27/02/11

Una lettera

dal mio scrigno, ritrovata e postata senza correzioni

E' notte e scriverti ha un sapore strano, imprevedibile, è un lampo, è paura che trova coraggio, è il seguito giusto di pensieri, negazioni, sensazioni.
Vorrei che per leggere queste parole tu sfoderassi le tue ali. Mi piacerebbe.
Perché tu possiedi -un dono innato e quasi inconsapevole- la capacità di volare anche sul dolore, anche sul mio. Altrimenti non voleresti sulle mie notti, stella che volevo spegnere, illusione da ricacciare nel tempo con gli occhi finalmente chiusi. Per notti e notti sei stata al di sopra della mia ragione, al di sopra della mia pazienza e soprattutto della mia rabbia.
Ricordo i tuoi occhi nel buio. E tutto il silenzio che quel volo trascinava. Sono un uomo all'antica, sono putrido romantico, sono quasi gotico nella contemplazione di una scomparsa.
E per la tua, il miracolo di diventare più bello, più vero, non più un'idea di corto circuito ma un uomo alle prese con le assenze.
Semplicemente e per davvero. Niente letteratura, non era il caso.
Ricordo i tuoi occhi nel buio che ci proteggeva, ricordo il tuo sguardo a perlustrare ed umiliare il mio, di buio. Era una rivelazione, una fiamma troppo intensa per le mie abitudini, era delirio e partenza, era coraggio e arnia di un sonno giusto, evitato per un tempo incalcolabile, il tempo delle mie vendette.
Non trovo conforto in questa verità, non lo troverò nel tempo eterno del giusto sbaglio. Sono un uomo romantico, troppo e con gli occhi sgranati su ciò che mi invecchia e mi stordisce. Sei stata la musica, non la distrazione. Sei stata la prospettiva, il premio, lo stupore, l'impresa, la costruzione di vento e cristalli, sei stata il temporale e la morte differente, sei stata parte della mia pelle, sei stata il prolungamento dei troppi addii, infine sei stata il libro che non ho scritto e non so scrivere. La bella storia, la storia che è troppo imponente per la mia capacità di analisi e di assorbimento del bello. Questo devo ammetterlo, a labbra serrate, con il cuore drenato, inchiostro nero per una sconfitta che rimbomba nelle mie stanze vuote.
Se non si ama, non si ama. Se non ci si innamora, non ci si innamora. Non ho parole adatte, anche nel vuoto, per reputarmi superiore alle cose che mi sfuggono. 
Ricordo che eri una Regina del buio, e che il tuo sguardo era troppo. Perché non chiedeva e non pretendeva, ti segnalava ad un cieco, era solo questo, era la mia vita ed io mi sentivo piccolo ed inadeguato per ripararla.
Da solo sono un uomo potente. Perché affronto lo scacco, la sfida malinconica, la bianca tristezza di certi risvegli con le parole attorcigliate in gola, scherzi di rimpianto, beffe non addomesticate, altri brandelli da aggiungere ai cocci. I cocci volontari che sguinzaglio durante il giorno.
Da solo sono potente, ma solo quando non provo nulla. In presenza delle emozioni la mia forza è un'esibizione di potenzialità e poco altro. Ringhio, protesto, mi ammutino, mi imbruttisco, e alla fine -quando nessuno può guardarmi- mi arrendo.
Non so quanto possa riguardarti o inorgoglirti, ma a te mi sono arreso. Perché con te ho avuto vista lunga sulla notte, e finalmente non solo la mia; perché per pochissimo ho visto anche le vite degli altri, e per prima la tua, in un mio sentimento.
Sono un egoista. Le mie lotte, anche quelle interiori, monomaniacali, masochistiche, sono l'immagine che preferisco dare. Perché mi si lasci in pace. Chissà se finirà mai questo gioco al massacro, rendermi sgradevole, assente, intollerante, puntiglioso e vecchio; per te, l'ho sempre saputo, avrei interrotto la ripetizione dello schema.
Ho freddo mentre ti scrivo. Mi ricordo di te e ho freddo. In questa sera stupida.
Mi vogliono come cavaliere e io fuggo via a piedi, ti cerco negli addii, quasi spero di provare lo stesso disorientamento, lo stesso sentore di condanna ineluttabile.
Da solo sono potente come la solitudine. Ma tu non ci sei e dunque sono un po' ridicolo, quando la visuale è sgombra e sono sincero.
Eri Gennaio. Eri Febbraio. Marzo. Aprile. Maggio. Giugno. Luglio. Agosto. Settembre. Ottobre. Novembre. Dicembre. Come un bambino li scrivo tutti, i mesi. Manca il mese che porti il nome giusto, il tuo. Mi ci sto abituando.
Più donne ho, meno sono felice. Torno bambino e mi consolo facendomi dei regali parziali.
Metto la mia delusione davanti a tutto, un cinismo da asporto sui giorni osceni in cui non accade nulla che mi riporti anche solo un istante a te, è tutta scena e qualcuno lo avrà capito. Mi auguro non tu. Davvero lo spero con tutto me stesso. Perché non voglio darti soddisfazione, anche se per comodità ti immagino lontanissima dal pensiero di me.
A volte torno bambino e la pioggia mi fa sentire spaesato. Abbraccio ore promettenti e vado via senza salutare.
Eri un fiume che non avevo imbrattato. Eri anche i dodici segni dello zodiaco. Eri un'attesa diversa dalle altre.
Il tuo non amore mi fa sentire una rockstar invecchiata, con le ginocchia fragili e il fiato corto. Il tuo non amore mi fa ricordare mio padre anche quando non dovrei, gli affetti persi, le risate che non sentirò più, i desideri infantili, le piccole bugie. Mi sono perso e questa malinconia mi veste, mi scrive, mi spinge nell'amore come un folle con un ghigno studiato, era tempo che mi decidessi a dirti tutto questo.
Mi sono perso e le giornate di pioggia le trascorro a tracciare bilanci di parte, sono l'eroe negativo, sono la negazione, la nemesi, la canzone interrotta, il destino che mi aggira e mi pugnala, sono l'insoddisfazione, la precarietà, il tentativo disperato di definirmi innamorato di cose e persone nuove.
In sintesi, e tagliando a corto per non far zampillare le cicatrici educate, sono il tuo non amore.
Ed è per questo che la malinconia è il tratto distintivo, visibile di notte, mai stella e mai più specchio, senza il tuo amore.
Ma sono un ragazzo educato. E procedo, capitano di lungo corso, su emozioni interrotte e filastrocche per anni persi.

Luca De Pasquale

23/02/11

Samozniszczenia

Le critiche sincere non significano nulla: quello che occorre è una passione senza freni, fuoco per fuoco.
Henry Miller

Concludo l'affare.
La vendita è fatta, ho guadagnato i soldi per concludere il mese. Reietto. Quando vendo sono spietato, e non ho rispetto per gli sfizi altrui. Non me lo posso permettere. 
Le passioni non devono essere innocue. Le passioni devono uccidere. Sarà retorico, ma è l'unica forma che conosco e riconosco. Le passioni senza caduta non sono passioni.
Il ragioniere Gaudino rimira i cd di importazione araba che gli ho appena venduto. E' felice, contento, anche perché crede e continuerà a credere di essere uno dei pochi in Italia ad averli. Glieli ho procurati io. Perché io sono bravo a regalare piccole speranze.
E' un pomeriggio di febbraio e vivere è un accorgimento fastidioso. Le ombre mi seguono da stamane e divorano il cuore, rumorosamente. Chissà, penso, se in punto di morte mi convertirò, se vedrò la famosa luce bianca che tutto trascina. Questioni irrazionali.
La bocca del ragioniere Gaudino è orribile. Fossi una donna, non accetterei mai un suo bacio. Mi fa pensare ad arance mangiate con foga e alito pesto da cattiva digestione. O alito chiuso da sesso dimenticato. Non so. E' democratico, il ragioniere Gaudino, ogni tanto abbiamo parlato: gli sarò apparso un estremista. Un cane venuto dalla luna a ringhiare ai sogni, altro che estremista.
Tutte queste donne che camminano spedite nel freddo, stivali, code di cavallo, profumi, cellulari alla mano, bocche semichiuse, potrei amarle tutte, in fila indiana, per l'ultima notte prima della fine.
Ma anche no. Potrei inanellare indifferenza, una collana nera in attesa del sonno. Inutile prevedersi. Il ragioniere Gaudino mi saluta con una virile stretta di mano, resto con i miei cento euro in mano e tutto il freddo di anni nelle ossa.
Penso che la gente mangia troppo rumorosamente. Non amo mangiare con quelli che fanno rumore, sgranocchiano, gustano, ruminano. Non amo mangiare con le persone. 
Compro il giornale. Alle sei di sera. Il giornalaio fa una battuta su Berlusconi. Non la capisco, sibilo un "proprio..." e scompaio. Mi fermo ad inviare un messaggio. Di rifiuto. Come al solito. C'è vento e tutta questa smania di colorare la notte mi assedia. E quindi rifiuto.
Davanti alla vetrina vezzosa di un negozio di scarpe c'è una mia ex fiamma con il nuovo babbuino da compagnia e da accompagnamento a casa, il plantigrado da foto e da bacino tenerissimo.
Mi intercetta con la coda dell'occhio, finge di non vedermi, parla ad alta voce. Cosa vuoi sapere? Se ti penso ancora? Se ancora fantastico, l'Acquario sognatore? Se mi manchi?
Non lo saprai mai. Non lo capirai mai. Non ti è dato sapere, tanto non è importante.
La mia legge comoda e facile, dimenticare, cancellare, andare avanti. Chi esce non rientra. Chi esce deve svanire. Chi esce morirà in compagnia e farà tante feste. Non è più affar mio. I baci non sono eterni, gli abbracci passano per le imprese di demolizione, le bugie non sono la benzina viva del rancore. Cosa vuoi sapere? Se ti ho amata? Non ti riguarda, non ti riguarda più, non ti riguardava neanche durante. Non hai acquisito alcun diritto, sei l'amara conclusione di un bel gioco da tavolo senza buone pedine per me.
Prenditi il tuo dobermann sociale e godi, vivi, spera, prega, dormi e piangi. Lontano da me, senza che io possa percepire il tuo respiro, senza che possa confondermi, mille miglia di morte lontana dal risentimento e dalla nostalgia. Scarpe. Fiocchetti. Suole aerodinamiche. Pelle. Marroniccio. Tutto escluso dalla notte, mentre le ombre mi annodano l'intestino e ne fanno un lazo per catturarne altre.

