30/08/11

Canzoni d'amore per accampamenti di lune


C'è la fila per l'esibizione di J Ax o come diavolo si chiama.
Il rapper degli adolescenti, parole come lame, ribellione in salsa nordico/qualunquista, metto il disco in ascolto e scappo dalla folla di ragazzini che si accalca.
Bambine di dodici-tredici anni con la sigaretta in bocca, pari età maschili con quei dannati cappellini del cazzo, spesso alla rovescia.
Non mi piace il rap, non mi piace l'hip hop, men che meno quello italiano. Preferisco quello francese, ma è un dettaglio insignificante.
Sono un individuo complesso in mezzo a degli adolescenti scalmanati; e come al solito non c'è scampo.
La mia camicia da appuntamento mancato mi marchia a fuoco, un individuo complesso che continua a rimandare l'appuntamento con il barbiere. Ho una ferita al piede destro, sono claudicante e la scena è un po' difficile da descrivere, un tizio che fa il suo lavoro zoppicando leggermente, evitando mille sguardi incuriositi.
“Devo fare un regalo a mio padre, avete Carosello Napoletano in dvd?”
La ragazza ha un fiore tra i capelli, lo trovo un dettaglio grazioso. Sta molto bene. Ma non la vedo, non le leggo nell'anima come faccio di solito, me la lascio sfuggire.
“Le lascio il mio numero?”, fa lei.
“No, non c'è bisogno, sarà contattata dalla sede”.
Professionale e conclusivo.

La ragazza venezuelana invece va in cerca di una pizzeria, in una Napoli ancora non risvegliata, tutti siamo al momento un po' aperti un po' chiusi per ferie.
“Tu ne conosci qualcuna, tu proprio?”, mi chiede maccheronicamente.
Avevo infiniti varchi per accorciare le distanze. Sorrido guardando lontano, estraggo il bloc notes di servizio dalla tasca del gilet, le segno due indirizzi.
“Ecco”, siglo inutilmente.
“Oh... sei stato tanto gentile”
A mai più chica, non mi andava di farti scoprire un'anima da lone ranger.
Il garbo rimane, il volo si frammenta, sono come un cantautore country che aspetta la sera per strimpellare alla finestra.

Rimango per più di un'ora con un profumatissimo gel per capelli in testa.
Mi seggo sul bidet, vestito, accendo una sigaretta e inizio a fischiare.
Quasi solo nel palazzo, solo in questo bagno che è uno specchio, commesso viaggiatore di un futuro che cuoce sul gas senza nessuno che lo giri.
Potrebbe quindi restare attaccato al fondo, è una variante divertente.

“Abbracciami, ti prego, non perdiamoci mai, ti prego, Luca”
“Oh, amore mio”
Ricordo questo scambio di paure e forza in una canadese, in campeggio, tantissimi anni fa. Ci mettemmo a piangere per la paura concreta che il destino ci avrebbe separati.
Ed io mi ripetevo, a che serve il jazz? A che serve la musica, e la poesia, se siamo tutti destinati a perderci, disconoscerci, rivalutarci in assenza, riviverci ogni volta con scenografie differenti?
Ero ingenuo e anche, relativamente, patetico.
E pensavo anche, ogni volta che si fa l'amore per davvero si dice a Dio, noi ci siamo, noi ci amiamo, ti prego non dividerci.
Preghiere confuse, pretenziose, velleitarie, che giungevano alle nostre stesse orecchie come un orribile peccato di irrealtà.

Da bambino, ogni volta che mio padre mi portava l'automobilina in regalo, io prima ridevo e poi stavo malissimo.
Perché guardavo il sorriso di mio padre e pensavo, “lui un giorno morirà, cosa resterà di questo momento?”
Sempre stata un'ossessione guardata nel fondo degli occhi, perdersi, perdersi, perdersi.
Siamo abili, bravi e sperimentati nello smarrire persone, oggetti, abitudini, idee, mare e vento, anima e vestiti veri, siamo bravi perché abbiamo dovuto impararlo con calma, ad ogni nuova stanza, ad ogni nuova casa, ad ogni nuovo bacio.
Non tremiamo più, di fronte al nuovo che debella il vecchio, all'abbaglio che prende a sabbia negli occhi la storia vera delle lacrime che ci hanno insegnato a non versare.
Ognuno si ricicla come può e come meglio gli riesce.
Io sono diventato, a pochi mesi dalle quattro candeline grandi che diranno, “questo tizio ne ha passate alcune”, un ibrido tra un menestrello desolato ed un imbecille passionale più di un tradimento, di un'infatuazione puerile.
Di certo ho imparato che la sofferenza più stupida andrebbe risparmiata. Per questo, anche nelle piccole cose, quando è no resta semplicemente no, non è fattibile, mi spiace non posso ordinarglielo, mi spiace non ho la macchina per raggiungerti a Sperlonga, mi spiace non sono innamorato di te. Non voglio diventare una scatola cinese, dove più piccola è la dimensione più aumenta la speranza della grande sorpresa all'ultimo momento.
L'umanità, per quanto a volte zuccherosa e insensata, è un bacio di gabbiani nella caduta, è la tua foto meglio riuscita.

Il cowboy con le parole cucite sulla schiena stasera cucina fischiettando, anche se ricorda bene quante lettere d'amore ha gettato via, nella rabbia dei veri cambiamenti.
Di alcune persone non ho conservato nulla, e forse ora non ripeterei quell'epurazione selvaggia di ricordi scomodi.
Fischietto allegramente, stasera, perché sono perfettamente consapevole che non sono e non sarò mai un uomo spensierato, localizzabile, accogliente in ogni stanza.
La mia indole riflessiva e per così dire “artistica” mi porta ad aggirarmi nei sottoboschi, dietro il palco, nei camerini, a ridosso degli altari, al cospetto dei chiodi d'inquietudine che reputo essere i nostri veri tatuaggi.
Con me niente decappottabile, niente gita mozzafiato, niente modalità di sopravvivenza in sentimenti facili ma volutamente complicabili. Continuo a credere che la vera pazzia sia l'emozione, quella che sia, la vera sfida di una vita è conservare la visuale a precipizio e in elevazione al contempo.
Potrei tuffarmi in un lago per amore, o, per lo stesso amore, sorbirmi una serata canora alla televisione, non lesinando una banale carezza, pulito, lavato e non in canottiera a ispezionarmi il naso.
Sono semplice nelle mie complessità, per questo stasera fischietto.
Un banale cowboy senza fucile, armato di parole che sguinzaglio senza starci troppo a pensare, piacerò, interesserò, chissà cosa penseranno.
La mia grande ambizione è e rimarrà non dipendere mai dall'apprezzamento altrui.
Ogni buon lone ranger ha il suo sentiero.
Nel mio sentiero ci sta tanto regalare un fiore ad un cigno, tanto sparare in faccia ad un nemico, così come non è affatto esclusa una bella festa al tramonto sulla spiaggia.
Cerchiamo solo di non perderci sempre e comunque, e di non identificare in un lifting esistenziale il paradosso del progredire.
Il tempo è poco. Il tempo è poco.
Affacciamoci al finestrino del treno, guardiamo per davvero nelle case, trasferiamoci nelle poltrone vuote di stanze anonime e cerchiamo di non dare i numeri per la paura di restarci secchi.

