22/01/11

Esterno/interno notte

Fumo alla finestra con la luce spenta. Notte fredda, umida, imbarcata in timide promesse.
Una coppietta è ferma al cancello. Moine. Sento le loro voci falsate dall'affetto, i vezzeggiativi, le tenerezze scremate in minuti uguali e senza sogno. Lei ha un cappello grigio e lui è stupido di bene.
Dalla mia finestra arriva invece il suono di un basso senza tasti lanciato a velocità folle e ragionata verso caldi precipizi di stanchezza. Sento gli eventi troppo più grandi della mia immaginazione, e la vera vicinanza, quella irrinunciabile e vittoriosa sulla discrezione, è un disegno da venire, caldo, fermo e non consolatorio, un cavaliere taciturno invaghito di sfide senza risultato ma con obiettivo certo.
I baci nelle stazioni, di notte, e le note sbagliate per la frenesia di dipingere e riempire tutto. Ho costruito i miei addii uno dopo l'altro, ho somministrato loro giustifiche amare, impossibilità e dignità solubile, ho costruito ogni addio con scrupolo per arrivare a questa deriva bianca e promettente.
Per amare, in passato, ho reso ogni mostro compagno di viaggio, ho familiarizzato con le irresponsabilità delle false certezze, ho accettato di vestirmi con brandelli di giorni lontani, ho affrontato i miei nemici come nevrastenie senza midollo, ho concimato utopie per non sentire troppo freddo.
E' un uomo elettrico e senza armatura quello che fuma alla finestra stanotte, l'uomo che intercetta le bolse e momentanee moine di chi ha già perso ogni facoltà di discorso e di estasi.
Le mie permanenze negli affetti, ammontonate come sacchi in case disabitate, le case che fanno paura alle persone nuove, case di specchi grigi, fontane calcificate e letti zoppi. Case reduci da amore, nient'altro, amore venefico, incrostato sui vetri di sogni compiuti con quattro occhi, amore distillato in canzoni passate di moda, penne essiccate, nomi per figli, le luci delle chiese in lontananza, passanti sfilacciati come i sogni degli altri, che non ci appartengono mai del tutto.
Non so se ci sarà una mano e di chi sarà, la mano che premerà sul mio petto in piena notte, a regolare un respiro incredulo, a spegnere ninfee illuminate da dubbi, a disporre in fila indiana fuochi fatui e ricordi scelti in un esercito di diseredati. Ricordi mercenari, dotati di eco per accogliere gli sperduti e il coraggio di una doverosa successione.
Fumo di spalle al mio destino in questa notte agganciata al freddo, non voglio girarmi verso la porta, le cicatrici sono i fiori prescelti dal sobrio comitato di accoglienza, ma se ti capiterà di ballare con me al buio, credo seriamente che la notte durerà qualcosa di più di una speranza.