Da uno sciocco negozio d'abbigliamento proviene un brano di George Michael. Il commesso è un tipo alla moda. Suo padre sta morendo di tumore e lui mastica una gomma, con il ciuffetto di capelli ritti e le sue affettazioni seduttive da quartiere popolare. Mi piacerebbe portarti all'inferno, viaggio di sola andata. Gli altari lì non hanno fondamenta, è roba liquida e nera, è roba che non fa sconti, bastardo.

Più tardi, mi si fa un discorso molto umano, tu sei così, tu hai bisogno di questo, tu dovresti, tu potresti. Non si possono imbastire discorsi del genere con chi non ha morale. E' tempo perso.
Anche se il discorso proviene da una donna, è palese che non possa darmi pace. Anche amandomi. Perché non sono predisposto alla pace che lei produce e vuole stabilire come norma. Perché la sua pace slabbrata e arresa non mi interessa, la sua vena da domestica benigna mi atterrisce, non ho bisogno di questo, ho solo addosso una gran voglia di afferrare le persone in caduta libera.
I suoi baci ricamati, la sua permalosità tutta calibrata a ruoli centrali, matriarcali e noiosi, non è ciò che cerco in una donna. Non sono uno di questi mezzi froci che si innamora di sentimenti ricambiati. Non ci si innamora per gratitudine, non si ama per colpo di fortuna. Lei continua ad ispezionarmi, poverina, si chiede cosa si dovrebbe fare per guardarmi con lo sfondo della tranquillità, ma io non vengo da quel mondo e sono straniero in questi pensieri. E non per cattiveria.
Penso che potrebbe essere bello salvare qualcuna dalla pioggia, asciugare i suoi capelli bagnati e le sue lacrime, trovare un senso in questo grande catalogo del nulla. Spiego alla volontaria che non desidero essere ripescato, non desidero attenzioni da bagnina dello spirito, decido io se raccogliere qualcuno. Non sono un uomo che puoi far mangiare, far addormentare e lasciarlo lì, ti lascerei il letto pieno di cicatrici, come nippoli di un maglione sdrucito, dovresti rifarlo daccapo, sciocca.
"Secondo me tu dovresti..."
La interrompo: "Basta"
Assume un'aria mogia assolutamente insopportabile. Ecco, non va così. Non voglio fare del male gratuito, perché ogni rifiuto è un accanimento di delusioni, non voglio disprezzarmi per aver provocato sguardi del genere. Un "no" è un no pieno, qui. E' un no e non c'è nulla da fare. Non siamo in un forum e giocare alla verità si faceva da piccoli.
Addolcisco la pillola con delle battute di spirito alle quali non credo nemmeno io, ed intanto spero in un radar, un radar storpio che mi guidi laddove io possa risultare utile, stranamente vitale e protettivo, una condizione di ombra antinaufragio, roba complicata, roba che si può solo scrivere e non vivere.
Se c'è qualcuno sotto la pioggia, capelli bagnati e sguardo fisso sul cattivo tempo, ebbene, io potrei trovarmi lì ed assumere un ruolo inedito.
In altre circostanze, sarebbe opportuno non parlare. Non ricordare. Non rischiare il buio per poco e niente.

Luca De Pasquale

20/02/11

Cartolina maremoto, saluti da Napoli


Altra forma chiave della nevrastenia: l'amore. Amore dappertutto. Evocato, rimpianto, strappato, supposto, negato per troppo desiderio, sottostimato a parole per non apparire troppo ridicoli nella ricerca. Tutti sotto questa enorme stella nera che ogni tanto perde pezzi infuocati, pezzi di luce, destinati ad accenderci la vita, a strapparci alla routine, a sere pensose, a canzoni simboliche e hobby da stordimento.
E' eccessivo l'uso e l'abuso di questo vocabolo, scomodato come ideale ad ogni stonatura, ogni passo incerto. Come se perseguire la sua presunta purezza e potenza fosse un risarcimento immediato, una nobilitazione subitanea, una dichiarazione di autenticità da prendere alla lettera. Le crisi isteriche da poco amore curate con la lobotomia delle cose da fare. Metti una persona in gabbia e impazzirà.
Stupidi. Certe stelle si possono vedere solo dietro le sbarre. E' allora che valgono qualcosa. Nulla piove in testa a nevrotici impegnati a smarrire il tempo per non riconoscerlo. Stupidi. Stupidi e impazienti.
Cigno blu con vene al neon, groviglio di fili bruciati, raccoglitore di nebbia, come mi sento in serate senza il salvavita dell'ottimismo imposto. Ed è meglio così. Le sbarre non si muovono da lì, inutile impazzire. Bisogna solo conservare l'intuito e lo sguardo lungo, per quanto ferito, di chi riconosce frammenti di stelle.

Sul lungomare, oggi foto matrimoniali. Anche se sta per piovere. "Mettiti in posa, Anna, un bel sorriso!", urla il fotografo, un picuozzo abbronzato con taglio da militare analfabeta. "E tu, Giorgio, sposta la panza!!!"
Risate. Giorgio sarebbe il marito. Me lo immagino tra quattro anni, in canottiera e rutto libero per la partita del Napoli, oppure a chattare su facebook di notte con la vecchia compagna di scuola, quella un po' zoccola che si diceva la desse a tutti. Magari ci scappa una cosa divertente.
Ci sono bambini con facce annoiate e bambine con fiocchetti e bomboniere. Il mare non è quello da cartolina napoletana tipica, che peccato. Delle tipe agghindate come delle Britney Spears in vena di footing a Palm Beach starnazzano come galline. Dio dov'è? Me lo chiedo. Dovrebbe supervisionare, legiferare, moderare. Tutti questi vestiti bianchi, che inutile volgarità.
Vola del riso, flash, "troppi flashes" come urla la vecchia senza denti, c'è un'auto lussuosa americana e delle carabattole rumorose.
Maledizione. L'amore dov'è?
E' roba da disperarsi. Mi sento disperato, perché non lo vedo. Per amore voglio giocarmi tutto, passato, presente e soprattutto futuro. Voglio scombinare i piani a tutti, me in primis. Ma deve vibrare davvero, deve scorticare la terra e la pelle, deve impedire tutte queste cianfrusaglie celebrative, dev'essere la linea lunga della vita e non un festino di visioni tradizionali.
Il mare è cupo, è la continuazione dei miei pensieri. E' livido e mosso. Sono un cigno elettrico che fuma, non vedo amore, non lo vedo e questo aumenta tutte le distanze possibili tra me e il giorno. Giorgio e Anna si baciano in bocca, lui accenna a un movimento di lingua, lei si ritrae e ride sonoramente. Dio dov'è?
"Per favore ci puoi fare una foto?", mi chiedono due invitati, una coppia rubiconda.
"Ma certo"
Guardo, miro, inquadro. Una finestra del palazzo adiacente, sopra di loro. Scatto la foto alla finestra, fingendo di averli immortalati. Sono i posti senza vita ad osservare i nostri tentativi, signori. Io sono un baro e un cattivo ragazzo dai tempi della scuola.
Prendo la porzione di lungomare meno illuminata, mi allontano con il black jack nell'anima, i miei croupier pazzi e le mie comparse. Vulture Culture.
Il chiosco con panini, salsicce e coca-cola. Mi fermo, fumo. C'è una coppia furtiva. Le riconosco subito, le coppie nemmeno di fatto.
Lei è una ragazza entusiasta, lui è un uomo sposato. Gli guardo la fede, ha modi tra il viscido e il virile. Mangiano delle pizzette. Lui le bacia il collo. Penso a delle fesserie. Penso di aver sperperato delle belle canzoni di Carl Anderson per delle donne di cui non ricordo il nome e il ruolo. Penso che sto leggendo Ernst von Salomon, una lettura che in genere è annoverata tra quelle di estrema destra. Ne "I proscritti" c'è una tale disperazione da disperdere le idee e il folle nazionalismo. Sradicati, senza bandiera, condannati alla morte per esibire la vita, i relitti di Salomon somigliano allo sconveniente "non ho più niente da perdere" che sbandiero negli ambienti in cui sono prigioniero: il lavoro, le conoscenze cortesi, la famiglia ridotta ad un moncherino di rimpianti e a quel tellurico pathos che non significa mai un cazzo.
La coppia pomicia. Lui ha una camicia pulita. Veste bene ed è sbarbato. Questo non è un punto a suo favore, da queste parti. I suoi sorrisi sono temporeggiamenti, e le sue voglie un corto circuito sottopelle. Il mare di Napoli, il tanto celebrato mare di Napoli. Eccolo qui, schiuma e avvisaglia di tempesta, eccolo, orologio di agonie evitate, risacca di piccoli inganni che non diventano serie tv o film di successo.
Il cielo vira al nero, proprio mentre sento la ragazza dire "ti amo" all'attempato flaneur. Se fossi davvero un uomo coraggioso, la rapirei, farei l'amore con lei davanti a tutti per poi scomparire in mare. Lo ami? Ma davvero lo ami? Accetteresti se io ti rapissi e ti regalassi gli ultimi giorni di tepore?
Io e le mie canzoni di Carl Anderson. "If not for love", mi immalinconisce, mi mette knock-out ogni volta. Al basso Neil Stubenhaus.
Prendo una pizza rustica. I due ridono e si promettono qualcosa. Finalmente, un lampo. Forse è Dio. Potrebbe essere. Perché io gioco sempre sporco e non ho la fedina spirituale immacolata, tutt'altro. Sono stato perverso e metodico ogni volta che la pagina bianca mi chiedeva inchiostro scurissimo.
Piove. Butto la pizza a metà. Sento il bisogno di confessare alcune pagine poco dignitose. I trucchi, le ritirate, i calcoli, le frasi scontate di sopportazione, la pazienza inventata di sana pianta.
Loro restano lì, ad amarsi. Me li trascino dietro per alcuni minuti, poi cambio strategia, penso al grande scherzo da preparare, il colpo di teatro, Houdini e il maremoto, Dracula che consola bambini tristi, Fantomas che spara alla sua immagine nello specchio, il legionario che scambia la baionetta per la propria madre.

