30/09/11

Olio, burro o saliva?


È un sentimento simile all'amore. Più uno è respinto e più aumenta in lui il pensiero della persona amata. Anche se la incontra raramente è disposto a dare la vita per essa.


L'amore nascosto è il modello dell'amore.
L'amore più profondo è quello di chi, anche senza manifestare esternamente il suo sentimento, è disposto a morire per la persona amata. Anche quando si accorge di essere stato ingannato, si rallegra intimamente e il suo amore aumenta ancora di più”
Hagakure, 61

Disinvoltamente. Okay, okay.
La bella seratina di complicità dovrebbe finire con una bella sorpresa. Con una sodomia bella corposa, vero? Olio, burro o saliva? Come, dove e per quanto?
Cerchiamo di sentirci sempre nel giusto, signori miei, quando ci inculiamo; sia in senso figurato che fisico e reale.
Diamoci pace, si dice e si professa. Godiamoci la vita, orsù. Sporchiamoci e ripuliamoci in tempo per sentirci al centro dell'universo. Viviamoci tutto, non perdiamoci niente. Non sia mai, perdersi qualcosa è sinonimo di vigliaccheria. Così è sancito dal nuovo statuto del benessere: tutto pur di non andare in difficoltà, è bello essere spensierati, è bello stare tra amici, è bello ciucciarsi i sessi e portare avanti un po' di sentimento, è bello avere l'appoggio degli altri, è bello e utile e ci porta al benessere.
Il benessere, il benessere, il benessere. Il refrain irrinunciabile.
Bello stare alle feste con quel bicchiere in mano e quell'aria ebete, e sorridere alla persona che vuoi demolire, bello ballare e stordirsi e intanto calcolare le convenienze, bello fingere di aver bisogno di lasciarsi andare solo per non ammettere che ti va di andare a sborrare un po' in giro.
Mi piacerebbe parlare un po' con quella lì, sembra interessante, ma è interessante il mio interesse: fottermela e poi vedere come va a finire. Con disinvoltura, senza essere pesanti.
La pesantezza, mamma mia che fastidio.
In realtà un uomo dovrebbe decidersi ad andare in giro e spruzzare come i gatti più eccitati ed incontinenti; spruzzare volti, cosce, muri, letti, lenzuola, il bene che non serve, l'utile che dura poco, la fede che non basta un cazzo.
Uomini stupidi e mai stanchi dell'entusiasmo, uomini che hanno bisogno di guardare dall'alto una donna qualsiasi che mangi il loro noioso cazzo, quel potere della visione, quell'illusione del tempo fermo in un tributo passeggero.
Uomini che vogliono uno specchio per guardare la scena, perché in fondo se la fanno sotto di pensare “sta succedendo a me”, perché sono uomini inadeguati, deboli, sciocchi ed abitudinari.
Uomini che non hanno elasticità e che quando si legano per davvero non se la sentono di sussurrare le oscenità che tanto servivano a farla venire forte e con spasmi; uomini che prima dicevano “mi piacerebbe vederti inculata da un altro mentre sono davanti”, adesso fanno le vocine e parlano di coccole, parlano di detersivi, di uscite, di tenerezze, di genitori e di cerimonie.
Uomini che hanno un protervo e deludente sentore dell'osceno, uomini che hanno paura.
E basta.
È il bello che deve uscire fuori. Il giusto. Il divertente. Il consolante. L'aggregante.
Io rispondo: olio, burro o saliva?

È semplicemente stancante, siamo dei curricula deambulanti quando ci incontriamo.
Io con quella, tu con quello, io una volta ho fatto, non so se sai che per un certo periodo io, tu non sai chi, io ti dirò per forza quanto ho amato Mister G, tu accennami anche a Lady Z, confrontiamoci, confrontiamoci con tranquillità, senza andare nel pesante, ti scongiuro.
Io devo, devo, sono obbligata a dirti che ho amato follemente un sassofonista piemontese di ventisei anni più grande, e tu devi rassegnarti, lui entrerà nei tuoi incubi più comuni. E io, io maschio, io allora reagirò, sai, sono sempre stato innamorato di una mia cugina. Se la vedo ancora? Non proprio, ma ci gioco a Farmville su facebook, perché vorrei ribadire che la leggerezza è una cosa fantastica, fantastica.

È finito il tempo di incontrare anche i pentiti dell'ultima o della prima ora. Gente che non valeva un cazzo prima, da nerd, e men che meno ora, da piazzata; sono questi pidocchi, queste sanguisughe da dolcificante, che ti vuotano i loro fusti di buonsenso, utilizzando a mitraglietta parole di totale insensatezza: equilibrio, amore ricambiato, bellezza, progetto, maturità, svolta, sorpresa.
Hanno avuto solo una fortuna apparente, in realtà; incapaci di vivere a spruzzo, di fottersi in una ricerca reale e seria, sono finiti tra le lenzuola pulite, a fare piani, a trovare complici della non solitudine.
Si sentono baciati in fronte dal fato, e prendono a cuore la tua irrequietezza, naturalmente per finta, organizzando un ripasso di panacee da andare cercando.
“Non so se avrai la fortuna di incontrare una donna come la mia... beh, in bocca al lupo!”
E chi la vuole la tua donna, slabbrata pettola di mammà?
Cosa credi, che la monogamia e le carezze ufficiali tengano davvero alla larga il Baubau?
Quello te lo metterà in culo lo stesso, anzi peggio. Senza olio, burro o saliva.
E io sarò lì a limarmi le unghie, Professor Felicità.