Luca De Pasquale

21/01/11

L'esecuzione del velo


Clelia ha uno sguardo drammatico che non mi piace per niente. Giochicchia con il bicchiere, guarda nel vuoto, si tocca i capelli. Mi tocca assistere al consueto rituale di masochismo verbale e teatro dell'assurdo via scorciatoie del cuore. Naturalmente si parla di un "lui", un lui bastardo e tendente all'assenza, un lui smargiasso e inaffidabile, addirittura non eccelso in alcova e decisamente "anafettivo", come mi ripete Clelia più volte, beandosi della parola particolare.
Lo psicodramma è un misto tra i dialoghi di Heidi e qualche polpettone sentimentale à la "La mia Africa". Va anche precisato che il mio interesse alla cosa è lo stesso che potrei provare per la pesca con il verme giallo delle Isole Cayman: nullo.
"Quello stronzo", digrigna Clelia, "non vuole capire come sono, perché non gli fa comodo, perché non vuole amare, perché è solo uno stupido che non sa cosa sta perdendo"
"Mmmmh", è la mia fervida partecipazione.
"... eppure, Luca. Eppure, oh, Luca, io lo amo. Io sono innamorata di lui. E' che sono una stupida, a volte mi disprezzo, tu non sai..."
Vagolo in altre vite, mentre Clelia cerca nuove parole che rafforzino lo stesso concetto, con questa disperazione al polistirolo, metà anorgasmia, metà piroette infantili di bambola. Provo accenti di pura renitenza all'udito, perché questa donna mi sta annoiando a morte con i suoi problemi rinnovati di giorno in giorno su una banalissima imbastitura autocommiserante.
Poi, prorompo per esasperazione: "Clelia, non so cosa dirti. Davvero, non so. Mi trovo in una condizione diversa. Ora, per esempio, penso che sarei felice se potessi guardare negli occhi qualcuno fidandomi, affidandomi, accendendo le distanze in qualcosa che non sia uno scherzo"
La Naiade dei problemi ipoaffettivi resta perplessa. Non le piace, proprio no, che io sia andato fuori tema, che abbia spostato il baricentro del discorso da lei a me. Non va bene, le piccole stelle della dissipazione emotiva non accettano distrazioni. Me ne vorrà a lungo.
E infatti riattacca con rinnovato vigore: "Luca, io credo che Elmio sia davvero un gran pezzo di merda, lo sai?"
Elmio? Oh, Iddio Cristo.
"Ne prendo atto", interpunto.
".... gli ho dato tante possibilità, tu non sai... chi lo ha sostenuto quando suo nonno è morto finendo sotto la bicicletta? Chi lo ha abbracciato e gli ha dato amore, tanto amore, quando non gli hanno accettato la domanda al COGNER?"
Neanche glielo chiedo, cosa sarebbe poi questo COGNER. 
"Immagino tu", coadiuvo.
"ESATTO, LUCA! Io ho dato, dato tanto e senza bende, ed ecco che lui ora se ne viene con la manfrina delle riflessioni, dei ragionamenti, del ciclo di vita... la verità è che voi uomini siete un mucchio di cialtroni, ecco la mia idea per il nuovo millennio, mio caro Luca"
E mancava, fino ad ora, la retorica antiuomo, la negazione della virilità diffusa e tutto il resto. Mi domando cosa c'entro io, io uomo con testa di donna e appetiti da ragazzino, io uomo nient'affatto Principe Turchese o Fante Colussi, io uomo con testa di basso e penna facile, io uomo devoto a qualcosa da venire e rassegnato ad un eventuale appuntamento rinviato con la passione di una vita. L'ho detto e l'ho scritto più volte, quando finalmente riconoscerò una donna non avrò nessuna distanza certificabile dalle stelle. I lampi della notte saranno liane su cui fare trapezio per ringraziare le attese giuste. Non rompo l'anima a nessuno, in questo limbo futuribile, faccio solo esercizi di mutazione e mi piace bruciare quando non visto.
Clelia è nel suo, forsennata, incazzata, amara e passibile di critiche e sbadigli, è tanto tempo che gira attorno a questo sciocco amore infelice. Senza poesia, anche quella della perdita, senza fiamme che non siano dispiaceri. Siamo distanti anni luce, io senza lune e senza festoni, io e i miei randagi senza canile, io e il fiuto della notte alta, solo i grandi voli meritano la morte.
Clelia non ottiene da me neanche un briciolo di solidarietà, e non perché sono un uomo. Non mi piace più da tempo, sbattere la testa su ostacoli che ho già piegato, ammaccato, e che conservano innegabilmente parti del mio sangue e del mio cervello.
Ho chiuso i miei conti. Con tutti. Non ho conti in sospeso. Sono un uomo e basta. Non ho codazzi di amori e gente che spasimi per me, chi doveva sapere di non avere speranze lo ha saputo. Chi aveva addosso il mio rancore si sarà svegliato, un bel giorno, più leggero. Il rancore è un lusso consentito solo nell'agonia, nel penultimo passo verso il vuoto: per me è decisamente presto.
Bello e buono, all'improvviso Clelia si ricorda che esisto anch'io: "E le tue cose amorose come vanno?"
Cose amorose. Che definizione equivoca.
"Conduco una vita da trentanovenne disilluso, diciamo modello olandese con qualche traccia di epicureismo francese", sdrammatizzo. Lei sorride e poi riprende con le sue ossessioni a zucchero di canna: "... beato te, come vorrei farlo anch'io! Ma quando si conoscono persone sbagliate, ecco che ti ritrovi a fare i con...."
Basta. I canti delle sirene decapitate sono un'oziosa propaggine di giornate senza fuoco. Me le hanno vietate. Energia dispersa che dovrei invece impiegare per richiamare i miei randagi dalle loro notti insonni, energie che dovrei reinvestire in idee che possano diventare rivestimento per strade sterrate e senza destinazione.
Perché, consapevolezza asciutta, io sono un uomo senza destinazione. Dio non è dalla mia parte a mostrarmi la strada. I risvegli sono ancora guerra, guerra stanca e con generali degradati, nebbia da tagliare con lame calde. Un collage di ferite e un bicchiere di subordinazione agli istinti, queste le abitudini sane dell'anno. Non ci si salva per un paio di labbra devote. Non ci si innalza nel tempo a venire grazie al planning dell'immaginazione. Si raccolgono le forze per restare vigili, censire le ombre, deglutire le aspettative involontarie, si raccolgono le cadute per essere giganteschi nel rito inevitabile dell'amore, perché la realtà merita finitezza e coscienza degli spazi ristretti d'autonomia.
E' finita la frenesia delle utopie, quel che resta, di reale e forse meraviglioso, è guardare bene qualcuno in faccia quando si ama. Trasformare l'istante in arco del dopopioggia, modificare la beffa in potenzialità da calpestare con il peso giusto.
Confermarsi vivi, nonostante il panorama mostri chiaramente l'approdo del non più e del mai.

Luca De Pasquale

20/01/11

La lotta



Le cerimonie dei vecchi amanti mostrano una devozione particolare al perpetrarsi di speranze dimenticate. Sono stato un vecchio amante anch'io, e ho coltivato fiori e pioggia nonostante il silenzio e la resa. Quel tempo è passato.
I miei rituali, adesso, sono solitari e non tristi. Il caffè all'alba, la conseguente sigaretta, la disposizione dei sogni nello scacchiere della memoria, musica a volume 4, la luce bianca del risveglio, la luce spenta sui miei eventi.
Lo scrittore manichino abbandonato sulla sedia con i soliti vestiti da passaggio poco evidente, non lo curo più, non lo trucco, non lo cospargo di trappole per campeggiatori del bel tempo. Lui è lì, dimenticato da me e ricordato da qualcun altro, per me conta poco o niente e mi ha procurato solo disagi ed equivoci.
Ho attorno molte persone che, come si suol dire, mi vogliono bene. Ho attorno anche molte persone che hanno come priorità l'essere amate, scoperte, riscoperte, risarcite, lasciate libere. Desidererei avere la loro lungimiranza, o anche la smerigliata costruzione di un benessere da venire.
Oggi ho una visuale di pioggia. Specchi d'acqua nascosti dal cattivo tempo. Scoperte necessarie ritardate da un vanitoso temporale.
E' inutile sognare abbracci, se la mattina si scivola sullo scendiletto polveroso, con un poco dignitoso abbigliamento: pigiama, sogni racchiusi in aculei, vivere spettinati, vivere indecisi.