Piove. Più in là, il matrimonio è stato disperso dal maltempo. Giorgio e Anna. Non li rivedrò mai più, non rivedrò mai più quelle espressioni. E' finita la giornata da ricordare, è iniziato il tempo.
Un tipo mi chiede la sigaretta. E' un attimo, ma ho voglia di gettarlo a mare. Tanta.
Impara a contare quanti relitti e quante onde ci vogliono per arrivare a Dio. Possibilmente con un sorriso e una lettera di presentazione in bianco.
"Prego", dico.
Il pacchetto di Camel, il vento selvaggio, e una voce che non è più la mia. E' iniziato il tempo.

Luca De Pasquale

Grazie: il mare di Napoli che non fa più sconti da tempo, mio padre oltre ogni cosa e inutile considerazione, le coppie non di fatto, le coppie dilaniate dal tempo iniziato, il vizio del fumo, il vizio dell'insonnia, il senso di appartenenza alle riunioni aziendali andrebbe punito con la pena di morte, l'orgasmo ti regala qualche giorno di pace, chi fa promesse solo dopo aver resistito, il silenzio è silenzio, imparatelo in ascensore, in cucina, a letto, in chiesa, in braccio alle bugie del mese, negli oroscopi dolcificati, nello yoga a pagamento, nella morte di un'idea e nella definitiva consacrazione di un tuffo reale.

19/02/11

I girini non conoscono la profondità delle lacrime


Pomeriggio di pioggia. Ritrovare qualcosa.
Uno spezzone di "Ladri di biciclette". L'accendino rosso dalla fiammata invisibile. Ricordarsi com'è quando non pensi al peggio. Le insegne al neon tremolanti nelle strade quasi deserte, vento e gocce diagonali. I baci quando non li hai previsti. Alcune cose. E la pioggia a ingigantire tutto.
Pomeriggio di pioggia. Quando piove c'è una canzone appropriata, inevitabile: "Fine Line" dei Cars, da "Door to door", album del 1987, Elektra Records. Ecco, sono anch'io tra gli esibitori.
Nell'appartamento al primo piano, la signora dai capelli grigi in chiffon antiquato stira. La televisione è accesa, Rai Uno. Spio da fuori, fumo, mi piove in testa.
Il mio portiere mi avverte, niente pacchetti oggi. Ieri uno da Taiwan. Penserà che ho dei traffici importanti. Stanotte ho sognato treni. Locomotive fumanti nella notte. Locomotive con soli due vagoni. Io vestito di grigio. Una valigia piena di coltelli. Piccoli paesi nebbiosi superati in velocità, il naso schiacciato sul finestrino. Cambiamenti. 
La ragazza vestita di rosso. Ci guardiamo da sotto gli ombrelli. Scuoto la testa. Uno sguardo è una scia di giorni. Comunque vada. Non ho davvero più nulla da perdere. E' una forza impressionante.
Una coppietta litiga fuori un bar. Lei ha le mani conserte e gli occhi lucidi. Lui urla. Passo avanti, locomotiva.
Amanti. Una parola difficile. Non ho i tempi dell'amante. Non ho le encicliche dei mariti. I miei abbracci provengono da mille leghe sotto gli incubi. Canzoni di Lou Reed, continua a piovere. Mi fermo fuori la chiesa di S. Anna. Rimango fermo a lungo, chiudo l'ombrello. Croce luminosa. Un lillipuziano con mille serpenti addosso che strangolano un enorme polipo pigro.
Croce luminosa. Scarsa conoscenza di luce. Bocca di fumo e ferite che non curo mai. Il celebre, per me, dente rotto che lacera il lacerabile. Sapore di ferro in bocca. Piacevole.
Sarei un ottimo marito in una piccola città della Toscana. Sarei un uomo utile più dei semafori, se "pace" non fosse solo un vocabolo suggestivo.
Una donna resta bloccata in una pozzanghera, con il passeggino. Accorro, e via l'ombrello. Disincastro il passeggino, accolgo uno sguardo grato e sfiorito. Accolgo la strada e le sue istanze. Non ho molta voglia di fare sesso, quando è pomeriggio e piove, e per giunta sono all'aperto. Stamattina ne avevo voglia e sentivo un residuo di rabbia nel lato destro del mio risveglio. Stamattina era tutto ovattato e mi sono reso conto che il tempo mi è sfuggito, che ho perso l'abitudine di salutare senza la mossa avanzata del piede, ti saluto ma sto andando via. La croce. La croce luminosa. Ho sognato treni. Ho sognato locomotive. Ho sognato le solite madri senza faccia. Ho sognato un frac turchese e un nano su un balcone. Ho sognato il numero 72 disegnato sulla sabbia con delle conchiglie. Ho sognato un grande amore da sognare. Ho sognato James Caan e qualche volta Lenny Bruce. 
Dalla chiesa esce un prete. Ombrello scuro. Occhialini. Lo fisso. Rispondimi: la pace può essere un mestiere? Rispondimi: all'alba arriva spesso il diavolo, è gentile e mi fa capire che vuole i miei servizi. Ha un certo carisma. Non è brutto, anzi. Sognato cinque notti su sette. Tentazioni dappertutto. Sono stato l'amante di un'insegnante. Aveva dei figli. Con me godeva. Io finivo in lei tutte le energie avanzate da regolamenti di conti solo pensati. Ho preso un caffè con suo marito e ho negato tutto, tanto lui non lo sapevo.
Sono stato l'amante di una libera professionista. Di lei non sapevo niente. Solo di suo marito sapevo tutto, Mauro. Lo sapevo e le restituivo i sospiri e la sopraffazione di eventi non previsti. Ero l'evento non previsto, sono diventato metodo, dopo qualche mese duravo di più perché mi emozionavo di meno. Da qualche mese a questa parte sono un po' ovunque e cerco di fare il possibile. Il prete è lontano. Piove forte sul suo ombrello scuro. Non mi ha risposto. 
Penso alle facce dei tunisini che ho visto sbarcare a Lampedusa. Al telegiornale, comodo a mangiare i miei spaghetti del cazzo. Sensibilità a stomaco pieno, un classico. Siete fratelli. Vi accolgo, mi piacete, in qualche modo faremo. Non sono un buonista, ho i peli sullo stomaco, io; ma li ho sentiti fratelli, fratelli in tutto e per tutto, il sogno di un approdo, mi piacete e io -stomaco pieno o no- ci sono, la mia coscienza firma il foglio invisibile per voi. Presente.
Riprendo a camminare. Acquisto una lampadina attacco grande. Non sopporto le donne appariscenti. La bellezza va scovata quando inconsapevole. Le donne belle che ho avuto erano meravigliose e immortali quando non se ne accorgevano. Ho un ricordo prezioso di ognuna di loro, un attimo mai passato, un'idea mai rinnegata. Certi giorni il rancore è un girino stanco, la fontana è troppo ampia per prestargli attenzione.
Quattordici anni fa volevo andare a vivere in Francia. Nimes. Tolone. Chateauroux. Strasburgo. Caen. Non ho ancora rinunciato. Ho il fiato corto. Fumo troppo.
La mattina voglio il caffè nero. Il latte mi appesantisce. Caffè nero e sigaretta, da stordito. Per l'attrice Irene Jacob potrei ammazzare un uomo. Ancora canzoni, stavolta dei Motley Crue, roba aggressiva di una vita fa.
Piove. Piove ancora. Luce pervinca, blu elettrico, fondo di assenza in salsa emotiva. Locomotive grigie su sfondo notte. "I proscritti" di Salomon sul comodino. Non imparerò mai, dovevo comprare la Settimana Enigmistica o Alan Ford.
Le mie valigie di coltelli, chissà dove le porterò stanotte, in quale stazione del nord alle prime luci dell'alba. Mi addormento pensando a vestaglie corte e creste su affari improbabili export; poi sogno treni, fughe, madri manichino e, per ultimo, l'insonne amico che non resta mai fino all'ultimo, il diavolo. Fumare prima di stendermi mi dà il voltastomaco e commetto spesso l'errore. Non posso stendermi, almeno per quaranta minuti dopo l'ultima sigaretta. Cervicale. Cervello. Coscienza. Memoria. Contrordini dell'ombra. Girini elettrici e fate da telegrafo. 
A quaranta minuti dalla grande incognita, accendo l'ultima Camel. Non piove più.

