubbi a momenti muti, regalo parole alla malattia che ho lasciato sotto il vetro più scuro.

Ma stasera c'è anche una festa a casa del Pagliese, con le sue personcine per bene a solleticargli l'ego. Il Pagliese e le sue smanie di conquista. Le donne, le donne, le donne. Com'è prevedibile il Pagliese. Non si fa mai male, perché spara nella moltitudine.
Io lo provoco sempre, il Pagliese. Ha quarantatrè anni ma è un bambino vittoriano e non è un orgasmo che vive. Solo un libro che si recita.
Come reagiresti, Pagliese, gli ho chiesto, se la tua femmina ti sputasse in faccia mentre ve la spassate? E lui, scandalo, lo scandalo del Pagliese.
Quando si ama, Pagliese, devi fare tutto. Ogni cosa e devi stare zitto.
Se ami, vai in fondo, Pagliese. Ama ogni cosa. Ogni attimo. Fottiti, Pagliese.
Fottiti, pur con le movenze della vita, ma fottiti.
La passione non è il menù di un ristorante di lusso, Pagliese. Fottiti.
La passione è un treno di carne, sangue, stelle, e tanta, tanta morte da sommergere ogni stupida analisi della vita.
Io amerò ogni cosa della mia passione. Anche le malattie, le feci, i tradimenti, le contraddizioni, le parentele, gli espropri di dominio interiore, persino la sciocca dinamica dell'abbandonarsi. Devo vedere tutto, perché poi la mia passione mi vedrà morire.
Finalmente, Pagliese. Finalmente mi vedrà morire, al tramonto, ad annunciare la notte ai microfoni degli esibizionisti, a ripetere un nome ai gestori della Nuova Libertà, di me non resterà niente, non i miei libri, non questo blog di pixel e incontinenza inutile.
Finalmente morirò, Pagliese. Sarà una grande festa di vita e passione come piace a me.
Magari, prima di questo, riuscirò ad insegnare a qualcuno che gli alfabeti di lacrime non sono una disdetta ma un arricchimento.
Ma questa è un'altra storia, Pagliese.
Per intanto fottiti, fottiti sul serio. Non avere paura, io sono già più giù e ti scrivo da finestre di lava.
Adieu.