Il mio lavoro mi piace sempre meno. Sono insoddisfatto e non sono così pavido da nasconderlo.
I miei errori mi hanno portato questo lavoro. Sognavo libertà e sono diventato rapidamente un commerciante. Anche bravo, spesso. Lo vivacizzo con colpi di teatro, trovo ciò che non si trova, invento stratagemmi per creare nuove esigenze. Mancano dischi blues? Li ha ordinati il signor Digimon Annichiarico. Mancano ristampe di Comsat Angels e Young Marble Giants? Sono anni che li sta aspettando il signor Dio Dio Gambuti. Ed i dischi arrivano.
E come dimenticare Agenore Pantoja, il cliente jazz? E Nebianore Sigillo, docente universitario?
Sono uno scherzo. Sono un dolcetto scherzetto. Sono passionale come una caduta seria. Sono fregato.

Mi rado. Hugh Cornwell canta “Mr. Insignificant”. Se mi innamoro, sono spacciato.

Mangio una brioche su una panchina, in compagnia di un amico. Piove poco. Lui ha paura di vivere. Io vorrei vivere au milieu de la nuit. Sono gonfio di ferite e le briciole cadono ai miei piedi, preda di piccioni sporchi e voraci. Il mare in tempesta tra vene e memoria. Balletti a orologeria nel mio cuore preso a morsi, travestito da Carnevale, sveglio nei fine settimana, drogato di coraggio.
Sarà un nuovo bacio a fregarmi. Lo sento, lo prevedo e non mi premunisco.
Scaccio i piccioni, statico accolgo le geremiadi lavorative dell'amico, le sue confidenze sbiadite. Ho la bocca sporca e le arterie strizzate sull'insonnia, sulle smanie, il futuro continua ad inviare inviti laconici a belle donne, ballo da solo, occhi chiusi e spalle graffiate a sangue.

Il ventre dell'amante generosa freme di presenza, di vita e fame; io faccio da guida alla scalata, al sentimento straniero, alle feritoie sbrecciate del sonno da venire, del mio nome non m'importa niente, mai come ora. E' il domani a sedurmi, è l'avventura della stabilità a darmi adrenalina, gli attimi sono solo scambi furtivi su palchi deserti.
Mi ritrovo alla finestra, abbandonato ad un'estensione necessaria, il sogno, chiuso in un cappotto di spifferi, devoto alla febbre e agli abbandoni, innocuo per chi non amo, in eruzione per una fotografia di lava da regalare alla prima emozione senza trampoli scivolosi.

Annuncio gli invitati ai miei balletti con il sussiego adulto del puro annotatore, non c'è vibrazione nel contare le presenze, se si attende qualcun altro.

Ricordo quando mio padre mi incrociava in cucina alle cinque del mattino, tanti anni fa.
"Che ci fai sveglio?", mi diceva.
"Mi piace l'alba"
"Ma dormi troppo poco"
"Poco sonno, pochi sogni"
"Luca, hai solo venticinque anni. Non ti sembra di essere un po' troppo disilluso?"
"Ho venticinquemila sogni sotto i mari"
Mi sorrideva. E mi regalava una giornata. Perché, l'ho sempre saputo, capiva.

Stamattina sono stato quasi investito da un motorino salito all'improvviso sul marciapiede dove ero in compagnia della sigaretta.
Se mi fossi mosso di due centimetri, mi avrebbe preso in pieno. Mi sono stupito di me stesso. L'ho visto arrivare all'ultimo, ma non mi sono mosso, non ho gridato, non ho avuto paura. Solo una lieve accelerazione cardiaca, scontata. Non l'ho nemmeno insultato, il centauro folle e frettoloso. Sono rimasto fermo anche dopo, continuando a fumare. L'inutile è una deriva noiosa. L'ho dimenticato immediatamente, l'insulso pericolo; così come non presterei attenzione alla morte di quell'individuo, una morte che i miei occhi gli hanno stampato dietro il casco, la mia prospettiva visiva di facile vendetta.

La bambina con il vestitino verde che ho visto stamattina, lei sarà una sposa perfetta. Con i suoi denti bianchi, l'aria trasognata e il cuore facile. Con i suoi vezzi e le sue laboriose fedeltà, tra qualche anno renderà felice qualcuno. Io l'ho visto e ho sorriso per poco, quanto bastava.
Ho accompagnato la sua strada con uno sguardo sereno e placidamente rassicurato. Il bene esiste e va a spasso per la città con abiti infantili e il tempo sottobraccio.
Il male si annida e caccia di notte, e tra i tanti metodi di dissuasione alla vita svetta quello di rendere i sogni delle paure disattente.
Sto lottando con lui. Le prendo sempre. Un sacco di botte. Ho i denti rotti e le mani spezzate perché lui è infinitamente più forte di me. Gioca a tennis con il mio cuore, lo mostra a un pubblico sgangherato, irride i bisogni e specula sulle malinconie. E' forte. Terribilmente forte. Ma è cieco, cieco come me e senza il bisogno reale del tempo che resta.
Ed è per questo che vincerò io.