Luca De Pasquale


18/02/11

Capziosamente capzioso e qualche volta cablabile


E' la voce querula di Radames Cruciello quella che innesca il forbitissimo e sapido gioco di parole. La sua barba sagomata e indie, il cipiglio tra il cupo e il profondo provinciale ne fanno un eroe occasionale per gente di buone intenzioni. Radames Cruciello, trentatrè anni, leader della band rock alternativa "Against the dreams of Miss Insomnia", fidanzato di molte indie girls, lettore di Baudelaire e dei testi di Rino Gaetano, sobillatore di scioperi a favore dell'olio pubblico e dell'obbligo di voto per i barboni, acuto osservatore della società italiana e campana, posizionato a sinistra e innamorato del neologismo arrischiante. Che fascino, che tempra.
Con una chitarra a sette corde a tracolla, accompagnato da un tastierista oversize, declama al pubblico accalcato del "Bakunin's Curaçao" i suoi stravaganti versi.

"Cotica. Ombrelli spenti. Abbiocco della ragione, venni da lontano per amarti ma il credo della libertà ci ha consumati. Eri la Blue Girl dei buoni giorni. Io straniero, io lottatore, io palombaro della tua assenza, io scheggia di una chitarra perlgemmante, sì posso coniare questa parola, è rischio, è vita!"

Applausi. Indie boys ammirati. Indie girls innamorate. Scemi rintronati, qualche parente. Il trionfo annunciato di Radames Cruciello, ed io qui, ad accompagnare Stefania e le sue manie di "scambio", di "arricchimento".
Io, corrucciato come un giro di basso in un brano di soul traballante, io e tutte le mie donne nascoste in testa, io con la tenuta dell'istrice, io che accompagno una donna per non dire sempre no.
Radames Cruciello ha uno sguardo intenso, da coniglio grandguignol, incute una soggezione pervasiva, ammalia le sognatrici distaccate in provincia e le cittadine refrattarie all'imborghesimento, al gioco dell'oca dei legami seri. Radames Cruciello suona un po', poi riprende con vigore:

"Noi al cubo era quella spiga che mangiammo nell'estate dei tormenti
Tu eri macchia di sole sulla malinconia simile a pomeriggi sciolti in Cheltenham
E nelle tue cosce volevo dimostrarti quanto uomo si è, quando l'erba sa di primavera
e le attese, le tante attese di stazioni affollate, affollate di mondo, concussano in te"

Stefania è davvero emozionata. Radames il poeta. Mi avvicino al suo orecchio destro: "Stefania, ma che cazzo significa 'concussano'? E' una parola che mi manca"
"Shhh", fa lei.
Va bene. Concussiamo pure.

"Vino rosso e posse, amor mio, siamo cittadini del mondo, siamo linguaggio universale, universale
Non credevo che ci si amasse tra zebre cieche, eppure tu mi sei apparsa, sembrava la Yellowstone in miniatura...
CHE SOGNAVO DA PICCOLO CHE SOGNAVO DA PICCOLO CHE SOGNAVO DA PICCOLO"

Oh, Dio Nipotente. Oh, penitenza suprema. Accendo una sigaretta, cerco di non pensare. Stefania guarda con ammirazione l'oblievole poeta, è lapalissiano che tra me e questa donna il futuro è solo una provocazione del pensiero.

"Antony End The Johnsons
John Coltrane
Joan Crofford
Prince, il sexy Prince, che ricordi
Malcomm Luter King, la parola
Caitano Velhoso, Tropicale, noi Tropicali e innamorati, lo sai che lo sappiamo?
Tutta la musica è un grande disegno
Tutto l'amore è un grande sogno
Tutta la fratellanza è un grande bisogno
Tutta la malasanità è roba che non agogno...."

Sta diventando troppo, rifletto. Roba che non agogno? Ucciditi.
C'è una pausa. Radames scende dal palco, si aggiusta lo scaldacollo turchese, emette un sorriso con rifferama di barba, c'è accoglienza, c'è contentezza.
Stefania mi fissa: "Come stai?"
"Potrei star meglio. Quest'uomo è un demente"
Silenzio. Riprovazione. Distanza.
"Sei un arrogante", attacca, "Radames è molto sensibile"
"Me ne sono accorto, tant'è che non mi reggo in piedi per la forza d'urto emanata"
"Dovresti prendere esempio da lui, ecco". Smorfietta accigliata.
"Cosa?"
"LUI non scrive con la cupezza, lui scrive con il cuore. Lui scrive per dare emozioni agli altri, non è come te che sei chiuso in te"
"Io, te e la mosca tzè-tzè, aspetta che chiamo anche Bombolo e giriamo la scena"
Mi guarda con mille spade pronte a conficcarsi tra la mia ironia e il blues. E' odio e fine del corteggiamento.
"Luca, Luca caro, quanto sei povero di spirito. Tu, le tue donnine, le tue insonnie, i tuoi luoghi comuni, tu non dai calore, non dai gioia, tu non parli che a dei fantasmi. Mi fai molta tenerezza, sai?"
"Se parlo a dei fantasmi ho raggiunto il mio scopo. Sempre meglio che parlare a degli imbecilli"
Stavolta lo sguardo è una scarica di colpi di mortaio, sono stato debellato come uomo possibile.
Capita spesso. Non sono un individuo diplomatico.
"Sei uno stronzo e con me hai chiuso. Ciao e buona fortuna con le tue donne"
"La ringrazio infinitamente, buonasera"
Si allontana e va a sistemarsi accanto ad un palloncino sudato, uno degli esperti di music&poetry, uno di quei cretini che se gli citi un artista ti snocciola la biografia controllata, le opere e le emozioni più frequenti nei cuori di chi lo bazzica. Uno di quelli che fanno all'amore pensando a cosa devono dire in pubblico di Miles Davis e John Coltrane.
Non me ne vado. Ho bisogno di un'altra dose di Radames Cruciello. Che mi accontenta subito.

"Ma tu sei LEI? O lei sei TU?
Sei al mio fianco negli anni dispari, e sai chi me lo sussurrò? Tim Buckley!
Non mi piacciono gli scrittori, sono retorici, pletorici, non fantasmagorici
Sono di sinistra, lo dico, lo affranco sul banco, perché siamo come bambini nello zucchero filato
E pazienza se Edenlandia è rimasta senza hovercraft, interpellanza parlamentare subito
Crocevia di diverse culture è la forza della dichiarazione spontanea, espletabile...."

Espletabile? Stasera sto imparando più di sempre, più di un sogno con Carlo Emilio Gadda ai piedi del mio povero sudario. Peccato che io mi senta sempre meno espletabile, e neanche concuto molto, nella mia misera esistenza.

"Il tram è passato sulla tua pelle, ha lasciato bambini e scugnizzi con la nostalgia del FRANGILUTTI
io scrivo, scrivo roba diversa da quegli scrittori arrabbiati e sciocchi, polverizzati da se stessi
forse è che ti amo
forse è che ti voglio
forse è che sei con me, a fianco di me, in me, su di me e non farmi dire altro
ce l'ho con gli intellettualoidi falliti, mi disturbano, perché non sanno nuotare nei desideri ad alta quota
e le scalate senza gioia comportano tonnellate di tristi ammaraggi
Tim Buckley mi invidia, perché io ti sogno e lui può solo capziosamente captarti..."

Chiudo gli occhi. Ho bisogno di ritirarmi in convento. Ho bisogno di ammaraggi, come sostiene Cruciello, vuoi mettere uno scrittore e un esperto di tutto come lui? Vince l'esperto di tutto che parla alla gente, è fuor di dubbio.
Mi capto come un quadro di Munch, capziosamente; "Il vampiro" del signor Edvard Munch. That's all.
Accendo un'altra sigaretta e tolgo le tende, adesso Stefania è accanto ad un botolino con i peli delle braccia a spazzola, le sta parlando di roba emotiva, forse la mostra di M.C. Escher a Palookaville. Lui non c'è andato, aveva troppo da fare con il ragù di mamma, ma ne sa parlare. Sa parlare alla gente.

