31/03/11

Appunti blu menzogna


"Non ci si inganna che per ottimismo"
Paul Hervieu

La discoteca estiva.
I personaggi più interessanti sono quelli che restano seduti e lasciano la consumazione a metà.
Ci hanno provato, a far parte del tutto. Pagheranno lo stesso. Per non divertirsi. Lo sguardo un po' assente, il cellulare sotto mano per simulare altra vita, altre richieste.
In genere, esco solo per curiosità femminili: non c'è davvero alcun altro motivo valido. Non mi smuovo che per tarli di curiosità. E se rimangono, inizio a muovermi da solo. Può darsi che ci sia anch'io in questa discoteca. Difficile però, se non si fuma all'interno.

"Ohhh, quanto tempo! Chissà come mai non ci siamo beccati ultimamente...."
Sento spesso erompere affermazioni del genere. E' una pura formalità. Come dire "buongiorno" entrando in un ufficio. Non vale di più, anzi di meno. Perché si tratta di una falsità multiplex di facile uso e consumo.
Non è il caso o gli impegni che decidono. E' la voglia. Punto. Le persone che non si frequentano, è perché non le si vuole incontrare. Almeno, questo vale per me e me ne assumo ogni responsabilità. No che non ho avuto da fare. No che è mi è morto il canarino e ho seguito tre corsi. Non volevo incontrarti, mi ammorbava l'idea, è da tanto tempo che non abbiamo un cazzo da dirci e la stima non è ricaricabile.
Non è che non capita che si mangi la pizza assieme: è che la pizza con te è un funerale, detesto come mastichi e come mi parli di quel demente che ti sopporta come il segnale orario.
Non è che non sia capitato che si scopasse; non è che abbiamo un conto piacione in sospeso, perché questo tipo di sospesi sono peggio delle seghe dopo pranzo. Seghe che, tengo a dire, sono estratte dal cilindro anche dopo sposati, anche da vecchi. La fantasia non ti fa capire che vorrebbe venire, la fantasia a volte è come copulare con un morto dagli occhi ancora pieni di immagini.
Penso che bisognerebbe ammettere che le persone passano di moda e di voglia; penso che nessuno possa sentirsi al sicuro, si può andare in panchina proprio quando si crede di essere in forma smagliante.
Lo penso e non mi amo per questo: ciò che non accade non è fortemente voluto. Fine. Elementare e funzionale. Passiamo avanti.

Dopo il piacere c'è una svogliata malinconia, soprattutto se non ti piacciono le celebrazioni. Molti dopo il sesso escono con gli amici, un po' come per dimenticare la dimensione asfittica del numero due. Se si esce con gli amici, dopo, significa che si è pronti a vivere un rapporto in più dimensioni. Ma è proprio così?
Dopo lo shopping compulsivo c'è una noia inerme ed infame; gli oggetti che hai conquistato affannando restano dove sono, se sono libri li leggerai dopo mesi o mai, se sono dischi darai una rapida scorsa ai brani, ed avrai un altro brandello di carta d'identità.
Niente che non contempli la lunga gittata è inattaccabile, sono cocci, caos e cocci, sono affermazioni in un circuito di sordomuti, sono preghiere che colano da altari spogli. I simboli della costruzione riconoscibile sono la mafia disorganizzata delle nostre tristezze.
E uno si aggira, folle e a basse frequenze, tra le cose intoccabili del quotidiano, cercando il guizzo che sia lo swing bomba, il crollo dei ponti, l'occhio cieco degli uomini tranquilli, le sirene puttane della morte che ti graffiano e sangue e poi ti leccano quando ti arrendi.
Tu vuoi perdere i denti, la dignità, quell'insostenibile piattezza del buonsenso arrivato per scatti d'anzianità, e tutto non fa che ricordarti come le nostre passioni siano di un'inqualificabile prevedibilità, nella maggior parte dei casi.
E allora sperino che ti buttino sotto, che rendano lutto la tua stanca persuasione, e ti immagini, sogni, che dal tuo corpo finito si levino finalmente tutte le rondini nere e senza becco, tramandatrici di desideri, il ricordo acido di una cospicua mancanza di fede. Finalmente.
Ho sciolto i miei fantasmi nel jazz, da tanto tempo, nel free jazz; senza metodo e senza risoluzione, l'ardimento della non conclusione. L'amore, del quale voi tanto parlate mentre io lo cannibalizzo su schermo e carta, l'amore è un gesto espressionista, a volte diventa solo vomitare tutti i colori mancanti sul cielo azzurro, e sperare in una condanna impietosa, senza complici che sgranino il rosario per la tua immeritata salvezza.

Qualcuno viene a trovarmi al lavoro, pensando che io stia sempre lì, mi hanno identificato in un luogo e con una faccia. Mi trovano, non sempre. Non so bene dove andrò. In linea di massima, dove la mia presenza sarà più utile della mia straordinaria voglia di latitanza. Restare è un verbo che ricollego alla paura, tranne quando la situazione è talmente compromessa da rendere il restare l'unico atto davvero di prestigio.
Vorrei prendere per mano tutti i bambini che incontro, invitarli a saltare le pozzanghere. Fottitene se non ci riesci, ti sporchi, e allora? Pensi che la vita di tua madre cambi per una lavatrice in più? La pulizia è la nostra agghiacciante fogna di aspettative, bambino, e io non sono altro che una massa di anni in più, condizionato come tutti da mille scottature, stupido e imbambolato di fronte alla possibilità di ciò che non prevedo.
Se tu mi vedessi morire, acquisteresti coraggio? Se tu assistessi allo scioglimento della cera che mi rende faccia occasionale, avresti poi il coraggio di sorridere a tutti gli orchi che incontrerai?
Non credere alle favole sulla pulizia, sulla rettitudine, sono sempre storie di parte. Credi nel tuo istinto, invece, credi nel salto e non nell'atterraggio, credi nei desideri e non nel loro appagamento proiettato.
Costruiscimi Dio, prima che le sabbie mobili diventino il mio canto migliore.