Luca De Pasquale

16/01/11

Una notte in più di mille notti


Mi piace guardare le donne dormire. Sembrano così indifese, e forse, finalmente, osano abbandonarsi ai sogni senza dover apparire vigili e premunite. Mi piace sentire il vero odore della loro notte, quello che si sprigiona unicamente a difese zero.
Pazienza se continuo a comportarmi come una primula rossa, io e le mie fissazioni: il laboratorio di temporali, gli inseguimenti rocamboleschi senza nessuno a coprirmi, sempre massimo rischio, cadere in piedi ed essere un lampo.
Guardo Elena dormire, seguo i sussulti dominati del suo respiro, la copro, forse le sorrido. Dormire con qualcuno, è un po' una sfida a tutto ciò che perderemo, ineluttabilmente, nonostante le battaglie e l'ostinazione.
Elena dorme, io ho in testa un brano di Bill Evans -"Gary's Theme"- e l'ultimo abbraccio che diedi a mio padre. Non c'è molto altro da sapere su di me. Certi dolori, certe privazioni ti rendono un individuo a scartamento ridotto, una scialuppa di promesse che è opportuno non mostrare nei depliant turistici.
L'ultimo abbraccio di mio padre mi ha reso definitivamente uomo. Imperfetto, dolente, spesso noioso, avvolto in principi che frequentemente assumono le fattezze di rinunce disinvolte, il gioco facile dell'apparenza a sottrazione.
Quell'ultimo abbraccio mi ha inchiodato allo specchio, sono stato costretto a ripetermi "Esiste una fine, è il percorso che lascia una traccia", quell'ultimo abbraccio mi ha insegnato a disfarmi della zavorra, le chimere contano pochissimo al cospetto di ciò che muore.
E tra me ed Elena, con il sesso terminato da poco, è finita una fase, ora c'è il suo sonno e la mia maledetta, cupa e sensuale insonnia. Perché io sono una stupida primula rossa è quel che rimane impresso sui miei fondali sono le assenze più che le presenze. 
Mi dispiace sinceramente che lei possa pensare a quanto sono assente e sfuggente, non penso si tratti di questo. A volte mi perdo. Ricordo istanti. Come quando, inseguendo il ricordo di quell'ultimo abbraccio, sono rimasto immobile sotto il cielo freddo in un viale stilizzato di cipressi, la definizione del silenzio, il rispetto statico della morte.
La mia presenza in quel viale era potente, la percepivo adeguata e non sommaria o transitoria, ero un uomo aggrappato ad un ultimo abbraccio. E mi sono anche detto, spero che quando toccherà a me ci sarà qualcuno che ricordi un mio abbraccio, di quelli non plateali, di quelli veri.
Accendo una sigaretta, lei dorme, dorme senza paure. Non la tradirò. Semplicemente, non entrerò in modo arrogante nella sua vita. Sarò la sua occasionale tempesta, non posso fare altrimenti. Perché sono una primula rossa, e non so quanto sia davvero colpevole delle mie fughe.
Più probabilmente, sarò un tramite verso altro. In genere, porto fortuna alle mie compagne di viaggio, come se le traghettassi verso le certezze quiete che io non saprei dare, le accompagno e non chiedo risarcimenti, oboli, caramelle sentimentali da consumare lentamente per non sentirsi mai soli.
Appoggio la testa al vetro appannato dal freddo, mentre lei dorme. Il camion della nettezza urbana, passanti infreddoliti, uno sciocco e rumoroso pub dove sciamano persone con addosso la paura di restare a casa senza febbri di vita, una ragazza sola avvolta in una sciarpa e, per pochi istanti, nel mio sguardo arreso e vivido.

All'alba, spesso giro da solo per le strade. Il bavero alzato, la sigaretta e un'ordinaria paura del giorno. L'alba mi aiuta a trarre conclusioni utili. A ricordare e a dimenticare. E mi ricorda tantissimo gli eroi della mia vita, i protagonisti dei film di Jean-Pierre Melville, perché diventiamo spesso simili a quello che ci è piaciuto negli anni. Corey, Jef Costello, Vogel, Edouard Coleman.
Ricordo che l'altroieri pioveva e ho notato un nonno che accompagnava il nipote a scuola. Quell'uomo aveva l'anticipazione della morte in faccia. L'ho guardato, ne ho catturata un po', di quella morte, me ne sono vestito, un lutto educato, un urlo soffocato e tascabile per la mia collezione di addii.
E l'infelicità che assorbo tra alba e prima mattina, negli sguardi rassegnati e stanchi delle persone, nei gesti automatici, mi veste sempre per qualche ora, accompagna poi le mie sfide, spesso dissennate, tante volte destinate a voli d'angelo senza cinepresa.
A volte non li reggo, gli sguardi degli impiegati, delle mamme, delle ragazze brutte e grasse, dei bambini deboli e sopraffatti, ed inevitabilmente divento più forte, più sprezzante, più isolato e ridicolmente eroico.
Mi piacerebbe dir loro, inseguiamo insieme il perfetto giorno d'estate, senza alberi spogli con rami baionetta, il setaccio degli affetti non è solo carbone, cattive sorprese. Il perfetto giorno d'estate è un giorno senza paura, senza ultradifese, senza strati protettivi, è la musica del tempo che non si ferma, è uno sguardo tra sconosciuti, una deriva, una partenza, un pasticcio di colori a respiro sicuro.