Le serate da cowboy solitario hanno sempre qualche macchia.
Telefono. Un conoscente. Mi chiede se è vero che nel quartiere ha aperto una casa d'appuntamenti con studentesse laziali e badanti dell'est, e se è anche vero che le tariffe sono “impiegatizie”.
Non mi scandalizzo affatto. Permane la coscienza del cazzo come imbonitore di noie varie.
Solo che gli dico, non lo so dove puoi trovare quaranta minuti di pace a buon prezzo.
Lui mi dice, non farti strane idee sono sposato, e chi se ne frega penso io, “ma un uomo apprezza sempre le buone cose”.
Una definizione decisamente di livello altissimo.
“Dev'essere emozionante provare delle persone che nella vita normale sono normali”, è la sua perla. Certo, un fatto è incontrare la badante Przewzka al supermercato, altro fatto è osservarla da angolazione POV prona sul tuo sesso. Una differenza sostanziale, piccolo uomo bianco.
Chi lo nega?, gli dico. Un rapporto sessuale a Pinetamare, un giochino particolare in un parcheggio, una scopata davanti al mare, è tutta roba potenzialmente eccitante, sì.
La lingua in bocca dopo i primi appuntamenti timidi è una delle cose più telluriche che ci sia, lo so e lo sappiamo. Anche spogliare per la prima volta un corpo, entrarci, farci prendere. I primi sospiri, scoprire il modo di provare piacere di qualcuno che abbiamo visto solo in parvenze “civili”, sì, è tutta roba che va a fomentare liquidi, suggestioni e eternità in barattolo.
Piace a tutti e tutti ne abbiamo bisogno. La pancia che fermenta foga e ribellione alla vita smorta. Piace a tutti perché siamo di un'imperfezione totale e va bene.
“Ma tu mi accompagneresti, Luca?”
“No”
“Ah... motivi così, diciamo tuoi?”
“Non direi”
“Non ti va una bella roba che rigenera le scorie?”
L'Accademia della Crusca nella mia cornetta, prego. Evento notevole.
“Le scorie non vanno rigenerate”
Evito, rifiutandomi definitivamente, di spiegargli che gli occhi di qualcuno nel buio, all'avvento irrazionale e condannato delle prime carezze, sono un lampo d'anima, un falso contatto, il più giusto e pulito immaginabile.
Evito di dirgli, lui così apprensivo di fronte ad un piccolo orgasmo touchscreen, che nella mia contea hanno vietato di anteporre le smanie alle verità.
Riattacco, fischietto, mi perdo e guardo un documentario carezzando il gatto.

Luca De Pasquale

Ispirazioni, ringraziamenti e quant'altro: Mark Eitzel, John Ford, Sam Peckinpah, Dorigo, Laide, Schiller, Robert Doisneau, le terre che non accolgono.

28/08/11

I giorni della merla


Nello stereo gira una compilation che feci a novembre dell'anno scorso: si intitola “I giorni della merla”. 
Dentro ci avevo messo alla rinfusa Yes, Electric Blues Duo, Level 42, La Crus, Etron Fou Leloublan, Aksak Maboul e i Kinks. Molto eterogenea.
In quei giorni avevo la febbre e anche paura. Una fottuta paura.
Ricordo che cercavo di non rispondere agli impulsi, cercavo di portare il passato in avanti per convincermi di essere inscalfibile.
La finestra è chiusa nonostante il caldo, devo concentrarmi sulla scrittura.
Il mio romanzo è lì; la trama l'ho cambiata due volte, il finale resta un dubbio enorme di carne e futuro.
Ho corretto a penna i fogli, ho cancellato nomi e situazioni, le ho riscritte, le ho rielaborate, a volte mi è mancato il respiro. A volte ho guardato il cielo notturno e ho pensato che il rumore della città mi aveva definitivamente sconfitto. Altre volte ho guardato il vetro sporco della mia finestra e ho pensato, ho cercato emozioni tutta la vita e adesso sono un mezzobusto con parti del corpo e dell'anima disseminate ovunque.
Stanotte ho finito di scrivere alle tre e cinque minuti. Avevo fumato dieci sigarette in quattro ore di lavoro. Ho scritto in camicia e pantaloni leggeri, per decenza e concordia verso i pensieri. Scuola mio padre, essere dignitosi anche lontani dagli sguardi.