Luca De Pasquale, 21 ottobre 2011

19/10/11

Teatri notturni per stelle fisse in movimento


In auto. Il deserto attorno.
La luna è per pochi. La partita è stata per molti. Va bene.
Sono una festa di nodi. Elettrici e senza terminazione.
La testa appoggiata al finestrino, i brividi di freddo, dopo aver rovistato nel mio passato, nel passato che appartiene solo a me. Come è giusto e sano che sia.
Quel passato che è solo mio, quella storia storpia e incantata in tratti diversi, quella storia che è solo mia.
Troppe sigarette, mal di gola. I miei scatti elettrici, la mia schiena che si inarca nel vuoto e geme a singhiozzo, un uomo al neon al banchetto di stelle isolate, accerchiate da sirene disarmate.
Finalmente disarmate, a carezzare il mio stomaco di ferite e con un contagiri impazzito per le sfumature del buio.
Sono stato brillante. Ho imbastito il teatro per una recita d'affetto che mi spettava. Mi spettava ed era memoria, fontana nascosta, idea di un codice. Un codice che non ho mai abbandonato.
La mia testa sul finestrino. Milioni di gesti, aperture, a cercare notorietà in un solo abbraccio.
E in una sola semplice dannazione.
L'uomo marxista. L'uomo al neon. L'uomo e le sue lotte, i suoi corpo a corpo con fantasmi concreti. L'uomo e la sua flotta coraggiosa. L'uomo che è stato capace di insegnarsi la fedeltà. Dopo uno sforzo che non ha mai avvertito. Un uomo capace di passione nell'oltre, nel dopo e nel mai impiuma i suoi difetti, i suoi enormi difetti, e si inarca nel nulla con un gran bel sorriso.
Amerò il giusto. Amerò il giusto e anche l'impossibile. Amerò l'enorme statua del non possibile e ogni minuscolo miracolo del tangibile.
Amerò e creperò. La ruota non smetterà di girare con tutte le fiamme sottostanti. Non è pensabile e non voglio.
Amerò e basta. In testa alla ciurma, nelle retrovie dell'esposizione obbligatoria, ma amerò.
Sarò una stella. Una stella fissa e mobile, il sogno di un uomo e la cospirazione di un condannato. Sarò una carezza strana e lontana sul tuo corpo che dorme, sarò un'occasione sgualcita da rispettare.
E vigilerò sicuro sui pianti di una distanza come sull'euforia calda di una presenza. Sarò l'amore che non consumerai, sarò l'amore a picco su ogni tuo riposo, sarò l'amore di un'altra ma ogni nome è un sogno quando il tempo è poco e la memoria non è ubriaca.
Testa sul finestrino. Tutta la pioggia che verrà, tutti i brividi della mia pancia, le mie dita consumate e distrutte, profonde, oscene, in te e in me, a rifiutare ossessioni urlate e a modellare la forma più alta di rispetto, la conservazione degli attimi.
Stamattina l'alba non mi piaceva. Troppo scura. Troppo niente a ronzare nelle orecchie di chi dormiva.
La mia inquieta lealtà.
Tutta la pioggia che verrà. Quel pavimento in movimento, lo scenario dei giorni, e noi due, noi quattro, noi sei, noi tutti.
Tutte le preghiere di chi ci avrà. Tutte le coperte utili a proteggerci dal freddo, chiedendo finalmente poco e ottenendo molto, qualcosa che non sia solo lunghezza di speranza.
Mi chiedono sempre lettere di amore. Sempre. Io sono una puttana a modo in queste situazioni: mi concedo. Se il committente mi convince, io concedo quel che posso. E scrivo. Cyrano. Quando le scrivo, commetto il torto comprensibile di pensare a me, a quel che è stato e che sarà, ma si dice che sia universale.
Poche volte pronunciate le parole “ti amo”, e quando è stato, è stato senza proteggermi. Perché il vero amore non è mai proteggersi.
Semmai, è proteggere. Ma sono distinzioni noiose.
Quando sono Cyrano di qualche goffo dichiaratore, posso scrivere “ti amo” con l'intensità di un uomo e l'astrazione di uno spettro.
E lo scrivo. Lo scrivo e non penso affatto a lui e al suo oggetto del desiderio. Lo scrivo, universale e personale, lo scrivo e compongo il mio disegno di sincerità sui trampoli, la mia filosofia inesistente, tutto impulso e nessun cartello stradale.
La testa sul finestrino ha creato una vertigine. Impossibile pettinarmi.
Impossibile ricompormi. Impossibile che il sangue sia acqua calda da rilassamento.
L'insonnia leggendaria. Solo al terzo bicchiere ad alta gradazione, quando voglio e quando posso. Altrimenti è insonnia frammentata e mi distingue dalla voglia di soddisfazione di chi non conosco.
Il fuoco c'è e non so se si veda o meno: il fuoco è la nascita e la continuazione, è la carta d'imbarco per velieri e relitti.
Vertigine da testa sul finestrino; la città è vuota. Stasera niente metodi di sonno, stanotte si scrive, stanotte non esiste muro e finestra, stanotte c'è lo spazio aperto di una scenografia mancante, stanotte è teatro abbandonato e la nostra marionetta è più bella che mai, è un abbraccio incastrato nel vento e appartiene solo a noi.
0+1=2.
Dove lo zero sono io, tondo e rotolante, dove lo zero è una stella fissa e morta tante volte, dove lo zero devo essere io per chiudere il mio cerchio di lealtà e fedeltà, dove lo zero è la ruota che si lascia amare da un sostegno senza protestare.
Armi bianche per me e per te. Ho pugnali ovunque. Ho lame conservate per ogni dolcezza da pagare. Ho cicatrici prova e cicatrici vere. Sono un pupazzo intinto nell'ombra e in ciò che sei senza di me, a volte la mia forza è stata non esserci e non poter sperare nell'appello a cancelli chiusi, con il mio nome pronunciato più forte degli altri.
Sono l'uomo che scrive sotto le stelle o sotto le insegne dell'alba.
Sono il viaggiatore d'inverno senza pace e senza coordinate approvate, sono così fortemente distante da poter amare per sempre.
Respiro il profumo delle ferite non esposte, cerco di ricomporre la vertigine, cerco di imprimere il fuoco nel coraggio meraviglioso dell'aria che respiriamo, con i relativi prima e dopo, con i mai e i per sempre, incastrati in eterno nella spietata bellezza dello sfiorarci, fermati al cancello delle stelle da qualche sirena disarmata.
“Siete bellissimi insieme, allontanatevi prima che vi vedano”.

Luca De Pasquale, 18/19 ottobre