06/06/11

Ad augusta per angusta


"Il cielo è blu perché tu vuoi sapere perché il cielo è blu"
Jack Kerouac

Spesso tendiamo a ricordare più la coreografia che le persone; ricordiamo benevolmente, convincendoci che sia stata un'esperienza comunque positiva, chi è spuntato da una buona cornice, da un bel viaggio, da una notte di stelle. 
Non vogliamo ricordare, perché scomodo e massacrante, le pochezze e le delusioni, le tare e la mancanza di rispetto, le menzogne e i piani d'abitudine andati a male. Non ci conviene, perché fiacca la sferzante insistenza dell'orgoglio, l'invecchiata e tonitruante convinzione di essere sempre stati presenti a noi stessi.
Ci piace pensare che abbiamo sempre tenuto tutto sotto controllo, che abbiamo scelto noi e non gli altri, che ha scelto la destino e non la fine nella sua essenza definitiva. Ci piace accoccolarci ai piedi dei ricordi e lasciare che si stagli su di noi una figura neutrale, una presenza sorpassata ma non negativa, il tempo che abbiamo trascorso.
Ognuno ha avuto il suo ruolo, è il percorso del tempo e dei sentimenti, i lati positivi e negativi diventano un disegno completo, una traccia. 
Non fingo di provare rimpianti. Non simulo rimorsi. Non rumino curiosità posticipate. Chi ha avuto l'occasione l'ha avuta, punto e basta. Morire non è solo morire fisicamente, ottenere un funerale e qualche lacrima.
Morire per me è anche deludere, aver deluso, non avere più accesso agli aggiornamenti della vita, alle rivoluzioni e alle involuzioni, le persone che sono morte sui cuscini del mio cuore o nel mio letto non esistono più.
C'è un momento per gli addii e uno per le continuazioni. Non sono uomo da continuazioni. Sono sempre stato spietato, ho preferito la fame alle briciole, il silenzio alle spiegazioni, il non al troppo.
Forse quello che mi seduce di più nelle persone è la serietà interiore, la coerenza, la forza di accettare pesi, disequilibri, mareggiate. Ho imparato che sono coloro ad ostentare poco queste qualità i più sorprendenti, gli imprevedibili hanno una marcia in più, se ben strutturati.
Sono stato educato al rispetto, ai grandi sogni per i quali lottare, alla superba contraddizione insita allo stesso vivere. 
"Se ci credi, insisti", amava dirmi mio padre. 
Tutte le volte che ho trovato ostacoli di fronte al mio sguardo, mi sono sentito uomo, uomo davvero, e ho guardato in faccia il nemico con rispetto e onore. Mi sono ritirato solo al cospetto delle perdite di tempo, perché scialacquare la vita è mancanza di intelligenza e di priorità.

"Perdonami, chiedo a te-eee perché non vorrei cercare i Queen indistintamente".
Osservo l'espressione ottusa del cafone multicolore che mi scruta ansioso. La sua camicia improbabile mi parla delle sue feste e delle sue seratine. Il suo colorito diarroico mi incita ad immaginarlo al mare, ben piantato, pervicace nella sua futile presenza al mondo. Mi alzo e gli prendo assai distintamente i Queen. Mentre gli porgo il cd, noto la marchiana catenina al collo; larga, immagino faccia la sua bella figura mobile durante l'amore.
E' un tipo più fresco di me, questo penso mentre scompare nel buco di culo del giorno cocente. Più adeguato alla vita. Io ho una malinconia di fondo che non sempre riesco a nascondere. Ne ho viste di Ofelie annegate nelle mie notti insonni, ne ho viste di madri irriconoscibili non chiamare il mio nome in tempo utile, e so bene che a un certo grado di vita non ci si può più permettere di essere ingannati.
Forse è questo che mi rende ruvido e gentile allo stesso tempo, non so. Torno alla mia postazione, piuttosto scattante, il mal di schiena è un lontano ricordo. Sono giorni strani, il cielo mi regala qualche aquilone a scacciare i fantasmi, dal cielo scendono scale per i miei passi cupi ed io ringrazio con una levata di cappello.

