21/05/11

Manuale di disattenzione


La disattenzione.
La disattenzione è un po' ovunque. La sento nelle persone che mi sfiorano, nella frenesia del sabato sera, nell'impellenza di parlare con gli altri solo per organizzare un monologo pubblico.
La disattenzione è come caligine in questa sera estiva, adatta per accontentarsi di ore quiete, io stesso sono disattento. Soprattutto ai ricordi, che tendono ad ingolfare l'anima e i gesti nuovi del rischio. Disattento ai rimpianti, alle convergenze che non ci sono mai state, ai progetti che sono naufragati, agli amori annunciati dal maggiordomo e finiti in cimiteri di sonno sgretolato.
Disattento al richiamo del "poteva essere se solo....", disattento alla fissazione prevedibile di incastrare tutto, gli amici, le mancanze, le presenze, i doveri d'affetto e le recite ad uso di una convinzione latitante.
Stasera sono disattento alle canzoni che piacciono agli altri. Alle confessioni che non mi interessano, perché la vita affettiva altrui così manca di sacralità, parlarne, commentare continuamente, studiare geometrie e crash test. Magari fuori c'è il sole e noi parliamo di disegni astrali, di previsioni, di gesti sciocchi caricati di significati cervellotici, ci parliamo addosso e l'interlocutore è già nel vento di un'idea che non ci appartiene, è altro.
Sono disattento alle grandi affezioni, se sono frettolose. Sono disattento -e definitivamente disinteressato- alle vecchie amanti, agli amici timorosi, ai sacerdoti del caffè riparatore, per me gli affari sono affari e non c'è sentimento nel profitto, così come non concepisco battere cassa in scenari di passione. Non bisognerebbe mai chiedere a qualcuno con quante persone ha intrattenuto relazioni. Bisognerebbe, con educazione, contentarsi di intuire quante sono state l'abbandono migliore, disconoscere le proprie abitudini fiere e puerili, smentirsi, spogliarsi e rivestirsi diversi, imparare. Ma qui sono in pochi a credere di poter imparare.
L'immersione nella propaganda dei propri difetti, la piaga di questi giorni senza guida, spicchi di vita ad alibi spiegati come ali. Funzionali e tristemente inattaccabili.
Sono disattento a chi dice che è sempre colpa degli altri. A chi scomoda sorte e fortuna. A chi rende le malattie delle scelte arroganti. A chi ti dice "quello bravo sono io". Bravo te lo dico io, come lo si direbbe ad un fantasma travestito da uomo. A chi ti fa la corsa addosso. A chi ti invidia perché hai una donna bella al fianco. Sono disattento alle competizioni, vado subito nei fuori concorso, e certo non per paura di perdere.
Sono disattento a quelli che ti leggono per scriverti, per inciderti, per soppesarti. Estremamente disattento alle sospirose che scelgono le tue parole per innamorarsi di un'idea nemmeno fritta. Sono contrario alle conferme quando la posta in gioco è bassa. Sono contrario alle dimostrazioni se c'è troppa gente a guardare per dover poi approvare. Sono contrario agli amici che ti preferiscono in difficoltà per istituire uno stato d'emergenza affascinante.
Trovo ridicole quelle persone che ti criticano, ti vogliono far capire che non fai parte della loro famiglia: perché questo accade -inavariabilmente- senza nemmeno accertarsi che tu lo voglia. E la risposta è no, un no sussurrato ma definitivo, la voce serve per convincere amore a non togliere le tende senza averci creduto.

Il cameriere della pizzeria mi chiede cosa voglio, se tavolo o asporto. Asporto. Ha l'aria triste, mi chiedo se qualcuno lo ami, almeno un po', almeno il minimo. Se avrà un figlio che lo chiami papà senza distrarsi anche in quell'occasione. Uomini invisibili. Il nodo alla gola che mi ravviva.
"Una pizza con l'origano e due crocché", sibilo.
L'uomo segna e non risponde. Fumo. Mi manca qualcuno. Una persona precisa. Me lo tengo.
Prima di me, una coppia si sbaciucchia. Sono torvo e viandante più che mai. Sono vecchio qualche minuto al giorno. La camicia nera mi sta bene, ma esalta il non sole che mi spoglia di ore e pensieri.
Dopo di me, una coppia anziana. Non parlano. Lui è vestito male. Lei meglio. L'amore è un'abitudine che mi prende a calci. Vorrei scrivere i loro pensieri. Ma sono un cane. Un cane vagabondo, come nella canzone dei Diaframma, e tutto l'amore che mi livella è una tempesta non sorvegliata. Mi manca qualcuno. Le carezze non consolano i cani vagabondi, sono false piste. Preferirei essere morso e poi curato, senza troppa scena. 
La mia pizza è pronta. Pago, il cameriere mi guarda negli occhi, un secondo di complicità e poi il vento mi riaccoglie, solo e motivato ad esserlo. Ho un motore nuovo in una carcassa stanca.
L'anima mi striscia accanto come un guinzaglio-coriandolo, senza guida, senza alibi. Sono disattento a me stesso, mi concentro su pensieri e sensazioni che mi sovrastano, ho smesso di studiare le forze in campo, mi basta coinvolgermi e rischiare. Niente più minuetti con scenografia già decisa.