Voglio un convento. Silenzio al mattino, e un po' di pace. Se non chiedo troppo.

Luca De Pasquale

alla memoria di Augusto Pesarini, dimenticato, non riconosciuto, condannato da se stesso.

16/02/11

Gigli, sorprese e quaderni a righe


Questa è l'età in cui si finisce sempre per avere delle relazioni problematiche, contorte, non libere, non sgombre. Non uso la parola "sbagliate" volutamente. O ti sei fermato prima, sei finito tra i fiocchi di Jocca esistenziale a ringraziare i mostruosi e sdentati Cupido, oppure è tutta lotta, incastri, scommesse.
Persone sposate, persone disilluse, atterrate dalla fine dei sogni, smembrate dalle aspettative, forti di giorno e deboli al calare della sera, organismi minati che chiedono, in fondo, una cosa sola: prenditi cura di me, per favore. Sei sicuro che non vuoi prenderti cura di me?
Te lo chiedono con orgoglio, fingendo che la cosa non sia di loro reale interesse, il messaggio che ti passano è "se vuoi prenderti cura di me, bene, ma sappi che io non ne ho bisogno". Osservo a lungo queste fragilità, nella vita di tutti i giorni, è il mio alimento spirituale, non so farne a meno. Ho costruito rampe di lancio per aquiloni, ogni contatto che ho è un possibile volo. Ogni contatto che perdo è una morte in scala, è il sedimento dei giorni tristi.
"Prenditi cura di me, delle mie ferite, delle frasi avventate che ora sbiadiscono, degli amori che mi hanno beffato". Queste parole sono l'illuminazione al neon, capricciosa, di certi momenti di sincerità.

Sono abbastanza pazzo da prendermi cura di qualcuno fino alla fine dei miei giorni, presto o tardi che sia.
Peccato questo sentirsi un po' troia senza metodo, peccato questo girovagare tra carogne, a baciare attimi che hanno oltrepassato le persone. La solitudine nitida degli specchi, la mattina, è un edulcorato orrore che ti regala la visuale piena, quante persone ho dimenticato, quante ne ho scavalcate.
Sono stato con gente sposata, non c'è nessuna differenza con chi è libero. Solo impedimenti pratici. Ogni persona vale come singolo, al di là delle contingenze. Sono stato sposato anch'io, per molti anni. Le persone legate amano e scopano con una disperazione diversa, è un'esplosione di fiori e chiodi, non è facile da capire per chi si veste della temerata morale. "Non si fa", "tutto questo non porta a nulla".
Che cazzo ne sai, tu? Il drappo della morale tonda e spolverata, buono per pulirsi il culo e intonare la preghiera già scritta. Carne e sangue, contraddizioni e dolci suicidi. Nessuno può dichiararsi esente.
La prevedibilità, il buoncostume, quadretti e decalcomanie di felicità stilizzate, è roba che a una certa età ed a un certo livello di pensiero non ci si può più permettere. La sorpresa è bastarda. L'attimo vero è un figlio spurio, con il cordone ombelicale appeso a cieli azzurri. Bisognerebbe avere lo stomaco di strappare le persone al loro equilibrato oblio personale.
E avere i coglioni di non concedersi alle cose facili. Le situazioni sgombre non valgono certo di più di quelle complesse, affollate, votate al caos. Anzi. Come diceva una persona che amavo, "si è più puttane da soli che in compagnia".
Quando mi sono concesso alle cose facili ne è venuto fuori sempre un aborto, una foto di gruppo senza teste.

Lorella mi guarda, mentre fuma la sigaretta. Tutte le foto presenti in camera sono state appositamente atterrate, vuoi mai che il marito ci possa guardare. E i figli, non sia mai detto. C'è una certa calma tra noi, nonostante ci sia chiaro l'abominio che ci accompagna, anche durante i rituali d'amore: non c'è futuro e non ce ne sarà. Lo sappiamo. Forse è per questo che si riesce a godere di più, anche se dopo è una sconfitta.
"A cosa pensi?", mi chiede.
"A niente"
"Hai l'aria triste"
"No, è un'impressione". Le passo una mano tra i capelli, guardando però altrove.
Sorride con amarezza: "Non pensi che una ragazza della tua età sarebbe meglio, per te? A volte ci penso, non capisco cosa stai cercando. Non dico da me"
"Le ragazze della mia età non esistono. Esistono ragazze/donne o donne/ragazze della mia età. E io non sono un ragazzo, lo sai. Io sono un uomo/nebbia. Non cerco nulla, Lorella. Solo un po' di pace. Tregua è una parola parziale, non la amo"
"Sei complicato"
"Nulla che tu non possa affrontare, anzi. Puoi capirmi e dissolvermi in poche ore"
Mi bacia sulla fronte. Mi imbarazzo, ma è una bella sensazione di tepore e menefreghismo vitale.

Claudio mi costringe a scrivere una lettera d'amore in sua vece. Dice che non sa scrivere (d'amore in particolare) e che io sono un poeta, che l'ha sempre pensato. Non ha capito un cazzo, ma non è importante.
Gli appesto la casa di fumo, perché io quando scrivo fumo sempre, ma ne esce una dignitosa dichiarazione d'amore passionale. Cerco di mantenermi pulito, perché lui è un po' vittoriano e lei sembra -da quello che mi ha detto- una innamorata del pathos fiorellini e abbracci. Oltretutto, mi sembra che Claudio non pensi al sesso, ha costruito un ideale e vuole conquistarlo. Peggio per lui.
Mi ringrazia quasi con le lacrime agli occhi, "com'è bella, cazzo", si rallegra, "l'ho detto che sei un poeta. Ma dimmi la verità: sei innamorato anche tu! Altrimenti non scriveresti roba del genere, dai"
Mulino Bianco Bill, non hai capito davvero un cazzo. L'amore te lo porti nella pancia, è lava, è ghiaccio secco, è vomito di sempre, è miele riscaldato, è cascata in miniatura, è Dio con la febbre, è il sole alternativo, è il sole hippie che morirà d'overdose sul più bello.
"Come posso ringraziarti? Sono sicuro che le piacerà tantissimo. Oh, Luca, amico"
Penso che dovrebbe darmi cinquanta euro. Se funziona, varrà anche di più, questa scartoffia. Ragiono come una puttana, quando non presto attenzione alla pancia. Anni fa giravo da solo per Firenze e pensavo a quale amore mi avrebbe assorbito per tutta la vita. L'Arno era cupo e pioveva. Mi sentivo spacciato e infognato di promesse allo stesso tempo. Firenze è il mio grande amore, è la città che mi inghiottirà. Firenze è il luogo dove sono stato concepito, tutti noi ignari delle nuvole nere, tutti noi vestiti di bianco per onorare la vita.
Quanto ho cercato quell'albergo, le tracce del viaggio dei miei genitori, l'odore di chi mi ha regalato alla vita. Firenze è nel mio cuore, nella mia pancia. Pagami un esilio a Firenze, ho fatto lo scrivano per te e per la tua matrioska sudata, la gratitudine è farmi sparire.

In un pomeriggio di dicembre giravo per Firenze con il mio walkman, ascoltavo "Fine Line" dei Cars. Telefonai a mio padre. Nella sua voce c'era risentimento. Lo amai ancora di più, per quel rimprovero esibito, perché sì, la mia assenza era pesante, pesante più di sempre. Le mie assenze sono spesso ingombranti.
"Sono a Ponte Vecchio, papà. Te lo compro il giornale della Fiorentina?"
Non rispose a tono: "Quando pensi di tornare?"
Neanche io: "E' bello, c'è anche il poster a colori"
Riappese. Lo amai tanto, mentre le nuvole nere su Firenze dichiaravano guerra a tutte le mie stupide paure di vivere.

Entro in cartoleria. Compro due quaderni a righe, di quelli che si usano alle elementari. Adoro quella improbabile suddivisione in righe scomode. La cassiera devasta un chewing-gum e dev'essere una porca banale. Non mi degna di uno sguardo. A lei piacciono i freschi, i ragazzotti napoletani freschi e leggermente abbronzati. Le donne che ruminano gomme da masticare mi danno ai nervi e sono volgari.
"Sono due euro, preco", fa la donna, con la bocca aperta.
Sgancio la monetina, non saluto, esco. Mi giro verso il negozio; la cassiera sta armeggiando con il suo cellulare, con fare furtivo. Starà inviando messaggi fieri e promettenti a qualche frescone ruspante che avrà il suo daffare per avere il permesso di infilarglielo dentro.
Incontro poi Mr. Papilla Gustativa, un conoscente che si spaccia per esperto di cibi e vino. Un minuto di chiacchiere e si dimostra stucchevole, al rallentatore, estenuante nel suo non avere nulla da nascondere. Mi parla di una ricetta nuova, roba con il mais e gli affettati. Ma che cazzo me ne fotte delle tue ricette. Se non mi dai l'idea di essere fregato almeno un po', tu non mi interessi. Gli educatini, i compiti, i tranquilli, mi annoiano a morte. Che cosa triste, morire aderenti alla proiezione di se stessi, uguali, conclusi, senza sorprese.
Morirai tra quattromila ricette, una moglie sfiorita e un figlio ingrato. Morirai mentre Dio dorme.
Morirai spolverato, numerico, apprezzato e per bene. Morirai senza sospensioni in cielo.
Io voglio morire a Firenze in un giorno di pioggia, quando i bambini escono da scuola, nel mio appartamento, sapendo che sì, sono stato talmente folle da prendermi davvero cura di qualcuno.

