28/04/11

Acquasanta, acqua sporca, benedizioni a punti


Mi è capitato di conoscere delle donne che vivevano la sintassi e lo sviluppo di un rapporto come una sfida di potere. Una continua tensione, sospinta non verso un appagamento anche difficoltoso, bensì un sontuoso quanto sciocco tira e molla di sensazioni, atti e status quo in aggiornamento.
"Mi piaci molto, ma devo ancora verificare la tua affidabilità"
"Certe volte con te mi sento a casa, eppure sento qualcosa di stonato, di non concluso"
"Proprio non riesco a spiegarmi cosa ci abbia avvicinati.... visto che mi sento attratta da un'altra PERSONA"
"Non dovresti essere qui"
"Un giorno forse ti dirò delle cose"
"Non mi sento di fare del male a XXX, ma non riesco nemmeno a fermarmi"
"Sei tu che hai voluto creare questo pasticcio, io non volevo"
E nemmeno a dire che queste contraddizioni insolubili fossero smussabili in alcova; anzi, si rafforzavano. Dopo il peccato, la ragione squadrata e annoiata di primedonne non abituate alle seconde file. Un esame perpetuo, devi conquistarmi, devi mantenermi attenta, devi farmi ridere, devi sbaragliare la concorrenza, devi convincermi che ho fatto bene ad averti scelto.
Devi apprezzare le cose della mia vita, devi modificare le tue; devi essere geloso ma non ossessivo, altrimenti fuggo; devi farmi sentire appassionata ma non tanto puttana, grazie.
La mia risposta è stata sempre accendere una sigaretta ed astrarmi, nei limiti del possibile. Non si trattava di superbia e tantomeno di misoginia, ma non sono stato educato agli sforzi stupidi. La sincerità si sposa con la faciltà di dinamiche, e quando qualcosa funziona non c'è nessun bisogno di aizzare questi ghirigori dolorosi.
Erano belle. Erano anche preziose. Ma volevano istituire una commissione d'esami eterna, stakanovisti sempre al lavoro, matita rossa e blu e blocchi mentali come se piovesse. Non era roba per me.
Ho sempre distinto, e con pervicacia, tra corteggiamento e idiozia. Per amore potrei essere capace di qualsiasi cosa, incluse nefandezze comuni e meno note, credo anche di uccidere, in estremo; sicuramente sono altrettanto restio a considerare il mio ruolo come un colpo di fortuna ad alto mantenimento emotivo. Già tutto il resto è pesante e fangoso.
Non si tratta più di raccogliere una sfida, quello sarebbe appassionante, come strappare le sognatrici ai loro stupidi fidanzati, convinti ancora che qualche flessione scenica sia funzionale a farsi amare davvero. Nei casi di cui tratto c'è in ballo un tributo non dovuto, non salubre, e soprattutto non utile, a nessuna delle parti, amanti compresi.
Questo succedeva di più intorno ai miei trent'anni, e mi mandava silenziosamente in bestia. Comico che adesso l'età mi giustifichi quasi a prescindere, la refrattarietà alla sofferenza da parati viene compresa di più e accettata velocemente.
Amare sì, certo e per sempre, martirizzarsi mai, sobbarcarsi manie ancor meno.
Trovo, più che negli anni passati, il tradimento come una patetica forma di sicurezza autoindotta, piacere rinfranca, consumare eccita e accende il maremoto banale dei pensieri, persino i rimorsi sono inclusi nel pacchetto. Mordere altre labbra, leccare altri lembi di pelle, entrare o uscire da qualcuno ci regala il movimento, il rischio patinato, non è mai coraggio di osare, è una vigliaccheria bella e buona. E lo dico perché sono tendenzialmente infedele, lo sono per antiche vendette, lo sono perché valgo il giusto, non più di chi non se ne accorge.
Mi viene da sghignazzare quando, antica ed odiosa questione, si ricorre al termine "esperienze" per delimitare situazioni e gesti dei quali, in tutta evidenza, ci vergogniamo e vorremmo cancellare.
Con un colpo di spugna o un nuovo grottesco amore da urlare all'universo imbrattato di cerume divino, quell'indifferenza oscena che ci ostiniamo a voler sbrecciare con il nostro velleitarismo emozionale.
"Il mio amore è autentico".
Come se si parlasse di vini, di quadri, di roba d.o.p. o d.o.c., insomma certificazioni. 
C'è anche un'altra domanda.
Se una persona è legata e civetta con me, che bisogno c'è di sollevare la questione morale? Direi che sarebbe molto più opportuno un tacito, complice e godurioso silenzio. Invece si deve discutere, "lo faccio ma non dovrei". Invece no, stai zitta, tappati la bocca, spogliati, godi, fammi godere, punto. Siamo due vermi, il terreno ci aspetta. Ma non parlarmi di morale, che è come sbavare una marmellata ripescata da chissà quale dispensa millenaria.

Esco dal lavoro e mi fa male la testa. La tipa che è venuta con il fratello scemo e segaiolo mi ha lasciato il numero di telefono. Mentre parlavo con lei l'ho immaginata godere, con le dita a contenere l'esubero vocale. L'immagine mi ha annoiato subito.
Due tipi un po' infelici nel corpo e nell'aspetto parlano di "scopamiche" all'ingresso del negozio. Ecco due coglioni che giocano di mano e polso appena si fa sera e amano i cavilli etici e fantasiosi, considero. "Scopamiche"? Una definizione rivoltante. Per me esistono le scope, quelle per spazzare, e le amiche. E le due cose non hanno nulla a che vedere con il sesso, nel mio regno.
Raramente attribuisco ad una donna la qualifica di amica; quando accade, per me ogni avvenimento di natura sessuale è totalmente da escludere. E non perché io sia un virtuoso, solo perché ho superato quello stadio di pensiero e (possibili) fremiti, non c'è virtù nell'andare altrove.
Napoli, via Luca Giordano, pomeriggio di primavera.
I fidanzati in giro sono più insulsi dei barboncini che attaccano boxer e labrador. 
Le smancerie ostentate sanno di crisi posticipate.
Andrò a casa, farò una doccia, ascolterò Sade, non sognerò ad occhi aperti, non darò le mie cure a nessuno che non sia il ritorno che attendo, il mio curriculum giace nel PC senza aggiornamenti, sono stato bravo nel tutto e nel niente.
Fumerò come al solito. Leggerò Ennio Flaiano, il "Diario Notturno" ancora intonso, continuerò a non chiamare "esperienze" i miei errori di calcolo e tempesta (Avion Travel docet), mi ostinerò a non fare la fila per una carezza.
E' vero che siamo in tempo di guerra, ma siamo ancora uomini. Ancora per un po'.