Orchestre di fantasmi in bicchieri colorati. Sinfonie di incontri in luoghi che ho disertato da tempo.
Tutti quelli che volevano essere rockstar, tra i miei sodali, non ci sono più. Eliminati, scomparsi, riciclati, trasformati, rinnegati, smarriti. Scrivere. Scrivere non conta niente quando non c'è dignità, quando non c'è umanità e la meravigliosa logica del desiderio. 
Scrivere è una traiettoria, un lancio nel cielo dei tentativi, non qualifica e non innalza. Di nulla.
Scrivere non aiuta ad essere amati. Soprattutto quando non sei abituato a chiederlo o a pretenderlo. Non amo chi chiede l'amore. Mi annoia l'idea di una speranza scomposta.
Nei miei sogni di bambino c'erano troppe mani che si staccavano dalle mie. Quei sogni tristi e affannosi mi hanno segnato, ed ora sono diventato un gigante di voglie, voglie solo mie, mai decise dagli altri e dalle circostanze. Le mie voglie escludono tutto il resto, se e quando sono autentiche.
La benevolenza universale è una iattura patetica. Dovremmo avere lo spessore di ostinarci con chi vogliamo e non con chi ci capita a tiro. Questa è una politica spesso di lacrime, ma solo i Re di cartone hanno paura del fuoco.
Io non ho mai voluto essere una rockstar. O uno scrittore acclamato, un occhiolino ambulante con la patta dei pantaloni aperta e il cuore ridotto ad un hamburger di citazioni abbrustolite.
A quarant'anni, se sei un uomo di un certo tipo, il cazzo è destituito dal ruolo di consigliori e sarto personale. Il cazzo è stato per anni un pusher di pasticche non curative, buone nemmeno a ripulirti la bocca dalle panzane convinte e oleose. Io cerco gli sguardi, non i seguaci. Mi arrendo all'evidenza della dolcezza quando è necessario. Mi arrendo alle diversità che mi legano alla luna e al mare senza il sentore del tonfo sordo. Mi lego alle persone e mi batto per loro, quando so che non è il caso di essere disattento. Altrimenti, non gradisco le rappresentazioni. Sono mortificanti per l'attore, lo spettatore e il complice frustrato.
Dopo un tema di atroce lucidità, al liceo, il mio professore di italiano mi disse: "Sei un uomo".
Non mi emozionò il 9, ma il suo commento. Perché veniva da una persona, non era solo una particella di gloria da ingiallire.

Mangio la pizza, pulisco, fumo e creo il buio. Sono disattento al dolore che si annida nei miei libri con segnalibri dimenticati. Sono attento all'acqua che voglio addosso e alla pazienza che mi gestisce. Li ricordo tutti, potrei numerarli, i brutti sogni di bambino, quelle mani che andavano altrove, tra le scale del tempo nuovo a me sconosciuto, nel ripostiglio di un ignoto crudele.
Non è un alibi per dimenticare il gioco etico del vivere, non è un pretesto per sguinzagliare guastatori ovunque. Io che posso, che potrei, che potrò. Non mi piace vincere facile.
Veterano di distruzioni e incursioni notturne, zitto zitto chiedo secchiello e paletta. Disattento al mare, almeno per un po'.

Luca De Pasquale

17/05/11

"I miei belli stati"