Mentre organizzo un'esposizione di Bob Marley, ricordo di quando, alle medie, mandai "la dichiarazione" a una mia compagna di classe, tramite un paraninfo in erba.
Tornò due ore dopo con un'espressione contrita: "Ha detto che non le piaci proprio".
Deglutii forte e tornato a casa passai un pomeriggio a soffrire con gli Spandau Ballet.
Ho rivisto quella ragazza alla presentazione del mio libro, anni fa, sondarmi curiosa con diversi occhi. Ho evitato quello sguardo, quella vita, quel ricordo.
Il Luca della dichiarazione era lo stesso Luca di ora, con qualche cicatrice in meno e nessun nome da autografare, per quanto piccolo sia ancora.
Amare è anche immaginare la vecchiaia. Non ho mai amato una donna senza immaginarla anziana, stanca, meno seduttiva; ho sempre pensato che un bacio di bellezza deve rimanere tale anche dopo quarant'anni, che questo è il miglior coraggio dei rischi conosciuti.

In bagno, al lavoro. Allo specchio. Mi passo la mano bagnata tra i capelli. Sono vivo. Cerco di allargare la bocca in una mezzaluna che sia gentile. Mi tiro i capelli indietro, sento per un istante la consistenza del cazzo nei pantaloni, sono vivo. Sono sempre io e non mi fermo. Sono io e adesso devo scendere.
La tardona Buddha Bar si muove scomposta tra gli scaffali, pantaloni bianchi e perizoma nero, niente di desiderabile. Sarebbe come scopare un cartone di birre vuoto, un involucro di resistenza senza presente e futuro. Eppure lei espone la merce e giganteggia tra i ragazzini che sciamano in reparto, maleducati e disinvolti. Un collega vive la solita erezione mentale e si mette a disposizione, il pruritino, il diversivo. Sono stanco di pensieri piccoli e comportamenti improvvisati.
Torreggio d'amore sulla dinamica già invecchiata della noia da superare, rispondo svogliato alle sollecitazioni della foca: "Scusami, pensi che questo vada bene per massaggi e affini?"
"Forse va bene per gli affini", le rispondo senza guardarla negli occhi.
Arriva il barracuda eccitato, ci penserà lui ai massaggini della morte e della finta persuasione, io già non sento più, non sono sulla traccia. Hasta luego.
Ormai è notte, la strada è deserta e tremolante di vento.
Lo stomaco mi dice che ho dei desideri belli vivi. Sono di turno con l'anima, sono in servizio.
Attracco riuscito, sono sul buio con qualche parola di scorta e il collo scoperto per prevedere baci. Fumerò e cerchero costellazioni. Giocherò a figurine con il sonno: io ti passo l'altitudine, tu mi resituiresti lei?
Vado in bagno. Passo la mano bagnata nei capelli, sono vivo. Mi bagno le labbra, piccole e arse. Per un brevissimo istante accarezzo il sesso, sono vivo. Sono di turno con l'anima e la vita.
Sono in intimità con la scrittura. E' molto sexy lasciarla fare. Lasciare che mi lecchi, che ispezioni le mie ferite e ne ricavi il brivido più coraggioso, consentirle l'accesso anche in quell'area che è ancora sperimentale, la voglia di essere stupito e di non dovermi più organizzare per contenere l'infelicità.