Luca De Pasquale, 31 marzo 2011

24/03/11

You must believe in spring


Il suo fianco era il mio. La sua voce era come abbracciarla.
Cesare Pavese

Il corpo della mia amante è sdraiato sulle sconfitte che sono diventate comode con il tempo.
Fuori, la primavera lotta con i colpi di coda delle febbri lievi, le piccole depressioni, il girovagare tra i desideri in cerca di insegne luminose.
E' una vita che cerco il piano trio perfetto, e amare a volte non basta. Incedere tra i giorni come un'onda non è altro che una perlustrazione dignitosa, lo dico sempre a quelli che assistono alle mie sparizioni e ci rimangono male. Un uomo in movimento è costituito da mille fughe senza posologia e precauzioni d'uso.
Il corpo della mia amante è caldo e mi sfugge in continuazione, perché negli anni mi sono persuaso di non essere tanto in grado di conservare le cose. Ogni bacio è un addio, nel mio Bengodi all'incontrario. In ogni slancio d'affetto c'è la perdita, la successione e pericolosi fremiti di nostalgia. In ogni abbraccio c'è l'apparizione di un elemento di rottura, dimenticarsi è l'abito più indossato e nessuna persona è mai riuscita a smentirmi.
Sono un equilibrista degli abbandoni, li invento spesso per subirli apposta, e quando mi chiedono che tipo di uomo io sia ho la tentazione di rispondere: "You must believe in spring, Bill Evans, traccia due, l'ultima nota di Eddie Gomez; qualche volta 'Gary's Theme', altre ancora l'inizio di 'The Peacocks'. Null'altro"
Sono molto legato a quel disco, rappresenta la foto di un'epoca permanente, il transito, la ribellione, le ali bruciate e quel che resta della semplicità.
Il corpo della mia amante è a disposizione di tutti i rischi che l'esterno comporta, che la foga suggerisce, che il pressapochismo dei giorni e delle notti scava. Il senso di parzialità negli affetti è una pesante eredità, generazioni di disillusione convogliate in un uomo dignitoso, non c'è psicologia che tenga.
A trent'anni pensavo che mi avrebbe dato conforto scegliere tra più soggetti, cospargermi di vissuto e poter così evidenziare la scelta. Ma un certo caos non serve. Come regalare ad ognuno un po' di te, abbandonando l'idea di una completezza espressiva, rinunciando al quadro solo per concedersi echi suggestivi.
Ogni persona, quando dorme, ha un ritmo di respiro diverso e un odore personale. Me ne accorgo ogni volta. E' così difficile sentirsi a casa. Affidarsi. Marciare sotto la pioggia con un solo nome in bocca.
Accetti che la vita si disperda in infiniti rivoli. Ogni tuo bacio contiene quello del successore, del rimpiazzo, del sostituto, del titolare, a volte della morte stessa. Ti senti impotente nei grandi gesti e malinconico nei piccoli, ci provi, emani calore ma è come un arrivederci tra le stelle cadenti. Suggestione, afflato, svanizione.
E anche quando sei sporco, motivato al vizio e all'insubordinazione, c'è un ticchettio dentro di te che non rivela altro che un'abitudine all'occasione più che alla passione. L'ho spiegato a qualcuno, amo tanto il contrabbasso perché sorregge la struttura e sommessamente parla d'altro, di lontananze, di impossibilità, di una robustezza etica che la quotidianità svilisce, fraziona e annega al primo risveglio sbagliato.
Il corpo della mia amante è una possibilità che aggredisce il silenzio delle mie esperienze, è troppo e non so da dove cominciare, è troppo per un banale orgasmo, troppo per una prenotazione di continuità.
Quand'ero ragazzo sognavo di piacere, pensavo che desse calore, che riscattasse. Pensavo che desse il senso al cammino, pensavo ai colori che gli occhi non vedono, i colori degli altri. Ti abitui ai colori inusuali, li giudichi presto e male come illusioni ottiche, roba che non fa per te.
Fuori è ormai notte. Il mio respiro è fumo, anticipazione d'insonnia, è curiosità, soggiogarsi alle cattive abitudini del cuore altalena. Il suo respiro è più terso di tutte le mie fantasie, è una vita intera, è faticoso prenderne coscienza.
Che te ne fai del dono della parola quando gli occhi si velano e i tuoi palazzi, le tue oasi, tutto improntato alla permanenza capricciosa? Sono un uomo da motel, da albergo silenzioso, sono uno di quegli ospiti con il passato accartocciato in valigia, un libro, un coltello, una vecchia foto, il registro più basso dello swing.
Sono la traccia due di "You must believe in spring", al minuto 5' e 32" , il commiato di Eddie Gomez. Più efficace di tante lettere, rivelazioni e accorgimenti linguistici.
Il corpo della mia amante è qualcosa che merita il mio prossimo libro, se mi andrà. Mi immagino sorridere a qualche presentazione, confondermi un po', l'artigiano e il suo riflettore, grazie, contento che vi sia piaciuto, non sono un tipo molto continuo, funziono a scosse e spesso preferisco le attese.
Me la vedo, la preziosa ragazza in quarta fila, il parente fiero, l'ex ossessione, gli amici volenterosi, così come -anche di più- immagino le sedie vuote e che tali dovranno rimanere. Erano riservate, erano parti di un sogno, erano la musica di tanti anni passati a guardarsi dentro, saranno il rispetto corposo che riservo ai fantasmi e ai guardiani. Gli addii in fondo sono solo progetti, sono la costruzione di un uomo e del suo linguaggio.

Luca De Pasquale

21/03/11

Merdian e il golden boy


Guardo il bambino che ha paura di attraversare. Le auto sfrecciano isteriche, i centauri sembrano degli equilibristi poco lucidi, la città è fredda nonostante la celebrazione della primavera, ho appreso di aver conquistato un aumento in busta puga di ottantasei euro da spalmare in tre anni. Ora sì che potrò accendere un mutuo e dire alla mia donna, "è venuto il momento di concepire il mio dissennato erede".
Il bambino ha paura delle auto e delle moto, ha paura della strada poco illuminata, ha paura della pazzia circoscritta alla vita esterna. Mi piacerebbe aiutarlo, ma credo di aver paura anch'io. Stamane ho preferito non fare la doccia, rimanere con il sonno addosso e qualche sogno penzolante.
Il bambino attraversa con la mano destra sollevata, come per fermare il mondo; arriva illeso sulla mia sponda e gli sorrido subito. Arriva mentre sto pensando che non ho mai saputo scegliere tra più amori, il troppo è troppo quando ci si abitua al poco. Penso anche ad altro, che l'euforia è una pessima consigliera, che il contrabbasso ci sta bene con la chitarra classica, che le novità sono elettrizzanti in quanto tali, ma ti sfuggono sempre di mano appena inizi a delimitarle nella tua vita.
A casa mi attendono tutti gli appunti su storia e interpreti del contrabbasso, notti e notti di lavoro. L'accappatoio rimarrà immacolato. Niente abluzioni. Il caffè sarà un po' tostato, una bevanda distante dalle necessità. Sono arrivati per me dei pacchetti della Cina. Anche un libro in francese, io che in Francia voglio trasferirmi, possibilmente senza dire niente a nessuno. Sono le mie cose.
Non riesco a tenermi distante dalle passioni; in compenso riesco bene a non accettare pressioni di nessun tipo. Svicolo, mi ribello, mi ripresento con un nuovo profilo e ricuso ogni bene passato alla dogana come indispensabile.
Mi ha telefonato quel tipo, raccontandomi che si è innamorato. L'ho trovato troppo placido per la situazione descrittami; innamorarsi comporta un aumento delle possibilità di bruciare vivo, non si vive in poltrona un amore. 
Prendersi nell'esatto centro della notte è una favola senza scampo. Fare l'amore con la febbre addosso è un'illuminazione di brividi. Mescolare il respiro è anarchia e dispetto alle ombre. Non risparmiarsi neanche al cospetto delle scarse possibilità di sogno è una ricompensa inestimabile.
Un sogno vale più di mille libri. Un risveglio azzera ogni eccesso di presunzione e unicità. 
Libertà è infilarsi una sigaretta in bocca, frugare nella riserva di colpi di coda, semplicemente fottersene del cammino delineato: non faccio mai quello che dovrei fare. Mi seduce l'altro, l'inatteso, si diventa magnanimi con tutto ciò che è nascosto e ti richiama in non luoghi senza stelle annunciate.
In fondo cosa dovrebbe essere piacersi? Per me è una notte di pioggia, il temporale implacabile e due esistenze arrampicate ad una scala di lampi. L'acqua cancella, il pensiero complica, l'attesa umilia. Tutto è fiamme, superata la soglia della pazienza e del buon vivere civile.
Ma perché non salgo a casa? In realtà vado a caccia di freddo. Sono un uomo di strada, un vagabondo, esce sempre fuori. Sono un viaggiatore della sera e ho il respiro caldo.
Accendo una sigaretta. Sento una mano sulla spalla.
"Ehi, scrittore...."
Mi trovo davanti un sorriso. Maurizio, un amico melomane, da me "surnominato" Merdian. Gli sta bene il nome Merdian. Lo codifica. Merdian è uno di quei simpatici che sfocia nella molestia dopo un tempo approssimativo di quattro minuti. 
"Ciao Merdian"
"Scrittore.... lo leggo il tuo blog, forte. Forte, è forte"
"Repetita iuvant"
"Lo usi per le donne?"
"Cosa?"
"Il blog. Immagino vada straight con le donne, vero?"
Straight? Ma che cazzo di espressione è? Non siamo in un film sui Broccolini.
"Non va forte con le donne, e neanche io"
"Modesto.... io sto pensando di aprirmelo, ma non so parlare di amore come sai fare tu"
"Io sono il moderno Liala e ci lavoro alacremente"
Adoro la parola ALACREMENTE: mi fa sentire d'alabastro, un rostro, un parolone. Va bene.
"Quante donne hai avuto?"
"Una ad ogni lunazione polare, Merdian"
"Forte, proprio forte"
"Sono il più grande eterosessuale in circolazione, Merdian"
Ride, si sganascia. Gli piace quando sono surreale. Piace a molti, perché sono quei frangenti in cui l'ombra non mi sovrasta e non divora le utopie. Mi presto al giochino.
"Da quello che leggo sei un grandissimo espertone di contrabbasso!"
"Straight, man"
"Forte, davvero forte. Devo aprirmi un blog. Ho un conto aperto con le donne"
Favoloso. Un altro salumiere contabile dei sentimenti.
Taccio. Sta sopraggiungendo l'insofferenza, devo disidratare le curiosità di questo panda strabico.
"Hai una donna fissa, Luca?"
Domanda da contabile.
"Sì, ma è una fissa con le qualità della variabile. E' una donna che vale più di me, molto più di me. Per piacermi, una donna deve insegnarmi qualcosa"
"Sei un poeta, scrittore. Non mi stupisco che piaci alle donne"
"Per così poco?"
"Tu vai al cuore delle cose e scegli parole appropriate. Non è da tutti, golden boy"
Golden boy? Ora sono pure diventato una marca di autoreggenti da uomo.
Poi cambia argomento: "Ti piace l'ultimo di Sonny Rollins, man?"
"Sonny Rollins è morto. Come Elvis Presley"
"Nello stesso modo?"
"Si sono accordati prima"
"Ne sai una più del diavolo, scrittore"
Già, l'amico silenzioso. 