"Dietro la curva del cuore sono tagliato in due"
LA CRUS - Lontano

"Che rumore fa un uomo come me?". Ricordo la canzone dei La Crus in quell'albergo di Firenze, di notte, ascoltata con le cuffiette, al buio. Tanti anni fa. Lo sguardo come un lampo che gira e ti chiede perché. Quella canzone parlava di me, di me in quegli anni di rumori e progressioni, un uomo in un soffio che se ne va. Ascolto spesso i La Crus di notte. Sento di appartenere ad alcune canzoni, come a quel verso "voglio andare via", sussurrato con quiete, "lontano da qui".
Sono nottambulo e lontano. Mi piacciono le chitarre slide, di notte, la tromba e una voce ieratica che dica la verità, "dietro la curva del cuore sono tagliato in due".
Senza aggiustarsi il ciuffo, il tirabaci, senza posizionarsi il cazzo, senza riordinare il cuore a seconda del capriccio a ricarica di lampi.
Di giorno hai visto. Hai visto abbastanza. Gli inseguimenti altrui ti tolgono il fiato, perché non li puoi misurare, non potrai mai misurarli. Le vite che si schiantano sono solo una folla di curiosi con le mani tremanti e la gioia del sollievo, non è capitato a me, poteva succedere a me.
Ore e ore nelle auto, di notte, a parlare con chi spera di amarti senza farsi male. Minuti trascorsi ad inghiottire saliva nella giustezza stanca del preservarsi. L'insonnia è spietata, l'insonnia è blu, l'insonnia è un tonfo nella tua stanza insonorizzata.
Il goniometro sui respiri, calcoliamo, calcoliamoci, calibriamoci, io questo tu quello, io le braccia tu l'abbandono, io la vita tu la morte, noi i ricordi, loro gli estranei. Eserciti di menzogne a bordo di zattere, senza più armi, senz'altra ragione che le esperienze da rispettare, dopo i dolori non ci si dovrebbe far più male.
"Io non posso".
"Io vorrei".
Io, tu, noi, voi, loro. Differenze, barriere, baite costruite per gli addii, rifugi edificati in poco tempo, con ogni materiale, per vivere morti dignitose, morti tutelate dalla ragione.
Le notti sono troppo brevi per creare un microclima d'affetto, una campana di vento fermo, una protezione duratura. Non sarà la festa ad allungare il tempo. Non la pizza con gli amici, la telefonata, la nuova ossessione sentimentale, la smania intima, il disprezzo del non riuscito. Nulla può abolire la crudeltà delle notti brevi.
E' così facile mettersi in gioco che a volte lo si evita. In fondo si tratta solo di vomitare oltre le proprie scarpe, e aspettare che qualcuno si ponga il problema di tenerti la fronte.
Ascolto i La Crus, anche la sigaretta dura troppo poco. Da bambino mi piacevano i calendari da tavolo, mi piaceva scriverci una sola parola quotidiana, la parola del giorno.
"Tentare"
"Musica"
"Incubi e finestre che sbattono"
"Lei e non so dopo"
Getto il mozzone per strada, la strada deserta e accogliente, c'è umidità e riposo in ogni lembo della città. In azione forse i ladri, gli amanti, le guardie notturne, i ragazzi della notte e la loro leggerezza senza peso specifico. Gli amanti devono avere le carte in regola. Devono saperci fare con la notte, essere parte e differenza del buio, comprendere il poco spazio e il poco tempo. Gli amanti devono accettare prima degli altri l'idea del non, ed è un piccolo eroismo.

I miei occhi si sono abituati al vago chiarore della stanza. Ho le gambe poggiate al muro, gioco con l'accendino. Sento l'odore del mio sesso, un misto di sapone e voglia. E' un segnale di presenza, anche a luce spenta.
Quale potrebbe essere il viaggio che fa sperare? Me lo ha chiesto qualcuno, e io l'ho rimandato ad una canzone, senza esprimermi. Non ambisco a creare definizioni familiari, di conforto. Non è una mia priorità rassicurare. Il consenso è un ventre molle, è un uomo con corpo di donna e vezzo di bambola. Io sono uomo, ma sono anche maschio. Pietra che si è fregata su altre pietre, nella mania del fuoco, ottenendo tonfi negli stagni meno profondi. Il consenso unisex è uno spurgo di vanità.
Gioco con l'accendino, ripenso alle avversioni, le avversioni per le parole che non apprezzo: rimboccarsi le maniche, la persona giusta, dovresti, potresti, adesso ti spiego come funziona, è così che va. Se solo alcuni si accorgessero di quanto io riesca ad eluderli con il silenzio, sarebbero tanti in meno a rivolgermi la parola.
Accendo la fiammella. La tentazione è un'altra sigaretta. Si affastellano le sciocchezze ascoltate anche oggi, le vanterie, le ricette di vita, gli accorgimenti di maturità, mi è così difficile stimare qualcuno, talmente difficoltoso che ogni volta è un'emozione reale.
E' così sin da piccolo. Senza arroganza. Non è colpa mia se la maggior parte delle persone non mi appassionano affatto. Ma è gratificante accorgermi che mi sto soffermando su qualcuno. E' un dono che non trascuro. E vado a fondo. Tutto il resto sono fughe, percorsi diversi, traiettorie senza collegamento. E va benissimo così.

Oggi in negozio ho servito un tizio che poi ho scoperto essere un musicista della nuova onda, un ragazzotto con spilla ambientalista e capello spot esistenziale, accompagnato dalla solita ragazzina tutta motivazioni profonde e crivelli tra esistenza e divertimento. Il tipino, finto brillante che non fa ridere, ha esordito dicendo che lui va oltre, nella musica come nella vita. Ha sparato dei giudizi arroganti ed ostentava un fare amicale che ho rispedito al mittente senza sorridere. Se hai inciso due dischi che mandano in sollucchero le piccole morositas dell'anima non ti sei guadagnato il mio rispetto, cocco. I tuoi infradito valgono più del tuo cuore. Non ci si guadagna il rispetto con un romanzo di grido e tendenza. Il rispetto non è questione di riconoscibilità sociale.
L'autorità non mi ha mai impressionato, e ancor meno l'arte portata in petto. I dolci pulcini tamagotchi che suonano il piano e si struggono, i divertenti cantastorie che strappano le risate alle signore con collane di corallo e rughe a rate, le nuove leve della sensibilità, l'arte non si porta in petto, l'arte al momento giusto si dovrebbe anche nascondere.
Da anni, come per una blanda tradizione di sopportazione, incontro esemplari che ricorrono all'autorità per dimenticare l'inesistente autorevolezza, e squittenti contaballe che hanno avuto la bravura metodica di crearsi una torcida rumorosa. Ma, ripeto, non stiamo parlando di rispetto.
Il rispetto è un'altra cosa, molto più seria, molto più composita.