Meglio schizzare seme ovunque, come degli ossessi, che interferire nelle promesse.
Nelle proprie e nelle altrui.
Bisognerebbe avere il pudore di non esporsi con programmi vezzosi, colorati, coadiuvati dalle circostanze, se si sa di barare dall'inizio.
Oppure si può scegliere il silenzio e la disciplina. In attesa delle stelle, fossero anche quelle che ti uccideranno, che ti maciulleranno, che faranno piangere tua madre e la tua corte di sostenitori.
Ma non bisogna permettersi di essere un inganno. L'inganno lo si può perdonare, mai portare in grembo.
E io in questo momento sono una truffa, sono un falso compratore, sono il braccio armato della mia coerenza, sono il confino, sono la corda, sono il regolatore delle stelle più distanti, e non reputo opportuno ingannare.
Sono una bocca unita, saldata ad un nodo, acqua marina, acqua benedetta, pioviggine di lacrime stinte, sono il dente marcio che deturpa il fascino cupo del castello laggiù.
La mia coerenza, sciocca, poco leggera e poco socievole, è la banale parola “no”.
Non voglio giocare. No.
Non voglio fare la conta delle notevoli sorprese. No.
E non impartisco lezioni di buio a persone duttili e sfilacciate che amano solo il buio tascabile, quello da tristezza casuale, quello con cui rompere i coglioni al prossimo, sto un po' giù, siatemi vicini, ve ne prego.
Il buio vero non è mai una preghiera da recitare in pubblico.
Nel buio vero ci sei tu, c'è il tuo sogno che è pietra fredda e non ti risponde, c'è la sensazione di un qualcosa di superiore che ti ignora e ti beffa. E non sono previsti diversivi. È quello. Punto.

La verità, anche la più scomoda e oscena, è un altare che non patisce i terremoti.
Ed è li che devi dimostrarti davvero sensibile, non sputarci sopra, non bestemmiarla, non maledirla, non spacciarla come una menzogna sotto mentite spoglie, non spacciarla per un momento di difficoltà.
Se volete il vero buio, ma ne dubito più che ragionevolmente, tenetevi alla larga dai cineforum all'aperto, dalle persone determinate ad essere un uno più addizione temporanea, dalle scuole di ballo per sdentati e speranzosi, dalle speranze santino, dal chiavasorteggio di sostegno, dal counseling stantio, dalle discoteche per svuotare il cuore dal vento sbagliato, dalle combriccole che sembrano avere in mano tempo, dignità e ricette opportune, tenetevi alla larga dalla squallida mania delle consolazioni più avvertibili.
Ascoltate le grida.
Ascoltate la gente. Tutta la gente.
Cercate di morire un po'. Cristo, provate a morire un po', senza volere che passi presto.
Ammettete, nel buio: “ho sbagliato, ho sbagliato, ho sbagliato”.
Io sono un errore e non cerco la direzione di un'altra prospettiva; mi ripeterò che sono un errore finché non sarò tanto bravo da non ripeterlo in una nuova scenografia.
E se siete superficiali e impauriti, ammettetelo, imbecilli. Nessuno vi condannerà realmente per una quisquilia del genere. Oggi parlano tutti di profondità, è una parola abusata e ormai incolore, profferita spesso da individui talmente poco profondi da non saper gestire una paperella in una vasca da bagno. Non tutti nascondiamo profondità degne di menzione; c'è anche altro.
Uno come me, ad esempio, non è per niente profondo. È solo astuto di distruzione, ma sotto non c'è niente, solo un tremore fittizio, la preghiera di ghiaccio che rimbalza nella camera. È la mancanza di qualcosa, non è profondità. Non sono abbastanza leggero per essere profondo.

Arriva un momento.
Arriva un momento che sei più morte che vita. Lo sai e non c'è alcun problema, non c'è da portarsi le mani al volto, compenetrarsi, esitare in uno sgomento patetico, convertire l'altruismo residuo, ben poco da quel che vedo, in comprensione.
Sei un pezzo di morte che compare alle tue finestre, sei una preghiera rimbalzata, sei la mano che deve dare il colpo di grazia, sei il dovere di una fase, sei il presente, sei il nero che non è nero nuvola, non è nero moda, è nero morte.
E non preghi in pubblico. Non pregherai mai in pubblico.
Disciplina.