Questa sera ho spento il telefono. Desidero il silenzio.
Sono seccato dall'idea di dare spiegazioni. Sono una primula rossa e le spiegazioni, divento goffo ed inaffidabile. Detesto sentirmi pressato. E' una cosa che non tollero.
Piuttosto, sono sorpreso da quanto si sia schiavi di piacere a qualcuno. Ma davvero crediamo di rassicurarci attraendo, intrigando? Sono davvero queste le sicurezze di cui necessitiamo? Ci basta un messaggio umido, un'improvvisa dichiarazione, un approccio tiepido e promettente? Trovo penoso questo cercare continuamente conferme. Tutto è passibile di disastri, sapete. Una persona gentile che si avvicini a noi non ci eleva improvvisamente al rango di persone interessanti.
Questo fare da uccellini spauriti, è solo saliva fredda, bava di sogno. Conosco tanta gente che non accetta la solitudine, cerca, cerca, cerca e sbava.
E sono proprio questi individui a lanciarsi in roboanti quanto grottesche dichiarazioni apodittiche: "Basta. Da oggi vivrò la mia interiorità, affermerò i miei desideri".
Naturale: anche i dinosauri non si sono estinti, i ricchi regalano ai poveri e nevica a ferragosto. 
Li vedo, questi pupilli rassicurati da una nuova conoscenza; sbiaditi fino al giorno prima, si ringalluzziscono per un appuntamento, per una telefonata dal futuro, l'amore è dietro l'angolo, mi aspetta fumando una sigaretta.
L'amore è un bastardo, l'amore è un killer e non possiede la prerogativa di rassicurare in anticipo. Occorrerebbe capirlo, ed invece.

Da qualche tempo, aiuto gli anziani ad attraversare la strada, proprio io che non ho mai saputo attraversare. Una delle poche cose che mi fa davvero paura.
Mal che vada, offrirò loro il conforto di morire insieme. Mi osservo con il terzo occhio durante queste buone azioni, conscio che le buone azioni hanno sempre un aspetto un po' sciocco.
Accetto le contraddizioni. Ma questo ragazzo/uomo che accompagna la vecchietta all'altro marciapiede è lo stesso che spinge la testa di una donna verso il basso e pretende, schiuma sesso e rivalse appuntite, è lo stesso che ha una serie di vendette schedate nei cassetti, anche contro villici inermi? Sì, è lo stesso tizio.
Possibile che lo stesso personaggio abbia un elegante morte nel cuore e poi comportamenti politicamente scorretti? Certo che è possibile. Si tratta di un uomo, un misero, semplice uomo.

La rabbia fa la differenza. Spesso. Quasi sempre.
L'altro giorno, al lavoro, un tipo mi ha apostrofato, dopo avermi martoriato con richieste assurde, e poi si è così qualificato: "Lei non ha a che fare con uno scemo qualsiasi, io sono un avvocato".
L'ho guardato, cercando di mantenere una calma fisica, e gli ho risposto con voce stentorea: "E chi se ne fotte".
L'uomo è diventato rosso come un contadino alle prese con un guasto tecnico del trattore: "Io vado immediatamente in direzione e la segnalerò, scostumato"
Ancora fermo, gli ho detto "Vada dove vuole, vada dove cazzo vuole".
Sempre dandogli del lei, s'intende.
Nessuna deferenza è per me concepibile. 
Qualche mese addietro, invece, ecco che si presenta uno di quegli esemplari di checche da combattimento. Mi si para innanzi, e con fare laccato mi dice: "Ciao, senti ciao, dove trovo Mina?"
"Di là, nella musica italiana, lettera M"
L'uomo non si muove e assume una smorfietta poco deliziosa. Poi dice: "Accompagnami, mostrami dov'è, devi accompagnarmi"
Io ho due casse di merce in mano, rispondo: "No. Ti ho detto dov'è"
L'essere, calvo e snodato, punta i piedi e sporgendosi in avanti urla: "Tu devi accompagnarmi, tu non devi essere scortese! Voi non potete essere sempre scortesi con me, capito? Capito? HAI PER CASO DEI PROBLEMI CON LA MIA CONDIZIONE?"
Non mi muovo: "Quale condizione?"
"Lo sai benissimo! Lo sai benissimo! Accompagnami da Mina, ora"
Lascio cadere le due casse per terra, senza troppo rumore, mi avvicino alla sua faccia. E' lievemente strabico e gli puzza moderatamente il fiato. Facciamo quasi naso e naso: "Levati dalle palle", gli sussurro.
"Come? Cosa hai detto?"
"Fuori dai coglioni"
"OOOOOH! Ma io vado subito dal direttore! Fascista! Fascista schifoso!"
Il barattolo di rivendicazioni omodistorte si allontana come Willy il Coyote. Tornerà poi con un responsabile, incassando un altro rifiuto. L'autorità, poca roba in certe situazioni.
Quell'uomo non si era reso conto che non avevo alcun problema con la sua condizione sessuale. Io credo che siamo tutti liberi di fare ciò che vogliamo. Se a te piace sentire qualcosa di solido tra le chiappe o addormentarti sul petto villoso di un operaio, fai pure. Io non ti chiedo certo il permesso etico di entrare tra le gambe di una donna o di farmelo succhiare da una cinquantenne. Siamo liberi. Esattamente liberi.
Mi piace venire in bocca. Questo non mi qualifica eticamente, no?
Se una donna mi penetra con le mani mi piace, questo non significa che io abbia tendenze omosessuali. No?
Il sesso con il ciclo è molto interessante. Questo non fa di me un prigioniero politico o un apolide sottomesso, non trovi, testa di cazzo?
Sono di estrema sinistra, tollerante e mondializzato, ma le tue carezze non le vorrei nè ora nè mai.
Il problema non è la tua condizione sessuale, è la tua condizione di imbecille.
La rabbia fa la differenza. La rabbia fa strada ma non fa strage. Si resta sensibili anche scegliendo, con forza, di non consentire soprusi di sorta, anche i più stupidi.
Sono sempre stato una testa calda, lo ammetto, ma il rispetto è per me la prima cosa, è il codice, è l'ombra lunga che si staglia, qualche volta, a protezione delle nostre relazioni. Anche quelle che finiscono male.