Il vecchio sulla panchina vorrebbe parlare di politica. Prova a dire che Berlusconi è perseguitato dalla magistratura, quei malnati brigatisti, ma certo. Mi alzo e me ne vado, lasciandolo biascicare i suoi putrefatti anatemi. Un vecchio povero, sdentato, forse fallito, esaltato da un'icona di sterco, un'icona di cerone distante anni luce. La stupidità umana non trova mai un guard-rail di contenimento, ed è un peccato.
Sta scendendo di nuovo la sera. Coppie in età si ritirano guardinghe. Auto rumorose con lo stereo a mille verso i locali della provincia, il ritmo, unmixed emotions, la pasticca, il maglioncino griffato, forse il pompino asettico nei bagni, il numero di telefono, non so. Beviamo qualcosa a piazza Bellini con il gruppo di amici? No. Bevevo a piazza Bellini negli anni novanta. Lo farei, ma con persone nuove. Vedersi mille volte al mese e non avere un cazzo da dirsi. La rigorosa costumanza della frequentazione obbligatoria. Sentirsi protetti nella gabbietta degli affetti mai messi in discussione.
Invece, io credo che ogni affetto debba essere messo in discussione, l'affetto è una prova che non si sostiene una sola volta, andando avanti poi per inerzia.
Mi saluta il cliente botolo, mi becca fuori al supermercato con una busta di pane, la sigaretta in bocca e lo sguardo annebbiato.
"Ciao Luca, ogni cosa ti procede bene?"
Che razza di modo d'esprimersi.
"Ogni cosa procede senza di me", gli urlo, avendo già cambiato marciapiede.

Torno a casa. La dirimpettaia gira per casa in reggiseno. La guardo. Mi vede e resta lì. Ha la coda di cavallo e parla al telefono. Vieni qui, chiedimi del sale e raccontiamoci delle bugie scopando. Così succede e così saremo rituali in questi anni e giorni di polvere. Poi mi distraggo.
Ricevo un sms. Lo leggo: "Ciao Luca, ma ti sei tolto un'altra volta da facebook? Non ti trovo più, e mi dispiace perché mi piaceva parlare con te, mi piaceva leggere I TUOI BELLI STATI che mi facevano pensare tanto. Torna! Antonia".
Mi viene da ridere, perché mi sovviene che su facebook non si parla. I miei belli stati, poi, mai avuto belli stati da diffondere. Quando troverò i miei "belli stati" ne farò una statua, una sorta d'installazione permanente alla memoria. Questo era LDP, uno con i belli stati e che faceva talvolta, qualora, qualvolta, tutt'uno, tutt'oggi, piuttosto che, pensare.
Accendo la sigaretta, preparo da mangiare, pappa per corrodere il buio, pappa per espandere le carezze nell'universo del possibile, miele per delusioni in carrozza, senape per incontri caldi da contemplare takeaway, piuttosto che.
Che belli, i miei belli stati.