Luca De Pasquale

29/09/11

All'ombra delle foglie


“Non ho imparato la Via per vincere gli altri, ma per vincere me stesso”
Yagyu Munemori

“Basta essere pronti a morire. In caso di sconfitta, si deve pensare subito alla rivincita. Per questo non c'è bisogno di sapienza o di tecnica. Un uomo coraggioso non pensa alla vittoria o alla sconfitta, ma va incontro furiosamente alla morte come un pazzo. In questo modo si risveglia dal sonno dell'illusione”
Hagakure

“C'è un proverbio che dice: 'Se vuoi conoscere il cuore di una persona devi ammalarti'. Chi viene a trovarti facilmente quando tutto va bene, ma se ne sta lontano quando ti ammali o ti trovi in difficoltà, è un ingrato. È proprio al tempo della sofferenza che è bene visitare una persona, portandole dei regali e ringraziandola”
Hagakure

“Dopo i quarant'anni non si va più fuori strada”
Confucio


Sepolto da tutto quello che ho scritto negli ultimi anni, la maggior parte del materiale mai sottoposta a nessuno, trovo anche una vezzosa cartellina gialla con quelli che si potrebbero definire “scritti fantasma”; lettere che non ho mai consegnato, confessioni che non hanno la mia firma in calce, divertissement con pseudonimi, ammissioni di gelosia rigidamente nascoste. Ritrovo anche fantasiose creazioni di alter ego: tale Mimmo Benarrosh, l'anarchico; Alberto Ginoulfig, il triste emulo di ambiances à la von Kleist; il qualche volta usato ed esotico Kampec De Girarroustig, ma anche un ineffabile Didier Zolfanello, quello che non ha avuto il coraggio di ammettere la sua fottuta e giusta gelosia.
Ripongo tutto nella cartellina, faccio pulizia in genere, cerco di distinguere le cose importanti da quelle sorpassate e ormai fuori luogo, e soprattutto mi faccio un esame di coscienza accompagnato da un the e qualche biscotto.
Le persone menzionate, quelle che mi hanno ispirato, quelle sottesamente presenti in ciò che scrivevo, mi accorgo che ne sono poche. E ricordo che sin da bambino ho avuto la sensazione definita di bruciare le persone. Come zolfanelli, proprio.
Odori, estasi, fiamme e morte.
Avvicinamenti, rivelazioni, crepitio e morte.
Curiosità, avvicendamenti, lotte, amore, morte.
Conoscenza, diffidenza, sorpresa, sgomento, tentativo, morte.
Adulazione, istinto, devozione, impresa, morte.
Sfiorarsi, prendersi, cambiare, organizzare, perdere il controllo, morire.
E l'esperienza mi ha insegnato che da morti non ci si saluta o quasi. Che la gentilezza post mortem è praticamente inutile. E che riprendere un discorso mai iniziato è un cercare la morte quando è già venuta. E che un nuovo inizio è una rivoluzione usando al meglio una vecchia pazzia.
Credo di essere uno degli uomini meno salutati del quartiere; intendo salutato da chi un tempo, pare, ti conoscesse. È sempre un po' comico scoprire che qualcuno ti ha defenestrato e ti palesa il suo rancore. Il declassamento, la ruggine simpatica, l'ostentazione di una soverchia indifferenza. Teoricamente, ci si può anche guardare negli occhi e non salutarsi affatto, non lo trovo disonorevole; non quanto fuggire, demandare alla distrazione lo scampato pericolo di una noia che noia non è: i morti sono morti.
Impilo la cartellina sulle altre, e faccio autocritica senza freni; anche io, sempre poco propenso ai compromessi, ostinato e sciocco un tempo nel cercare di convincere chi mi capitava a tiro che l'amicizia è rara, l'affetto ancor di più, e che divertirsi insieme non significa essere fratelli e tantomeno genera un bel numero due.
Continuo a pensare che il numero due debba essere una chiesa protetta fino alla morte, dove anche il gioco è incluso, ma non l'inganno. Mai.
Ma il tempo, e gli errori, mi hanno insegnato che la prima cosa è il rispetto, delle opinioni, delle abitudini, anche degli errori, purché siano ascrivibili all'umanità e non all'egoismo.
E non basta essere sinceri, la sincerità non è il miglior abito possibile, se l'attenzione manca; l'ideale sarebbe, e ideale rimarrà, una sincerità attenta.

La bella vita non ha molto appeal su di me. Forse perché manca di disciplina.
Ed anche perché le immagini stereotipate della bella vita sanno di pazzia adulterata, fasulla, sono urla e non è follia. Non c'è la pazzia della vera vita nella confusione.
E non c'è quella disciplina, quella devozione, che sono il mio motore di ricerca.

Ho sempre amato i samurai.
Anche e soprattutto per la devozione. Soprattutto nei sentimenti, mi sono sempre sentito vicino alle regole del samurai. Ed è ancora più tangibile scoprirlo oggi, adesso che sono un ronin e vago con le mie leggi senza un padrone, “la sua veste è foderata con pelle di cane all'interno e con pelle di tigre all'esterno”.
Dentro ardono, forse più di prima e più di sempre, passioni e impulsi violenti, ma fuori, fuori davvero non è più tempo di.