La donna che mi piace deve contenere tutte quelle che mi piacciono. Esorcizzarle.
Me ne piacciono molte. Come è naturale che sia. Ognuna ha il cartellino irragiungibile con il prezzo del sogno vietato. Molte non lo hanno mai saputo, che mi piacevano. Perché in fondo parlo poco e dissimulo molto. Una mi piace in modo stabile e non concreto da anni. Rimarrà dov'è. E' la vice dell'utopia e le sono grato per questo. Ci sono quelle che mi incuriosiscono, che scopro a tratti e che perdo per strada. Ci sono quelle che non insistono perché sperano nel corteggiamento, ma io non sono il tipo. Non scrivo poesie notturne e non faccio cassette grondanti emozioni alle quattro del mattino, sorseggiando un tamarindo. Io sto zitto perché il fato è esigente e non vuole forzature.
Tutte queste donne, che sembrano banalmente trasposte dal Bertrand Morane da me adorato fin quasi allo scimmiottamento, in realtà rafforzano quella presente. Perché detesto sporcare le cose con l'ambiguità, e ho una soglia di inviolabilità che rivendico. Anche gli uomini possono negarsi, non essere solo uno sciocco assembramento di cazzo con qualche pensiero volante.
Adoro le donne, ci penso continuamente, è più forte di me, ma non amo sporcare gli idoli con comportamenti puerili. Sono composto di tante donne che si danno la mano, rispettando la titolare, più concreta e valida delle mie moine, della mia vanità decadente e prevedibile, più complessa e sfaccettata di tutte le manie che pure vado blaterando nei miei scritti corsari.
La mia donna, che sia tale per un solo bacio, due notti o un tratto più lungo, è la mia donna e merita i risvegli giusti, quelli in cui l'azzurro semplice è tale per il calore dell'esistenza, e non per la smania di disegnare scenari.

Luca De Pasquale

Ringraziamenti: Elisabetta, Gianluca Del Ponte l'inventore dell'impotenza, Henry Miller, la dinastia DP per la sindrome di Bertrand Morane, il signor Cerenza e il suo pudore annaffiatoio, Brunella Bianchi per l'idea di Lialo lo scrittore delle donne, chi non indossa abiti firmati, sapone Camay da sfratto, Cesare Pavese, Dino Buzzati, Emilio De Marchi, Stefano D'Arrigo.

19/03/11

No problem



Credere in qualcosa. Crederci, morirci, anche.
Mi chiedo questo ed altro mentre lavoro, schiavo tra gli schiavi, ridotto a particella utile in un mondo di gesti inutilmente trattenuti.
Schiavo di convenzioni impolverate, schiavo di gentilezza affettata, mi aggiro tra i miei doveri come un terrorista ben camuffato. Ho voglia di nudità, anarchia, sesso, è tutto così fermo, statico, soffocante. Rispondo seccato a domande idiote, cerco di interpretare i fatui desideri delle persone, le passioni monche, le consolazioni fasciate, i bilanciamenti grotteschi, le smanie infondate. E' tutto falso, cartone unto, le labbra tumide di queste donne ferite, i cazzi mosci di questi collezionisti perdigiorno con Dio nel comodino, ed è tanto sciocca l'ansia del denaro che non ti entrerà mai in tasca. Come è sciocca l'ansia dell'amore che si dimostra sentimento senza accesso, si dimostra cartolina, nostalgia, amputazione del presente.
Mi sento selvaggio e febbricitante, strafottente e infinito come una caduta, mi sento abbracciato ad un obelisco di lacrime senza una sola poesia decente da contrabbandare. Non ho stupide poesie per donne preziose. Non ho storie simboliche per dichiarare la mia autenticità. Schiavo ribelle, sorriso da malato, movenze fantasma, carezze sbiadite al giorno dopo, passioni riprese per i capelli e cedute ad altri per disillusione permanente.
E come un imbecille mi chiedo, se lei entrasse adesso, se lei entrasse adesso io ne sarei degno?
Io fantasma, io specchio velato, io legno intaccato, io agonia di un addio, io viaggio senza biglietto, io pianoforte non accordato, io incubo a colazione, io che mi butto nel sesso per fingere di nuotare, io bugiardo buffone, io e la disperazione di vivere che sembra felicità introversa, io a caccia dell'amore che mi zittisca, io a caccia della morte che mi renda un pianto a sorpresa, io che questa vita la violento, la stropiccio, la riduco ad abitudine e ad attesa di vendetta.
Io e il mio jazz a fiumi, gli amici musicisti meglio degli scrittori, io e la mia passione politica sempre all'estremo, io che ho accompagnato un viaggio finale con la paura addosso, io eutanasia della mia adolescenza folle, io che ho una paura fregata che qualcuno si innamori di me. Perché poi non saprei che fare, e gli alibi? E l'insonnia? E le parole? E le ballate? E la morte senza peso?
Se lei entrasse ora, mi troverebbe a dare calci in faccia alla quiete, alla cortesia degli sconosciuti, mi troverebbe ad elemosinare morsi da altri cani con il cuore blu.
Lavoro per inerzia, senso della sopravvivenza e pensieri scomodi, le mie lotte sono invecchiate, ho lasciato dosi d'amore sui balconi, nelle auto rottamate, nelle lettere, nelle canzoni, nell'astio simulato e nella grande farsa del proseguirsi con altri costumi di carnevale.
Se lei entrasse adesso la pugnalerei e guarderei gli aquiloni bruciare, come da piccolo, come quando volevo farmi del male. La mia maledetta mania dell'autodistruzione. Saltare in aria, scherzo e concetto in un attimo, permanent fatal error, anarchia, anarchia, solo tonnellate di anarchia.
Lavoro e sputo sangue. Lavoro e muoio di dignità, con tutti i santi impegnati a guardare giocare i bambini.
Lei entra, mi riconosce. Io la riconosco. Fine.
Lei non mi cerca. Io non la cerco. 
Lei mi rimanda. Io la cancello.
Lei mi mette a paragone con altri uomini. Io la metto a paragone con la morte.
Lei non capisce perché io mi sento fregato. E io non lo so spiegare utilizzando le labbra. Parlo con il corpo e dunque divento solo uno sfizio. Un elefante vestito da poppante. Mutismo. Partenze.
Tutti questi pidocchi stanchi, intenti a cucire vizi sugli strappi, il mio disprezzo è stanco, è un suicidio di coriandoli troppo piccoli, non li vedrà nessuno. Non li vedrà lei, non si riconosce un uomo dai suoi tentativi di sfuggire alle condanne.
Lusso per tutti, il lusso di non potersi concedere lussi. 
Perdo peso, perdo credibilità, acquisto fantasmi spacciandoli per lenzuoli, scambio ossessioni con i miei pari, acceco pensieri senza occhi, cerco il potere delle disillusione, l'immenso potere del non aspettare più niente.
Se lei entrasse ora, non troverebbe nessuno con la mia faccia.

Luca De Pasquale

Ispirazioni: Daniele Dominici, Camel Lights, The Seventh Seal, le occasioni che non ho, le occasioni che rifiuto, la disabitudine all'amore, Dicloreum Retard, Jean-Pierre Melville, Cupio Dissolvi Entertainment.

17/03/11

La corsa della lepre attraverso i campi



Le prostitute dicevano che la maggior parte degli uomini avrebbe dovuto conoscere la donna quanto i protettori.
MALCOLM X