Luca De Pasquale

14/05/11

La coda dei sogni


Ho comprato un pacchetto di Camel Lights e sono uscito dalla tabaccheria. Fuori c'era una specie di MILF da gangbang che distribuiva manifesti pro Berlusconi. Ho rifiutato.
Quando parlo poco, le persone mi parlano di più. E' un procedimento automatico. E così anche oggi la solita parata di passioni simulate e nevrosi.
Gli altri si interessano a te. Ti chiedono perché hai quel patimento addosso, quell'aria bastonata che ricorda i momenti difficili che pensiamo sempre di aver sorpassato.
Ma non è patimento, non è sconfitta. E' quell'innata dignità dei cieli grigi, e non c'è proprio nulla da arzigogolarci.
Sono anni che inseguo la follia della completezza.
Ne parlo, ne scrivo, cerco di non rendermi ridicolo e non giustifico chi si appoggia agli altri nel tentativo di non sentirsi soli. La compagnia degli altri non dovrebbe essere un riparo, ma una coda di sogno. Tutto qui.
Mi piace fare colazione da solo. Senza voci di bambini e di amanti catturate per noia e bisogni fisiologici. In fondo, il sesso non è altro che una virgola in un discorso difficilissimo.
E' fondamentale e respira forte, ma è un nano schiacciato da un cielo enorme. Mi piacciono le abitudini spartane, il rigore del mutuo soccorso senza proteste, mi piace pensare che non siamo tutti registratori di cassa e pallottolieri ciarlanti.
Mi piace arrivare alla sera del sabato senza la frenesia della distrazione. Mi piace il rigore delle scelte difficili. Mi piace che due persone insieme possano creare musica e parole senza bruciare prima e puzzare poi.
Sono uno che rispetta i lutti. Li ho portati, li ho indossati anche io, e bene. Non mi lamentavo e non mi consolavo. Portavo i lutti come l'insegna della mia notte personale, senza eroismo, senza patetismo.
Solo le profonde emozioni resistono all'impazienza dei lutti da abbandonare.
Solo le profonde emozioni meritano le attese e persino le utopie, le fantasticherie claudicanti, rese più veridiche solo dall'età del pensiero.
Mi piacciono gli uomini che parlano poco e non indossano capi eccentrici solo per distinguersi. Mi piacciono i travet come me, gli spiantati ben ancorati alla realtà, il rumore mi ha sempre creato problemi di tolleranza.
Mi piacciono quelli che non spacciano la loro donna per la più bella e la più intelligente dell'intero globo terracqueo. Mi piacciono le persone che non esaltano i loro amori come unici e differenti.
Il senso della misura per me è un'unità che commisura l'amore. Ci tengo.
Il senso della misura è una poesia affascinante che procede per conto suo, senza declamazioni concitate e organizzate.
Quando mi innamorerò non vorrò apparire stupido a me stesso. Ma vorrò certamente sentirmi l'unico e il solo, l'ombra e il Re, il braccio e la mente, l'oscurità delle carezze e la luce delle idee da tradurre in un respiro solo. Non si tratta di romanticismo, è sopravvivenza del bello che si fa sempre più ardua.
La mia vita tenebrosa e fisicamente non temeraria mi ha regalato le parole e i desideri che sembrano su misura per un percorso non facile, anzi. Innamorarsi significa diventare giganteschi, sicuri e portatori di fuoco, è un'arma impropria e va tenuta sotto osservazione, le cartucce sono pochissime e c'è stato, come in ogni vita, chi l'ha usata contro di noi. Non fa niente.
Tra qualche anno potrei anche morire di tumore, o potrebbe cadermi un vaso in testa dal quarantesimo piano. Lo scrivo ridendo, senza pathos, ma lo ricordo spesso per apprezzare parti dei giorni.
Accendo la sigaretta mentre tutti fluttuano in questo sabato cittadino, tra appuntamenti, birre fredde, magliette del Napoli e bugie, tradimenti scanzonati e compilation senza picchi, dal cuore e dallo stereo. Non ho mai smesso di onorare i miei lutti, li ricordo anche quando mi distraggo, è l'immagine della ninfea affogata che ti permette di non annegare.