Qualche giorno fa è venuto un cliente, un cinquantasettenne ancora affascinante, un tipo cordiale e vitale, barba e capelli bianchi, ancora ben strutturato. Ci siamo messi a parlare d'amore e di storie, anche perché io non vendo solo musica, la musica è sempre collegata a qualcos'altro. Non sono un piazzista, sono uno che cerca di metterci passione, anche se non serve a molto.
Mi ha raccontato che quando aveva quaranta anni e poco più si era innamorato di una ragazza di venti. E si erano messi insieme. La classica storia da sogno, due anni e mezzo di viaggi, inseguimenti, palpiti, sesso forte e dolce, promesse, regali, tramonti, abbracci, nebbie, gelosie, anniversari, chiarimenti, programmi e coincidenze.
Poi lei lo ha lasciato per un altro. Così, all'improvviso, anche se erano chiari, a suo dire, alcuni preoccupanti segnali di disinteresse. Che lui non aveva voluto leggere. Naturalmente. L'amore rende analfabeti e disattenti ai presagi, ma non è un meccanismo contestabile.
Quell'uomo mi ha raccontato la sua storia, io ho interloquito poco, anche se stavolta ho seguito con interesse e comprensione. Poi ho fatto una gaffe involontaria: “Riconosco subito le persone che soffrono ancora per qualcuno”. E l'ho detto con leggerezza.
Lui ha sgranato gli occhi verdi, belli, e sottovoce: “Non l'ho mai dimenticata. Adesso sono sposato da dieci anni”.
Mi sono sentito mortificato. Non ho aggiunto altro, mi sono momentaneamente allontanato, sono andato a rispondere al telefono.
“See, reparto dischi”
“Ciao, sentite, posso chiederle un'informazione? Io sono un cliente”
“Innanzitutto buongiorno, e che lei sia un cliente mi sembra pacifico”
“Come? Non ho capito?”
Porca puttana, dannata testa di cazzo.
“Chieda pure, su”
“Ah! Ecco, è uscito Finizio? Cioè, per caso è uscito Finizio?”
“No, Finizio uscirà a settembre. Una lunga quarantena”
“Come? Scusate, ma io non l'ho capita”
“Arrivederla, richiami a settembre”
Ebefrenici a piuma d'oca, microcefali. Morirò appresso a voi, e non vorrò messe.
Esco dalla postazione come un fuso, torno dal cliente, lo trovo che guarda nel vuoto, in direzione delle ristampe, ma non le vede. Sta pensando a lei. Intendo Lei, non sua moglie.
Ha le mani nei fianchi, scuote la testa. E io mi sento in colpa.
Quest'uomo mi è diventato simpatico all'improvviso, per via di quel codice comunicativo, quell'esperanto di crepe e ferite che è il ricordo di una supposta felicità.
Alla fine gli vendo una copia di “2112" dei Rush, sublime.

Viene una ragazza carina in negozio, occhi verdi e sorriso un po' timido.
Sto ascoltando proprio i Rush, perso nel basso granitico di Geddy Lee.
L'uomo-basso è sempre pensieroso. Sempre, in assenza di voli.
Mi dice, la ragazza, che forse mi conosce, che io sono quello del blog, quello che scrive quei racconti-confessione, quelle pagine di diario un po' criptate, mi dice che le trova poetiche. Bontà sua; non c'è nulla di poetico nelle crepe di un uomo, se dentro vi si annidano batteri di tempo insonne.
“Non sono io quel tizio del blog, mi dispiace”
Rimane interdetta. “Sicuro?”
“Non scrivo, non ho mai scritto, mi piacciono i film americani e le storie avventurose”
Non insiste, un po' disinnescata.
Intanto il disco dei Rush organizza feste in maschera nel mio ventre, smaschera gli attori, Bruto, Cassio, Dio, me stesso, la mia doglia gentile, la nostalgia e il furore che impiego nel portarmi a termine con una sana disperazione, sana solo perché non destinata a una cerimonia sommessa.
Lei capisce che sono io quello del blog, anche se non sarò mai un blogger; sono solo un impastatore di scosse elettriche, e basta, basta per davvero.
“Bellissimo disco”, dice, prendendo l'edizione deluxe di "2112" dall'espositore.
“Individualisti supremi e grandissimi musicisti”, rantolo con le viscere belle spalmate come crema solare, confermandomi così il coglione del blog.
Non la rivedrò più, non la rivedrò mai più. Molto meglio per lei, meglio anche per me, perché la primavera ha esaurito la carta da parati, resterà quel che è, un passaggio, un devastante passaggio di vita in un giardino per gente che desidero non si faccia riconoscere.

Passo un'altra notte a scrivere. Guardo l'orologio che sono le 4e18.
Non si sente niente, il mio cuore è regolato da medicine mai prescritte. La penna nera non scrive più. Il mio corpo è quasi nudo, stavolta. Il vento della notte fa sbattere la zanzariera, entra nei capelli, sui piedi, sul letto vuoto. Non sono io quello del blog.
Non sono di compagnia quando creo. Non sono disposto ai divertimenti quando sono lucido e attento ai cambiamenti. I miei pensieri stanotte sono lava appena sedimentata, ci giocano i folletti dell'insoddisfazione, i giullari delle beffe, gli ossessionati di gelosia e tango muto, ci giocano quelli che nelle parole vogliono consolazione e identificazione.
Sono le 4e18 e tutto è fermo. Gli amanti si riposano. Si rinsaldano nuovi sogni, nelle città addormentate ma brulicanti di sensazioni appena sopite, si parla di sentimenti nelle pieghe di dubbi notturni, si spera nel grande incontro nei cuori che vogliono solo riscuotere.
Sono le 4e18 e certe volte la solitudine è una condizione di verità non ingentilita, è quel che ti rimane, è quel che sei, lontano dalle esagerazioni dei timori, di perdere la giovinezza, di perdere gli amori e le persone, di perdere persino i ricordi.
Sono le 4e18 e la mia essenza è al mio tavolo da lavoro, il mio sguardo è blu, le mie mani lunghe e stanche, la sigaretta bruciata nell'unico angolo pulito del portacenere.
Non sono quello del blog, non mi si riconosce dalle parole, non mi si riconosce che nei sogni, dove è bene rimanere senza aspettare la fine della festa.

Il barista mi fissa, viene a comprare musica indiana. Avrà cinquant'anni.
“Oggi niente cornetto?”
“No”
“Ha visto il Napoli che squadrone quest'anno?”
“No, è forte?”
Ma si vede che la mia domanda di cordialità non ha forza. Non mi risponde più, accenna solo ad un vago sì con la testa. Il nostro dialogo muore intorno al mio caffè.

Le persone al tramonto hanno una forza spaventosa.
Gli uomini di mezza età, le donne che iniziano a sfiorire e a pentirsi di qualcosa, gli usurati travet abbarbicati a passioni a tempo, i divorziati che organizzano viaggi solitari e un po' spirituali.
Risulto ancora esteticamente troppo giovane per rubar loro il proscenio di questa malinconia consapevole, sono ancora troppo idiota per rinunciare a sogni da film anni cinquanta, questo mi differenzia ancora da loro.
Sono diffidenti e fanno bene ad esserlo. Non mi accolgono nel loro club fuori mano.
Chissà se mi crederebbero se dicessi loro che ho nelle tasche tanti di quei tramonti da poter creare un villaggio vacanze per transiti smarriti, passioni destituite, impulsi che non hanno mai conosciuto la parola “morte”.
Chissà se mi crederebbero, se sfoggiassi solo per loro le parole che non voglio più sentire d'ora in poi.