Con la disciplina sto imparando tantissimo.
E imparo molto dagli altri, sempre, anche se mi piace pormi con il senso critico in evidenza; in realtà c'è una strana umiltà nell'aria da un po' di tempo.
Mi ha colpito molto quello che mi ha detto un ragazzino ventenne qualche giorno fa: “Ti leggo sempre, solo che certe volte penso che non ci sia nulla da fare più dopo aver colto il tuo pessimismo e la tua rabbia”. Ho accettato quell'osservazione anche un po' critica con umiltà. E gli ho spiegato solo che ho accettato il senso di vita e morte, e che cerco di guardare con lucidità all'attimo. Sempre dall'Hagakure, mi sembra illuminante:
“Nella vita la cosa più importante è quella di vivere il momento presente con la massima attenzione. Tutta l'esistenza non è altro che un susseguirsi di un momento dopo l'altro”.
Il ragazzo aveva un problema d'amore. Certo non l'ho risolto, ma gli ho consigliato di tentare ogni strada, avendo ben a mente quello che desiderava. Giustifico anche un viaggio tenebroso, se si ha chiaro quel che si vuole.

Ultimamente, mi fermo spesso a parlare con persone anziane dei loro trascorsi amorosi. In genere, riscontro una quantità abnorme di rimpianti e azioni non compiute.
Peccati di orgoglio, di superficialità, peccati di silenzio ma anche di calcolo, “e alla fine ho sposato mia moglie solo perché aveva la casa di proprietà ed erano brutti tempi”.
Lo sono ancora adesso, se non di più, ho risposto fumando.
Ma ho anche sentito: “Ho sposato mio marito perché era una persona per bene; uscivo da una brutta storia con l'uomo che ho amato di più in tutta la mia vita”.
Ascolto, imparo, non formulo giudizi.

E provo tenerezza. Quando conosco qualcuno che si difende.
Perché mi colpisce sempre vedere come in tanti anticipino le difese, non credano più in niente, e che velino dietro al sarcasmo e a giudizi inaciditi le mancanze.
Non è negando che ci si riscatta.
Non è voltando la faccia da un'altra parte che il patimento scomparirà.
Il dolore ha bisogno di disciplina. Il dolore insensato, forse, di una vita che non corrisponda ai nostri desideri non è un'emicrania o una sbronza, è parte integrante della strada, o anche della Via, come avrebbe scritto Tsunetomo.
E non ci sono maestri, ma compagni, non ci sono misurazioni possibili, confronti agonistici in termini di solitudine, non ha senso sentirsi fermi un giro mentre l'altro sta vincendo il suo gioco dell'oca più gioioso.
Occorre disciplina anche nel dolore. Anche nello svanire.
Anche nel viaggiare a fari spenti ci vuole una certa destrezza, che non vorrei dimenticare prima di averla raggiunta.
Niente auguri, niente maledizioni. Viviamo.

Luca De Pasquale

Le ruspe rosa


La bellezza sfiorisce.
Chi al momento ne dispone, la usa in qualche maniera. Ci gioca, come è giusto che sia. Se la porta dietro come un portafortuna, un certificato di garanzia, un lasciapassare travestito di inconsapevolezza.
E chi non ce l'ha è maledettamente acido e incarognito. Non c'è nulla che mi deprima di più di una donna non avvenente che si accanisca, argomentando circa anima e accessori, su una delle esponenti della “bellezza”.
Se una donna anonima, sbiadita, disponesse dell'avvenenza, siamo certi che la userebbe in maniera, per così dire, più morale?
Le impossibilità sono di una tristezza immensa. E a poco serve lavorare di bisturi sul sarcasmo, sull'ironia e sulla freschezza delle opinioni.
Però siamo certi che la bellezza sfiorisce.
E, quando ci sentiamo rifiutati, non richiesti come vorremmo, questa è una puerile e mai troppo efficace forma di consolazione.
Una delle mie fortune è non essere mai rientrato nelle due categorie opposte, l'aspetto estetico non mi ha facilitato ma nemmeno impedito nulla. E poi, quando sei più di cervello e anima sembra ci passino sopra anche i peggiori elementi.
Non sei il bel ragazzone che avrei voluto, ma tutto sommato te la cavi”.
Oh, ma grazie. Grazie infinite.