Luca De Pasquale

26/04/11

La voglia di parlare


"La provvisorietà del cazzo"
Piero Chiara

Le insegne verdi nella sera che sa di pioggia e appuntamenti disdetti.
Il parcheggiatore abusivo fuma la sua Marlboro moscia con noia. L'edicolante prova a rifilarmi una rivista musicale. Le persone tristi e annoiate sono una iattura, a maggior ragione quelle che credono di poter avere con te un'empatia spirituale solo perché scrivi, e lo fai con toni esistenziali. 
Io non tollero le persone tristi e ancor meno quelle che si lamentano.
Dalla strada vedo le costose librerie nelle case bene. Le tavole apparecchiate. I televisori che fanno a gara di pollici. Una donna si pettina alla finestra. Un'altra fuma e urla al marito in casa. 
Sto rileggendo Piero Chiara, in questi giorni. Mi piacciono i suoi personaggi, erotomani, calcolatori, viziosi e passeggeri, decisamente ingannevoli, giocosa anticipazione della morte.
Augusto Vanghetta. Michele Cannaritta. Tito Sborra, nome mitico, nomen omen.
Piero Chiara ha stravolto la mia concezione onomastica dalla prima adolescenza; sono cresciuto con Temistocle Mario Orimbelli, Mansueto Tettamanzi, Emerenziano Paronzini.
Non c'è da stupirsi che i nomi fittizi da me usati per stratagemmi ed altro siano dello stesso tenore: storico è stato l'arrivo di alcuni cd in negozio a nome di Carandente Escharpfl. Tristemente noto fu anche Michele Vagacroste, un alias sfortunato. Ma non siamo qui a parlare di questa roba.
Cammino per una Napoli piovigginosa, umida, distante, e mi rendo conto che si sta chiudendo un ciclo, quello della provvisorietà.
Forse assentarsi per evitare l'errore è un procedimento superato. E' giusto che ci siano bottiglie di vino in regalo, scollature, piedi che si intrecciano, squallide fughe all'altare delle voglie, è giusto che si consumino sughi prelibati, pacche sulle spalle, lingue in bocca e finestrini di treni che ti diano l'idea dell'oasi da raggiungere.
Cammino in questa sera svogliata e mi accorgo che la mia presenza è richiesta. Non mi lasciano la sedia vuota per rispetto, la occupano con un infiltrato. Devo riprendermi i miei posti.
Mi viene da ridere, a pensare a coloro che vogliono leggere frasi belle, inni alla sensibilità, per poi sperare -nel cantuccio di rimorsi costruiti- ad uno che scrive come ad uno che debba strapparle ai noiosi concimi del tipico maschio modello "mi limito ad essere il tuo uomo".
Un uomo che scriva poesie e parli d'amore senza preventivare il cazzo è un idiota colossale.
Il cazzo è una penna, anche se si spera vivamente più doppia e lunga. Una penna intinta in ataviche paure di sopraffazione, dominio e disfatta, un panzer senza ricordi e senza occhi, un registratore di cassa, uno strumento occluso nella cassa armonica se senz'anima, un abile conversatore di rottami, un espugnatore di permessi già accordati.
La provvisorietà del cazzo di cui parlava Piero Chiara è il miglior modo per sfruttare le migliori caratteristiche di questo ingombrante e condizionante aggeggio; non staccarlo dall'anima, dal terzo sguardo, dal pronto soccorso della ragione sono le coordinate per esaltarne le secche qualità.
E' una parte del tutto, non afferisce affatto al privato e all'intimo, è un medium imbecille che però ne ingarra, di questioni.
Continuo a camminare con le mie sigarette acquietanti, e lo sento eccome, il cazzo; come gli occhi, le braccia in marcia, i capelli massaggiati dal vento. Parlare d'amore è una noia mortale, in quel modo asettico tipico dei frustrati; caricare il discorso di metafisica, di dietrologia da lavaggio antimicotico, spacciare un pompino per un momento d'annebbiamento, una relazione sbagliata per una crocifissione del fato. E diciamolo, che non se ne può più di queste cazzate.
Cammino, e mi sento un errore senza bisbiglio di giustifica: ho sbagliato milioni di parole, tantissime relazioni, ho sbagliato spesso amici e ho inventato l'intuito in soluzioni di voglia pazza, per darmi lo sprint. Non c'è nulla su cui ragionare, che sia davanti ad un the o ad un bicchiere di buon vino. Siamo, sbagliamo, siamo, recuperiamo, crolliamo, amiamo forse solo quando non ce ne accorgiamo.
La verità è che le chiacchiere non mi piacciono più. Forse non mi sono mai piaciute.
Credo di non avere più niente da dire. Mi piace la vita, mi piace il sesso, mi piace scappare quando mi si aspetta, mi piace inseguire quando non mi si prevede. Sono un cretino delicato e la voglia di parlare, lo credo fortemente, tende a scemare quando si ha il buonsenso di pensare "non ho nulla da insegnare a quello che ho davanti".
Ascoltare. Godere. Svegliarsi al mare. Morire con dignità. Isolare i lussi della mente e rendersi reali. Bere. Mangiare. Scopare o fare l'amore, è solo una questione di etica strozzata, è una delle differenze più idiote che mi sia capitato di sposare. Alternarsi, il proprio e l'altrui.
La voglia di parlare passa, la voglia di vivere aumenta. Succede quando scopri che non hai più bisogno di essere accompagnato per sentirti in compagnia.

Luca De Pasquale

25/04/11

Uguale al resto, diseguale al giusto


Da Zara alcune donne sono in fila per provare abiti nei camerini. Alcune sono accompagnate dalle mamme, quasi sempre querule e decisioniste, altre sono scortate dal compagno d'ordinanza, seccato per obbligo fisiologico, smarrito in pensieri calcistici, d'evasione o d'alcova.
Mi domando se abbiano già scopato, queste coppie, se nel primo pomeriggio a velocità di crociera, oppure se tenteranno la carta del piacere in serata, a sigilli festivi più elaborati.
Sembriamo facenti parte tutti di uno stesso villaggio turistico, quello della sopravvivenza affettiva, chi più chi meno, tutti con bancomat, tessere, punti regalo, carte, dream card di qualcosa, tutti alle prese con chiavi e serrature, con cerimonie da programmare e lutti da caricare.
Tutti a tentare la dignità nella grande latrina pubblica delle speranze, a cercare lo stile che unisca l'apparenza e i non detti, ognuno con le sue stravaganti teorie sulla felicità e sulla comprensione.
Guardo queste persone affaccendate nel prendersi cura, nel darsi volontà di non pena, mi chiedo perché sia tanto difficile per tanti accettare che non si può piacere a tutti e che non potrà mai esistere una scala di crescita nei desideri e nella loro realizzazione.
Ho voglia di una sigaretta, di una monodose di sesso, ho voglia di non rivangare eventi sciocchi transitati per l'anima in giorni lattiginosi.
Tutta questa gente con le giacche in mano, con le minigonne spalmate sotto gli occhi, con l'amore steso a pancia all'aria come un felino stupido, mi sembrano dei rimedi a due zampe, niente di più, niente di diverso da una casistica variegata di rimedi.
Uomini con le dita nel naso. I loro pantaloni spampanati, senza connotazione sessuale, l'atrofia delle abitudini. Donne con facce lunghe, donne con brufoli sommersi da trucchi, donne che non urlano davvero da anni, se mai fosse accaduto. Si parla. Le ricette. Io dormo con tuorli d'uovo sull'anima, ti assicuro che funziona. Il mio uomo ha ripreso a fottermi bene da quando l'ho tradito. Ha paura di perdermi di nuovo ed è cambiato. Io faccio analisi e sto guarendo. Io ho ritrovato dei vecchi amici e ho smesso di fare incubi.
Chissà se tra queste donne, in questi posti affollati, c'è colei che diventerà mia moglie. Perché io sono un borghese, anche se un borghese screanzato e senza dio, e dunque mi sposerò. Chissà se tra queste persone c'è qualcuno che non pratica il tropicalismo sentimentale, tanto pericoloso e sciocco.
La pena e lo schifo di farsi belli per qualcuno e non ottenere alcun risultato, spero tanto che tutti questi signori abbiano già passato questa fase. La fissazione di parlare e confessarsi, c'è ancora qualche illuso a cottimo che ci speri davvero? Le gioie lasciano indifferenti, lo si impara troppo tardi, e raccontare dei dolori e delle paure è una truffa di debolezza, è un ricatto di bisogni indotti ai quali dovremmo sottrarci con sdegno.
Tutta questa gente di questo sabato nevrotico, non santo e non peccatore, non evangelico e non chiavatore di professione, tutta questa gente parla troppo e organizza anche di più. Non c'è flusso nelle cose, non c'è vento a dare direzione, è come sciare sulla ricotta, pazzi, inutili, innamorati di vacanze che non ci saranno mai.
La commessa bionda di Benetton potrebbe tranquillamente diventare mia moglie. Ha i capelli corti e una collanina sobria, signorile.
La osservo per poco e mi basta a capire come fa l'amore, come guarda e come chiede. Sembra interessante, ma sono un'alga vulcanica a spasso con il mio silenzio. 
Non si fa che chiedere, noto. 
"Come sto, mamma?"
"Ma pensi che vada bene per la cena dai De Frecris? O è troppo scollato?"
"Tu non mi guardi mai"
"Ho paura che lui abbia un'altra"
"Domani Pasqua a casa dei miei, che palle... sai che volevo andare a Formia?"
"Ho ascoltato il nuovo di Capossela in anteprima"
Se qualcuno si sparasse in bocca in questo supermercato di vita, il trambusto durerebbe pochi minuti, giusto il vomito dei curiosi, il senso compassionevole del vivere è un orgasmo simulato.
Quanti vivrebbero davvero degli incubi costanti, aggressivi?
Tutti a spalare cacche di piccione nei giardini, tutti a uccidere nani ed alimentare cambiamenti. La vita che fugge è uno scherzo di pessimo gusto.