Luca De Pasquale

Grazie: Costagliola, Magnini, Cervato, Chiappella, Rosetta, Segato, Julinho, Gratton, Virgili, Montuori, Prini; Hamrin; Gonfiantini; Superchi; Chiarugi; Dino Pagliari; Roberto Galbiati; Luigi Sacchetti; Sauro Fattori; Giuseppe Lelj; Alessio Tendi; Claudio Desolati; Daniel Ricardo Bertoni; Ezio Sella; Moreno Roggi; Zagano, Ricciarelli e Bruzzone; Pier Cesare Baretti; Paolo Carosi; Stefano Borgonovo; Paolo Monelli; Lubos Kubik, Elisabetta Mariani

15/02/11

Una serata selvaggia


Per anni alle feste io ho solo rubato.
Un po' di tutto. Le feste dei napoletani bene alle quali ho partecipato per anni. Ho rubato, senza l'ombra di un pentimento. Mai.
Cd, tanti, creme da bagno, libri di piccola taglia, penne, carta, posate. Niente a che vedere con la cleptomania: furti belli e buoni, pensati dopo appostamenti, manolesta e cuore freddissimo, disprezzo e vandalismo. Sono stato ladro ovunque e per parecchi anni. Per questo riconosco facilmente gli altri ladri, ed è difficile fregarmi dopo un prelievo al bancomat o in una strada deserta. Sono vigile, come e più di quando ero io a non dover essere sorpreso.
Penso come un ladro e spesso agisco come un poliziotto, legalitario, ordinato, "civico". Ma la testa è senza dubbio quella di un ladro. Uno sbirro mancato riesce a pensare come un delinquente. Volevo e dovevo fare il poliziotto.
Adesso non rubo più oggetti e soldi, ma posso rubare le persone. Se sono costretto, rubo le persone. 
Arrivo alla festa con un sorriso imbarazzato e una bottiglia di vino, piuttosto dozzinale in verità. Quello che le mie tasche mi consentono. Ho messo del profumo, Azzaro pour homme, che copre male e senza sistematicità l'odore acre del fumo che mi porto dietro ovunque. Niente camicia, la camicia mi secca, quasi sempre. Maglietta nera e un pullover sopra. La concessione è quella di non averci dormito. L'amico che mi ha portato si eclissa presto, del resto non mi piace avere angeli custodi. L'euforia vestiaria altrui è ben visibile: maglioncini bianchi a V, mise mostragambe un po' surreali, camicie a righine del tipo "ho un buon lavoro e guadagno bene". Parecchia alopecia in circolazione. Pance. Scarpe marroni anonime, la tenuta maschile. Ho la sensazione di trovarmi ad una festa di carnevale. No, non porto l'anello al pollice; e neanche catenine d'oro in petto. Sfuggo ai primi, maledetti, scatti fotografici. Sento la maldestra parola "tag" e mi nascondo ancora di più. Si dicono cose a soffietto, improduttive. Un tappo parla di soul e funky, ostentando una conoscenza che non ha affatto. Potrei ridicolizzarlo. Sono abbastanza crudele per farlo. Ma anche molto pigro.
Questi sapientini musicali sono sempre delle mezze checche nevrotiche, esibizionisti, verbosi e valghi. Annoiano le loro donne con tutte le loro catacombali puttanate sulla grande passione, quale chitarra si ruppe al concerto dei Beatles del 1967, guarda che lei se ne sbatte. Baciala. Renditi presentabile come uomo. Falle sentire che sei eccitato, che sei pazzo, che la ami, che la prenderesti da dietro qui, davanti a tutti, e che berresti la sua saliva come nettare. Noioso grattamarroni con il maglioncino a rombi.
Si avvicina una tipa. Mi guarda. Imbarazzo magno cum laude. Ha il balcone esposto con caparbia cura, sembra sensuale e un po' pazza. Mi apostrofa: "Ehi, ma tu lavori alla Fnac? E tu sei il ragazzo che scrive?"
Io, il ragazzo che scrive? Attenzione alle parole. Io non sono il ragazzo che scrive. Io sono un uomo a zonzo in una festa. Punto. Annuisco mestamente, le dico che non sono un ragazzo da anni e lei ride a dente libero, ma tu sei piccolo, sembri un bambino imbronciato. Bambino imbronciato? Dammi la lingua, fammela assaggiare, vediamo se tra qualche istante mi consideri ancora un bambino imbronciato. Sto al gioco, partecipo alle sue domande edaci, veniamo anche raggiunti da un tipo barbuto che mette in mezzo Roth e Carver, totalmente a vanvera. La tipa sembra intrigata da tutto ciò che viva attorno a lei, incluse stronzate senza costrutto. Mi adeguo subito e calo il mio provvido asso nella manica: le massime oscurantiste del noto scrittore olandese Dek van de Ampfhuis, sconosciuto in Italia.
Parlo bene di lui, con passione, e cito con tono ieratico: "Tra un uomo e una donna c'è traffico di stelle, se Dio dorme".
La tipa sembra colpita. Credo che la sua lingua mi interessi, perché io non devo pensare, non devo pensare mai, devo solo farmi male e sbarcare la notte. Ho concorrenza e molta, ma l'aria da bimbo cupo a volte funziona, ed è una di queste volte. Faccio centro dichiarandomi comunista, impegnato eticamente (mai successo) e disinvolto (dopo lungo training autogeno). Ci appartiamo per quanto possibile. Ho voglia di infilarle le mani sotto il vestito, accorciare i tempi, far saltare qualche petardo in questo mortorio di buona creanza. Di che sa la tua bocca? Ti realizzi davvero quando godi? Ti piace sentirti sconcia in un contesto pubblico? Ti piacciono le dita bagnate e calde sui fianchi? La severa educazione dei tuoi genitori ti ha conferito un'aria da puttana occasionale che mi eccita. Lo so che lo vorresti in bocca, con il rischio che ci vedano. Piacerebbe anche a me. So anche che vorresti che ti prendessi, in bagno con il viavai fuori; vorresti che ti tenessi per il collo e che morissi tra le tue gambe, sconosciuto, folle, banale come tutte le sporcizie annunciate. Piacerebbe anche a me. 
Siamo nell'ombra. Le infilo l'indice della mia sinistra, sempre quella, in bocca. "Tiralo su", le dico. Lo succhia, lo mordicchia. Il tempo è bianco e non ha nessun senso. Animali a spasso nel bianco.
Poi si ferma: "Dobbiamo essere pazzi", dice, sincera.
"Siamo assolutamente normali. La metà di questi imbalsamati intrattenitori, qui, vorrebbe pensare e fare quello che ci sta capitando. Ma hanno il sesso inchiodato ad un umorismo piantonato dalla cattiva fede dell'apparire. Devono onorare la discrezione euforica dell'evento, sono delle merde. E' quello che penso. Io scriverò pure, ma ho il cazzo, ho le voglie, ed ora ho voglia di te, non so neanche chi cazzo sei ma ti prendo"
Si ferma, dice: "Non mi piace che parli male dei miei amici"
"Loro sono importanti", rispondo con una lieve tachicardia, "ma adesso è importante questo". Le passo la mano nell'inguine, sotto i vestiti. Freme, trema. Eccitata e nauseata. La capisco.
Questi quattro pivot idioti, devo anche fingere di stimarli. Mi concede poco, essenzialmente lingua e mani, alternando la disponibilità con tentativi di fuga un po' isterici. La tengo ferma e vicina per quanto possibile.
Alla fine mi passa il suo numero di telefono, mi dice che è fidanzata e posso telefonarle nel primo pomeriggio, e che si pentirà di quello che sta facendo. Non rispondo. Prendo il numero e vado in bagno a sistemarmi un po', che ho i jeans fuori posizione, e non solo quelli. Bravate? No, vita.

Mi guardo allo specchio. Ho l'aria stravolta e sono ancora eccitato. Ho la tentazione di concludere da solo, nella penombra del bagno, la manfrina di prima. Venire nel lavandino, non pulire, pettinarmi ed uscire sorridendo. Non sarebbe male. Oppure venire per terra, non pulire, uscire dal bagno starnazzando: "Oh, che schifo, è un'ignominia, ma chi è stato che....". La sceneggiata calvinista, il maccartismo di Onan al vostro servizio. Vi meritate questo e molto di peggio.
A venti, trenta, quaranta, cinquanta e anta anta anni. Bad Boy sguinzagliato dalla malinconia.