Luca De Pasquale, 28 agosto 2011

27/08/11

Soul Drink


Non intendo dormire abbracciato a rami secchi.
Questa mattina mi sono svegliato pulito, depurato. Talmente sporco da sembrare giustamente bianco.
Non faccio la doccia, perché il mio odore oggi è buono. Immergo i piedi nell'acqua gelida, accendo una sigaretta, guardo fuori. C'è ancora quel sole dannato.
Un disco con un grande basso, infilo la camicia, continuo a buttare roba inutile.
Oggi non scriverò d'amore. Perché d'amore in giro non ne ho visto. Ho visto solo degli omini impegnati nei loro sudati e frustranti rientri alla base.
Ho visto la banconista dell'elettroforno con il suo camice corto e mi è venuto duro, ho avuto solo voglia di metterglielo dentro e farla godere. Niente amore.
Senza farglielo togliere, naturalmente.
Il negozio aveva la saracinesca abbassata per metà, sono rimasto lì fuori con la mia fantasia oscena e il membro eretto, come uno stupido qualsiasi.
Oggi non ho amore da smerciare, neanche in ciò che scrivo. Oggi è la musica a dominarmi, portando a braccetto il sesso. Non c'è più niente, niente che possa illanguidire, niente che possa rendere presentabile quel che a volte manca.
Le cure estetiche per piacere a qualcuno, è solo aridità spacciata per entusiasmo.
Oggi a qualcuno piacerebbe leggere d'amore; ma non c'è. Oggi è stato il mio primo risveglio senza provare niente. Mi hanno svuotato durante la notte, mi hanno piazzato una mano in fronte e finalmente ho vomitato.
Non c'è niente, men che meno un funerale.

Alla fermata dell'autobus c'è una ragazza bionda con una gonna corta. Ha la faccia piuttosto pulita, da dirimpettaia delusa, e il solito tatuaggio altezza spalla. Le gambe sono cotte dal sole. Ha una bocca discreta, la immagino godere e poi sorriderti; una scena quasi pulita. Fumo e la guardo. Chissà di chi è il suo cuore. Non che la cosa mi interessi particolarmente.
Penso che non la vedrò mai più. Penso che andrò a scrivere ai laghi, in perfetta solitudine, con un disco dei Prefab Sprout.
Ho un po' di voglia di portarla a casa e offrirle un'orzata. Davvero. Qualcosa di semplice, e poi dirle: “Sai che sto per andare via? Sto organizzando un cambiamento di vita, non ti chiedo di venire ma ti dico buona fortuna, perché non ci vedremo mai più”.
La ragazza mi sorride. Strano. Ah, già. Ho messo una bella camicia, comunque sono profumato e stavolta non ho sbagliato scarpe e pantaloni.

Sto evitando sistematicamente quelli che fantasticano troppo. Mi danno fastidio, mi irritano dopo pochi minuti di dialogo.
“Chissà di chi mi innamorerò...”. Dipende da quante cornici hai nell'armadio, no?
“Io sono pronta ad amare, ora mi sento pronta”. Bene. Salvavita Beghelli. Auguri.
“Sto con una persona che.. che non mi da sicurezze.. eppure sento di non poter rinunciare a lui.. non saprei come spiegarlo..” Ebbene, non farlo affatto. Benvenuta nel club delle canzoni stupide nelle quali identificarsi.
Non siamo in un film di Lelouch o in un serial statunitense; qui è vita vera, qui ci puliamo il culo anche con le preghiere, qui siamo indulgenti con le nostre menzogne se a fin del nostro bene, qui conserviamo saponi intimi negli armadi per la paura delle cattive sorprese portate da altri.
Tutto è giustificato dalla nostra felicità, non è vero? Non so quando ce lo hanno insegnato, ma ci tremano sempre le chiappe quando non siamo al centro dei progetti del mondo. E allora dobbiamo darci da fare. E allora giù con gli oroscopi intelligenti, con le scopate speranzose, con le persone spazzacamino che ci aiutino a dissolverne altre, con la depilazione dal male, giù con gli amici che apprezziamo solo quando devoti e stupidi, giù con le ormai disidratate sorgenti di verità.
Siamo autentici, siamo validi, siamo unici, siamo un dono per gli altri.
Ma ne siamo tanto sicuri? Siamo così arroganti da pensarci al riparo dalle banalità e dalle tipologie più squallide che sosteniamo di evitare?
Va detto che pensare molto è una lavanda gastrica, e in certi soggetti andrebbe evitata per scongiurare conseguenze comiche.

La mia caratura è molto bassa, quest'oggi.
Ma so per certo che non abbraccerei nessuno, e non bacerei nessuna. Non sono una dimostrazione semovente. Tempo al tempo, diceva qualcuno.

Mi piacerebbe invece occuparmi di chi ha perso qualcuno all'improvviso, suicidi, malattie, incidenti. Concretizzare le assenze è fondamentale per andare avanti davvero. Non puoi sperare, con fantasmi appollaiati sulla schiena. Non puoi mentire ai vivi se non hai realizzato la consistenza dei morti.

Mi piacerebbe anche stare al buio, sveglio, fino all'alba, e fare aritmetica su un respiro che non conosco. Un respiro nuovo. Non persone che dormono. Non persone che già conosco. Le persone invecchiano, io per primo, e diventano sempre meno interessanti. Vorrei un respiro che non cedesse al sonno e non mi concedesse il banale contentino della sola vicinanza fisica.
Ho dimostrato tante volte di essere capace del non sonno, e non della sola insonnia; le notti in fondo sono così poche prima di morire.

“Vomita bambino mio, vomita per bene”, mi diceva la mano lunga e femminile, stanotte. I conati erano veri e propri spasmi, ma avevo in grembo una dolorosa felicità.
Ho vomitato treni, lettere, colloqui, delusioni previste ed impreviste, canzoni che mi rifiuterò di ascoltare, compagni di scuola, pezzi di carne, santini di appartenenza, anelli, figli scongiurati, spiagge, le ridicole copertine dei miei libri, ho vomitato “sei uno scrittore promettente”, “sei un vero Uomo”, le mancanze, le pizze, i drink insapori, il sorriso del mio pediatra, le vicemadri che non ho mai voluto, il sesso che schizza e non incide a carne, le note sbagliate sul basso, le donne degli altri e le loro nevrotiche curiosità senza costrutto, le mie donne stanche di impegni che non avevo richiesto, il pane azzimo, l'azzimato vicino, la cartolibreria delle preghiere, “lui mi capisce”, “Luca, tu sei un uomo splendido e questo lo sanno tutti”, i pigiami che non mi vanno più, le notti di gelosia, l'urlo della pazienza sottomessa, il paragone con mondi inesistenti, le case in fitto dove ho lasciato aborti d'amore.
Ho vomitato tutto, stasera riso in bianco e piccole secche nelle quali dormire prima di inventare zattere nuove.