Luca De Pasquale

13/01/11

Il cerchio nero


LE CINQUE DEL MATTINO, 13 gennaio

L'orzo che fuma nella tazza, io e l'alba. Le illusioni in coda per il biglietto dell'ultimo viaggio.
"Le cose arrivano". A volte arrivano tardi.
"E' incinta di tre mesi", mi dicevano stanotte, "sarà una bambina e nascerà più piccola del normale". Lei, la mia lei, di un altro e incinta di me. Un guaio, una sfida, qualcosa da risolvere.
"Diventerai padre", mi spiegavano, "non avresti potuto se non l'amassi come la ami".
Mi sentivo un mezzo assassino. Diventare padre alle spalle di un altro uomo, superarlo, doppiarlo, ridicolizzarlo, prendere il suo posto. Non mi piace così.
"E' incinta di tre mesi". E lei? Sono finito in lei come un dispiacere con le ali. Sono un mezzo assassino, lo sono sempre stato.
Mi abbatto solo quando tutto è spento e non ho albe a rimorchio, io e la città, senza essere di nessuno, senza chiedere niente.
Io e l'alba. Io e la mia schiena spezzata. Diventerò padre. Prima di crepare avrò riso di una cosa semplice, alle prime luci del mattino. Senza sentirmi braccato, senza dovermi vendicare.
Bevo l'orzo. Ho male dentro, ma non è lo stomaco. Ho male alla fantasia. Avevo deciso di pagare i debiti della mia famiglia, tutte le loro assurde rinunce. Le sconto con un dolore a spirale e rami spezzati. Pazienza.

LE SEI DEL MATTINO, 13 gennaio

Sono nel cerchio nero, mentre la città si sveglia. Sul balcone, avvolto in una coperta. Cancello tracce di passi, eco, echoplex, saliva, raffreddori, idee, rivendicazioni, sospensioni, esclamazioni contenute, rivalse, sperma, contagiri dell'insonnia e capelli sparsi nel mio letto. Mi hanno mentito. Non diventerò padre. Era un sogno. Mi hanno mentito. Non sono innamorato. Sono in riverbero, aggrappato a sorprese organizzate. Non la amo. Non lei e non un'altra. Il mattino non mente, la notte fabbrica realtà sbilenche e spettinate.
Avvolto nella coperta, cancello messaggi stupidi: "Dove sei finito, Luca?"
Secondo te dove sono iniziato?
Vorrei non avere questi panni addosso. Vorrei non puzzare di sonno e morti allontanate. Nudo, in un manto di fiamme, pronto ad essere inghiottito dal temporale che oggi, invece, diserterà.
Urliamo troppo poco. Pochissima libertà. Ci tuffiamo solo al mare. Male. Malissimo.
Avrei senso, alle sei e poco più di questa mattina, solo folgorato da un fulmine, con la mia sciocca tazza d'orzo in echoplex nostalgico.
Vento caldo e sporchissimo di passioni, latita, scorazza svilito ed indebolito, sono a caccia come un folle, come un mezzo assassino, vento caldo e lento che smorzi la mia mania di bruciare.
Perdo pezzi ogni giorno, puzzle difettoso e vanitoso di fallimenti, e non so perché le mani sono ferite da scaglie di legno, come se fabbricassi i miei giorni con poca dovizia.
Con le mie mani rovinate e allungate dagli anni, non riesco ad abbracciare senza fare male e, ancor peggio, accentuando quella sensazione di nascondino imposto dall'irregolarità. 

LE SETTE E UN QUARTO, 13 gennaio

Per strada. Freddo. Le persone sono geometrie perfette di distanza irrazionale. L'ingegnere ha acquistato "Il Corriere della Sera" per leggere il magazine. Ci scambiamo un cenno. La disfatta dei risvegli educati. Ho occhi solo per ciò che non mi appartiene. Dolenti abitudini.
La ragazza che guarda fuori il finestrino dell'autobus è distratta, pensa all'amore che sta vivendo. Mi guarda senza guardarmi. Sono un'ombra grigia in una giacca, sono un lupo al neon. Addio.
La sfida dei burattini dispettosi nel mio cuore, lascio cinquanta centesimi al mendicante che si siede sempre sul muretto antistante il mio palazzo. "Aiutami", mi ha mormorato. Ti aiuto. Tu, invece, non mi aiuti affatto, perché in te vedo il crollo di tutto, della speranza, dell'infame carità, della redenzione e degli armistizi. Siamo spacciati con modalità diverse. Si ama con gli organi interni lacerati dalle disdette. Entrerai in chiesa per mangiare o per prendere caldo, mai più per pregare. Accoccolati come ferite fuori moda sotto il sole di Satana. Con nomi da presa in giro, XY, Luca De Pasquale, Saverio, Michele, Aldo, Giacomo. Stretti e sconosciuti in un cunicolo di diffidenza rappresa. Condannato alla libertà, giro su me stesso, mi ricordo di me, mi ricordo di lei, tossisco per la vergogna di un pensiero d'amore, mi acceco di doveri e mi disconosco, sono prigioniero e consegnerò i miei effetti personali alla gabbia.
Chi parla di abbracci calorosi è un baro o un ottimista. Io parlo di abbracci lama, di abbracci addio, di abbracci mongolfiera, di abbracci color notte, da spalmare sulle alluvioni come imbranate canzoni d'amore.
E' il mio risveglio, è il cerchio nero, è la risacca dei sensi derisi, è il mio essere un uomo.
Un uomo da addii, infallibile e taciturno.
Buongiorno.