Rubo pezzi di discorsi.
"Ho amato tanto, tu che ne sai? Dopo di lei non ho più la voglia e...."
"Ma davvero il Napoli ha perso a Palermo?"
"Sugo e capperi, lo avevo detto a Cristina"
"... quel pezzo di merda, facile poi conoscere...."
Mi gira la testa. La mia possibile moglie fa il suo lavoro, ripiega pantaloni, sorride, sbuffa, si muove, è l'unica traccia di nuvola in questo caos bulimico, costipato, eccentrico e spento.
Ho vinto delle aste su ebay. Alcune tipe mi guardano, oggi sono più carino. Lo sapevo e poco importa. Io non prego. Io non rispondo. Non ho fatto la comunione e a scuola non alzavo mai la mano per timidezza e rabbia. Come tutti, uguale al resto e diseguale al giusto, ho i miei grumi di dolore irrisolti. Non sono un uomo speciale. Non lo sono mai stato.
Come tutti, ho amato e non ho vinto premi. Non sono stato sorteggiato quando lo volevo.
Come tutti, non ho rispettato le promesse e ho cercato evasioni quando ero già libero.
Tutto questo dolore a spasso per il sabato, il dolore di chi non conosco, è solo mal di testa.
Il bianco dei giorni da spingere alla fine è un atto di forza, quando il tempo passa diventi forte e non chiedi più tanto, non ti prostri, non ti prodighi per briciole di legalità emotiva, pirata eri e pirata resterai.
La mia possibile moglie non mi sorride, mi osserva spaesata, perché io ho l'aria di uno uguale al resto e diseguale al giusto, l'unica fortuna è la capacità di non rifiutare gli incubi al cospetto di scherzi di pessimo gusto.

Luca De Pasquale

18/04/11

"Sto silenzio"


Silvia mi guarda.
Ho acceso una sigaretta e guardo fuori. Il tramonto è piuttosto banale, stasera, ed è sporcato dal traffico e da una certa dose di abulia che non nascondo.
Silvia funziona in modo prevedibile. Sembra si accorga di me solo quando sente il suo territorio minacciato.
Oggi si è insospettita perché ha notato che ricevo messaggi sul cellulare, e dalla mia ritrosia in sua presenza si capisce che è una donna.
Ridacchio mentre guardo la strada brulicare: mi toccherà qualche domanda imbarazzante.
Eppure, certe volte l'ho amata senza respiro, pretendendo conferme dai suoi occhi, cercando le sue mani per impedire la fuga di ogni possibilità dal mio cuore, ho quasi pregato per una sua composta dedizione, ma niente. Mi ha zavorrato di "forse", può darsi", "potremmo", "non fraintendere", mi ha vestito come un bambino idiota in attesa di vedere esaudita la sua lista natalizia.
Si ricorda della mia presenza tangibile ora che sente mancare il terreno sotto i piedi, ma non ne profitterò. Certo, il mio mestiere non ha un grande appeal, un rappresentante di agende è come se non facesse niente, è un tapino angolare, poca gloria poca avventura.
Ma le donne mi hanno notato lo stesso, sarà per l'aria stralunata, sarà perché non so mai di che parlare quando non sono convinto. Non so.
Silvia mi osserva. 
"A che pensi?"
"A niente"
"Non è vero, non è possibile"
"Invece lo è"
"C'è qualcosa che non mi hai detto?"
"No"
"Bugiardo"
Sto silenzio, come dicevo da piccolo.
Che tramonto banale, lì fuori. Un tramonto lenzuolo da appuntamenti. Mi sento limitato anche nella fantasia, stasera. Chissà se saprei far ridere qualcuno. Chissà se riuscirei a non essere così opaco come mi avverto.
Silvia è ora dietro di me. Mi bacia i capelli. Riappropriazione di territorio. Mi aveva preso sottogamba, mi sa. E' buono, non fa troppe domande, è serio e sta lì, tranquillo ad aspettare che la pergamena si srotoli per bene. E' in difficoltà e non me ne compiaccio affatto. Non è mai facile ristabilire il dominio su qualcuno che vaga nell'altrove con una certa discrezione.
Che tramonto da schifo, lì fuori. Mah.
Prendo il caffè con Adriano che continua a mormorare paroline dolci alla barista. Gioca su freddure senza senso, cerca convergenze inesistenti, presume di essere in grado di dimostrarle quanto le distanze si possono accorciare in un amen.
Un hobby cadaverico.
La tipa è sicura, poco scalfibile, e da quel che vedo ha bisogno di un vero uomo, uno che non sia un Ganimede da tappezzeria come Adriano. Lei ha bisogno di uno che la scopi forte, che la possegga con rigore e forza e che le lasci campo libero sulla malizia imprevista, sulla sorpresa.
Le canzoni romantiche e accattivanti, i messaggi tumidi al calare della sera, questa roba non serve a nulla se non sai essere uomo. Un bacio non è una conquista, un bacio è solo un inizio.
Adriano è imbevuto di letteratura spicciola sull'argomento, con la sua chioma flua e i suoi braccialetti di virilità colorata, con le sue vacanze in Spagna; dubito senta davvero incipiente e tirannica la presenza e la necessità del sesso, di un certo sesso senza ammortizzatori.
La bocca della barista è sensuale e io penso al rossetto sbavato, alla cancellazione del tempo in presenza di un grande soffio caldo. Adriano invece continua a giocare al gatto e al topo, ruoli che ricopre all'unisono con modalità patetiche.
Questa donna è bossanova e tempesta, anche se non mi interessa, e Adriano è solo un lento a passi incerti, alito menta e mutande pulite, non c'è un cazzo lì sotto, non ci sono coglioni e non c'è fuoco.
"Prima o poi io e te....", lancia lì il formichiere seduttivo, e lei sorride benevolente. Poi mi sgomita per testimoniare della sua mezza conquista.
"Caro Adriano, il sesso non è palestra. Il sesso non è un giro dello stadio"
Rimane inebetito: "Cosa vorresti dire?"
Taccio. Sto silenzio: "niente".
Lo so che Adriano non è abbastanza uomo da spezzarsi, non è abbastanza maschio per uscire dagli stereotipi, anche quelli che ti regalano il diritto al voto del pavone.

Mi fermo, da solo, ad osservare un papà che entra da Leonetti Giocattoli per acquistare al figlio un'automobile radiocomandata della polizia. Il bambino, che avrà otto anni, freme.
Guardo la scena da fuori, all'ingresso, fumando distaccato.
Da come si muove e da come è ossequioso nell'andatura, intuisco che l'uomo è un vanitoso, un piacione alla moviola. Uno che si è realizzato e ama diversivi senza base. Il bambino vive semplicemente la sua età e i suoi desideri apparentemente fondamentali. E' una scena semplice.
Magari è un mio ex compagno di liceo e non lo riconosco. Chi se li ricorda, i miei compagni di scuola, o meglio chi li identificherebbe oggi. Qualcuno mi amava, parecchi mi evitavano. Non ero quel che si dice un'anima tranquilla.
Il bambino guarda estasiato la radiocomandata, il padre paga bancomat. Sto silenzio e la mia età adulta è una scommessa pronunciata in giorni quieti.
Escono, non mi guardano. L'uomo ha un odore di bagnoschiuma e ha le labbra gonfie, di conformazione. I suoi baci devono essere morbidi, anche se è troppo basso per essere convincente in pose libidinose.
Sorrido alla commessa, con i miei capelli nuovi di garbo, non tornerò, mi trovavo a passare per caso, io sono uno che sta silenzio.