Un essere umano non è mai le sue parole: un essere umano è una vita, è un destino che si deforma negli sforzi di palesarsi in tempo.
Io sono una Macchia Nera, una Nuvola di Stelle, un biscotto di merda, un cane che piscia sui portoni dell'amore rassicurante, un passeggero distratto che lascia in eredità qualche lettera e una bottiglia di sciroppo, il vero cocktail dell'estate: sapone intimo, fiele, miele, acqua profumata, inchiostro in piena, nicotina e una gran bella pentatonica a precipizio.
E poi si vede. Non si legge.

Luca De Pasquale, 27 agosto 2011

24/08/11

Veleno e voglie


Per i miei vicini sono l'uomo che cammina di sera, camicia fresca e scarpe da ginnastica. Per i miei vicini sono l'uomo delle canzoni malinconiche.
Giorni e giorni di Scott Walker e "On the beach" di Neil Young.
Per me stesso sono il caos.
Un caos che si fa scrupolo di esserlo troppo, anche a danno degli altri.
Esercito senza comandanti, ho perso per strada il quesito su ciò che è giusto o sbagliato.
Tutto ciò che è semplice, rassicurante e di facciata mi annoia mortalmente.
Ora più che mai.
La sera è sempre una complicazione.

Tutto è lontano, tutto è improbabile, mentre straccio carte e cose che ho scritto sotto effetto di me stesso.
Con quale diritto, mi chiedo mentre distruggo, irrompere con il mio non ruolo nella vita di qualcuno?
La notte è una meravigliosa creazione e io sono a spasso da tante notti, in fondo so bene che di me non si saprà mai niente, niente più, che i bollettini informativi sono finiti, che le rassicurazioni sorridenti le boicotterò con metodo.
Io sono l'inquieto. Stanziale o meno, questo non è importante.
Non lo è per me ed è ciò che conta.
Io sono l'inquieto e l'inquietudine richiede una sua stralunata coerenza.

Un latte di mandorla, grazie.
Grazie e vaffanculo, grazie mille.
Ci sono miei pezzi nei sorrisi di persone che niente, ecco sono persone. E si portano dei miei pezzi dietro. Anche senza saperlo. Meglio così per tutti.
Il latte di mandorla in fondo era un'orzata, vaffanculo al bar con gli ombrellini.
Le vere sabbiature sono geometrie dell'inferno. Ti tolgono strati di pelle, ma voi al bar lo sapevate?

'cause you're evil, canta Morrissey.
E io lì, con la bocca aperta, senza malattia, senza sospiri, senza trastulli e senza sorprese da mostrare al pubblico di giostrai.

La pizza d'estate mi fa semplicemente schifo. La pizza d'estate è un'offesa allo stomaco e all'intelligenza.

Facciamo una scommessa: se riuscirai a trattenermi io diventerò gentile.
Ci stai? Non c'è niente di peggio di un uomo che è sempre fuggito e che tutto d'un tratto si improvvisa podista assennato. Tu fai quadrare i conti, io spolvero le armi, non dovremo parlarne in giro, nessuno saprà che facciamo cose diverse quando fingiamo di capirci.
Mi regalano una torta. Non la mangio, la regalo al portiere. I dolci che non desidero mi nauseano subito. I dolci imponenti esigono responsabilità che non intendo vincolare alla mia memoria.

Dopo l'amore c'è la morte. Lo penso mentre infilo le monete nella macchinetta aziendale; se n'è fatta tanta letteratura e cinematografia, ma dopo l'amore c'è la morte e la si vive cambiando armadi, spacciatori e confessori.
Dopo di te c'è sempre qualcun altro, che ti supera, ti cancella gli orli e le connotazioni più evidenti. Ti fa diventare una figurina che sorrideva in un giorno di sole imparziale.
Quando qualcuno cancella i tuoi orli, tu senti una fitta nei piedi, perché cadi sul tempo, scivoli, indossando mille gavette di ghiaccio. E la nuova passione si troverà di fronte un bel pasticcio di pulsioni non spiegabili.
Non provare a spiegare, indossa una bella giacca e sorridi al futuro anteriore, regala invece il cono d'ombra al trapassato eterno. Grazie dell'attenzione.

La donna sfiorita e delusa cerca di catturare la mia distrazione tremolante, sono tra il vissuto, il vivibile e l'assurdo.
È abbronzata, molto, è un po' cascante, ha ancora qualche cartuccia da sparare sull'abisso; la sua pelle odora di smania, di giusto passato, di goduria trattenuta e sospesa. Le sue mani sarebbero piene di buona volontà, così come la sua bocca truccata. Mi percepisco complicato e fregato, mentre le rispondo con distacco.
Stai cercando musica per lo yoga? Faresti davvero sesso con tanta disperazione? Perché un'agonia del genere, maledizione? Perché dovresti annunciare alla tua vita che è rimasto poco da fare e niente da sperare?
Potrei amarti anche solo per questo. Potrei farti da candelabro, farmi usare per farti morire, nobilitarmi nel tuo declino inesorabile.
Hai fallito con l'amore e la pazienza. Hai fallito come donna che voleva farsi amare. La tua sconfitta mi fa un male atroce, vecchia pezzente di troppe stelle, la tua vecchiaia è un'istigazione al suicidio, mi impiccherei davanti a te, te lo giuro su tutto l'amore che ho sperperato.
Io non voglio te. Cerco la congiunzione con la più sfacciata intimità dei miei desideri, sono peggiore di te, sono un illuso a corda e lampi, sono una macchina di tormento senza volante, sono la dimostrazione che gli eroi romantici non servono a un cazzo, neanche più nei film.
Se me ne venissi in te, filamenti e malattia, ripetizione di ciò che non ho e che non avrò, io ti sporcherei di tutta la mia invecchiata moralità sentimentale.
Lasciami fare il commesso, io e il mio sorriso di dentifricio e niente. Lasciami perdere, perso nelle stelle come Kurt Weill, al tiro a segno del futuro con tutto l'amore fuori uso da usare come solvente nelle rare passeggiate di chiarezza.
Oppure dimostrami, vecchia puttana della speranza, quanto sia inutile accendere i fari al centro della notte. Non ti vedono, lo sai? Non ti è bastato, ancella invecchiata? Non farti dare lezioni di vermi da un poppante, cazzo.