Non sono mai piaciuto alle persone che hanno qualche capacità di decidere le tue sorti. Forse proprio per questa definizione. Non sono deferente. Ed oggi è un difetto, facilmente liquidato con l'assioma "questo qui è arrogante". E non simulo amicizia. Non simulo mai amicizia se la materia mi è sconosciuta. Non fingo amicizia con i vecchi amici. Non fingo amicizia con quelli che dovrebbero diventare i miei amici. L'amicizia sul lavoro è quasi impossibile, e se è esibita si basa su un codice ipocrita che deve passare nei posti giusti. Io non faccio squadra con persone che non inviterei mai a cena e che mai mi inviterebbero. Punto. Senza alcuna forzatura, in bene o in male. 
Penso a questa roba mentre dalla macchina del mio amico, con il finestrino alzato e sporco di pioggia, vedo alcune puttane attorno ad un fuoco. Non parlano tra di loro e hanno freddo. E' una scena triste che non ha nulla a che vedere con quel decoro etico dei benpensanti, oh poverine, oh che barbarie, eccetera. Sono puttane e le preferisco mille volte alle signorine millepalpiti che mi passano per il cervello e per la penna. Non c'è nulla di peggio di una donna che ti annoi con le sue stronzate palpitanti, fasulle e costruite negli anni, io sarei io darei io vorrei io potrei ma e sempre ma, c'è sempre un ma e un perché che in genere valgono come un addio abortito.
Il mio amico ha sempre fatto poco sesso e anche male, ed ecco che si turba al pensiero osceno, li preventiva i quaranta euro per un lavoretto che ne smussi la rabbia e lo renda di nuovo un ragazzotto con tuta sportiva e amici che lo chiamino per una pizza. Intercetto i suoi pensieri grazie al saliscendi del suo inguardabile pomo d'adamo, non parlo, non organizzo nemmeno la più semplificata delle complicità di pensiero. La puttana bionda ha lo sguardo rassegnato, ed io lo cerco. Non c'è nulla di sporco in lei, nemmeno quello che deve sopportare tra le gambe: lo sbavo disgustoso di uomini falliti, l'esotismo indicibile del professionista, il capriccio del giovane e l'agonia del vecchio. Non c'è nulla di sporco in lei, e capirai che differenza può passare tra la pazienza umiliata del suo sesso e il mio cuore, che spesso è una latrina di incongruenze, è un capriccio travisato, un insieme di parole che sembrano eleganti e invece tante volte sono orazioni funebri.
Non permetterò al mio amico di sporcarla ancora, casomai gli venisse l'idea. Che passasse la sua stupida serata a inviare messaggi d'abbordaggio a qualche prevedibile dea da quinto piano. Fumo con lo sguardo fuori, piove, è una giornata di festa e non ho voglia di recuperare contatti ormai senza senso, non mi piacciono i mensili recitati degli eventi altrui. "Sai, in questi sei mesi io....". In questi mesi, questi sei mesi, non siamo esistiti l'uno per l'altro, e siamo tanto invecchiati, non insieme. Non abbiamo nulla da dirci. Poco gentile ma onesto.
Io ci sono andato, a puttane. Qualche volta. Quando ero a pezzi e bevevo, io che sono astemio, per una delusione sentimentale. Ci sono andato e manco mi si rizzava, a momenti. Perché li non è sesso e nota diversa, lì è baratro da iniettarsi negli occhi e nel corpo, lo fai apposta e lo fai male. Quando mi è capitato di soffrire molto e darmi dello stupido, ho avuto l'inutile soddisfazione di capire quanto si è giganteschi nel dolore, che irreale capacità di respirare vita e destino tu acquisisca senza rendertene conto.
L'ultima volta, invece di tentare masochismi algebrici, mi sono buttato nella lettura di Roland Barthes, i frammenti del discorso amoroso che non smetterò mai di consigliare, anche quando si sta bene. 
Il mio amico guida ed è diventato silenzioso. Ascoltiamo una stazione radio pop davvero insostenibile, ma è meglio dei suoi racconti, stasera. Ripenso a quell'uomo, padre di due figli, che qualche mese fa si è sparato in faccia all'alba, su un binario della stazione. Penso che la morte a volte la porta troppo a lungo, la sopportazione di un uomo. Aveva perso il lavoro e stava per separarsi dalla moglie. Non ce l'ha fatta. Chissà la sua anima dove vaga, oltre che nei miei pensieri, nel mio jazz a luci spente. Chissà come cresceranno i suoi figli, se avranno la rabbia addosso, se saranno malinconici, feriti, in perenne ricerca di rumorose rivincite. Il mio cuore non risponde a messaggi maliziosi, il mio cuore stasera raschia il selciato bagnato, si prende la pazienza della puttana e i residui d'anima di quel tipo così disperato, il mio cuore è un segugio appassionato di viaggi diversi.
L'amico è preoccupato per le sue cose comode e scandite, la ragazza che gli piace, le partite del Napoli, l'abbonamento alla palestra. Non lo critico e non mi sento superiore a lui, affatto; anzi. Diverso, semmai. La penso in un altro modo. Non so quanto mi resta da vivere, nessuno di noi può saperlo davvero, e sento di dover voce a tutti i silenzi poco istruiti. Non ci riuscirò mai, mai per intero, ma io sono qui e non chiudo gli occhi, anche al buio.
La radio trasmette una orribile canzone di Sanremo, lui canticchia, fuori piove, tonnellate di amore e sentimenti sottovuoto, lunghe liste di fallimenti aspettano un revisore determinato. Eccomi. Una missione senza pubblicità. Finisco la sigaretta e arrivo.

Luca De Pasquale

16/03/11

Il doppiofondo del diavolo


La scossa nella schiena. Alle tre del mattino, e senza nessuna consolazione.
La spia del televisore, la spia dell'amore, un faldone di morti da scaricare nella differenziata, il sesso accartocciato tra le pratiche di ribellione, l'assoluta assenza di fede, la tromba di Erik Truffaz nel cervello, la puzza di fumo, la fame di disintegrazione, il pedinamento dell'assurdo, le incaute esternazioni, non sono dalla parte di chi comanda e gestisce, non sono dalla parte e basta.
Mi alzo. La schiena è un martirio, del resto me lo aspettavo, lo volevo, restare lucido per il dolore. E decidere. Senza pillole. Senza saggezza. Senza commozione. Senza enfasi. Il diavolo nello specchio a farmi le boccacce, l'elettricità degli imprevisti e un numero indefinito di addii a portata di mano.
Le auto, fuori. Gli amanti. I baci con la lingua impastata, fumo, noia, se l'anima non è puttana il circo non è divertente. La mia anima è un soldato con missione a perdere. Con attitudine a disperdere, anima fumogena, anima fottuta che non sventola bandiere di amicizia e collaudo di comprensione, anima istoriata di difetti come croste, sverniciature, cicatrici, sbreghi di inchiostro e saliva calda, i liquami dell'amore e niente doccia. Mai.
Gli incubi di tutti questi anni. Figure bianche in fuga da me. Nei sogni sono sempre orco e complice sinistro di qualcosa, mai vittima, mai inseguito, sono sempre carnefice grigio, silenzioso, traditore, sempre traditore, una sola parola e azioni senza giustifiche.
Una sola parola d'onore e infinite possibilità di essere altrove sotto mentite spoglie. L'eccellenza della distanza. La compunzione maniacale del distacco.
Dalla nascita, l'attitudine scabra all'abbandono, sempre scheggia, mai certezza. Gli abbracci come totem monchi, venerati da pazzi, guardiani poco evidenti, gli abbracci sono fedi tagliuzzate, sono incisioni a braccia aperte, accogli il vento, accogli il nulla, accogli il cambiamento e muori fermo, certo di doverti rimettere in gioco.
La donna che mi dorme accanto, con ancora le mie carezze addosso. Ignara, bella, nuova, troppo lussuosa per me, rara e stanca di una normalità gestita bene, la guardo, mi sfugge già, mi chiedo come si possano accettare abbracci che sono alberi feriti, cerchi le dita e trovi una ferita da assenza.
La culla sotto un temporale perpetuo, nessun orsacchiotto, nessun amuleto puerile, solo il sapore sporco delle lenzuola sulla bocca, per non vedere mostri, per non mostrarsi all'attesa del giorno.
Nei miei incubi, riciclabili e vezzosi, ho impiccato uomini di chiesa, ho visto svanire i miei affetti in cortine bianche di fede vacillante, ho tradito tutte le mie donne, ho vivisezionato gli amici banali e ho sedotto le loro donne senza un briciolo di emozione. Nei miei incubi non ho creduto alle terapie, alle congreghe, ai santoni, ai risolutori, ai consigli, alle madri fasulle, alle fotografie del giorno, alle amanti vezzose, ai giochini erotici ai quali non mi sono mai sottratto, non ho creduto a Dio e non ho mai creduto ai corteggiamenti, stupide e poco maneggevoli sequoie d'abitudine, conquistare, sorprendere. Non ci ho mai creduto. Farsi largo tra gli altri. Non ci credo. Un uomo con più che cospicue porzioni di vuoto addosso ha bisogno di troppo spazio per farsi largo, e sbraca, parla troppo o troppo poco, inevitabilmente tradisce le aspettative, anche le più banali, ed è destinato a scomparire altrove.
Ogni uomo ha bisogno di una porzione di libertà troppo superiore al banale sgomitare per la riconoscibilità.