Rientro in casa. Qualcuno ha cucinato peperoni. Odore di pulito dai pavimenti, odore d'ospedale dal cesso. Movenze fantasmatiche di gente momentanea. 
Persone che buttano la mollica per non gonfiarsi. Persone che gettano ami per non mollarsi, bisogna darsi l'idea del movimento e delle capacità.
Entro in camera. La mia camera è una geometria di fumo e "forse" ritagliati, il mio letto è un barattolo di vento con maggiordomo che annuncia le mie distrazioni.
Mi guardo nel vetro della finestra. I miei capelli hanno cambiato garbo, non è una notizia, non è nulla che possa contraddire l'impostazione "sto silenzio".

Ho l'estate addosso. Mi carezza piano e mi soppesa, chissà che farà questo strano tipo.
Chissà se davvero, come dice, è un accompagnatore decoroso del silenzio.

Luca De Pasquale


17/04/11

La manutenzione degli affetti


Da piccoli spesso ti insegnano a desiderare ma non a mantenere.
La manutenzione degli affetti non fa parte della cultura basica della mia generazione; il sacrificio è visto come una perdita di tempo, una degradazione in uno scontro ideale con l'egoismo altrui.
La devozione viene considerata una romanticheria obsoleta, perché si sa, si fa fatica a distinguere tra romantico e sentimentale: chi è romantico, con tutta la negatività stordente insita in questo modo di sentire, viene considerato sentimentale e viceversa. Gli sdolcinati positivi guadagnano rapidamente la qualifica di romantici tout court.
Sei romantico se fai molti regali, se fai sentire importante qualcun altro, se mostri in pubblico la tua fierezza e la tua dipendenza dall'imbarazzante sentimento, naturalmente incontenibile.
Appari romantico se sembri in grado di finalizzare il tuo sentire verso qualcosa di conoscibile e riconoscibile; l'ignoto, la nota stonata, non sono previsti.
La manutenzione degli affetti richiede un'altera oziosità di fondo, una presenza torreggiante, fiera, compiaciuta.
Le sottrazioni non piacciono a nessuno.
La consunzione delle energie, che invece è mera questione fisiologica, ti condanna all'irregolarità, all'equivoco, alla puntualizzazione irrazionale del diverso, del discordante.
Puoi rimediare con il corpo.
Puoi rimediare con la buona volontà.
Puoi rimediare con una lettera d'amore.
Puoi traccheggiare con una boutade sperimentata. Puoi.
Si richiede bella presenza alla tua anima, dev'essere vestita, possibilmente deve aver affrontato esorcismi vittoriosi, il diavolo è fascino ma soprattutto paura.
Della tua anima non si vuole vedere la porta diroccata, il ponte levatoio usurato, le bare ed i ricordi a rilievo, mai pacificati, sempre inquietanti ed erranti la notte.
La tua anima dev'essere un'anima da colloquio, professionale, sicura, baldanzosa nelle banalità e coriacea nella difficoltà.
La tua anima è una barca che chiede naufragi per mettersi alla prova, non puoi sperare che questa diventi pratica commestibile, quotidiana, non è stata programmata fortificazione di altalene.
L'anima senza fondo non comunica un'idea accettabile di tempo e di scadenze utili, un'anima nera è il disegno di un bambino disturbato ed è meglio passare avanti.

Ci si arriva, a certe consapevolezze.
Dopo che hai scoperto che di notte chiudono le fontane ed i parchi.
Dopo che Babbo Natale è scivolato sul pavimento della tua camera e si è rotto i denti. Le renne, quelle non ci sono mai state.
Ci arrivi.
Dopo che ti è giunta voce che il diavolo non è un idiota con il forcone, ma il pensiero obliquo della veglia, l'atroce sospetto del risveglio, l'ebbrezza tentacolare delle gioie al risparmio.
Dopo che le lacrime si fermano, salmoni sciocchi e pescati al salto, di fronte alla diga del mondo altro che ti sfugge continuamente di mano e di mente.
Mi chiedono consigli, quelli con le anime doppiofondo o anime limbo, il grigio come derivazione, il bianco come resa, il nero come genetica, la nebbia come aritmetica delle delusioni.
Mi chiedono come si fa ad accettare il pozzo, lo stagno, la luna, il gufo cieco e il pensiero tentatore, mi chiedono come si può coesistere con un disegno sano che alterni rapporti di vita e di morte.
Nell'indifferenza distratta del grande sorteggio, vivere o morire, solitudine o dedizione.
Rispondo sempre che la vita è un lusso senza saldi, che puoi cadere nel ghiaccio mentre guardi il sole e bruciarti per troppo buio, è un sorteggio incline alla crudeltà, non c'è un Cicerone che si inoltri per te e ti spieghi. Sei stato sorteggiato e devi contare sui tuoi passi, che siano nella lava o nella tormenta.

Quando una persona non mi interessa, quando non coltivo aspettative, quando respiro l'abbandono prematuro della postazione di conoscenza, allora stabilisco un rapporto di morte con lei.
Non c'è nulla che possa scaldarci. Nulla che possa essere vettore di sogno. Non c'è apatia nelle rinunce, c'è scelta senza calcolo, è parte del passaggio, è aspettare che le traiettorie possano ricominciare senza il preavviso nefasto tipico dell'inutile: non parti se sai di non lasciare scia.

Tutti vogliamo essere riconosciuti, amati, guadagnare la collocazione e poterla rimirare.
Sono giochi di lusso. A regime di vigilanza silenziosa, ti sono irrimediabilmente preclusi.
Tutti reclamiamo le nostre dosi, berciamo il nostro rancore sfatto e bardato da cavaliere ardito, pretendiamo che i nostri pianti candidi siano grandi spettacoli della natura e sobillino la pigrizia dell'amore.
È un gioco da grandi, è un gioco di lusso.

La cupezza è un altro spaventoso equivoco di luce, un aquilone pazzo che si divora perché non viene accettata la sua dimensione paradossalmente giocosa.
Oggi mi sono svegliato e ho sentito nella schiena quel riposo del male che ti limita i movimenti. Ho capito subito che si sarebbe trattato di una giornata temporalesca, silente.
Oggi ho ignorato la bellezza tutto il giorno. Non mi interessava affatto.
Ho ignorato la ragazza dagli occhi sgranati e curiosi, ho ignorato la musica e le sue ambigue suggestioni, ho ignorato la sete stucchevole di speranze che ti si ripresenta alla porta come un mendicante sporco di carità in eccesso.
Oggi sono partito, senza gli attrezzi del manutentore, egoista e fuori fuoco, votato all'impresa impopolare, all'errore sommesso, oggi le promesse sono fuori conio, sono infedeltà permanenti in piccoli varchi di confino.

Il male riposa e non devi fare rumore, il bene si risposa e devi cercare di non essere l'invitato aggiuntivo, lì per bonomia, lì per manufatti di gentilezza.
Devi solo pregare che la tua assenza non diventi mai ricordo.