Mi piantano una questione. Assolutamente trascurabile per me, ma veemente.
La donna che segretamente ce l'ha con me perché non ho mai accettato di caderle ai piedi mi dice che sono nichilista, arrogante. E me lo dice incontrandomi per strada, con una certa schiumetta infastidita agli angoli delle belle labbra.
Tutto in lei è corteggiamento (altrui), capriccio (altrui), dipendenza, sempre altrui. È abituata a disporre delle speranze di uomini pazienti, spianati, studiati e selezionati. Da ognuno assorbe una razione di sicurezze, quel piglio aggressivo di chi sa bene di potersi permettere di non aspettare mai, di poter esigere.
Ci sono uomini che la aspettano da anni. Ci sono uomini che hanno ingaggiato controfigure apposta per poterle dire “in fondo ho amato solo te, mi manchi”.
E lei, forse anche senza cattiveria, guarda il sole e ripensa anche con tenerezza a tutte queste lusinghe. Ma guai se venissero a mancarle.
Guai se qualcuno mettesse in discussione il suo potere silenzioso, il suo dispiegare i giorni a seconda delle migliori e più attraenti necessità.
Non l'ho mai corteggiata, non le ho mai concesso che un'attenzione quasi obbligata, quando me la trovavo davanti. Perché per me lei non possiede alcuna caratteristica che possa renderla importante, fondamentale, anche un'ossessione, volendo.
E questo, sostanzialmente, perché sono un uomo fottuto da anni, e alla ricerca di un altro fuoco, di altri lampi, un ragioniere del segno meno sovrastato da tonnellate di miracoli falliti.
Se mi baciasse, se mi dichiarasse amore, se mi leccasse, se mi coccolasse, certo che potrei morire anch'io. Perché in fondo un uomo non è mai una rinuncia vera, in genere si tratta di accurati bluff devoti, ripeto, al segno meno. E poi si crolla egualmente.
Ma di lei posso fare tranquillamente a meno. Delle sue isteriche mattane, del suo definire dei cretini o dei bambini tutti gli uomini che la deludono per motivi lampanti o oscuri, del suo chiedere continuamente “ma mi hai vista?”, “ma secondo te hanno capito che sono diversa dalle altre?”
Me la trovo davanti. Bella. Profumata. Folle di sé. Come sempre.
Ha un sorriso sardonico, quasi offensivo.
Lo scrittore”
Già”
Ogni tanto ti leggo”
Che grande concessione.
Si aspetta che le chieda cosa ne pensi. Resto invece muto. Allora riparte.
A volte penso che scrivi sempre le stesse cose”
Sicuro”
Ah, lo sai. Ma non ti andrebbe di scrivere, che so, un altro tipo di storie? Fantascienza, arte, viaggi, esperienze? Io penso che non a tutti interessa quello che scrivi, perché alla fine ci sono sempre i fatti tuoi in mezzo”
Mi sembra più che giusto. Infatti si può benissimo evitare di leggermi”
Nichilista. Ammetterai mai che ti piacerebbe avere riscontri?”
Io i riscontri li ho, ma certo non cambiano il corso delle cose”
Arrogante. Guarda che nella vita gli altri sono importanti. Gli amici sono importanti. Il contatto umano è fondamentale”
Morelli+Crepet+Slepoj+Meluzzi+una gran fica, ed ecco che adesso la mia vita prenderà un'altra piega.
D'accordo”, dico svogliatamente. Non ho energie per lei. Non ne ho mai avute.
Ma poi toglimi una curiosità, c'è una donna in particolare dietro quel che scrivi? Voglio dire, sei innamorato di qualcuna? Provi rimpianti, hai qualche scheletro nell'armadio? Se me lo vuoi dire, chiaro”
La guardo intensamente. Chissà un suo bacio a quale tipo di follia porta, non lo saprò mai, alcuni miracoli falliscono prim'ancora di palesarsi nella fantasia.
Perché vuoi saperlo?”, prendo tempo.
Perché secondo me nel tuo passato, recente o remoto, c'è un grande dolore ed io sono curiosa”
Non c'è mai un solo dolore. Non c'è mai uno schema o una scala di valori del dolore”
Continui a non rispondere”
Accendo la Camel, guardo la sera che avanza, boulevard of broken dreams.
Ti rispondo che il lutto peggiore, il nero più acceso è rappresentato da quel che non è stato e da quel che non è. E che ogni inizio, anche il più difficile, è così diverso che solo per questo bisognerebbe essere più rispettosi delle fortune che si vivono”
Ci pensa un attimo, si morde le belle, ritagliate labbra. La guardo negli occhi.
Non significa niente quello che hai detto, sei un po' confuso, e comunque sei contorto, guarda come te lo dico”
Sorrido. L'arroganza della sua bellezza, certo, sono un sole, posso dirti quel che mi pare.
Ma non indietreggio di un passo, nero e piantato nel fango, nero e agguerrito, nero e stanco come un equivoco che dura da troppo tempo.
Pazienza”, dico.
Ma smettila. Voglio il nome. Come si chiama? Chi è?”
La passione non ha mai un nome”
Mi guarda con un lampo di disprezzo e insofferenza, poi dice “sei banale a volte”
Quasi sempre”, ammetto subito.
Non fare il finto modesto, ora, che non me la fai”
Non le va bene niente. Però è qui, con le sue ruspe rosa, a demolire le mie cattedrali senza luci e senza più fedeli. Non capisco quale soddisfazione possa mai trarne.
Le dico che devo andare, che mi ha fatto piacere incontrarla, e che insomma ciao.
Salutandola, sento il suo odore, penetrante, sessuale, succursale di un Dio scomparso dalle mie vene, un odore che è dolore a strati, dolore ed indifferenza, dolore e dimenticanza. Ho un brivido, non di piacere ma di paura.
Se ne accorge. E guadagna potenza in un solo istante, una potenza innaturale che non le do il tempo di usare, io nerofumo, io che devo ritrovare tutte le fonti del vento che non avevo segnato sulla mappa.
Mi dice un'ultima cosa, vedo baluginare la sua lingua rosa e immagino calda, nei suoi occhi leggo l'insormontabile sicurezza di una corsa a perdifiato verso il bello e il giusto.
E ammettilo che ti innamori pure tu”, ride, “non fare il superuomo, scrittore. Hai tanto da guadagnarci a essere umano pure tu”
Non rispondo, alzo la mano sinistra, scompaio.
Come è vero che la bellezza non comprende i coni d'ombra, penso; dire a me che non ammetto le debolezze, le passioni, le ossessioni, è essenzialmente provocare con un sorriso sicuro che di certo non mi è concesso. Di base, e senza emozione.
E penso anche, nulla ferisce di più certe donne che il sapere di non essere loro quelle che ti hanno reso tumulto e cecità, anche se poi non interessate, per niente interessate, alle tue noiose cattedrali gotiche.