Piove e sono vestito come per un colloquio, giacca su pullover nuovo, sigaretta spenta in bocca e la mano sinistra tra i capelli a togliermi tutto il vento di dosso, perché devo essere stabile.
Stanotte sono morto nella mia donna, sono diventato gigante perché ho avuto la forza di amare per davvero, non era pratica, non era chiromanzia sentimentale, non era esoterismo affettivo. Ero un gigante con le ali giocattolo, uno che parla e scrive di voli ma è materia nera che scorre, lava, inchiostro, esondazione, baci.
Chissà se volare mi stamperà addosso il sorriso. Non posso saperlo e non voglio anticipazioni.
Incrocio le vecchie megere e le loro preghiere ricurve, la vecchiaia che ulula alla morte il nome di Dio per avere il coraggio di guardarla. Ed io, per metà uomo in amore e per l'altra demone a tempo determinato, elusore, rigeneratore di silenzi, finisco nelle preghiere delle vecchie come un santino spettinato, lo sciocco fallimento dell'idea di giovinezza spensierata. Perché ho l'espressione del dubbio e dell'amore che non si rinnova, non sono ancora tanto coraggioso.
Non tollero gli ombrelli. Sono difese superflue e sono scomodi nella ricerca della stanchezza. Oggi sono complesso e criptico, e chi se ne frega. Le vecchie megere sono sovrastate da un'ombra enorme e senza motore, la fine. Vanno in chiesa a racimolare minuti, mentre progetto l'ennesima sparizione dal quadro accettato come normalità.
Ho visto morire delle persone. Ho guardato occhi rivolti alla propria sparizione, un attimo prima. Ho stretto mani freddissime e ho perso tutto in pochi secondi. Per la mania di osservare tutto a lungo, sono rimasto orfano un'infinità di volte.
Quando guardo il piacere della mia donna, lo sento sulla pelle e non ho parole per mistificare il vero, mi sento uomo e sento che mi sto ribellando. Che sono vivo e rischio, che non c'è muro abbastanza resistente per l'ostinazione della vita.
Ognuno è libero di pensare quel che vuole, scrivere, amare, fottersi, pregare, mangiare, seppellirsi in poltrona, strizzare allo sfinimento passioni anaffettive e orientate, fare scommesse e mentire con lo sguardo fermo. Io mi sento libero di affermare che la fame di vita di un individuo sempre compromesso con l'idea asettica e libertaria del suicidio è enorme; una fame spaventosa e folle, disordinata, anarchica, irragionevole e azzurra come una sorpresa estiva, una fame che diventa inno misurato del caso, una fame di pelle e domani tanto violenta da sovrastare l'ombra della morte stessa e contenere tutte le preghiere delle megere e degli impauriti.
L'uomo che si è immaginato suicida allo specchio è sempre il primo a sorridere e a cogliere un fiore per un'altra vita. E si riscatta.

Luca De Pasquale

15/03/11

Spalle spioventi (dedicato a Scott LaFaro)


Suonare per le spalle un corpo, la tavola armonica di un sogno.
Fingo di non conoscere la donna che mi sorride al ristorante. Lo so che è venuta in negozio perché era curiosa di scoprire che faccia avessi. Un uomo normale, si dice, non bello, non inguardabile, uno. Lo so che si aspettava un tipo particolare, magari un po' eccentrico, bracciale strano, gesticolazione tutta sua, portamento aereo, loquela se non logorrea. Niente di tutto questo, e l'ho vista la sua espressione interdetta.
Vesto male, credo. In tutto, varrò una cinquantina d'euro, senza fronzoli, decoroso e anonimo. Mi piace giacca e cravatta, ma solo in determinate occasioni. Mi piace vestire dimesso. L'unica mia stravaganza sono gli orologi colorati, e il cuore perennemente intermittente.
Lo scrivo sempre, che ho l'anima del contrabbassista. Ai margini, abbracciato al suo strumento, di poche parole. Sperava in un tipo un po' selvaggio e figo, forse. Mai stato. Alle scuole medie, quando le ragazze mettevano i voti alla bellezza dei compagni, io prendevo sempre 5,5/6. Anonimo. Ero alto, vestivo con la roba di mio padre, parlavo di cose poco interessanti per loro. Niente motorino, e poi niente macchina e poi niente delle cose che facevano rumore appropriato.
Al liceo parlavo di contrabbasso, di jazz, di Henry Miller e la barba era sempre irregolare, diciamo poco d'impatto, una barba romantica da crisi. Sempre avuta, questa fissa della barba sfatta come segno di decadimento interiore. Quattro peletti romantici.
Ci sono ancora affezionato e quest'estate, ero bruttino con la mia crisi da asporto, un Roland Barthes da takeaway.
La tipa continua a sorridermi, perché so che le piacciono le mie note da quarantenne con il cuore in esilio, con il cuore vagabondo ma senza essere Julio Iglesias, il cuore emigrante che segnala sogni come fossero presagi e poi non mi lascia in pace quando dovrei concentrarmi.
Se non fosse per una passionalità selvaggia e folle che è un trademark di famiglia, sarei di certo un uomo noiosissimo, con i miei contrabbassisti turchi e uzbeki, i film francesi, le contraddizioni in salsa agrodolce e l'idiosincrasia per tutto ciò che è affollamento e illuminazione. La tipa mi sorride e io lo so, che al prossimo orgasmo risulterò credibile e sarà un tormento inutile, lei che crede, io che perdo un altro pezzo, io che non sono l'io che aveva sperato di conoscere. Tutto per un orgasmo romantico, perché l'orgasmo è decisamente una componente romantica della vita, viscerale.
La donna mi sorride e io so già che non l'amerò mai. Io inseguo solo donne difficili, di espugnazione improbabile, mi basta un attimo per amarle, quelle difficili, quelle già impegnate, quelle belle anche nei sogni. Per il resto, sono decisamente un idiota nato in un secolo eccessivamente frenetico.
Lei mi sorride curiosa ed io immagino come sarebbe morderle le spalle, raccontarle della mia strana vita, agitazione e reclusione allo stesso tempo, rimandare sempre l'attimo del "sono a metà, raggiungiamoci in qualche modo".
Perché quella roba lì scatta in un istante, un istante che fa male, anche e sempre, un istante che ti divora e tu sarai sempre troppo piccolo per resistergli. Non importa affatto cosa provi il soggetto scaturente, quell'istante non è un fottuto contratto e ti condizionerà tutto il tempo che resta.
Quell'istante, sublime e pazzo, musica e vita, fiori neri e morte accondiscendente, quell'istante non ti chiede di informarti su cosa succederà. Ti divora, e nel farlo ti restituisce tutto, il mare che non hai più, i baci che credevi chiusi in qualche rancore fallito, ti restituisce il salto, il tuffo nell'erba sporca e fresca, ti restituisce l'utopia più letale, il morso non dimenticato, la mongolfiera, il salvagente, il suicidio a rate, le frasi ingannevoli che hai eletto a scusa di delusione, la rabbia a ciuffi, strappata, spazzata, portata via dal vento.
Quand'ero piccolo ed ascoltavo i primi dischi di jazz, rimanevo in sospeso finché non giungeva l'assolo, breve, del contrabbasso. Mi domandavo, se questo coso enorme sostiene tutto e canta sommesso, perché non mi rende felice, non si mostra, non mi arpiona e mi porta lontano?
E' più o meno quello che chiedo ad una donna, anche al primo sguardo. Non sorreggermi se non mi vuoi rapire, non consolarmi se non vuoi che ti vesta d'inverno come d'estate, non farmi complimenti per cose e caratteristiche che appartengono solo al sottoinsieme delle intuizioni.
Si vola, ci si fa male e si risorge, è un ciclo che corrompe anche le nuvole e l'oblio, essere romantici non è una scelta campata per aria. I romantici muoiono continuamente, hanno sempre la febbre e i risvegli non sono mai neutri.
E' un martirio ben accompagnato, se si è scrupolosi al punto da rispettarsi anche in pubblico, oltre che nelle fantasie. E' una via crucis senza troppa enfasi, ti porti l'inverno nelle braccia, le mareggiate negli occhi, sei sempre lanciato in porzioni di panorama senza poterti guardare e compiacerti. Non riesci a stare fermo, mano nella mano, e goderti qualcosa di prossimo alla pace, o forse alla rassegnazione.
C'è tanta strada da fare, anche senza capirci nulla, c'è da inventariare l'infinito per morire bene.
E gli anni, gli anni li setacci in cerca dei compagni di strada e di bevute, gli altri apolidi dal labbro malinconico e dalla memoria ferita, quelli che stanno bene quando piove e le lontananze sembrano un regalo accettabile.
La donna mi sorride, non sa nulla di me, davvero nulla anche se mi legge con ostinazione. Penserà che il contrabbasso sia una mania e i film francesi un po' pesanti anche se eleganti, e che non sono poi questa cosa anche se parlo sempre di donne. Non le sussurrerò emotivamente che la donna in fondo è sempre una, perché certi istanti sono una summa, a volte arrivano quando sei stanco e ti aspetti che qualcuno te li spieghi, te li faccia accettare, liofilizzandoli.
Non ricambio il sorriso perché detesto le promesse e le false partenze sono peggio della peggiore delle illusioni programmate. Mangio il mio piatto di pasta per uomo normale, infilo la Camel in bocca, torno al lavoro, non mi noterà più, non sarò una decisione da prendere.
Gli istanti non rendono bene, in vetrina.