Stasera ho desideri ingiusti. Stasera potrei fare male a qualcuno, ne ho il potere e so di disporne ancora per un po'.
Stasera potrei rovinare la serenità di qualcuno. Me lo perdonerei?
Non sono più l'uomo di questa primavera. Sono diventato una tempesta senza avvertenze e mi sembra ingiusto fottermene delle costruzioni altrui, degli altari di paglia degli sconosciuti.
Quel bambino che tenevo per mano, l'ho venduto per uno straccio che mi ricordasse odori e situazioni. Sono disgustosamente sfrenato verso il caos. Petali e lamette, affabilità e pugnali, progetto in piedi sulle dissolvenze.
Esito, telefono ad un amico idiota. Gli getteranno la fede nuziale nel feretro e un figlio senza qualità lo piangerà per davvero.
Mi sente strano, tergiverso, gigioneggio, mi dispero nella noia delle sue parole, ritorno forte quando non mi faccio capire. Chiudo la comunicazione.
Bacia sulla fronte il tuo amore prima di dormire, schiavo. Diventa protettivo, calmo, corroborante, presente e attivo: suicida il tempo della tua repressione infinita. Vorrei avere la tua superficialità, il tuo sorriso-chiasmo da festeggiamento dopo che hai srotolato il condom e hai avuto la tua conferma di vita sana.
Mangio, la pace mi evita.
Il dilemma etico diventa una sponda di dadi. Una sponda senza mare.
Il suono del basso mi taglia a pezzi, legno, elettricità, fede e martirio di un'epoca ancora tutta da vivere, quella delle mie passioni. La persecuzione del troppo sentire.
Vivo tutto, vivo nel troppo esibendo il poco, mangio le attese, i rimorsi, le premonizioni e caccio il mio padrone dal dominio del mio tempo.
Anarchia, caos, strafottenza, piccole impressioni dall'eterno, passi di charleston su rimpianti voraci, saliva di voglia, follia dell'unione incerta con tutti i desideri guardati veramente negli occhi.
I quadretti della bella estate dal robivecchi, la mia anima in cambio di un giocattolo che non sia veleno.

Luca De Pasquale, 24 agosto 2011

21/08/11

How insensitive


Mi sembrò anche che da lei trasparisse una sensualità a me sconosciuta, una sensualità di colori e di odori: si entusiasmava in modo strano (in modo strano per me, che possiedo una sensualità introspettiva, quasi di pura immaginazione) per la fragranza dell'eucalipto mescolata al profumo del mare. E invece di provocarmi allegria, mi intristiva e mi affliggeva, perché intuivo che quel suo comportamento mi era quasi totalmente estraneo e che, invece, doveva appartenere a qualcun altro.
La tristezza andò gradualmente aumentando, forse anche a causa del frangersi delle onde, che si faceva sempre più percettibile. Quando scendemmo e apparve ai miei occhi il cielo della costa, sentii che quella tristezza era ineluttabile; era la stessa di sempre di fronte alla bellezza, o almeno rispetto a un certo genere di bellezza”

Ernesto Sabato, “Il tunnel”