Luca De Pasquale


13/04/11

L'uomo nero


"Ogni lusso che ci si concede si deve pagare e tutto è un lusso, a cominciare dallo stare al mondo"
Cesare Pavese

Un uomo che costruisce i suoi silenzi è un buffone.
Un uomo che studia per generare il mistero che gli manca è un guitto sotto padrone.
Un uomo travolgente, allegro e presente mai interrogativo è una parabola malata.
Assisto al concertino finto impegnato, echi di tango, di jazz diluito, di pop esistenzialista griffato, ho solo nausea e saliva oltre la diga del giorno.
La ragazza esistenziale e ribellista ha un'aria polemica e vagamente sessuale, scheletri di rivendicazioni abbarbicate a tristi storie di cazzi.
Il disprezzo per gli uomini e la voglia sconcia di divorarli, tutt'uno nell'ennesima acquaforte per gente stinta in attesa di spaventose risposte. Problematica e lussureggiante stronza, la risposta è negli ultimi sguardi di una persona che muore; l'abbattimento della soglia di Dio, l'ho vista in tutti quelli che mi sono morti accanto, quasi addosso.
La donna stoicamente fedele al suo uomo di sempre mi guarda, intimidita e strana di se, incontra ostacoli invecchiati: non mi pettino, non mi profumo, non ho acquistato nuovi capi di vestiario, le mie scarpe non si notano, la mia cinta nemmeno, le camicie mai sopportate.
Ondeggia sulla sua curiosità, goffa come su dei trampoli di ghisa, ma i suoi pensieri sono anche per la prossima telefonata con lui, per i prossimi dettagli alle amiche, per i baci riconosciuti, la tessera del supermercato delle arterie, niente nuvole che non stiamo mica per morire, suvvia.
Sono in compagnia di un amico e mi lascio andare a delle oscenità banali, tipica roba da uomini un po' usurati, il tutto per una stanga che si aggira attorno a noi con la fierezza di chi ha già scelto.
Gli dico cosa le farei, cosa le chiederei senza parlare, dove mi piacerebbe concludere il nostro eventuale scambio di vite e ormoni, lui ride perché sono fantasioso e mediamente perverso. Ma sappiamo entrambi che si tratta di un rituale di complicità, un fiutarsi tra cani sciolti, il passatempo del soldato impegnato in una guerra mai iniziata e prossima ad un penoso armistizio.
Il balbuziente mi chiede una versione italiana di Joni Mitchell. Mi ha fatto questa domanda una cinquantina di volte negli ultimi due mesi. Lo tratto male, non c'è Joni Mitchell qui, soprattutto non c'è più Jaco Pastorius che nobilitava e di tanto i suoi dischi. Acquista un nice price di Suzanne Vega e sparisce con la sua sfortuna. Mi lascia depresso e insofferente, ai piedi dei suoi desideri monomaniacali.
Arriva a ruota la bellina con le tette un po' gonfie e l'agenda zeppa di nomi di locali della zona, sorride vezzosa e mi chiede notizie sul jazz napoletano eseguito al clarinetto. Penso che mi annoierei a morte in una serata con lei, non ci prenderemmo da subito e ogni argomento sarebbe una desolante anticipazione di fuga.
Mi chiede se il cd è bello, "appassionante".
"Non è il mio genere, a me piace il contrabbasso"
Rimane spiazzata, sorride ancora, concilia: "Ma qui c'è anche il contrabbasso!"
"Purtroppo non mi è bastato"
Appassisce, abituata com'è a uomini che non la contraddicono ma che danzano in vena di appariscenze sui suoi gusti franchi e di buon vivere, sono io fuori posto, sono io Drogo, sono io che aspetto cavalli tartari e mai una cometa da giardino.

Sei in uno, ma ci tieni ad essere approvato.
Sei in due, ma ci tieni ad essere approvato.
Se sei due, quasi sempre l'altro è una tua forma di sicurezza, è una consuetudine sperimentata e tu la vuoi accanto per sentirti a posto.
Ma non c'è un cazzo in quella torta abbraccio; lui si addormenta presto e non ti sa toccare, lui non ti ama davvero quando godi, lui si tranquillizza solo per senso del dovere. Il tuo cuscino per lui è una conquista e non una zattera nel niente, come sarebbe per me. Lui che vorrebbe te a sua misura per i suoi amici, i suoi parenti e il suo passato verde e nero con propensione alle amnesie.
Potrei strapparti a questi verbali di tenue primavera, se volessi e se non fossi diventato così spietato da lasciarti andare nonostante le impronte digitali giuste, i flash onirici e il poco tempo che resta. Potrei irrompere nella tua vita, idra e statua, uomo nero e solista, tempo liquefatto e lingua di strada sterrata, potrei rendermi ridicolo abbastanza per una grande impresa.
Ma il tempo è un sarto che ha sbagliato le misure e ha stretto amicizia con i miei avversari. Avrà tutto il tempo di morire.

Hai voglia di parlare, quando presenti le stronzate che scrivi. Spieghi perché, cosa c'è alla base, cosa volevi dire, qual è il messaggio sotteso, gestisci uno sguardo informale e conti gli ormoni in platea. E' una recita da rifugio, un'improvvisazione sotto le bombe, sono bugie senza baionetta, sei sconfitto in partenza. Cosa ti costerebbe ammettere, non c'è nulla da capire?
Non volevo dire niente. Non volevo dire proprio un cazzo di niente. Sono una fontana, sono poco profonda, bagno gli amanti nei parchi comunali, la pioggia mi fa annegare, di notte sono una struttura di lacrime e voli assenti.
Ho ospitato angeli in pausa e diavoli frettolosi, ho custodito monete fuori conio illudendomi che la tenerezza cancellasse gli errori di sempre. Sono una struttura esornativa con la sommessa speranza di poter coadiuvare le alluvioni.
Torno a casa. Butto la giacca per terra. Me ne frego degli attaccapanni. Mi irritano, mi danno un senso di parzialità e poi mi lasciano presagire impiccagioni.
Mi hanno telefonato. Conosco i numeri. Non richiamo.
Annaffio idiosincrasie nella sera. Gestisco il rancore altrui. Sapone alla lavanda, da poco e per poco. La pentola lucida, promettente. Cena senza tovagliolo e senza bicchiere. Le cerimonie a dopo. Le preoccupazioni di chi ha assistito alla ribellione a coda lunga, rassicurare non è mai stato il mio forte. Il calendario da tavolo è fermo a febbraio. Cicche. Tutta la dolcezza nei cassetti, nelle lettere d'amore ricevute. Ghirigori e grafie tondeggianti. Al cospetto dell'affetto l'uomo nero non parla più, espande l'ombra e ricorda tutti i numeri, tutte le arrampicate sui muri più scivolosi, le scarpe in mano alle cinque del mattino, amante eri e amante dovevi restare, tanto tempo fa.
E, in quella vetrina mai spolverata, la cartolina che mi spedì una vita fa mio padre da Mirafiori, con la Fiat 128 in evidenza, rossa, antica, dissipata, schiantata nel futuro di eroismi a dispense.

Luca De Pasquale

12/04/11

La speranza non ha mai cambiato il tempo dell'indomani


L'esperienza dei quotidiani rapporti col mondo ostile, e delle quotidiane rinunzie a cui è costretta la povera gente, ti aveva già provato. Era evidente che avevi subìto un trauma dal quale soltanto adesso ti riprendevi. Stavi scoprendo te stesso, ti rendevi conto, dolorosamente, di avere vissuto fino ad allora, una vita precaria e assurda, del tutto opposta alla realtà che dovevi ora affrontare senza possederne gli elementi. Quando finalmente scoprivi il mondo coi tuoi propri occhi, non era più il mondo che esternamente ti era familiare, ma un altro, diverso e ostile, ove dovevi inserirti a forza, ed ove le tue abitudini, le tue maniere, i tuoi stessi pensieri erano inadatti e addirittura negativi. La nuova realtà ti rifiutava.
VASCO PRATOLINI - Cronaca familiare