Luca De Pasquale

05/06/11

La condanna


Il letto è caldo. Troppo caldo. Sono sudato, puzzo di bambino. Anche il pezzo liquido e sensuale di Addex sembra non servire a nulla.
La voglio. La voglio come non mai, sento i tendini tesi, il collo gonfio, la lingua ingrossata e secca, la schiena inarcata senza motivo, le mani bollenti ed estese sulla stoffa del lenzuolo.
Fuori piove e le confusioni del mondo non hanno alcun senso. Nel giardino anstistante lo stadio c'è una festa, c'è un giocoliere in canottiera che incanta ragazze e allocchi. Alto, fisico slanciato, la canottiera nera ben piazzata lo rende un pezzo di sesso ambulante, con il suo baffetto curato e le braccia poderose. Me lo vedo, mordere delle labbra eccitate e sentirsi forte, più di sempre, un artista amato, un artista che vive e che consuma.
Uomini del genere provano orgasmi a caso, orgasmi che sono conferma di seduzione e passare delle ore, non c'è sogno e non c'è tempesta. Lo so perché lo so. Quando sono piaciuto per motivi artistici ho dimenticato il piacere e mi sono tenuto le fotografie.
Provo a girarmi, il desiderio è un mostro di veli che si agitano al presagio dell'estate, fantasmi caldi in cieli a strati. Non mi salva il battito languido e ferito di Addex, sono una frenesia nera che oscilla tra morte e resurrezione, l'intensità dei pensieri e delle premonizioni è tale che purifica tutta la sporcizia dell'esperienza.
Passo la lingua sui denti, odoro le mani, penso alla mia età, penso a questi quaranta che sbandiero nelle conversazioni e nelle precisazioni, la mia provata esperienza, i miei viaggi di speranza e disperazione, la mia città che mi trabocca dentro, il sesso che è sempre più collegato all'anima.
Provo sensazioni ben più potenti e spietate di quando avevo solo trent'anni, sono quasi spossanti e non prevedono tregue studiate.
Piove e sento dei tamburi, aritmie, sono infastidito e spengo Stan Getz. La sigaretta sa di qualcosa di semplice, è un accompagnamento, è la mia pestifera propaggine, sempre. Sono sudato dietro la schiena e il sesso è duro nei pantaloni soffici, senza urlare, senza molestarmi.
Nella galleria di questa sera ventosa e cocente c'è posto per il millantatore in canottiera nera, per le persone sbiadite e insapori che ho superato, per le fatiscenti delizie che non ho ammirato in chi mi si offriva, annoiandomi a morte.
Ho superato di gran lunga la penosa distinzione tra creatore sobrio e creatore rumoroso, io appartengo alla prima categoria e me ne frego, perché la passione è lava che quando mi si raffredda addosso mi regala altra febbre.
"Gli pioveva in testa da tempo, ma raccolse tutta l'acqua piovana e la rese oceano per due", questa la frase che rotea nella mia immaginazione, alternandosi al desiderio del contatto fisico.
Cancello degli insulsi messaggi, strappo delle carte, giro intorno a quello che sto scrivendo da qualche giorno, mi carezzo la pancia ed è calda come tutto il resto.
L'altroieri ho assistito alla preghiera in ginocchio del parrocchiano. Ho spiato il confessionale, il prete con la barba, le vecchie signore che aspettavano pazientemente.
Mi sentivo un bastardo, ad essere entrato nella casa di Dio con tutto quel desiderio addosso, melmoso, folle, animale e smisurato, cieco e velato di stelle nuove, abbracciato alle coraggiose sculture di un'anima in movimento.
Sono entrato in chiesa e mi sono stupito di essere in grado di portare tanta vita addosso, confusa, umile e desiderosa di nuovi spazi, paziente e matura come un'occasione di rifondarmi daccapo e riconoscermi meglio.
Mi è tornata in mente la foto di un matrimonio, l'incredulità e l'imbarazzo di chi lo viveva, la mia presenza sommessa. Ho ricordato un sorriso ed un festeggiamento, ho ricordato anche che ho la tendenza a spiegarmi le cose e poi finisco per fare in un altro modo, come anima desidera.
Mi sono chiesto, sono qui con la pelle bruciata, con l'anima al neon, sono un uomo di parole e gesti forti, sono qui e non so bene perché, ma fa parte del grande incidente che affronto.
Il prete con la barba mi ha guardato. Sì, sono stato un grande peccatore e lo sarò ancora, penso che si veda che mi trascino catene di voglie e speranze, sono peccati gravi, sono bracciate nel futuro, chissà se ne sarò degno.
Nuotare non è per tutti, rischiare ancor meno. Se il prete mi dirà che costruire è peccato mortale, io continuerò sulla mia strada. Se il prete si accorgerà dei miei desideri, farò in tempo a rivelargli che è l'anima a nascondersi al centro delle fiamme.
E se sarà condanna, allora cercherò di morire eroe per qualcuno che finirà sicuramente dopo di me.
Luca De Pasquale

Per l'amore, la condanna che arriva sempre quando sei innocente e distratto.