Rientro in casa.
Guardo l'orologio. L'orario non mi dice niente che mi emozioni. C'è sabbia negli ingranaggi, c'è polvere sui mobili, la mia musica non diventerà compilation.
Mi guardo allo specchio.
Non ho la benché minima traccia di una sofferenza. Sembro uno smilzo un po' nervoso e veloce, quei personaggi che non riescono a stare fermi. E basta.
Le vite delle persone si incrociano sotto il segno dell'infinito e finiscono per diventare lame, ferri arrugginiti, carta che taglia e ti tiene sveglio nei bilanci.
L'indifferenza è un fantasma a sonagli che biascica in giornate appassite, che appare lugubre e sciocco in traiettorie occasionali, e che con la sua bava sporca quei momenti che tu credevi colata di sole su scene usuali, rendendoli tabelle fallimentari, bocciature in rosso scolorito, amnesie definitive che invocheranno per sempre testimoni dimagriti di svogliate malinconie.
Ho voglia di una sigaretta.

Luca De Pasquale

27/09/11

Il mio odore


Oggi sentivo il suo sguardo addosso.
Io, bambola di vetro, io trasparente con vene e maremoto.
Che razza di uomo è questo?” era la sua domanda neutra.
Perché si ferma? Per sofferenza, per civiltà, per risparmiarsi?”
Sentivo il suo sguardo addosso. E non contava niente.
Pensateci, prima di scriverlo nei manuali.
Piacere a volte non conta proprio niente.
Perché puoi accorgertene, certo, ma il maremoto è la tua regola e ogni attimo è un naufragio, e dunque accentui le bracciate verso il centro, il gorgo.
Che uomo è questo, con quest'aria cupa, con le sue battute senza sorriso, con la sua ironia un po' stanca?”
Quest'uomo è un incrocio tra luci e buio. Come tutti.
Quest'uomo è stanco di informare.
Sono così, mi piace questo mi piace quello, ho fatto, ho incontrato, ho amato, ho pensato, ho sorpreso, ho perso, la mia musica è, il mio cuore è.
Una bottiglia brandita sconnessamente da un ubriaco renderebbe l'idea?
La mia anima è nelle dita sudate di un ubriaco vestito da colloquio importante.
Insegnatemi tutto e poi sparite.
Lasciatemi entrare nelle vostre stanze e spegnete la luce quando uscite; troverò il modo di evadere senza incidenti. Sono uno specialista.
Un uomo che ha visto morire un altro uomo non sarà mai l'uomo che era.
E non fingerò indifferenza per sembrare più geniale.
E non fingerò insensibilità da outlet, la casualità dei flussi.
Telefonatemi quando saprete in anticipo che la pioggia sarà forte e fitta.
Telefonatemi per le vostre compilation d'amore, il buon consiglio sgorgherà quasi involontario.
Telefonatemi per sapere chi è Rabelais, ma non stupitevi se cadrò dalla bici o non saprò costruire un aquilone e resterò a contemplare il mare con la sabbia bagnata nel costume.
Telefonatemi per un po' d'eroismo straccivendolo da libro, saprò come rendermi interessante finché non ci sarà bisogno dell'illuminazione artificiale.
L'androide con il cuore blu e le tubature in carta musicale.
Il samurai scemo con i capelli della sua donna alla gola, per ricordare gli impegni presi e non deluderli mai.
Come un collare di maree.
Come una collana di lune mozzate dalle troppe parole. Queste sciocche parole.
Sentivo il suo sguardo di me. Non mi apparteneva.
Questo non è il mio lavoro.
Questa non è la mia faccia.
Questa non è la storia che sto scrivendo.
E se ogni avvicinarsi è una clessidra gestita dal buonsenso, la risposta è no, questo non è l'amore.