Luca De Pasquale

14/03/11

Un'altra città, un'altra donna


Oggi ho trascorso la giornata a cercare sguardi di persone che non sanno più amare.
O meglio, non sanno più cosa sia la continuità, non sanno più dirlo, neanche ammetterlo.
Riconosco quei particolari sguardi tra infinite possibilità e combinazioni che la vita mi offre. Li riconosco e li amo di passaggio.
Sono fratelli di inchiostro secco. Sono fratelli di precipizio. Sono fratelli di ricordi mai compiuti. Sono le scale pericolanti della mia impazienza gelida. Sono il ritardo annunciato della primavera.
Tutti a giocare ai piccoli maghi della privazione. Tutti con il cuore in un'altra piazza, un'altra città, tutti con il cuore a braccetto nelle passeggiate insonni, tutti terribilmente orgogliosi e silenziosi.
Ognuno con la sua forma consolatoria. Il pianoforte. Lo xylofono. Le rondini disegnate con le ali verso il basso. Il corpo del sesso come litografia senza valore. Le lentine colorate. Il latte insapore la mattina. La radio accesa nelle sere di nostalgia indefinita. Svegliarsi accanto a qualcuno e non potergli parlare. Farsi accompagnare da qualcuno senza amarlo. Gli appuntamenti con gli amici. I ricordi dei tempi della scuola, il senno di poi e la morte dei pilastri. Impiccarsi a tentativi di innamoramento. Lettere mai spedite. Canzoni mai scaricate. Viaggiare perché non si ha ciò che si vuole. Gli hobby e la loro grottesca parvenza di divisa esistenziale. Le donne degli altri: la frenesia, l'ingiustizia, la sporcizia compresa, l'addio, l'inutile, si riprende, non ho mai comprato un palloncino in vita mia.
In attesa della grande musica ci facciamo ridere dietro. Siamo degli sgorbi colorati con cura.
In attesa di quel riscatto invisibile siamo solo ricatti a cielo aperto. Non comunichiamo che smanie, volontà alterate, imprecisione chirurgica e senso di abbandono.
Oggi ho cercato gli sguardi delle persone che non si sentono amate. Oggi ero un'altra persona, cittadino di un addio ben lavorato, un viaggio che farò, le persone che perdo come monete, oggi ero un ricatto di charme per le mie indelicatezze.
Oggi ero solo, solo e fiero, appassionato unicamente di un destino sottoposto ai capricci della pazienza.

Luca De Pasquale

11/03/11

Lettera dal trampolino


Non scrivo il tuo nome nell'intestazione. Perché tu naturalmente lo conosci.
E se così non fosse, tanto meglio per tutti. Ne sono convinto.
L'altro giorno ho pensato a te, nel mezzo di un altro di quegli addii che vorrei tanto ritardassero per concedere spazio alla primavera, io che di primavere non ci capisco mai niente. Io di luce so poco, e di allegria ho sentito parlare, ma mai senza percepirne il retrogusto inquieto, la faccia rugosa del caos, il mesto avviso di desideri incrociati, senza colore, in cerca di identità non occasionali.
Ho pensato a te e mi sono sentito un brandello di confessioni estorte sulla rampa di lancio degli addii, è facile ammettere tutto quando devi considerare meno terra sotto i piedi, meno affetti nei risvegli.
E tutte le stelle cadute sono nel tuo grembo, a pochi passi da me.
Lo specchio stamattina era uno swing, quel che sono diventato, le fantasie da conservare per non rovinarle, il tuo sguardo su di me; si è sempre diversi negli occhi degli altri.
Ci sono giorni che sono poco ispirato, istrice, e sollecito solo guerre; in altri contengo una delicata caduta con biglietto di sola andata.
Amare è faticoso. Ringiovanisce, stravolge, accende e rintana, è il trampolino nella nebbia esaltato dall'utopia di braccia che ti cingano all'improvviso.
Se tu sei qualcosa per me, spesso sei nei piano trio che adoro, sei l'andamento dei sogni, lo swing a luci basse, la stanchezza che diventa pazienza, la resistenza che diventa missione, e tutte le parole che mi avvolgono senza uscire più fuori.
Un piano trio senza contrabbasso non è un piano trio, e si disperde velocemente. Un sogno senza la sorpresa annunciata della tua presenza è solo abitudine alla notte.
Tutto il legno che è bruciato nelle estati sbagliate, tutte le carezze scomposte nell'attesa dell'onda, tutti i segnali di sopraffazione alla fantasia, la scrittura crudele, i balli solitari, le feste disertate, le note steccate, sembra un disegno composito per tenerti addosso, per conservarti intatta, per conservarti senza sapere che il necessario, quello che vedo.
Scrivo poche lettere, perché quando le scrivo sono davvero io, mi riconosco al buio, oltre la sigaretta, oltre la musica e il tuo nome. Scrivo poche lettere dal trampolino, non mi piace inventare abbracci e quelli che ricevo, non mi piace che somiglino a quelli che vorrei. Preferisco rinunciare, gli abbracci imperfetti per me sono solo mancanza di libertà.
Non faccio marchette letterarie per senso dell'onore, un sentimento stupido e arrogante che mi trascina lontano, preferisco scriverti senza che tu lo sappia, preferisco gli spiccioli caldi del giorno all'oro da sognare, all'acclamazione a cottimo, all'approvazione traballante che le persone ti regalano solo per intuizioni passeggere. Se cerco il tuo sguardo, gli altri cento saranno solo indifferenza ben educata.
Mi piacerebbe riuscire a scriverti perché tanto spesso sono l'uomo nero, perché ci tengo tanto a che la mia ombra mi preceda e debelli le perdite di tempo, ma ci sarebbe da scavare negli anni e in sentimenti che tengo al guinzaglio, il canile degli abbandoni con illuminazione parziale.
Non è mio interesse essere capito, compreso, approvato. Non è mio compito dare voce alle emozioni degli altri, alle loro intuizioni d'affetto. Tu appartieni solo a me e non voglio che le mie parole siano universali, in quanto tu sei mia e nessuno, soprattutto di notte, può confutarlo.
Se scrivo a te è solo per te, è per la mia agguerrita timidezza, per il risultato inversamente proporzionale che mi consegna il piacere a qualcuno. Io quando piaccio a qualcuno mi perdo, mi sporco, e poi ti vengo a cercare nel sonno con tutto il bagaglio di rimorsi che la cosa comporta.
Forse dovrei uscire dalla cortina fumogena della frase buffona, "io amo l'amore". E' una frase priva di senso, è come se scrivessi che amo i pipistrelli gialli del mare Baltico. Io non amo l'amore, e men che meno amo l'accattonaggio sentimentale delle persone sole. Lo trovo deprimente, francamente ridicolo, come se sbavassi mentre mangi.
Non si amano i sentimenti, si amano le persone. Questo è il motivo essenziale per cui non te lo dirò mai, non scriverò la frase nemmeno come negazione, che resti tra noi come un patto silenzioso, demolito dal poco tempo che abbiamo, dismesso per un trucco signorile, elevato ad emozione dalla musica, che colloca i sentimenti al giusto posto ma non dice, rispetta le regole.
Conosco bene la retorica della caduta. Del drammatizzare gli eventi e le attese. E' un po' come un luna park per nostalgici, si paga poco, si finge paura, ci si volta a guardare chi ti guarda.
Quando ti guardo io, sono quasi sempre certo che tu non farai altrettanto. E' il nostro patto, è il non detto, è il sogno in abiti chiari a fronte di tutta la notte che la mia storia porta a galla.
Mi piacerebbe dirti anche che sono sereno, che gioco il mio ruolo in modo coerente e spassionato, ma non è proprio così. Le ombre spaventano spesso le persone, io le trovo appassionanti, sincere, ingombranti ma rispettose. Le ombre facilitano la grandezza dell'amore, quando c'è. Non sono una scorciatoia, sono le compagne di viaggio, e sanno rispettare ed esaltare la luce improvvisa più di tante parole sciocche.
Gli uomini come me sono come reduci da una guerra in continuo aggiornamento, c'è sempre qualche perdita che brucia il cuore e accorcia il tempo, c'è sempre una morte da vidimare sui quaderni intimi.
Credo che gli uomini come me amino in modo totale, addirittura eccessivo, detsabilizzante, violento; sarà per questo che non mi innamoro mai sul serio.
Fatta eccezione per il nostro patto, perché non sia mai detto che debba rinunciare a te anche nei sogni.
Buona notte.