11 aprile
Il russo muscoloso seduto di fronte a me in treno sgranocchia cereali e beve rumorosamente dalla bottiglia di plastica; lo detesto per brevi attimi.
Il panorama scorre velocissimo in una mattina di luce fastidiosa, poco discreta, ammanettata ad una primavera di frenesie debordanti. La donna seduta tre posti più in là ha le cosce inguainate in collant neri e mi riprometto di guardarle; me ne dimenticherò senza rimpianti.
Un certo tipo di caos non prevede che qualcuno possa occuparsi di te. Non prevede che qualcuno possa preoccuparsi dei tuoi stati d'animo assai mutevoli; diventa un'insidia, un'occupazione aggiuntiva che pervade momenti sonnolenti e vaghi, dolenti, rimorsi.
Scrivo appunti in movimento, il treno mi sta riportando nella mia amata/odiata città, non ho nessun motivo politico o etico o ancora ambientale per detestarla. Il mio unico impulso è cambiare nome, storia, potenzialità. Il mio sacrificio è rappresentato dagli affetti, ma tra distanza vicina e distanza lontana, incommensurabile, il confine è labile.
Questo russo maledetto rumina forte e ha il fisico di un attore porno pronto a resistenze sovrumane; credo possa essere in grado di penetrare una donna per ore, sempre con la stessa faccia a maggese, senza espressione, sempre con il cazzo di cemento e la vita sottobraccio, inconsapevole.
Lo guardo e mi raffronto. Penso che per me il sesso è una meravigliosa ferita che si riapre ogni volta, è sangue ed eternità sorprendente, lo sento come un afasico testamento, e dopo mi fanno sempre male le labbra, bruciano e scompaiono, nemiche di troppi sorrisi.
Il giocatore di basket milanese parla al telefono; è sornione, vago, cordiale. Altra tipologia di uomo. Pagherei per una sigaretta, pagherei per fumare nelle narici del sole e guadagnarmi una razione di schiaffi senza perdono.
Il russo legge un libro in inglese, storie di viaggi russi, lo inquadro, lo dimentico. Sul mio foglio c'è scritto "Eberhard Weber", il musicista che sento più vicino ed affine in momenti della vita come questo. Un musicista che ha scelto il timbro e la profondità a scapito di altre caratteristiche magari più mainstream. Il suo modo di suonare e scegliere la densità in un brano come "Yesterdays" di Jerome Kern è la quintessenza dello sguardo che ho indossato in questi giorni.
Ho riletto "Pagine di un diario veneziano" di Zurlini, è un libro che fa molto male, è un libro che insegna quanto le cronache esistenziali non valgano meno di certe invenzioni divertenti. Un uomo che si mette a nudo restando vestito con il suo stile, un uomo che nei tramonti ha intercettato sogni già dissolti e li ha trasposti con una malinconia aristocratica, unica e sincera.
Un uomo follemente innamorato delle donne e del destino, schivo e solcato dalla sensibilità, un uomo che scriveva quanto poco gli importasse morire presto o tardi, purché sia.
Mi è difficile spiegare e scrivere perché vorrei chiamarmi Roberto Racci e avere un'altra faccia, altre amanti, altre storie. Mi è difficile affrontare verbalmente la smania di essere un benzinaio, un marinaio, un prestigiatore, un accompagnatore spietato, un attorino affascinante, un giocatore d'azzardo perduto, un amante ingenuo. Qualità, questa, che ho perso senza ritegno.
Ho perso l'ingenuità e conservato l'utopia del Gigante.

pausa

La coppia di francesi, giovani, adatti alle foto e alle canzoni, capisco quel che dicono, come si circondano di plurali. Noi, noi, noi.
Ripenso al pezzo di Kern suonato da Weber e Bruninghaus. Il piano a scrivere la storia, il contrabbasso ad affondare nella polpa della melodia, un uncino buio e implacabile. Mi lascio trasportare dal ricordo. La musica è una piscina torbida, certi giorni, chi ci nuota è già scomparso, lembi di gonne strappate, rimmel fuori produzione, lettere senza mittente.
Case di campagna. Covoni di fieno. Fabbriche. Il panorama corre veloce nel mio ritorno, la coppia di francesi improvvisa baci, la musica è troppa nella memoria del futuro, la memoria sbava ed è una preghiera beffarda che i giorni eleggeranno a litania.
Palazzi scrostati, fatiscenti, si ergono a sacerdoti destituiti di esterni uguali, esterni da ritorno, perpetuo ritorno del passeggero senza famiglia e senza casa. C'è da sorridere alla sacralità del vissuto.
Ci si lascia dietro, in anni e convegni, donne con ancora i tuoi morsi nelle spalle, vecchie audiocassette Basf verdi alle quali avevi affidato le tue ossessioni maneggevoli, ci si lascia dietro funerali che ti hanno richiesta giacca e capelli tirati indietro, si abbandonano orgasmi capricciosi, schiavitù della pelle e della mania, scambi estivi di fretta e voglia, non si augura il bene alle ombre cinesi: un'ombra non è mai un gioco.
Il russo ora addenta un panino con la mortadella, butto un occhio a quelle cosce semiaperte, ma senza il brivido biscia dell'erezione e della confusione, sono giorni difficili, giorni in cui le orchestre richiamano la risacca del mare da bambini e tu non sai più niente di te stesso.
Sei un'essenza a spasso, mare aperto, stabilimento con bandiere rosse e malattie covate sotto barche rovesciate spacciate per riposi occasionali.
Baciarmi, prendersi cura di me, è solo un ciak, qualcuno rimarrà scontento di sicuro. Le comparse infreddolite. Forse Jerome Kern. I figuranti gelosi. Quelle che credono di poter decidere solo in base alla propria bellezza. Io non scelgo mai la più desiderata, non sono queste le conferme che ti rendono vivo.
Vestito rosso, gambe, sorriso, lingua tra i denti a salutare desideri, capelli lunghi più degli addii, le belle parole e le belle immagini sono di una concretezza masochistica, è come se ti accorgessi della bellezza e ne diffidassi profondamente.

12 aprile

Non mi diverte suscitare gelosie in uomini paranoici. Eppure accade.
La sera è una passeggiata per gente convinta di potercela fare ancora. C'è chi si stringe a quel che ha guadagnato ed esposto agli altri. C'è chi si profuma e accende il bengala del divertimento.
C'è chi si imbruttisce godendo.
C'è chi preconizza grandi successi e fasti agli uomini più sensibili e senza pelle. Parole.
La vera abiezione, in primavere disorganizzate come questa, è volere che sia la fiumana di eventi a travolgerti, portarti su uno scoglio sicuro e mostrarti il cielo con aria rassicurante.
L'orchestra prosegue, defezioni incluse, tra mostri di fede e bugie necessarie, miglioriamoci, miglioreremo, ma guarda che bel percorso coerente, guarda i miei risultati, io sono bravo.
La coerenza che lambisce il grande brivido, il più autentico, è scattare in piedi per accaparrarsi la parte finale delle stelle, quando sono già diventate desideri altrui.

Luca De Pasquale


Valerio Zurlini - Pagine di un diario veneziano (Mattioli);

Valerio Zurlini - La prima notte di quiete, 1972

08/04/11

Un uomo dispari



"Invece subito qualcosa di ambiguo, di non chiaro, si era frapposto fra lui e le sue mete naturali. E questo qualcosa non sembrava solo determinato dagli avvenimenti esteriori che spesso influenzano o modificano il corso di una vita, ma connaturato invece ad una sua stessa insofferente natura di ribelle, di sradicato, di uno in definitiva non adatto a nessuna società civile"
Valerio Zurlini su Daniele Dominici, "Pagine di un diario veneziano", Mattioli 1885