Sono stato il cavaliere silenzioso delle cose che ho perso, e mi serviranno per non perdere tempo in deliziosi e pigri moti del poco per il niente.
Mi è capitato di svegliarmi, qualcuno mi abbracciava. Non succede da tempo perché in fondo non voglio. Non sono solo le donne a dare senso a dei gesti sottovalutati. Io sono un uomo di gesti e cerco sempre di tarare al meglio la bilancia.
Da anni non scrivo lettere d'amore. Mi sembrerebbe di mentire, perché l'amore è una conferma in tempo reale e i gesti isolati non sono che fantasmi senza nobiltà.
Ho l'aria stanca e la barba. Ho di nuovo smesso di pettinarmi. E' davvero impegnativo per me. Io vivo spettinato e la notte è il mio riscatto silente.
L'amore che mi aspetta è sotto i fiori al neon di queste insegne, in questa strada, non so quanto dovrò aspettare ma accadrà. Gli uomini del mio stampo non escludono mai l'amore, anche quando si staglia, necessaria e discreta, una fase di riflessione.
Fumo, poco da offrire molto da pensare, in questa strada consueta e totalmente straniera al tempo stesso, sono una cicatrice da ripulire e lo permetterò solo a chi dico io.
I bambini permettono solo alle mamme di contenere lo sbrodolamento, ed anche io, quarantenne fasullo e amico della nebbia, voglio l'opzione di scelta. 
Per strada c'è Daniela. Mi è sempre piaciuta, ma fa parte di quelle figurine del bello che non ho mai capito in che album debbano finire. Evito di salutarla. Sarebbe l'emozione crocerossa. Inutile.
Mi piacerebbe scambiare quattro chiacchiere con quell'avvocatessa che si innamorò di mio padre. Mi piacerebbe sapere che fascino esercitava mio padre, con quei suoi modi così garbati. Lui era elegante, in modo innato, mentre io sono una pulce con la tosse e la spada fuori dall'elsa.
Io ho le parole. A reggere gli orifizi delle cicatrici e spacciare la resistenza per stile. Non c'è altro da sapere su di me.
Non sono un uomo affascinante sulla lunga durata. Non lo sono mai stato. Conosco benissimo i miei limiti, e vedo anche quelli degli altri, a volte autentici orridi a picco su fiumi di fango.
Non sono un uomo che può contare sul tempo del mistero, perché la vocazione da cane sciolto mi impedisce di fare filosofia da bigliettini augurali. Sono un buon preparatore di feste, un discreto contenitore di sentimenti, ma alla festa cerco sempre di non esserci e di non essere rimpianto.
Non capisco perché, ma quando sono provato riscuoto più sguardi. Forse è un'impressione. Ma la ragazza che è al braccio del fidanzato mascellone mi guarda e ci perdiamo per qualche secondo. I miei pantaloni sono consumati alle caviglie. Il mio orologio è ridicolo. Dietro i miei occhi ci sono i sogni di stanotte, belli e tremendi, tende di rammarico con arabeschi azzardati, parentesi di viaggio con valigie disfatte e i ricordi riposti nei cassetti più capienti.
Dove sono i miei amici storici? Che cazzo di fine hanno fatto? Li ho dispersi, a furia di cercare altro. Sono sempre stato un viandante nei loro appuntamenti. Infine un estraneo. Li ho persi e non ho rimpianti, ero molto più curioso di loro, ero molto più votato alla solitudine. Ma mi chiedo egualmente dove siano, come giocano con i figli, come amano le loro abitudini.
I vecchi sugli autobus odorano di morte e pazienza, spesso eroica. Il sesso è una virgola e le nuove conoscenze sono un asterisco in un discorso mai iniziato. Il mascara è sciolto, il rossetto è sul cuscino di un altro tempo, l'anima è una scia senza stelle, la fierezza del riscatto è noiosa, i rimedi sono pozioni ingannatorie, l'orgoglio è decisamente un limite dell'intelligenza.
Stasera mi preparo al temporale. Che sento lontano, tardivo, magari meno scenografico di quanto spero. Ma pazienza, è una scelta spartana che non esclude la coda dei sogni.
E mi basta questo.