Scegliamo spesso le persone per come ci fanno o potrebbero farci sentire.
Scomodiamo parole forti, amore, passione, nella prospettiva di essere messi a nostro agio da qualcuno; che, naturalmente, ci occuperemo di ricambiare in qualche modo.
La triste constatazione è che la base siamo noi stessi, è da noi che partiamo e a noi stessi vogliamo ritornare, più soddisfatti, meglio valutati, più sereni, accompagnati bene da qualcun altro. Ma il centro siamo noi, anche dopo quello che chiamiamo amore.
Le persone banali chiamano questo procedimento “egoismo”; altri tirano in ballo la questione dell'aver troppo sofferto e necessitare dunque di un centro di gravità che faccia capo principalmente a noi e non all'altro.
Non emetto alcun giudizio di valore su questa materia. Sono il peggiore dei fallibili in materia d'amore, ne sono consapevole.
Si tratta di una semplice osservazione, molto amara e corrosa dal tempo e dalle missioni fallite.
Io continuo a pensare che le emozioni più vere non contano su quel che torna alla base, su come migliorarci attraverso un'altra persona, su come farci accompagnare per un tratto di strada. Il vero amore non è uno specchio, per quanto interessante e sovrapponibile possa essere.
L'altra persona, l'altra parte, non deve servirci, non deve veicolarci di nuovo verso noi stessi, anzi, dovrebbe allontanarci, lasciarci in balia di una diversità imprevedibile.
Il vero amore è l'altro, non me stesso.
Non posso pensarla altrimenti. Non potrei nemmeno concepirlo, l'amore, in condizioni di autoreferenzialità.
Ma il vero amore fa male. Fa molto male. Un male cane che lascia spossati.
Ogni volta ci si consola con la farsa “questo mi rafforzerà, la prossima volta non mi farò trovare impreparato” o anche “non è arrivata la persona del destino, non ancora, ho ancora da vivere la più bella attesa”.
Il vero amore, in assenza, vende i tuoi sogni agli straccioni e ti segmenta il respiro in rabbia e rimpianti.
Il vero amore, in assenza, ridicolizza il tuo percorso coerente e ti aiuta a guardare meglio negli occhi degli altri, ti allontana definitivamente da te stesso.
Il vero amore, in presenza, è una sfida di una violenza indecifrabile, è qualcosa che sovverte ogni ordine precostituito, ogni usanza, ogni abitudine, ogni filigrana di stile.
Il vero amore, in sogno, è l'unica potenza capace di allargare il torace per davvero, l'unico fenomeno senza norme capace di annullare la targa dell'orgoglio e dell'autenticità.
Tutto il resto, amaro ammetterlo, è un tenersi compagnia, uno sbarcare il giorno e spesso la notte, è un chiudere spazi bianchi con il piacere, la complicità temporanea, la passione delle suggestioni e delle similitudini.
In buona sostanza si tratta di una consolazione giustificata.
Arrovellarsi perché qualcuno non ci ricambia o ci apprezza è sciocco. Devastarsi per l'impazienza di qualcosa di completo è quanto meno puerile.
Sono frammenti di tempo, nel disegno globale non hanno più peso di un pianto.
Tutte le volte che il vero amore è arrivato dalle mie parti, io sono stato un uomo perforato, ghermito dal vento e dalle onde, tutte le volte che l'ho guardato negli occhi ho scritto meglio, ho scritto cose vere, ho dismesso il cupo personaggio da camera, sono stato un Uomo e come tale mi sono guadagnato la perdizione e il tormento più assoluto.
Perché il vero amore resta un incrociarsi di stelle a braccia aperte, pronte a scontrarsi, anche a farsi male se l'indifferenza non è l'unica soluzione della quiete.
Il vero amore non va in vetrina, mai, il vero amore non è una vacanza o un susseguirsi di rassicuranti divertimenti.
Non è un'affermazione di miglioria, non è una voce scaltra che reciti la propria fortuna, non è un corpo che gode sotto un buon cielo parziale, non è uno scambio di esperienze come tanto si vuol far credere.
Ognuno è libero di scegliere chi più si avvicina ad un eventuale disegno appropriato, ognuno può sperimentare, selezionare, tentare, illudersi o sperare.
Io a volte ho vergogna del mio curriculum di speranze, perché spesso ho riempito il tempo, ho colorato albi già stampati e destinati ad altri, ho selezionato le parole per dare forza a momenti già quasi esauriti.
Scrivo questa breve nota con una faccia seria ma non grave, la sigaretta ad angolo labbra, Scott Walker nello stereo e il silenzio della domenica a contare minuti uguali.
Spesso mi sento ridicolo, con questa sensibilità architettonica, aerodinamica, adulta e spremuta dalle voglie archiviate giocoforza.
Ho quasi quarant'anni, qualcuno apprezza quel che scrivo ma la cosa non è che mi tormenti. L'apprezzamento è uno specchio che ho coperto con un velo nero tanti anni fa, probabilmente un vestito di donna, chissà.
Che importa puntualizzare che sono romantico fino al midollo ma non sdolcinato?
La definizione resterebbe a me stesso, dunque, come da assunto iniziale, non servirebbe a nulla.
A febbraio compio quarant'anni e la malinconia mi tampina ovunque; si badi bene, la malinconia e non la tristezza. Ma è una definizione che resterebbe anch'essa nel mio vivere e dunque inutile. La storia si ripete e mi ripeto anche io.
Posso solo dire che il vero amore, in assenza, presenza e sogno, mi ha insegnato a soffrire senza palcoscenico, senza l'evidenza dei riscontri da approntare.
Tutte le volte che certe sensazioni e certi ricordi del passato/futuro vengono a trovarmi di notte, li lascio fare. Mi lascio perforare, sondare, sviscerare, ridicolizzare purché non sia in piazza e con amori mancati a deridermi.
Perché sono un uomo e non posso contemplare la derisione e l'evanescenza della pietà; sono atti che nulla hanno a che fare con la passione che mi porto dentro.
Gli anni mi hanno insegnato a farmi da parte. Senza urlare più, possibilmente. Senza divincolarmi in pubblico dai fantasmi e dalle nuvole di mare rappreso che mi hanno saldato l'anima in una smorfia elegante.
Non lesinerò un amaro applauso ai veri amori che mi hanno rimesso sulla strada dell'altro, cancellandomi dai miei sentieri sperimentati.
Non negherò più ai messi del tempo che forse non avrò il mio interesse per la dolorosa santità dei sensi più veri.
Per il resto, e in conclusione, la malinconia mi aspetta come un'amante silenziosa, rassegnata ma ancora esigente, nei luoghi e negli spazi che mi prevedono.
Di notte è uno scempio di giochi, colori e ricordi, bene che anche i bambini del sonno imparino le conseguenze del vivere. Di giorno, la ritrovo seria e complice, l'amante malinconia, in un ristorante semivuoto, in un appartamento che non vedrò più, in un sorriso ad una donna-istante, nella sala di attesa di una stazione, sul lungomare svuotato di senso e promesse, nelle attenzioni di chi mi ha frainteso, in un vecchio grande amore che si è trasformato in presenza disinteressata, nei matrimoni per strada, sulle guance dei bambini che non sono i miei, nelle falsità occupazionali del pomeriggio troppo lungo, in un aeroporto, sul pontile di un traghetto atroce come un arrivederci scomposto, sulla mia carta d'identità esibita ai vigili, nel curriculum che scrivo per darmi pace altrove, nell'addio calibrato che coglierà di sorpresa chi si era abituato a vedermi riflettere dietro una piccola vetrata.
Non sono mai stato un uomo davvero pigro o poco coraggioso, tutto quello che dovrò fare è scrivere una cartolina all'estate e non attendere altro che un brivido di malinconia.

Luca De Pasquale, 21 agosto


19/08/11

La caduta dell'uomo in controluce


Proprio adesso, qui di fronte al mare, so di elaborare dettagliati ricordi, che forse mi porteranno malinconia e disperazione.
Il mare è lì, eterno e rabbioso. Il mio pianto inutile; inutili le attese sulla spiaggia solitaria, fissando tenacemente il mare. Hai indovinato e dipinto questo mio ricordo o hai dipinto il ricordo di molti esseri come me e te?
Ma adesso la tua figura si interpone: sei tra il mare e me. I miei occhi incontrano i tuoi. Sei tranquillo, e un po' sconsolato, e mi guardi come chiedendo aiuto”
Ernesto Sabato, “El Tunel”, 1948