Mi fermo ad ascoltare il trio di bulgari che suonano del jazz balcanico da strada. I passanti partecipano distrattamente, e il contrabbassista le corde le strappa troppo, non è melodico, tambureggia e scompone le geometrie.
Non ho molte ore di sonno addosso. Gli occhi sono svogliati e non parlare è una tentazione, una lusinga, un'arpa. Ho trovato per terra un foglietto dai contenuti religiosi, c'è scritto "Per fede Abramo, quando fu chiamato, ubbidì, per andarsene in un luogo che egli doveva ricevere in eredità; e partì senza sapere dove andava".
Ogni tanto qualcuno cita le mie frasi, sono gentili, io dimentico spesso ciò che dico, perché vivo gli attimi come un obbligo di respiri senza confini.
Il trampoliere mi passa invece un flyer che reclamizza un centro saune, è circo d'estate, è uno stagno con il pubblico ad applaudire anche chi si inabissa senza onde concentriche.
Anni fa bevevo. Non si parla di assenzio o altre sciocchezze dal tenore estetico. Bevevo essenzialmente per non ricordare, più che per dimenticare davvero. Poi sono diventato astemio ed un goccio di vino mi fa perdere il controllo dei disequilibri.
La ragazza adulta che bacia il capellone con un po' di lingua incrocia il mio sguardo stanco durante il rituale di proprietà, e dire che anche oggi sono vestito male, il pullover peggiore, la barba, il recinto di educazione a delimitare le emozioni.
Mostrare i propri divieti evidentemente non basta, qualche volta. La vecchia che è venuta in negozio mi ha detto che ascolta musica classica in poltrona, da sola, quando si fa sera. Mi è venuto da consolarla, dirle "le abitudini di solitudine non vanno rivelate mai".
Ha acquistato un cd di Lang Lang e mi ha intristito molto.
La ragazza che è venuta dopo per un disco di musica elettronica in realtà cincischiava sul lasciare il recapito telefonico per l'ordine da inoltrare, ma non l'ho preso, mi sono immaginato con le mie parole, i codici grigi di affermazione e addio, mi sono inmmaginato in lei e non mi andava per niente, forse è finito il tempo delle conferme a destra della mia morale ballerina.
Ho mangiato solo un dolce. Ho scacciato dei piccioni. Ho evitato di salutare la tipa del negozio con il cane, che sembra preziosa solo perché mi ha guardato due o tre volte. Avrei dovuto dirle che ho trentanove anni e non mi fermo più davanti alle vetrine con giocattoli e vizi. 
Fischietto "Quizas, quizas, quizas", l'uomo sulla panchina legge l'oroscopo del Venerdì di Repubblica, devo ricordarmi di rispondere a quel bassista sudafricano, devo ricordarmi di non portare a galla cose sbagliate quando parlo, devo ricordarmi dei bambini quando sparo al mondo con mira bassa.
Stamattina ho fatto una doccia calda, il vapore era un inseguimento, più breve del benessere, più duraturo di ogni visuale nitida. Non puoi impedire alle persone di innamorarsi di te, più le depisti più affermi la tua presenza. Sono giorni che ho la parlantina sciolta, più del solito, mi è facile rispondere a tono, evitare invasioni, qualificarmi come presenza casuale, nicchiare al cospetto del bello.
E' un'arma di fiori accorgersi che qualcuno si stupisca di te. E' una parata di risvegli spinti al disarmo e al momento senza appendici, ti addolcisce, è un naufragio lontano dai percorsi abituali.
La giovane mamma mostra le gambe e urla alla bambina capricciosa. Il signore del Venerdì abbandona l'oroscopo per un momento di libidine frenata. Le persone formulano troppe domande. Oggi qualcuno mi ha chiesto qualcosa, non ricordo nemmeno, io rispondo senza rispondere e celebro un passaggio di antipatia obbligata. 
La verità è che i plantigradi dell'amore mi lasciano freddo. Sembra abbiano il mondo in tasca, grazie ad una certezza che a loro appare di dominio pubblico, e agli altri spesso solo una stravaganza imposta dal bisogno di darsi dignità.
Alcuni che si amano da tanto, da troppo, dovrebbero rischiare di più. Accettare che la musica è andata avanti, molto oltre il loro giardino.
Guardo l'uomo con il giornale: ha la fede al dito. Io ho una costruzione di sospiri tra pancia e stomaco, suggerimenti, il parco giochi dei dispetti alla tranquillità. Le mie radici, sono tentacoli con lo scherzo a sostituire le brutture. Sono un uomo dispari. Acquasanta e acqua piovana, lame e carta, armonia e abbrutimento mangiano alla stessa tavola, fare l'amore con uomini della mia specie non è mai una previsione.
Rileggo il foglietto religioso. Sono confuso e in movimento verso il deserto.
Il pianoforte chiuso. Lingue di gatto. Costumi di carnevale asessuati. La voce del fumatore. I frammenti corrono verso gli specchi. Le persone che si addormentano hanno la mia protezione. Gli abbracci, stipendi invariati di infinite malinconie. Mi piacciono i traghetti, soprattutto d'inverno. Mi piacciono le sciarpe attorno agli uomini silenziosi. Mi piace il jazz cubano, anche se non si direbbe; è sensuale ed una promessa da non rispettare.
Qualche volta ho mangiato guardando il muro. Qualche volta ho amato guardando un ideale. Qualche volta ho mentito guardando negli occhi. Qualche volta ho perso ed ho gioito. Le sconfitte non sono mai interrotte dalla pubblicità.
Sono un uomo dispari, assetato, spirituale come lo sono i fregati, sono un uomo dispari e al circo non piango solo perché non dispongo di trucchi necessari. Sono un uomo dispari con il vizio quieto delle tempeste improvvise, sono un uomo dispari e la luna non mi è mai sembrata così vicina e spietata.

Luca De Pasquale, 8/4/2011

06/04/11

Il Granducato delle Pozzanghere


Ma quando sono solo con questo naso al piede
che almeno di mezz' ora da sempre mi precede
si spegne la mia rabbia e ricordo con dolore
che a me è quasi proibito il sogno di un amore;
non so quante ne ho amate, non so quante ne ho avute,
per colpa o per destino le donne le ho perdute
e quando sento il peso d' essere sempre solo
mi chiudo in casa e scrivo e scrivendo mi consolo,
ma dentro di me sento che il grande amore esiste,
amo senza peccato, amo, ma sono triste
perchè Rossana è bella, siamo così diversi,
a parlarle non riesco: le parlerò coi versi, le parlerò coi versi... 