Luca De Pasquale

09/03/11

La ricompensa malata


"Il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà"
Il prete parla lentamente. E' solo una macchia viola nella mia febbre. Il prete parla di culti e rituali che non conosco e non ho mai voluto conoscere. Io sono un uomo senza Dio e ho sempre la febbre addosso, in ogni luogo e con chiunque. Io ho la febbre perché mi ostino a vivere.
Ho portato la mia faccia e il mio nome. Ho trascinato la mia selvaggia malinconia in chiesa, sono scostante e caldo, corretto e infedele, corrotto con brio e cancellato ogni due passi.
Ho spento il cellulare perché ho varie donne che mi cercano ed io non appartengo a nessuna di loro, sono uno scherzo, un esotismo, una variazione, un'occasione, un'idea sbagliata. Non posso essere reperibile che per pochi istanti di lucidità.
Il prete parla e c'è chi lo segue, io ho le braccia conserte e non c'è nulla che mi chiami al prodigio della speranza, sono vuoto, un punto interrogativo di rabbia e legno, una costruzione di fieno sotto la neve, ho la testa piena di pensieri sporchi, ricurvi, pensieri da avversario, pensieri da contendente, strategie da cane sciolto.

Mi ritrovo per strada, sotto un sole ad effetto ma gelido. Leggo qualche messaggio, noto che le persone legate vanno avanti in trame segrete solo per sensi di colpa esaltati. La pornografia della mancanza di libertà.
Il sole non scalda. Guardo le donne con cupidigia. Perché oggi ho voglia, la sento nelle mani, nella bocca, i brividi nella pancia e le scosse elettriche nei pantaloni. Ho voglia di corpi perché sento di avere le dita nel nulla, in attesa di un sorteggio per condannati.
Ho voglia perché detesto dare spiegazioni, ho voglia perché senza emozioni non ci so stare. Non sono ancora impazzito solo perché non mi innamoro da anni. E' quello che mi ha salvato. Voglio la ragazza con la gonna verde, che mi sorride mentre si accende una sigaretta. Vieni qui. Maledizione. Fingiamo di amarci, non si paga il biglietto. Hai un lui? Mi ecciterò di più, poi avrò un pretesto per scrivere di sofferenze amorose. Fammi sentire che sapore ha la tua bocca che ingenua non è più dalle prime bugie dette ai tuoi genitori.
Fammi vedere come godi, svelati, contrabbanda tenerezza e bugie perpetue, fammi male, illuditi pure di avermi infranto il cuore. Ti darò soddisfazione con un paio di note ad hoc, così sarai contenta e potrai scopare con lui più sicura di te: un piccolo scrittore mi ha pagato tributo.
Guardo anche la ragazza con il giubbotto blu. Di lei so solo che vorrei strapparla a qualcosa, inarcarmi, mantenendo la sigaretta, entrare in lei con le dita, senza neanche toglierle i pantaloni. Non vorrei altro. Solo darle piacere. E poi tornare all'inferno.
Mi fermo fuori ad una panetteria. Sputo un po' di sangue, sono mesi che dovrei andare dal dentista, ma poi non avrei motivo di provare dolore all'improvviso. Accendo la sigaretta, mi guardo in giro, siamo tutti normali, ci sarebbe quasi da propendere all'ottimismo. A me piace il jazz, parliamo un po'? Il prete parlava di ricompense: voi ci credete? E in che modo? Io oggi sento solo voglia di dare piacere, un piacere pazzo e sconcio, e non riceverne neanche un po'. Vi sembra controverso? La cosa non mi riguarda affatto. Il vostro equilibrio intimo è per me un catalogo della Valtur, non lo consulterò. Permettetemi solo di strappare una pagina a mia scelta, prima che venga sera.

Entro nel posto dove lavoro. Mi salutano con cordialità. Inseguo una cliente fin quasi nei cessi, la volevo, tanto sono attimi e poi riprendo le mie ronde. Il caffè e la mia faccia, roba cordiale, roba senza senso alcuno. Oggi è una di quelle giornate che esco direttamente dal mio inferno, e quindi sono meno pericoloso, sono misurato, spietatamente misurato con me stesso e le mie passioni.
E' la felicità, quel passaggio di vento e luna, che mi ha fottuto per anni.
Non prometto amore. Non prometto neanche più l'amicizia. Non prometto appartenenze e neanche più complicità. E' tempo di nuotare tra ninfee giocattolo, lontano da comode piscine, è tempo di ritrovare la dimensione del caos, l'insensatezza confortevole del proprio corpo.
Sono maschio. Ora lo sento di più. Maschio bianco senza morale. Maschio bianco senza collare. Maschio elettrico senza furbizia. Maschio cupo senza illuminazione. Maschio senza Dio e senza precauzioni d'impiego.

Mi seggo su una panchina. Ho una sciarpa blu e l'Unità squadernata sulle gambe. Fumo. In testa un walkin'bass da racconto, ne farò buon uso. Mi piace il vibrafono, ha un bel suono. Mi piace venire dentro senza preservativo e sentirmi dire "ti amo" perché sono banale e stupido più degli altri. Mi piacerebbe assegnare a qualcun altro la centralità delle notti, ridurmi ad una fonte blu annegamento, non parlare. Passa uno stronzo di cliente che mi tartassa sempre con questioni di nullo interesse: "Meglio Sonny Rollins o John Coltrane?"
Gli puzza il fiato ed è un essere non utile. Neanche a se stesso. Chinga tu madre. Ma lo faccio contento; gli dico che secondo me Percy Jones era un bassista superiore a Jaco Pastorius. Lo mando in crisi. Perché il mio parere in materia è autorevole ed ho un piglio convinto. Poi invento un bassista prodigio, Cannizzaro Sorsoja, e gli consiglio di scoprirlo e acquistarlo su Amazon francese.
Cannizzaro Sorsoja. Che fantasia.
Scompari. Estinguiti. Toccati con la schermata chiave di Porn Hub, affanna e spegniti. Neanche il diavolo saprà cosa farsene di te. Piuma di Dio.
Non mi precludo alcun pensiero, sono poche le persone che mitigano questa mancanza di steccati; le inseguo con garbo, facendomi notare poco. Odio insistere. Mi basta vedere una persona una volta sola per capire se posso costruire una notte degna per lei o no.
Traggo conclusioni in fretta e ad istinto, sbaglio spesso. Ma solo così mi compierò: nel rischio totale, mosca cieca per anime tormentate.

Poi, quando mi alzo, compare un tizio che conosco e mi presenta la sua "fidanzata" con un certo sussiego. Lei è indifferente alla mia presenza e questo mi ringalluzzisce, quando mi porge la mano penso che mi piacerebbe leccarle le dita. Davanti a lui. Davanti a questo baldanzoso imbecille.
Quando si arriva ad un punto di crisi in mare aperto, tutto diventa possibile e con l'etica ci si pulisce il culo. E' la mia verità da Legolandia e pagherò io, interamente, il prezzo di quest'anarchia.
Scendere. Descendre. Saltare giù e giocare al tirassegno. Sentire le risate dei bambini e la paura fottuta dei grandi, i loro schemi in tilt, il loro perbenismo a fotografare pozzanghere improvvise.
I bambini sono liberi. I pazzi sono caricati a molla e li trovi solo in alcuni giorni. Le donne da amare sembrano tante, tantissime, ma la mia equazione folle è sempre la stessa, il numero da associare alle carezze resterà sempre l'uno.
Anche se adesso non avrò alcun riguardo per la matematica.

Luca De Pasquale

Grazie: Cannizzaro Sorsoja, Waingro, il prete, Elisabetta, Nik-De-O.