L'orgoglio fotte le persone. Fino a dentro. Le fotte, le stupra, le ingravida di oscene scorie. L'orgoglio mi sodomizza, con il suo pugnale di futuro e ricordi, l'orgoglio mi incula e io godo come una ragazzina sventata, imparando. Imparandomi, se si può dire.
Proprio a me, l'uomo tanto sensibile alla bellezza femminile, l'uomo-uomo che motteggia sui sentimenti, proprio a me. L'orgoglio mi circuisce, mi seduce, mi lecca, mi fa godere e poi mi umilia.
Mi fa odorare il suo sesso chiuso e rancoroso, mi fa impazzire e mi chiava a sangue, come per disprezzo, per metodo di distruzione e passatempo estivo.
Si sa, l'Acquario è un segno fantasioso e anticonformista. Stronzate. L'Acquario sa sognare e... zitti, che l'Acquario può essere un'autodistruzione ambulante, tanto più affascinante quando la clessidra inizia a sverminare.
Why so serious?
Stasera metto da parte l'orgoglio, che ancora riposa dopo avermi posseduto nelle pose più stupide, contro la finestra, nei rimpianti del sonno, nelle mancanze dei risvegli, eccetera. Eccetera è una parola di merda ma rende l'idea.
Mi fanno sorridere le anime pie e divertite che considerano la libertà d'espressione e di sentimenti come una debolezza. Certo, che vi esponete a fare? Non è indicato sul manuale di istruzioni per arrivare prima alla pace, avete tutte le ragioni.
E sia. Divertitevi. Anche se siete come me dell'Acquario: oh, fantasiosi, sognatori, potenti nel pensiero e nelle arti. Divertitevi. Come poeti con secchielli e palette.
Dicevo che stasera metto da parte l'orgoglio. Mi servo e mi imbandisco sulla tavola delle parole. Le mie.
Nei momenti di pseudoserenità sono noioso. In certe circostanze quasi mellifluo, al punto da poter apparire fragile, debole. Capita quando mi lascio andare, quando mi fido, quando investo su qualcuno o qualcosa.
Quando dimentico che è sempre stata guerra, in questo paese diroccato e turistico allo stesso tempo.
Metto da parte l'orgoglio e sostengo di amare con una vena di follia; sì, sono totalizzante, poco parsimonioso, decisamente ingombrante ed esigente. Quando amo sono un tizio sul precipizio, vestito da spaventapasseri, maggiordomo, sposo elegante, ladro guantato, diavolo ridimensionato. Sono un qualsiasi stronzo visionario, con il cuore mangiucchiato dai pipistrelli, perso in un disco degli Smiths, attento ad ogni dettaglio della mia donna, possessivo e spossato come inavvedutezza obbliga. Perso nel suo corpo, nel suo odore, come un pazzo sfuggito alla dogana di santi e predicatori, perso come una malattia incurabile, perso come l'amore delle persone morte, perso come fiori mai recapitati, liquido e inguardabile come inchiostro, inchiostro non simpatico, inchiostro sperma, inchiostro carta d'identità.
Il sesso non è mai solo sesso. È molto di più.
Il desiderio non è mai solo calore. Si tratta di un sogno imprigionato in mille caserme sconsacrate, tra i lazzi e gli scherzi degli idioti.
La mia donna, a suo modo, dev'essere Dio o un suo emissario. Non si accettano monete di transito, banco pegni e conferme a singhiozzo. La mia donna è tutto, e affanculo la prudenza. La prudenza è stare a culo stretto su un trampolino illuminato, farsi apprezzare per il contegno.
Se mi si chiede contegno io mostro tutti i sorrisi delle persone suicide. E resto lì senza dire una sola parola.
La mia donna è una scelta e non un caso, è la mia donna e non un'occasione.
La mia donna deve essere l'ultima parola possibile prima della morte, l'unica parola davvero sensato.
Il sorriso della mia donna dev'essere il miracolo del mio sangue sciolto, affanculo i forum riflessivi, le tattiche ti sfuggo/mi prenderai, ti inseguirò/ti annoierò.
La mia donna dovrà essere la scissione, l'ammutinamento, la rivoluzione, il gesto surreale del non pensare e amare soltanto, la mia donna è un castello di lune in fila indiana e che si fotta chi rimane sull'uscio a chiedersi se convenga o meno.
Sono composto di pioggia e fango quando resto deluso a contemplarmi, ma non dimentico mai perché vivo tutto come l'ultimo istante.
Non è una qualità e non deve generare angoscia. Anzi.
Spesso penso a come sarebbe liberatorio entrare in mare e far sì che tutto sia oblio e tempo perso, decidere la fine lucidamente, ascoltare lo scatto dell'arma e intravedere un bagliore di fine e marcita redenzione.
Tutte le volte che penso ad annullarmi, le mie mani diventano artigli efficaci e si lanciano su quel che può sciogliermi davvero il sangue. Una volta per tutte.
Non si tratta di temperamento melodrammatico o letterario; è il mio vissuto e non ho altro da dichiarare alla stupida dogana.
Non so che tipo di Acquario io sia e non me ne frega nulla. So di essere uno in gamba nei momenti che mi grigliano il cuore, perché non li nego per orgoglio o per simulare quel distacco noioso che non mi apparterrebbe.
Quando il mio cuore annega io caccio le palle. Me lo hanno insegnato al doposcuola, quando incendiavo i banchi; me lo ha insegnato di certo qualcuno che poi morirà solo di vecchiaia.
Io spero ancora di morire di passione, senza wedding planners tra i coglioni e senza villaggi turistici per cuori Bignami in cerca di sovrapposizioni leggendarie con tanto di taglio sensuale.
Questa la mia utopia e così sarà. Non mi sono mai fermato a fare test allergici sulla saliva del destino; becco tutto, prendo tutto e non dimentico quello che ho imparato.
In queste notti sogno di tutto e tutto può vivere dentro di me, dalle beffe alle rinascite, dalle sorprese alle umiliazioni involontarie, dalla memoria di comodo alla sporcizia della quiete ostentata. Sono vivo e mi faccio stuprare, sono vivo e mi perdo in una canzone degli Smiths.
Non mi sono ancora arreso, rifiuto ogni forma di fetido orgoglio per rivendicare il dolce e geniale susseguirsi delle fasi, l'aritmicità dell'esistenza e l'opportunità definitiva di non simulare.
Anche se un giorno entrerò nel mare da solo e per morire, la mia ultima parola sarà un nome di donna. E basta.
Perché solo un'altra vita -reale- può superare e invalidare il senso di tutte le parole morte che svendiamo come espressione e creatività.
Il nome della donna che amo è l'unico momento in cui sono autentico per davvero.
E no che non ci rinuncio, incompreso o sfigurato che io possa diventare.
Questa è la mia religione, questa è la mia dannazione, questo sono io e non cambierò certo adesso per il colore troppo scuro -non abbronzato- del cuore.
Rispetto per tutti, adieu.

Luca De Pasquale, 19 Agosto 2011