Francesco Guccini - Cirano

Il viaggio a ritroso nel passato.
Scopro che il portiere del mio palazzo storico è morto l'anno scorso, parlo con la moglie che si ricorda di me bambino, poi teppista, infine mezzo uomo. Mi carezza la guancia ed io mi sento il cattivo risultato di un ricordo.
Gli pisciavo in ascensore, a Franco. Lo disse a mio padre. Gettavo i mozzoni nel terrazzo della signora Cafiero. Bersagliavo il liceo Umberto, di fronte alla mia finestra, con pomodori e uova. Un'adolescenza violenta. Si era passati dal "come parla bene suo figlio, ma è prodigioso a quest'età!" alle minacce di denuncia. Il mondo è sempre stato una ruota sgonfia.
Franco è morto e io sono diventato uomo. Solo che non sento più il sapore delle sigarette, mi ci sono abituato.
"Saluti a mamma", mi dice la donna. La sigaretta è un mal di denti con aura stanca, ringrazio, smerzo le labbra. Ricordo una ragazza che frequentavo e baciavo a portone chiuso, tra le scale. Le avevo detto, "di me non posso dirti niente, ascolta 'The colours of Chloe' di Eberhard Weber".
All'epoca avevo la fissa per Weber, e come al solito cercavo di lasciare tracce musicali nelle mie storie.
La baciavo per le scale e mi eccitavo. Cercavo di fare l'amore con lei, ma per lei era la prima volta, non se la sentiva con me. E faceva benissimo. 
Ricordo quel prete che faceva lezioni di religione, Padre Chionzo. Suonava il tenor sax e calzava occhiali fumati. Era simpatico, ma Dio non era arte sua.
Ricordo anche la compagna di classe morta in un incidente stradale. La trovavo vacua, ricca e irritante, ma mi dispiacque. 
Mio nonno odiava l'estate, sudava molto. Come me. Era basso e fortissimo. Io sono secco e nervoso.
Le HB gialle di contrabbando. Napoli è ora sotto la pioggia primaverile e mi allontano dal mio palazzo, quello che era il mio palazzo. A scuola mi rispettavano. Avevano paura di me, era notorio che non avessi limiti, c'era anche un po' di deferenza mista a disprezzo di classe. Ero povero, anche se meno povero di come sono ora.
Piove grigio e tormenta scalza. Il vecchio panificio ha chiuso. Il liceo è affollato da ragazzini con touchscreen e ciuffo scolpito. Io sono della generazione 72. Un vecchio pazzo, suppergiù.
Non mi riconosce nessuno. Sono andato via come un ladro, tanti anni fa. Il figlio depravato del quartiere bene, l'irriconoscente, "suo figlio ha una personalità geniale ma nessuna disciplina".
Piove basso e stanco, i miei primi amori deluxe, le delusioni a mezzo lettera, quel vinile di Hank Jones che non ho ritrovato più. Il portone chiuso per metà, lutti che ignoravo. L'ingegner Mastrolilli con la bocca sporca di sugo a tutte le ore. Il Corriere Della Sera fuori la porta di casa, tale Bove che si faceva chiamare commendatore e guardava le gambe di mia madre.
Piove in questo quartiere a portafoglio, io sono il bastardo, io sono il fallimento con le parole accese anche di notte, mi porto a spasso dosi irragionevoli di amore e non so più chi siete e cosa volete.
Credo che morirò tra vent'anni o qualcosa in meno. La cosa non mi turba, quel che mi scuote è la mancanza di tempo per spalmare tutte queste dosi, queste lacrime-fontana tempestate di attese, per visitare tutti i luoghi sprovvisti di buio e notte da ridipingere.
Piove, ho conosciuto jazzisti disperati, ho conosciuto donne alle quali non posso dire la verità, incuriosirsi di qualcuno ti espone senza scampo, non mi tirerò indietro, costi quel che costi.
Piove, ogni persona in questo sciocco quartiere di ricchi è accompagnata da un'ombra malevola e recatrice di incubi, io le vedo le ombre, ne dispongo, le direziono, le mangio, le vomito nei baci.
Il selciato mi divora, me ed i miei ricordi senza affrancatura, bambino-teppista/uomo-ombra.
Bisogna conoscere le parole.
Bisogna amare per poter morire.

Luca De Pasquale

03/04/11

Primavera non grata


La domenica del sole. La domenica che la primavera organizza la sfilata.
Due bambini biondi giocano con il padre, tirandogli una piccola palla blu. Lui ha mal di schiena ma sorride e ha i capelli grigio primavera. La ragazza alta e dall'aria un po' drammatica mi guarda come se mi avesse ripescato da un passato a me sconosciuto. Tutti e due in bilico sulla primavera, ed io che non ho voce, niente, solo un filo sforzato quasi inaudibile. 
La primavera mi riporta in posizione verticale, dopo la malattia, dopo le troppe parole. Irride i lunghi discorsi sulla felicità possibile. Aggira e riduce gli ostacoli che le avevo presentato, le paure, le incongruenze, le differenze, le manie.
La primavera fa pulizia nelle mie stanze, è da tempo che non abito più nella mia reggia, è da tanto che non abbraccio qualcosa o qualcuno intravedendone i limiti e i trucchi. La primavera entra come un ossesso nella stanza della mia insonnia e butta oggetti invecchiati con la comoda stanchezza. Affronta le mie passioni, le denuda, mi costringe a capire quanto poco io sia su misura per loro e come l'attimo veloce e violento della forza convinta sia altrove, dove non guardo e non mi immagino.
Primavera, domenica arrogante, maniche corte, le gambe delle donne, gli occhiali da sole, i caffè con il dolce, mi porto a spasso con il diavolo addormentato dentro. La musica allegra, il trampoliere che urla ai bambini, il sesso facile e pronto ad essere subito dimenticato, il mio sesso aggrappato ad un'etica invecchiata, la fedeltà agli stimoli reali, che sciocca utopia.
Musica dance, ragazzi già abbronzati, bocche storte di baci canaglia, seduzione/disperazione non va più bene neanche al cinema, i conoscenti sono roba trasparente e mi annoio subito, c'è una coppia di amanti alla luce del sole, su quella panchina: contabilità, io mi mostro di più, se non ti chiamassi io tu... il solito pallottoliere della passione, non sono più adibito a questa roba.
E tutta la schiuma nerogrigia dell'inverno? Sarà rimasta nella mia laringe, se è vero che non ho voce per protestare, per promettere, per richiamare, per confessare. La primavera mi ha sequestrato la voce e forse, finalmente, potrò non rispondere alle numerose e moleste domande sul mio carattere non troppo chiaro. La scusa del silenzio. Accettabile.

Da un balcone, una donna mi sorride. Penso che potrei salire su e guadagnarmi un po' di vuoto, quella luce nera che mi scatta fotografie subito dopo una distrazione, sempre, ovunque. Ma penso subito ad altro, e non trovo di meglio che dire alla mia amica, paziente e tranquilla, che "gli incontri non devono riuscire, altrimenti come fa l'arcobaleno a zoppicare?"
Lei mi guarda un po' desolata, interrogativa, chissà se li vede, tutti gli orologi sciolti nel cuore, tutte le mie esecuzioni giocattolo, tutto l'amore sabotato e i colpi d'ala spacciati per abitudini.
L'intelligenza è una forma di perversione, e la sensibilità è un maledetto numero da circo, dolce amica. La gente piange male, scompostamente, ai funerali. La gente gode male, si stravisa, sembrano maschere di gomma e non c'è un solo suicidio da scongiurare. Ecco perché scappo sempre, paziente e scolorita amica. Non ti avrei mai sposata, l'indirizzo è sbagliato, quelli che dovevano salvarsi abitano altrove, qui c'è solo un piazzista di parole.
"Ma lo stai scrivendo il libro?"
"Mi sto scrivendo addosso"
"E quel progetto su Jaco Pastorius?"
"Jaco suona nel mio sonno e il giorno dopo ho sempre un'idea di scrittura decente. Poi la sporco"
"Non ti concedi tregua, lo fai apposta"
"Non sono un uomo da sposare"
Ridiamo. Complicità a spasso, come due vecchi nei giardini della fine, evviva la primavera.
"C'è una mia amica che vorrebbe conoscerti. Ti legge, dice che sei sensibile e fa fatica a capirti. Ma le piace come scrivi"
"Sconsigliami, sono una sirena zoppa in abiti informali"
"A volte hai un'aria così placida che non si direbbe...."
"I trucchi del mestiere con dose di curaro da piccolo chimico"
"Mi arrendo, Luca"
"Arrivi tardi"
Evviva la primavera, evviva il trampoliere, evviva il nonno che scatta la foto ai nipotini e io lo vedo già freddo, morto, un minuscolo, enorme, oggetto di lacrime. Una piccola sconfitta di Dio in miniatura, tale da poter essere guardata e innescare la nostalgia di prassi.

Dopo il breve scambio con la mia amica, la mia voce muore definitivamente ed io celebro la dipartita fermandomi al sole, "uomo sensibile da fermentare alla luce".
Il verme pazzo dell'amore da venire, la serpentina epilettica di bravate e buon gusto, chi non mi vede, bello/brutto, alto/basso, amore a tranci di scappatoia, tatuaggi di semicrome e armonici, dissipazione di una buona china, il sesso ospite in nuove case, gli uomini che sconteranno la pena della mia presenza, il suicidio zucchero filato dell'estate immobile e mai turistica, le cenette gaglioffe e lo squallido compromesso dell'autostima.
Sconsigliato. Sirena zoppa a piede libero, sirena zoppa in caduta libera, proiezione e sorpresa di una primavera che cambia abito e voce. Discinta o castigata, finirò per il violentarla comunque con i miei banali notiziari.
Sconsigliato. Ripeto, sconsigliato.

Luca De Pasquale