08/03/11

Facile da leggere



Un pomeriggio freddissimo.
Lo stupido carnevale. La stupidissima festa delle donne. Le donne sono una festa a prescindere. Questo viavai di mimose è grottesco, tutte queste macchie gialle, convenevoli e galanterie ebefreniche. Che c'entra tutto questo con il grande freddo che alberga per le strade?
Che c'entrano questi fiori del cazzo con tutta la morte nascosta negli angoli più ventosi?
Gruppetti di donne idiote che urlano, svolazzano, fanno apprezzamenti sui culi degli uomini e si sentono protagoniste di tanti Sex and the city in salsa quartierale. Del cazzo pure se ne può parlare, possibilmente sottovoce. Ma un cazzo è solo un cazzo. Vale un cazzo ed ha forma di cazzo. Un cazzo non è un uomo, dalle mie parti. Un cazzo è uno spruzzo con qualche bugia edulcorata, in italiano da ufficio e con un sorriso sbiancato. Un cazzo è un fallimento atroce e non vale un cazzo.
Io del mio cazzo faccio quel che mi pare. Lo ignoro spesso e non mi faccio guidare nei marosi della vita da un timone storto. Perché è solo uno stupido cazzo e porta la mia passione in giro per il mondo, si alza per chiamata, si alza per estenuazione, si alza per disperazione e non sa scrivere, non sa dire cose recondite ed interessanti. Il mio cazzo è un' estensione di garanzia, mentre la mia anima è in riparazione perenne e così sia.
Non c'è amore nel raggio di chilometri, oggi e anche nei giorni precedenti. Solo trame da soap opera, contentini e quadretti luminosi mano nella mano a fingere di guardare stelle cadenti. Mille volte meglio appoggiarsi ad una vetrina e vendere lo sguardo per poche lire di curiosità. La puttana cadente.
Lo stanco fluire del carnevale, i bambini coperti bene dalle mamme troppo truccate, Dio fellone che si è dato per l'ennesima volta alla macchia, è morto qualcuno e io con lui, io e i miei ventisei anni di sigarette fumate rigorosamente fino all'ultima boccata.
Il collega porta le mimose a tutte le dipendenti, spera in una scopata che sia orgoglio e passatempo, il mio collega che vuole rassicurarsi sulle sue capacità seduttive e amatorie. Mimose e frasi fatte, vai, il tuo cazzo è uno shuttle e dal paradiso ti applaudono i melliflui.
Sono scontroso, torvo, nero a perdifumo, nero crisantemo stilizzato, nero amore rimandato, nero di cancellazione persone. Le persone vanno rimosse, quando serve, rottamate, bruciate nella notte e mai più recuperate. Le seconde opportunità sono la mia nemesi e poco c'entra essere gentili.
Carnevale, il tema della maschera, le ovvietà sulle identità possibili, il lazzo fine a se stesso. Carnevale è una festa tristissima, scontata, smunta e mal nutrita. L'erotismo da Carnevale è una buffonata da lobby del pochissimo. Il mio cazzo è qui, materiale per un Sex and the city da appartamento, visto che esco poco. Non festeggio con i miei strumenti di passione, e non mi travesto da dolcificante per allietare presbiti e miopi.
Pomeriggio freddissimo. Mi rimbombano in testa tutte le fesserie che ruotano attorno alle attese, la gogna del futuro sadico, l'irrisione da cantinola che sembra essere il motore a scoppio degli avvenimenti desiderati.
"Buon otto marzo!", urla un coglione all'indirizzo di tre naiadi da sollucchero in rosa, e loro giù a ridere. Indosso i guanti sulle mani rotte a sangue, è morto qualcuno e non ho nessuna voglia di scherzare, non c'è niente da dire e da ridere, non c'è fesseria sostenibile che possa sorreggere la banalità delle carezze.
L'anima è in riparazione permanente, e poco male che a qualcuno la cosa non piaccia, crei astio e scarsa comprensione. L'anima è un selezionatore inflessibile: fuori dai piedi i cialtroni, anche se ben agghindati.
Incrocio una coppia di anziani; lei ha un minuscolo ramo di mimose quasi spappolato nella mano destra. Tenerezza e rispetto. I miei guanti puzzano di sigaretta, la mia anima puzza di diavolo a riposo, non c'è nulla che mi interessi, almeno stasera, nel raggio di intere città da scoprire.
Camini accesi. Trucco. Malizia sverminata. Il demonio ride di ogni illusione possibile, io ho la stessa faccia sia per i matrimoni che per i funerali, la faccia di uno che non autorizza modifiche se non in presenza dell'amore.
Quel figlio di puttana, vestito per Carnevale, ucciso per noia dal continuo andrivieni di persone e parole, solo leggermente modificate.

Luca De Pasquale

04/03/11

Heligoli (per Jean-François Jenny-Clark)


Mi arrivano cd francesi da Taiwan e dalla Corea del Sud. Sto cercando di completare la discografia di Jean-François Jenny-Clark, che come ho avuto modo di scrivere più volte è il mio musicista feticcio, anche più di Jaco Pastorius.
Jaco è stata l'esplosione, ma certamente JF rappresenta per me qualcosa di permanente, di tatuato, non è solo amare l'opera di un musicista, è qualcosa che riguarda principalmente l'anima.
Michel Graillier, Remi Charmasson, Joachim Kuhn, le collaborazioni, le ospitate, le sorprese. Quello che adoravo in Jenny-Clark era il rigore, la sobrietà e soprattutto la ricerca. Un musicista a tutto campo, colto e curioso, straordinariamente umile e dal timbro potente, con una cavata profonda, sensuale.

JF è stato responsabile di una lunga serie di scoperte, nella mia adolescenza. Le possibilità espressive del contrabbasso. Contrappunti e ritmo, libera creatività e osservanza di larghe, inoppugnabili regole.
Come ho già raccontato tempo fa, una delle più belle emozioni della mia vita è stata ricevere la sua risposta alla mia ingenua e devota lettera. Gli chiedevo come ci si sente ad essere un contrabbassista "trascendente", nell'anima come sapevo lui fosse; inoltre gli chiedevo una lista di sue incisioni da cercare, visto che all'epoca bazzicavo ben poco la rete. Rispose dopo neanche dieci giorni, e ho poi scoperto che era già malato, non capendo fino a quanto.
Disponibile, gentile, accurato e paterno. Mi emozionai fin quasi alle lacrime, altro che la pubblicazione del mio primo libro. Libro che per inciso volevo dedicargli, per poi passare mano, travolto dalla sterile isteria della piccola notorietà; credevo e credo tuttora di dovergli tributare opera più degna di un collage di racconti nevrotici e giovanili. 
Perché Jean-François Jenny-Clark mi ha insegnato a scoprire e perlustrare il linguaggio sonoro del mio sentire più intimo, il suono del contrabbasso. E mi ha trasmesso, anche in poche righe, un'idea di "libera" serietà esistenziale che ancora oggi è un'ossessione coltivabile, direi.
La sua lettera, per un destino che troppo spesso beffa le persone con arrogante banalità, è andata persa in uno dei tanti traslochi della mia famiglia, o forse distrutta da me stesso per errore. Fu un lutto e lo è ancora. Gli scrissi alla Label Bleu, ora non potrei scrivergli in una dimensione che non conosco.
In questi ultimi mesi ho pensato molto a lui. Il tipo di artista che mi sarebbe piaciuto essere, musicista o meno.
E' morto troppo presto, come tanti giganti, come tanti artisti che erano molto di più di quel tanto che già rappresentavano.
Ha dei grandi eredi che ne hanno raccolto idealmente il testimone, penso a Bruno Chevillon, a Jean-Paul Celea, a Stéphane Kerecki e tanti altri. Jean-Paul Celea per anni ha suonato il contrabbasso con un vigore quasi mistico -vanno in questo senso ripescati due episodi apparentemente minori di John McLaughlin, "Belo Horizonte" e "Music spoken here- e poi si è dedicato a ricerche sempre più interessanti, anche sul tango e forme di musica contemporanea.
JF mi è d'aiuto anche in giornate imprecise, dubbiose. Risolvo tutto mettendo su "Usual Confusion" con Joachim Kuhn e Daniel Humair, scelgo "Ibiza Nites", accendo una sigaretta e tutto svanisce in un flusso che sa di coerenza, di abito su misura, di fedeltà al proprio linguaggio più spontaneo e avvolgente.
JF è legato alle donne che mi piacciono, alle persone che mi interessano per davvero, alle nuove idee, all'ostinazione di certi percorsi, JF è la mia carta d'identità sonora, ancora oggi e più di sempre. 
Non recupererò mai quella lettera, ma altre cose più importanti mi sono rimaste addosso, tatuate, sospinte dagli anni, l'ammirazione che diventa punto di partenza, lo stile che resta impresso e diventa prima suggestione, poi abito, infine pelle e respiro, all'unisono.
Ed è bello, per quel che vale, poter dire senza giocare all'esotico che la mia più grande influenza letteraria sono stati i contrabbassisti, JF una spanna su tutti. E che sperimentazione e libertà sono due facce di un sogno composto da gocce inseparabili, il fluire stesso dell'esistenza.
Ciao JF, non fumare troppo lassù.

Luca De Pasquale

DISCOGRAFIA CONSIGLIATA:

Barney Wilen - Zodiac;
Kuhn/Humair/Jenny-Clark - Usual Confusion;
Kuhn/Humair/Jenny-Clark - The Threepenny Opera;
Kuhn/Humair/Jenny-Clark - Live Au Theatre De La Ville;
Kuhn/Humair/Jenny-Clark - Easy To Read;
Kuhn/Humair/Jenny-Clark - Triple Enteinte;
Kuhn/Humair/Jenny-Clark - Live In Europe Voll. 1/2;
Gato Barbieri - Last Tango In Paris;
Gato Barbieri - Obsession;
Remi Charmasson - Nemo;
Jean-François Jenny-Clark - Solo;
Jean-François Jenny-Clark - Unison;
Pork Pie - Transitory;
Joe Henderson - Black Narcissus;
Aldo Romano - Divieto di santificazione;
Aldo Romano - Il piacere;
Michel Graillier - Dreamdrops;
Pierre Boulez - Domaines;
Jean-Pierre Mas - Israel Suite;
Jean-Luc Ponty - Sonata Erotica;
Michel Portal - Turbulence;
Chet Baker - Jazz In Paris (Broken Wing)