Luca De Pasquale

10/01/11

Ballata a luci basse per poveri amanti


Imprevisti.
Gli imprevisti che ti afferrano per la coda dei sogni e ti regalano un nuovo muro di pensieri.
Oggi è quello che definisco un "bad hair day", perché i miei capelli, dopo lo shampoo, prendono la piega in avanti e non si capisce cosa rappresentino, se una malinconia retro o una pazzia sommessa.
E' tempo di mood swings, concetto che amo tanto, mentre al bar faccio finta di niente, faccio finta di non pensare e di vedere quel che dovrei.
"Dove trovo le agendine?", mi chiede la ragazza con le labbra protruse e l'atteggiamento di chi, poi, ti chiederà troppo. La mando via. Mi sento troppo blue per afferrarla al volo.
Resto impalato, tra la musica volgare da passatempo e i desideri altrui vestiti di comete stanche, immobile considero che è un anno, poco più di un anno, che nella mia vita non si capisce più nulla. Era quello che volevo, del resto. Anche se i vestiti grigi mi spaventavano. E le serate di nostalgia mescolata a cose comode che abortiscono facilmente.
Sono imprevedibile. Invento uno scrittore, un cliente nuovo, un nome che è Art Del Tecchio, scrittore esistenzialista e tabagista, troppo serio per sembrare bello. Mi piace, questo Art Del Tecchio. Non è un tombeur de femmes, forse più uno strangolatore di entusiasmi con un profilo sfumato, leggermente spento. Parlo di Art Del Tecchio con una donna che conosco poco, gli dico che prendo esempio da lui. Andrà a cercare i libri di Art Del Tecchio. Sarà una pietra filosofale, un diversivo dal vero che cola nervosismo.
Ma perché ogni volta che accendo una maledetta sigaretta è nostalgia sparata in controluce?
Perché il rituale diventa magia del poco trattenuto e del tanto evitato?
La mia divisa da lavoro non mi rende giustizia, mi fa sembrare indaffarato in modo produttivo. Invece scalo nostalgie non ancora apparse, come con la ragazza dall'aria schifata e dolce che mi guarda profondo negli occhi, ma come è gentile questo strano commesso, metà incazzato con il mondo, metà spaurito.
Al suo "grazie", io appaio per quello che sono, un animale senza branco che ha paura della sua voce più sincera, e al mio "grazie a te" scatta uno sguardo che significa, banalmente, "io lo so che hai paura".
Ci capiamo e poi la lascio ai suoi amori. Non sono previsto e non mi intrometterò. Ho perso l'abitudine ai colpi di coda. Non mi faccio più annunciare dai lampi. Ho imparato la lezione. Una dura lezione.
Resto solo con il mio lavoro, sporcato da angeli dissolti, e penso alla compilation notturna per la scrittura "Library Night Music by Art Del Tecchio, Volume 2", perché i "Volume 1" io li ho sempre odiati.
Dentro, Jaco Pastorius, Celso Pixinga, Thiago Espirito Santo, Tony Levin, Lo Greco Brothers i primi due album, Robertino Pagliari, Patrick Bettison. Musica per la notte. Musica per sigarette nostalgia. "Three views of a secret" di Jaco, obbligatoria. "Donna è" dei fratelli Lo Greco, la colonna sonora ideale per una sigaretta fantasiosa.

Un'amica insiste per leggere quello che sto scrivendo, blog a parte. Non mi va molto. Lo so, che quando mi legge si scandalizza il giusto, si turba lievemente, il consentito, si appassiona, quando ha la testa sgombra e non cerca per forza collegamenti che non ci sono.
Mi rimprovera, la solerte amica, di metterci troppo il cazzo, nel blog. Meglio metterlo nel blog che in qualche errore lacrimevole. No?
Meglio essere sinceri che dimenarsi in un'illusione, e per giunta senza aver frequentato scuole di ballo. Che sprofondino le scuole di ballo, lo dico. Non sarà un tango a nobilitare un cazzo, non sarà uno sguardo estatico da movimento fluo a rendermi addomesticato e quarantenne.
Già, ho quasi quarant'anni. Finalmente posso dirlo. Sono invecchiato. Nettamente. Ho dei problemi di vista, che hanno sostituito in maniera eccellente e funambolica la sciatica. Soffro di saudade e non fingo più di suonare quando ascolto un brano che mi prendi. Sintomi incontrovertibili. E quando raggiungo il piacere, non parlo più come una volta. Anzi, non parlo più. Che è meglio.
E ricordo spesso l'ammonimento dei miei genitori, "sorridi di più, che migliori". Come restare inascoltati e poi godere di una rivalutazione totale, parzialmente impotente, perché la fine è lì, a contarci i respiri.

Mi piace il vibrafono nei pezzi lenti. E' come pioggia. E' come toccare una donna senza farsi sentire.
Alla boa del rimpianto ci arrivi con la buona musica e con poco fiato. E hai voglia di consultare astri e tarocchi, sei lì a protestare con il cielo della sera perché non ti riconosce davvero amabile, amabile in modo tranquillo, senza l'acido istinto della lepre ferita.
Perdo terreno con lo charme, e pagherei per svolgere un lavoro dove si possa fumare tutto il tempo. Sogno la succursale delle Benson&Hedges, vorrei rappresentare le Winston Mild. Vorrei amoreggiare con una segretaria e contentarmi di un jazz anorgasmico, la sera, in poltrona. Invece cerco roba nervosa, nei libri, nella musica, cerco passerelle bruciate per testare il mio equilibrio.
Mood swings.