I giovani pugili che frequentano la palestra vicino casa mia: aria bellicosa, storie di provincia, scarpe firmate, sicumera fragile, tradizione e rimpianto anticipato.
La commessa che tutte le mattine fa la Settimana Enigmistica sulla panchina più pulita, e spera che un uomo la avvicini.
Il vecchio con il cane che ogni mattina alle 6e20 esce e che incrocio con un cenno lugubre, lui accovacciato su una morte non immaginata, io sul dorso del demone, l'uomo in penombra, con il portachiavi che tintinna piano e la sigaretta in bocca per dare importanza ai pensieri più scomodi.
La ragazza che vuole sentirsi donna, il suo modo di toccarsi i capelli e di ridere un po' svogliatamente, per essere accettata. Tutte le mattine, sul presto.
Io che mi appoggio ai lampioni e trovo la frase giusta per il mio vagare, io che scelgo scatoloni e poi non sigillo, non tumulo, non organizzo.
L'amico che ha scelto la passione e non la giustezza, lo sento così poco.
La guardia giurata con i capelli rossi e il Corriere dello Sport.
Qualcuno ricorda il mio odore? Io non so qual è il mio odore. Non lo so.
Le vite che si definiscono, tutt'intorno, e chiudono la cornice. Io che passo sulle navi immaginarie, io che mi dispero perché non conosco l'alfabeto nautico e del desiderio tenuto a bada ventimila leghe sotto i mari.
Io che non so salutare se non per incidere il tuffo sulla schiena dell'altro.
Il fidanzato della vamp di fronte che arriva ogni giorno con una vecchia Porsche, e lei che ne sopporta l'arroganza per un po' di movimento vero, andare, tornare, mescolare esperienze, sopportare il suo fiato greve, le sue ancate troppo sicure e sostanzialmente vuote, il pianoforte suonato dai miei fantasmi ogni volta che la strada si svuota.
Ho regalato uno dei miei orologi colorati ad un padre premuroso; mi aveva solo detto che al figlio sarebbe piaciuto il mio orologio giallo canarino.
Il ragazzino che è un ottimo portiere, e che vedo giocare quando torno dal lavoro nel campetto adiacente il mio portone. Biondo, zazzera simpatica, lentiggini e tanto di nascosto nel tempo, per lui e chi gli starà vicino.
Ogni tanto mi fermo a guardarlo con attenzione. Anche io ero portiere, perché mi piaceva l'idea di compiere miracoli; dev'essere stata sempre una fissazione.
Mi infastidisce l'odore di vernice nelle case nuove; perché non si tratta di una mia costruzione, di una mia fortezza.
Il cielo azzurro a volte è il mio caos; e allora ho bisogno di canzoni per fermarmi e conservare la risalita in ampolle di pazienza.
Ho bisogno di un collare, capelli alla gola, un cenno di ricordo, uno solo; come un sorvegliato speciale che non chiede altro: di fermare il caos azzurro, il gioco del cielo di vetro verso cui direzionare la piccola fionda ribelle.
Collare di capelli, un solo invisibile tatuaggio, tra stomaco e sogni, spazio bianco, spazio che non riempirò mai con la scrittura.
Ho regalato un romanzo a un venditore ambulante, perché non voleva comprarlo usato; è rimasto interdetto, gli ho detto che poteva lasciarlo su una panchina. Magari quel libro ha il mio odore, io lo spero, io non ci credo.
Perché io non so qual è il mio odore. E non posso sapere se qualcuno lo ricorda, o ne fa vaga e involontaria menzione quando il cielo scompare stanco.
A volte mi fermo a guardare le donne.
Senza desiderio. Senza un briciolo di libidine. Con ammirazione.
E mi soffermo sulle mani, sullo smalto, sui bracciali, sugli anelli, sulla capacità di sopportazione dei loro occhi; perché una donna vede sempre troppo e sempre troppo in lungo. E anticipa i disastri, pur correndoci incontro. Una donna chiede movimenti d'eternità che noi uomini spesso siamo incapaci di generare anche solo per buona volontà; perché siamo vigliacchi e bambini, siamo in competizione con la nostra crescita, la sabotiamo, ci vestiamo di momenti senza pensare ai successivi. Le donne vedono il mondo oltre il tangibile dei desideri, le donne ci vedono e ci scelgono, a volte, perdonandoci in anticipo.
Io sono un uomo innamorato del tempo che mi resta, anche se è poco, anche se costerà caro, ed è questo il mio abisso palpabile, al di là delle tonalità cupe di questo momento.
Il mio abisso è il desiderio di incidere sulla schiena della mia Regina il passaggio dal possibile all'eterno, dal difficile al sognato, ed è anche per questo che non amo i giochi, i cicli annunciati, i passaggi di testimone, la contabilità delle arterie. Mi domando se la musica possa misurare i respiri e trovare l'armonia, con pazienza e cieli mai scelti alla rinfusa.
Chiacchiere.
Ora sono allo sportello bancomat, la sigaretta a metà spenta, un altro orologio colorato e una bambina, la figlia di quella all'altro sportello, che mi tira la gamba destra.
Federica, smettila! Il signore ha da fare”
Mi giro dolcemente: “Il signore non ha da fare”. Sorrido. Il mio primo sorriso, non so da quanto tempo.
Hai visto mamma?? Il signore ha detto che non ha da fare!”, e ora mi tira anche l'altra gamba.
Mi guardo nel riflesso dello schermo, devo appoggiarmi alla tastiera, perché è arrivata una delle fitte che conosco bene, ho riconosciuto i miei occhi e questo non va affatto bene.
Prelevo quanto mi serve e scompaio. Prima dico ciao alla bambina, la mamma apre un mezzo sorriso. Fuori, il cielo si è annuvolato. Parecchio.
Il Grande Burattinaio mi sta grigliando il cuore da due minuti, e già il cielo promette pioggia.
Non ricordo più i nomi dei bambini con i quali giocavo da piccolo.
Chiederei una sola cosa: “Ti prego, ricordi il mio odore?”
Era acre? Dolce? Di legna? Di mare? Di stanza chiusa? Di sogni? Di fritto?
Se mi sorprendessero, se mi dicessero, sì, e sai, odoravi di pace.
Sarebbe un bengala acceso in un giorno qualunque.