Luca De Pasquale

05/05/11

La corda spezzata



Innamorarsi di una donna non è difficile. Difficile è amarla.
Guido Morselli

Sono sempre stato di sinistra. Mi piace ribadirlo, soprattutto in questi giorni. Sono sempre stato di sinistra/sinistra, quasi sempre a sinistra della sinistra. Non ho mai smesso di dare un valore alla parola "proletariato", anche se oggi appare svuotata di ogni significato.
Il mio primo voto è andato a Democrazia Proletaria, nella persona di Russo Spena. Un anno dopo il partito si è sciolto, e io non ho continuato con Rifondazione.
Ma questa è un'altra storia.
Ripensavo a tutte le discussioni avute negli anni con i "giovani compagni". Perché non ho mai amato i centri sociali, il guevarismo d'accatto, le declamazioni rivoluzionarie ad opera di figli di papà e figliocci pesudoilluminati dell'alta borghesia, che pure ho dovuto frequentare.
Mai amati gli slogan, il binomio vino/canne sul quale si è scritto tanto e troppo, mai amato neppure il garbato revisionismo verso i moti realmente rivoluzionari e la lotta armata. Ricordo le disperate letture del Manifesto, la ricerca di proletari veri nel quartiere cocktail dove sono cresciuto, ricordo fin troppo bene le smorfie ebeti di riprovazione dei genitori degli amici, dei conoscenti.
Ricordo anche che i miei amici migliori a volte sono stati quelli che votavano a destra ma avevano un'integrità, non ho mai gridato al nero se avevo di fronte una persona rispettabile, rispettabile nel senso reale di questa parola.
Non dimentico il padre di un mio amico, di sinistra sciacqua e indimostrata, che mi diede del "reazionario" solo perché parlavo di ordine. Così come è indimenticabile la qualifica di "brigatista rosso" che mi diede la professoressa di francese dell'epoca, la quale poi chiese un urgente colloquio con mio padre.
"Suo figlio fa propaganda bolscevica", roba da far ridere i polli.
Sono ricordi confusi, ma ricordo bene che in famiglia vedevamo in televisione i comizi di Berlinguer, le tribune politiche, e che mio padre mi dava dell'estremista già agli albori della mia vita.
Avevo uno zio sindacalista, un sindacalista con i coglioni, neanche lontano parente degli arruffapopolo di adesso, e ne andavo fiero. Viveva a Bologna e quando andai a trovarlo mi emozionò l'incontrarlo in compagnia di due operai giganteschi, due armadi dall'aria bonaria che mi davano un'idea di totale sicurezza, per me, per gli altri e per gli ideali che perseguivamo.
La persona che ho sentito più vicina, negli scritti, nei ragionamenti e nelle idee, in quegli anni era Pier Paolo Pasolini. Lo dissi anche in classe e lo scrivevo nei temi, quasi regolarmente.
Un comunista critico, un pensatore, un poeta, un uomo d'ingegno e libertà indubitabili.
Un mio amico mi disse: "Pasolini era ricchione e si faceva inculare"
Gli risposi: "E con questo?"
"A te piacciono le donne, no? Allora perché devi parlare di quell'invertito?"
E già, veniva fuori, embrionalmente e anche no, quel ridurre tutto a degli organi che si penetrano, quel disgusto delle scelte altrui che è il moto interiore più fascista in circolazione.
Non siamo stati più amici, perché io quel ricchione lo stimavo enormemente, ed ancora oggi lo ricordo con grande forza, ne invidio ancora la sapienza incommensurabile andata persa, comprese le sue provocazioni mai gratuite.
Oggi mi attraggono figure di intellettuali e persone anche semplici che però abbiano in comune una lacerazione nel tessuto esistenziale. Quando una corda si rompe in qualcuno, è quasi certo che quella persona otterrà la mia vicinanza e la mia comprensione. Perché gli oppressi non sono solo coloro sotto dittatura o banalmente sotto padrone, gli oppressi sono una categoria trasversale in crescita continua, purtroppo.
Gli oppressi da una condizione esistenziale instabile, per esempio. Oppure da una crudele e reiterata non affermazione del proprio potenziale, anche. Oppressi dalle mancanze, dalle coincidenze accanite, dalle scelte obbligate, da una sopravvivenza grigia. Ho allargato il mio spettro di competenze, e mi dirigo dove sento che il sole è solo una comparsa sgradita.
Non ho nulla del guaritore e tantomeno del compagno di sventura, perché la cosiddetta "sfiga" è una condizione inaccettabile della considerazione di se stessi.
Mi piace definirmi un silenzioso accompagnatore, un fiancheggiatore dubitante, un compagno di strada che possa fungere da parapetto o precipizio a seconda delle necessità. Le persone arroganti sono noiosissime. Le persone convinte mi sono insopportabili, le trovo molestissime, quali che siano le loro idee e il loro credo.
Mi piacciono le persone che accettano la nobiltà della caduta, la palude del tempo fermo, e che nel guano si ribellano, diventano belle e coraggiose.
Hanno il mio rispetto e una calibrata dose di compiacenza costruttiva. Possono contare su di me.
Dove invece vedo pressapochismo, arroganza, frenesia di realizzazione senza scrupoli, opportunismo nascosto da disgustosi modi da peluche modesto, lì divento nemico giurato, indifferente in quanto totalmente inconciliabile. E mai giustificativo.
Non sono una di quelle merde che gioisce per le incapacità altrui, ho passato anni ed anni ad esercitarmi nel riconoscimento delle mie numerose incapacità, prima fra tutte quella di essere violento e prevaricatore. Non mi interessa imporre la mia volontà a chicchessia. E' solo una perdita di tempo o, peggio, una vittoria di Pirro.
"Libertà" è una parola puttana e quasi sempre è un equivoco piuttosto squallido. Ma credo ancora valga la pena circumnavigarla, strapparla, approfondirla, issarla e nasconderla al momento opportuno.

In questi giorni studio, cerco di capire e sapere perché chi, come e quando, figure che mi affascinano e sono scomparse senza -quasi mai- aver ricevuto giustizia. Oppressi, presumibilmente, dall'incapacità di adattarsi ai saliscendi poco eleganti della vita, ai voltafaccia di sterco ed urla, agli abbandoni di cui tutti parlano e che finiscono in bocca agli analisti senza risultato alcuno.
Uomini, esseri umani, che si sono abbandonati, in primo luogo; uomini che hanno letto nella fuga l'ultimo disperato senso raccoglitore della vita stessa.
Uomini che avevano bisogno d'ordine, di certezze in fila indiana, impegnati com'erano a patire disegni sbavati, spiegazioni di paura, mancanza di progetti e di stimoli da condividere. Sto chiaramente alludendo a chi ha posto fine ai propri giorni, quella definizione che pochi sono in grado di reggere, i suicidi. Il suicidio ha un suo fascino indegno e sinistro, morboso, ma non è questo il motivo del mio interesse.
Quello che mi interessa è la corda spezzata, il perché, se fomentata o arrivata carponi, nell'agguato del pieno sole. Molti intellettuali suicidi hanno detto, scritto o prodotto cose di una forza straordinaria ed irripetibile. Ed io, da tanti anni abituato a questa familiarità che dovrebbe essere inconfessabile per convenienza, abilitato alla sfumatura tenue del rammarico trattenuto, colgo quasi sempre lo sguardo di un essere umano stanco, stanco per davvero. A fronte di tanto da fare e da dire ancora. Ma è proprio quello il punto. Non è che manchi il tempo o la materia a queste anime, è la convinzione, il sostegno, una fede qualsiasi, una condivisione che sia davvero tale.
La capacità, forse, di guardare oltre la propria tempesta, la capacità di innamorarsi davvero di qualcosa che è diventato estraneo.
A conti fatti, la vita.