Ritorno tra le persone presentabili, taggabili, maglionizzate.
Il resto della serata non è interessante, e per risarcirmi faccio sparire un cd di Eric Clapton e due penne Tratto. Lei mi sfugge, ma i nostri sguardi sono un materasso ad acqua con dinamite nascosta. Un'immagine di straordinario vigore, c'è poco da dire.
Quando lascio la reunion con l'ampolloso amico che mi ha esibito, la mia petting woman è ancora nel pieno delle relazioni. Si avvicina fugacemente, mi sussurra nell'orecchio una frase che mi lascerà insonne: "Stronzo, stronzo che non sei altro, non vedo l'ora di farmi scopare".
Sghignazzo scendendo le scale, la vita è anche questo, le poesie crepuscolari a volte lasciano il tempo e i morti che trovano. Mai rinnegato il mio lato animalesco. Mai. E' una componente insostituibile di un difetto che respira. Non so se si tratti di materiale di scarto della sensibilità, non sarebbe un approfondimento interessante. So solo che mi porto al naso l'indice che ha tenuto in bocca, mentre il mio amico fa del gossip monco e patetico, so solo che non devo pensare a lungo, perché i miei ideali sono ai cancelli della notte con la bocca aperta e gli occhi imploranti, dacci da mangiare, non tramutarci in incubi, non renderci fuochi d'artificio per altre stelle.

Luca De Pasquale

14/02/11

Paddy's lament


L'uomo ha tendenza a considerare la sua condizione del momento, sia essa serena o intricata, tranquilla o appassionata, come quella vera, caratteristica e duratura della sua esistenza, e soprattutto a elevare immediatamente, nella sua fantasia, ogni felice ex tempore a bella regola e inviolabile consuetudine, mentre in realtà è condannato a improvvisare e a vivere, dal punto di vista morale, alla giornata.
THOMAS MANN

Ho sempre amato Paddy McAloon, ideatore e mente dei raffinati Prefab Sprout.
Da ragazzo l'ho anche idolatrato per un po', il tempo di capire quanto le sue canzoni, a partire da "When love breaks down", fossero carburanti per amare, per sperare, per addolcirsi e brillare.
Paddy, con quell'aria molto inglese, sbarazzina e problematica allo stesso tempo, tra il rock'n'roll e la nostalgia sentimentale, Paddy con i denti irregolari e l'ego strapazzato, ipertrofico, zoppicante nella malinconia.
Lo vedevo un po' come l'ultimo dei cantori romantici, distaccato e geniale, emotivo ed elegante senza sfociare nel dandysmo patinato di quegli anni, i troppo citati ottanta.
Me ne ha combinate, Paddy. Mi ha fatto annusare oro laddove c'era odore di bambole, e solo quello. "Nightingales"; "The Golden Calf", "Moon Dog": tante canzoni perfette per amori assolutamente imperfetti e spesso deludenti. Un amore che nasce con una canzone di Paddy McAloon in testa diventa da subito un laboratorio di sensazioni, dove tutto dovrebbe filare liscio dall'inizio e tinteggiarsi di sogno alla prima svolta.
Le canzoni dei Prefab Sprout sono sopravvissute alle mie topiche sentimentali, a partecipazioni che si annunciavano straordinarie e non avevano, invece, nemmeno il dono di una quieta ordinarietà.
Paddy McAloon è invecchiato con me, e dopo aver sfoderato una barba "esistenziale" è diventato un altro uomo, almeno visivamente. Quasi zoppo, quasi cieco per un problema alla retina, oggi sembra un santone indiano, lunghissima barba bianca e occhiali fumé, piccolissimi. Ha perso anche il dono della faciltà compositiva, a quanto sembra. Confrontare le foto del prima e del dopo mi mette addosso una grande tristezza, perché è il simbolo del tempo trascorso, non sempre benevolmente.
Il trittico di grandi album che mi aveva reso uomo d'amore, per dirla alla De Crescenzo (Steve McQueen, From Langley Park to Memphis, Jordan the comeback), è stato poi parzialmente rinverdito da un lavoro diseguale con punte deliziose (Andromeda Heights) e poi l'oblio. Impossibile dunque innamorarsi con nuove canzoni di Paddy McAloon.
Che, a questo punto, con la sua parabola esistenziale ed artistica è andato ad arricchire il già foltissimo parterre di marginali e decaduti ai quali tributo costantemente tutta la mia devozione. L'immagine giovanile di Paddy McAloon, barbetta e sorriso sofferente, ora vive tra le altre icone delle quali amo contornare la mia immaginazione, in buona sostanza quelli che non hanno raggiunto quanto potevano, quasi come se il sentirsi predestinati abbattesse definitivamente la fortuna.

E' con la storia di Paddy McAloon in testa che esco questo pomeriggio, in una Napoli fredda e stranamente silente, dal mercato alle strade, nei negozi e nelle strepitanti ed insulse celebrazioni di un San Valentino irriconoscibile e inginocchiato alla sua sostanziale impotenza celebrativa.
I soliti amici maneggioni, invecchiati male, che incontro e che ostentano un impeto seduttivo ormai ridicolo, che fa il verso a se stesso; gli sguardi delle ragazze che trapasso con un'insolita svogliatezza, no, non sono io, hai visto male. Sono orrendo e per niente interessante, lasciami stare, grazie.
Mi accorgo di essere diventato molto intollerante, spietato, e non mi piace un granché. Non tollero assolutamente la schiera dei fortunati, cioè quelli che si dichiarano tali. Anche nel delirio/deliquio dei sensi e della gioia, un uomo dovrebbe mantenere un profilo dignitoso e un accettabile riserbo. Invece, sembra che la voglia di riscatto si erga ogni volta a maschera di carnevale perenne, labbroni truccati che declinano il rosario della fortuna, gesti scontati, calde ammissioni che non interessano nessuno, pensieri già imbottiti dal piombo di una noia sacra, io sono vivo e vi mostro la mia grande passionalità, la mia veemenza. Di fronte a queste persone sono un mostro di ghiaccio, ed aumento la percentuale di antipatia apposta, perché non li tollero.

Incontro un amico. Ho tanta di quella precarietà addosso da risultare taciturno e sofferente senza esserlo per davvero; mi parla di donne, mi distraggo quasi subito. Coinvolto nel solito circo-circolino di feste, di incontri, di "ho conosciuto un'amica di un amico, l'avevo vista in un locale con un'altra mia amica", mi appare come un incubo sfuggito ai gangli della mia ragionevolezza.
Tutti si conoscono, anche in una città che conta più di un milione di abitanti. E' deprimente. Per uno come me lo è. Mi annoia da morire scoprire controvoglia le improbabili connessioni tra le persone che conosco, fortuitamente e non. Tutto e tutti fanno capo a qualcos'altro; credo di essere uno dei pochi idioti con ancora la fissazione del "noi due e basta".
Questo brutto vizio di radersi al suolo a scansioni irregolari, peggio che avviare gli aggiornamenti del computer, peggio perché spesso irreversibile. Sono abituato a cacciare da solo, a muovermi da solo, ad evitare assembramenti, caciara, cane sciolto più di sempre, cane orbo senza collare.
L'amico, invasato dalla possibilità di condividere con me nuove conoscenze femminili, continua a segnalarmi raduni, occasioni, cene, braciolate, cineforum all'aperto, spettacoli: tutto sotto l'egida di un'idea mestissima, stare tra la gente che porta altra gente, perché come ci tiene a sottolineare "anche l'individuo più insignificante può presentarti la persona giusta".
La persona giusta non esiste. Sono buffonate acquiescenti che servono, anche giustamente, a sbarcare sull'isola nuova con un sorriso ebete e la lavagnetta dei buoni propositi. Mi dichiaro dunque ufficialmente deluso e non propenso alle fantasticherie, ed ecco che il sorriso bonario dell'amico si tramuta in una smorfia sobria di contrizione. Invece gli sorrido, e sul serio. Perché sono ottimista per lui; mi sembra di capire, senza per questo giocare all'unico disilluso in circolazione, che lui non popola l'alta percentuale di deserto che sento nello stomaco, come un orologio enorme disteso sul mio cielo.
Amico, a te basta un fiammifero per accendere la miccia; goditela dunque, sfrega le pietre, sfoggia la camicia buona per la festina borghese piena di possibili "conoscenze", lava i denti due volte per risultare fresco e baciabile, imbratta il tuo social network prediletto di foto giocose e simboliche, passa i tuoi anni a cercare riscatti. E' diventato uno sport assai diffuso, sai. Riscattarsi. Ma da chi? Da cosa? Il deserto non si riscatta, il deserto si riproduce e basta, cambiano solo i venti. E i miraggi, lo affermo con convinzione, tolgono solo il sonno.

Scrivere per sedurre. L'ho fatto tante di quelle volte da esserne stanchissimo. Da angelo a cowboy, da romantico a focoso amante, in fondo le parole seguono senza passione progetti passeggeri, il deserto favorisce una certa scrittura solipsistica, e questo blog ne è la comprova faticosa, polverosa, uguale ai suoi umori grondanti.
Mi ritiro a casa, facendo attenzione a quanti anelli, quante fedi, ci siano alle dita dei vecchi; se sono due, allora oggi si celebra un'assenza, altro che le promesse delle belle feste pseudoborghesi.
Alle mie dita ci sono tante fedi, di sabbia bagnata, coesa e pesante, anelli di vento, anelli miraggio, anelli predoni che mi impediscono di dormire bene la notte e di perseguire strategie che ho superato tanto tempo fa, nell'esaltazione dell'età e delle canzoni di Paddy McAloon.
Il grande circo itinerante non prevede tappe nel deserto, ne sono persuaso, ed il deserto, quello che conosco bene e mi porto nella pancia, non vuole spettacoli sotto le stelle per pubblico inesistente. Il deserto chiede il rispetto della sua monotonia bollente o raggelata, il deserto è gentile ed è accogliente con i viandanti, se ne intravede la buona fede. Ma resta deserto. Senza parole consolatorie, senza analisi che non significano nulla. Spiegare, capire, non muta il panorama.