Luca De Pasquale, 27 settembre 2011

26/09/11

Il fiore perfetto


Il fiore perfetto è una cosa rara. Se si trascorresse la vita a cercarne uno, non sarebbe una vita sprecata”

Ho assistito alle prove di un'orchestra. Sono rimasto in silenzio.
Ho rubato qualche emozione.
Stamattina il lungomare. Onde inesorabili come le distanze.
Onde e vento contro statue di buona volontà.
Ogni onda è una storia che si infrange contro l'ostinazione al silenzio.
Ogni onda parla più di me, meglio di me, e mi regala profumi, profili, nuove scosse.
Ogni onda è un fiore di acqua e musica sulle mie mattine. Sulle mie mattine diverse da tutte le altre.
Come un esiliato al confino, riscopro la forza degli elementi, il rumore dei miei passi, i profumi delicati o volgari del resto, la vita che mi ruggisce attorno.
Dobbiamo proteggere i bambini dal capire troppo in fretta; non dobbiamo guastare il tempo migliore con la nostra stupida amarezza.
L'anziana vedova dietro la finestra. L'ho vista.
La ragazza innamorata, sotto la pioggia, con il cellulare muto in mano, la telefonata non arriverà e tu non dovrai diventare brutta per questo.
Il giovane padre che parcheggia in seconda fila e fuma senza passione, accompagna il figlio a scuola e attraversa con attenzione.
E io, con le mani bagnate, senza ombrello, la solita faccia, i capelli spettinati e gli uragani a portata di pensiero, contenuti a fatica dai doveri e dal tempo.
Far ridere un bambino, non pretendere che la propria vita sia una lezione anche per lui.
Senza piani, senza morsi sul cuore e sugli occhi, caldi e abbandonati al cospetto del mare, è tutto così violento e inutile quando le grandi culle ti richiamano.
Tazze, bicchieri, telefonate, saponi, posate, t-shirt, pigiami, cuscini, sonniferi, compagnie, tutto è attutito, tutto è stornato, non c'è altro che una grandezza che ti custodisce, e che finalmente ti lasci piangere la tua maledetta normalità da scontare.
Il mio fiore perfetto è custodito da una violenta tempesta.
Il mio fiore perfetto è tutto il sonno sparito per tornare con un'orchestra.
Non si può lottare contro la capacità di amare.
Non è possibile ingaggiare un corpo a corpo con le privazioni della logica.
Non si rinuncia mai davvero alle grandi imprese. Non è possibile, per certi uomini. A costo di perdere tutto, a costo di essere definiti scomparsi, dispersi, dissolti.
Le grandi imprese non sono democratiche e non coinvolgono tutti.
Qualcuno resta fuori. Qualcuno si organizzerà diversamente.
Vorrei che i bambini comprendessero che i pianti degli adulti a volte non sono una resa, e nemmeno uno scudo d'energia compressa, io direi a mio figlio che sono stalattiti delle stelle, e che portano fortuna.
Il mare mi chiama sempre più spesso. Affido il mio cuore alle onde e aspetto, senza impazienza, senza manie, senza pretese, senza rivendicazioni.
Accetto l'ordinanza di confino.
Accetto che all'alba non ci sia nessuno a lavorare per i miei sogni.
Accetto le parole dolci che non ricaccia più nella gola dell'insonnia, accetto persino la mia contraddittoria dolcezza, una condanna in più, una minuscola culla per speranze girino.
Il mare è in tempesta, il vento sferza il mio volto assonnato, la musica in cuffia, non potevano che essere gli Overhead. Se fossi un cantante, se potessi cantare quel che provo, la mia voce sarebbe identica a quella di Nicolas Leroux.
Sono in ritardo con la felicità. Sempre in ritardo. Non importa.
Sono stato in largo anticipo sulla perdizione, ho familiarizzato con lei al punto da renderla sorella, complice, base di stelle, rampa di arcobaleni.
Non sono stato un bambino felice, nonostante gli sforzi di tutti, e questa è anche la mia corazza di uomo, oggi, una forza paradossale, un abito invernale e fuori moda, gli attimi abbracciati sempre al nulla da perdere.
Non sono stato affatto un bambino felice e questo mi ha squarciato d'umanità, anche oggi, anche negli addii, anche nel non esserci, anche nel non capire.
È per me un dovere morale e desiderato non rendere infelice chi mi ama e anche chi non mi ama, chi vuole restare e chi è di passaggio.
Il mio codice è allargare la vista al mare, proteggere, proteggere senza troppa scena, livellare sonni e veglie, diffondere la musica, il viaggio più importante, l'abbraccio più duraturo. Il resto è solo una farsa poco interessante.
Non so se riuscirò ad allargare le mie braccia fino a quel punto, avere la migliore apertura alare di un Uomo qualunque.
Non so se riuscirò a sprigionare tutto il calore, non sono una macchina, e può darsi anche che io fallisca.
In quel caso, con umiltà e senza scene stanche, tornerò al cospetto del mare, pioggia o non pioggia, e dirò quel che devo, quel che dovrei comunque.
Scusa”.
E quella sarà la mia voce.
Si è fatto tardi, i fogli del bloc notes sono bagnati, la mia grafia è comprensibile solo a me stesso. Ecco, dovrò lavorare anche su questo.

Luca De Pasquale, 26 settembre