Luca De Pasquale

Dedicato a: Patrick Dewaere, Alighiero Noschese, Jens Bjorneboe, Giampiero Bianchi, Alexis Arguello, Humbert Balsan, Giovanni Camerana, Francesco Lomonaco, Luca Alex Flores, Luigi Pistilli, Stig Dagerman, Pedro Armendariz, Jean Eustache, Francesco De Rosa, René Crevel, Robert Enke, Gerard de Nerval, Ernst Ludwig Kirchner, Claudio Volonté, Mark Rothko, Breece Dexter Pancake, Ennio Iacobucci, Brian Keith, Klaus Mann, Tancredi Parmeggiani, Luigi Vannucchi, Tino Schirinzi, Guido Morselli, Sandor Kocsis, Arturo Gatti, Riccardo Mannerini.



02/05/11

BAD JOKES - ... just A Matter Of Time


Inizi ad ascoltare questo disco e ti dici, "questi ragazzi hanno coraggio". Perché le sonorità tonde, pulite ed evocative con cui il disco esordisce sul piatto fanno pensare immediatamente ad un rock di stampo americano sposato ad una sensibilità europea.
I Bad Jokes nascono dall'evoluzione dei "Band On The Run", gruppo fondato dai fratelli Lancellotti nel corso di una lunga trasferta londinese per studio.
Proprio a Londra i fratelli Lancellotti incontrano il pianista/tastierista Marco Corcione e il cantante Fabrizio Balsamo, e da qui nasce un percorso di serate live che cementa l'intesa e lascia ai quattro ragazzi il sentore che gli scopi siano comuni e tutte le loro influenze conciliabili.
Tornati in Italia con un pugno di composizioni fresche e debitrici degli ascolti eclettici di ognuno, i Band On The Run si ribattezzano Bad Jokes ed iniziano una clausura "matta e disperatissima" in studio di registrazione.
Clausura nobile che trova risultato in questo godibilissimo primo album, "Just A Matter Of Time", in cui la band fa sfoggio di qualità inusuali, tanto dal punto di vista compositivo che da quello esecutivo.
Per quanto la ricerca di derivazioni sia ormai operazione vieta, tipica di ogni recensione, non si può non pensare ai Toto di "The Seventh One", ad esempio, come ai Mr. Mister degli anni d'oro e a certo pop intelligente degli eighties. Le alchimie vocali (pensare alla traccia 3, "So Lonely", emblematica in tal senso) raffinate rimandano alla west coast più elaborata, gli impasti strumentali non indugiano mai in facili virtuosismi o classici "trucchetti da jam session".
Molto espressivo il cantante Fabrizio Balsamo, elegante e inventivo Dino Lancellotti alla chitarra, di caleidoscopico contrappunto e gran gusto il lavoro di Marco Corcione alle tastiere, e preciso, metronomico e pulsante il basso di Claudio Lancellotti, che ha suonato -e lo scrivo volentieri per i miei amici bassofili- su un Rickenbacker V63 e su uno Yamaha BB1600.
Un'interpretazione bassistica à la Paul McCartney: niente fuori posto, dettagli curati, sostegno e non riempitivo, marcatore di melodia e non svolazzo superfluo. La coscienza del bassista.
Tra le tracce che si fanno ricordare, sicuramente il singolo "World keep tumblin' down", la già citata "So lonely", la sorprendente "Stay tonight" (chitarra grintosa, riff corposo e basso modello), la delicata e profonda "Deep in your soul", la fragorosa "The End" (Steve Lukhater apprezzerebbe certamente), "Call your name", tra blues, a.o.r. e straight rock.
In definitiva, un esordio che si può definire senza esitazioni più che promettente, lontano dalle mode d'accatto, debitore di una musica autentica e non estemporanea, qui la reale provocazione è il professionismo ancorato su tanta voglia di fare ed emozionarsi suonando.
Ho avuto l'onore di essere stato citato in quello che, senza cadere in una vizza esterofilia, è un disco assolutamente "non italiano", usando tale qualifica come accezione negativa, considerate le uscite di livello basso che la musica nostrana sta producendo da un decennio.
I Bad Jokes sono l'esempio di come si possa essere puliti, grintosi, efficaci senza scadere nel derivativo, anzi; le influenze sono qui al servizio di un discorso che si annuncia nuovo e reale.
Complimenti ai Bad Jokes, allora, e procuratevi questo cd, distribuito da Edel e disponibile in tutti i migliori negozi di dischi, perché ne esistono ancora.

BAD JOKES 
"... just a matter of time" (Clapo Music/Edel 2011)

Claudio Lancellotti: electric basses and vocals
Dino Lancellotti: guitars and vocals
Marco Corcione: piano, keyboards, vocals
Fabrizio Balsamo: lead vocals

www.facebook.com/BadJokesOfficial

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Luca De Pasquale