Una vecchia deforme che chiede l'elemosina mi dice "buon San Valentino, bel ragazzo".
Vai all'inferno, vecchia, non vedi che ho appena seminato delle ombre?
Non farmi gli auguri, non li voglio, non augurarmi il bene. Dopo auguri di bene mi sento una vecchia zoccola, nata e cresciuta per deludere e tradire: non darmi queste responsabilità, almeno oggi.

Rientro in casa. Per fortuna sono solo. Accendo una sigaretta. Il mio letto è disfatto. Sono un delinquente. Forse rubare è un interesse da tenere in vita; mi accende. Mi accende con sfumature inedite: rubare, trafugare, eludere e pagare il conto. Trovo delle mail. Connessioni, pallidi tentativi, passi. Stasera non ho voglia. Non ho nessuna voglia di essere il passo incerto di una connessione.
Stasera riascolto Paddy McAloon, ma per carità, voglio ricordarlo giovane e arrogante.

Luca De Pasquale

12/02/11

L'animale siamese


L'orologio segna le sei e sedici minuti del mattino. Sono in tempo.

Mi guardo nello specchio del bagno. Apro l'acqua calda. Mi bagno le mani, non troppo, me le passo sul collo, dietro le orecchie, sulle labbra. Lo specchio mi restituisce la stanchezza, arricchendola di dettagli, luce breve, lampo, idea, pensiero, destino, lungo volo senza più possibilità di guardarsi vivere.
Sarà una giornata soleggiata. Con vento freddo. Non chiedo di meglio.

Nel sogno ero agli arresti domiciliari, ma solo di notte. Non potevo uscire e ricevevo molte visite. Un amico lungagnone, varie donne, parenti irriconoscibili. Ero agli arresti domiciliari notturni. Avevo ucciso un uomo. Crimine di passione. Ne ero fiero. Nel sogno. Nessun uomo dovrebbe spaventarsi per un crimine di passione. Ogni passione è un'orditura complessa con più parti in gioco, bisogna lottare. Sono pronto. Non mi fermerei, mi dico al risveglio, non mi fermerei comunque.

L'orologio da tavolo, a casa dei miei genitori, è difettoso. Lo fisso. Solidarietà tra difettosi. Marca il tempo per le mie scarse presenze, ogni volta lo guardo e non lo riparo. Mi piace che sia difettoso, che rispecchi i miei vuoti, i numerosi addii di cui perdo sempre la contabilità.
Valentino, che mi ha accompagnato a ritirare delle cose, intanto mi parla di una che gli piace. Batte molto sul tasto dell'avvenenza e della sensualità che, a suo dire, la sua preda trasuda. Lo ascolto distrattamente, la sua monotonia è senza movenze. E' peggio di un orologio difettoso. La bellezza riconosciuta è il modo migliore per farmi allontanare da una donna, gli dico. Non mi importa se ha le rughe: se la amo. Non mi importa se è ingrassata con il passare del tempo: se la amo. Men che meno mi interessa la carriera sentimentale, può aver passato i suoi anni con dozzine di uomini: se la amo. Valentino dice che dovrebbero piacerci le stesse cose. Stronzate: se la amo.
E' chiaro che Valentino è infarcito di una retorica da rassicurazione interiore; ecco una persona sostanzialmente diversa da me. Perché io vorrei tuffarmi in una ruga e non tornare mai più. Il presente non è meglio del passato e non è meno perfetto del futuro. Sono discorsi puerili. Mi infastidisce questa sua demagogia da villaggio adulto, è l'ora delle cose costruttive, eccetera. Frasi fatte, colabrodi semantici, vecchi bersagli perforati più e più volte. Non so cosa cazzo mi vada oggi, Valentino rubicondo; al momento, poter dire a qualcuno "riposati, finalmente. Riposati accanto a me", senza condannarmi a restare vigile. Non ho nessun'altra ricetta, e intanto la mia testa è una rubrica telefonica di fantasmi.

Capita di ricevere dei complimenti sulle prestazioni sessuali.
Si tratta di soddisfazioni azzoppate in partenza. Spesso è cordialità disinvolta e un po' casereccia, senza la minima punta di verità. Un complimento sessuale vale quanto un "grazie a lei", spesso.
Una buona prestazione sessuale spesso è figlia di noia e assenza. Nel caso di un uomo, magari duri di più perché ti sei astratto, e non sei eccessivamente coinvolto. Lasciamo perdere che all'atto finale si dicano cose sinceramente astratte e indimostrabili: "Ho sentito il mondo sparire nei tuoi occhi". Ha parlato Montale, silenzio e acclamazione, prego.
"Non ho mai goduto così, te lo giuro su Dio". Non mi risultano esistere strumenti di misurazione nel tempo, autentici sismografi della libido.
Ho ricevuto dei complimenti sentiti e grossolani in momenti che erano solo distruzione con pausa, e sembravo vibrante, presente, accalorato; altre volte, volte in cui sentivo addirittura di compiermi come uomo, mi è capitato di non ascoltare osservazioni di nessun grado, anzi.
Qualche volta è partita la casistica: "Tu sei passionale, caldo, ma Efrem era più dotato; per quanto poi lui si muoveva goffamente e mi faceva male". Non ero e non sono interessato al modus copulandi di tale Efrem.
Oppure: "La prima volta che ho fatto... ecco...."
"Sì, dimmi"
"Ecco... la prima volta che ho fatto del sesso...."
"Continua, ti supplico. Rivelami tutto"
".... del sesso ORALE... oddio..."
"Non intimidirti, esprimiti liberamente. Sei una vera donna, lo sento"
"Grazie.... avevo quindici anni e lui era il commercialista di mio padre.... sono stata male...."
"Come mai? Aveva la disfunzione di Peter North?"
"No... mi ha obbligata.... io volevo smettere, ma non ci riuscivo.... MA TU MI CAPISCI?"
"Certo, sei tenerissima. Vieni qui: coccole, tante coccole per i tuoi brutti ricordi"
"Sei un uomo sensibile"
Se non amo.

Una volta una focosa quanto enfatica amante mi disse: "Ti piacciono gli uomini?"
"Neanche un po'. Come amici, e nemmeno"
"Io non ti credo"
"Come preferisci"
"Luca, non mentire: tutti voi uomini avete una tendenza omosessuale soffocata"
"Vorrà dire che a me è una tendenza decapitata nella notte dei tempi"
"Tu non hai provato, e sei davvero tanto arrogante a parlare così"
"Io non ho provato e non sono adibito a farlo, Vidna Obmana"
"Secondo me ti piacerebbe se un uomo ti toccasse il culo"
"Io non ho culo"
"Eppure sostieni di essere comunista, Luca. Come puoi avere tanti preconcetti contro i gay's?"
"Non ci vuole il genitivo sassone"
"Non so di cosa tu stia parlando"
"Nemmeno io, Vidna Obmana"

"Sono delusa. Avrei voluto che stasera non accadesse nulla tra di noi"
Taccio. Meglio non esporsi.
"Ero venuta sperando che non accadesse nulla, e tu invece"
"Io cosa?"
"Tu sei come gli altri: pensi solo ad una cosa"
Bum.
"Putacaso, per quella cosa ci si agita in due. Potevi sottrarti"
"Mi hai fatto eccitare. Mi hai messo una mano tra le gambe, che pretendevi?"
"Mai preteso nulla dalle mie mani"
"Io credo che tu sia uno stronzo, Luca De Pasquale. Tutte quelle cose romantiche che scrivi, e poi hai il cazzo in testa"
"Sarà per questo che parlo con la testa inclinata a sinistra"
"Sei un buffone. Tu e quelle cose che scrivi sulla passione, e poi? Tu stasera non volevi parlare con me, non volevi conoscermi meglio, tu volevi solo scoparmi"
"Anche. Vorrei ricordarti che non sono un eunuco"
"Sei volgare e non fai ridere. Lo dirò, di non leggerti più. Sei bugiardo bugiardo"
Gioca Jouer, capitolo 78.

"Luca, vorrei con te un rapporto aperto, senza che si sappia tra di noi cosa succederà. Pensi che sia un po' ingenuo da parte mia? Dimmelo sinceramente, ti prego, non essere come gli altri"
Perplessità. "Io...."
"No definizioni. No nomi, no orari, no aspettative, no promesse. D'accordo, Luca? Ci stai?"
"Io...."
"Hai paura, vero? Troppo intenso, troppo rischioso? Del resto, capisco le tue sensazioni"
"Guarda, io..."
"Ho un'altra persona in testa e non voglio deluderti, perché sei una bella persona"
"Ascolta...."
"Non te ne voglio se mi giudichi una stronza, perché sei stato gentile con me sin dall'inizio!"
"Elena...."
"Sì?"
"Sono sposato. Scusami"

"Facciamo del sesso sporco al telefono?"
"Ho l'avviso di chiamata"
"Pensi possa disturbarci, amore?"
"Ne sono certo"
"Peccato, mi andava"
"Già"
Lo scotto da pagare, la modernità.

Luca De Pasquale