Un uomo che prepara una cenetta, che sfoggia un abbigliamento leggero e tenue, un uomo che può parlare di jazz e romanzi americani, un uomo che mostra il suo basso impolverato e ha amori marciti nel cuore, mi sa troppo di standard prevedibile. Sarà per questo che detesto cambiare spesso pullover, modalità alla Daniele Dominici che non riesco ad abbandonare. Aveva le sue ragioni a non cambiarsi, perché sono certo che si lavasse, alla fine dei conti.

Alle tre di notte esco sul balcone ed entro nella porta slabbrata della notte con la mia brace di segnalazione. Un puntino rosso nel buio cittadino. Volute di fumo e sogni bloccati alla dogana.
Libertà. Mani libere. Penso a chi mi ha voluto fottere sul lavoro, nel privato, in occasioni estemporanee, sembra sia svanito quasi tutto. Penso alle telefonate di speranza di poveri illusi. Penso a quanto sono sgarbato quando cercano di entrare nei fatti miei, non quelli che scrivo qui. Quegli altri fatti. Lavorare anni ed anni nello stesso posto ti mostra con metodo di che pasta sono fatti gli uomini in cattività, pasta scadente, menzognera, più che altro stancante. Avere ventidue anni di curriculum nella vita sentimentale ti fa invece capire appieno che il Principe Azzurro è ricchione e la donna ideale è una svampita che viene a chiederti il sale senza biancheria intima addosso.
Il Principe Azzurro, mi accanisco, è una checca isterica. Di certo brevilineo e sgusciante in alcova, alla lunga distanza si rivela un fatuo ammaestratore di equivoci. Credo che il mio compito sia quello di sventrarlo, prendere nota del suo cuore-rubinetto e chiuderlo una volta per sempre.
O sodomizzarlo, senza aiutarsi con saliva e lacrime. A secco, e chiedendogli: "Così ti piace, buffone? Ti piace sentire dentro qualcosa che non va e non sceglie le tue direzioni?"
Questo lo farò leggere alla mia amica, così magari si scandalizza e rinuncia a presentarmi la sua svogliata e disillusa compagna di confidenze.

Un uomo è un pagliaccio quando cerca di materializzare una scopata, ma è un bambino quando si arrende in una donna e lascia che si navighi senza condanne a portate di mano.

Se poi fuori è notte, è anche meglio, perché il vento della notte, nelle fiabe che ho ascoltato da bambino, è un Dio di verità che non tollera scherzi di cattivo gusto.

Luca De Pasquale

09/01/11

Il ritardatario

"E d'altronde, se lei si fosse trovata lì, avrei osato parlarle? Pensavo che mi avrebbe giudicato pazzo; cessavo di credere che potessero essere condivisi da altre persone, che potessero essere veri fuori di me i desideri che formulavo durante quelle passeggiate, e che non si realizzavano.
Non mi apparivano più se con come creazioni puramente soggettive, impotenti, illusorie del mio temperamento. Non avevano più alcun legame con la natura, con la realtà, che subito perdeva ogni incanto e significato, e non erà più rispetto alla mia vita che una cornice convenzionale, come per l'intreccio di un romanzo il vagone sul cui sedile il viaggiatore lo sta leggendo per ammazzare il tempo"
Marcel Proust

Fin da bambino ho sognato cose scarne, non ampollose, passioni asciutte, vigorose, forse dolori esposti al sole, ad asciugare, rimpicciolirsi, essere pretesto di musica.
Adele è in piedi davanti a me, e credo sia un MI suonato a vuoto, profondo e buio come un salto non calibrato. Forse scoprirò la sua vera essenza quando la bacerò al buio, quando potrò affondare negli occhi senza avere tutto il circostante ad opprimermi. Credo di aver sempre scritto per le donne, pensando a qualcuna, le parole crociate del destino. Credo di aver sempre scritto pensando ad una partitura complessa ed irripetibile, sapendo bene che avrei scritto una partitura per basso e che loro non l'avrebbero capita del tutto. Perché certe donne sono molto attente alle chitarre, ai cantanti e ai disordinati solisti, ponendo poca attenzione al magma sommesso del basso, di quello che è base, imbastitura irrinunciabile, metodo e variazione, sorpresa e circostanza attenuante di ogni possibilità sonora.
Adele adesso vede quello che faccio, quello che mi piace, come porto i capelli e come vesto, come mi imbarazzo e come mi eccito, come la prendo vestita e come la prendo nuda, al buio o sfacciatamente, ma certamente non vede il resto e se lo intercettasse lo annovererebbe tra le paure in arrivo, tra le incertezze.
E a me, invece, come sono fatto male, importa come sistema le sue stanze dentro, al riparo dal tempo esterno e dagli sguardi, importa come ride al mattino, come si appassiona a minuzie e pensieri passeggeri, io ci tengo ai suoi specchi, agli uomini che ha amato e perso, perché ognuno di noi è una somma dolorosa di eventi e rischi, di fiori ricevuti e speranze concesse.
Io posso amare e soffermarmi sulla scelta di sorridere o morire, sono uno stratega di piccole morti aguzze e musicate a dovere, e credo che amare una donna comporti la necessità di uno sguardo esteso e lungo, incurante del dolore, delle contraddizioni, dei dissapori e delle serate stanche. Non faccio mai congetture. Non prefiguro scenari. Detesto prefigurare scenari. Li vivo. Non apprezzo chi strologa e dispensa pillole dal futuro, per quanto prevedibile possa essere.
Guardo Adele, vorrei il suo collo e la sua bocca, e penso solo che il mio problema principale è che non sopporto le perdite di tempo. Taglio volentieri a corto, quando sento che è tutto melmoso e poco chiaro. E non mi piace essere cercato da persone che non mi piacciono. Perché non voglio rubare tempo e preghiere a nessuno, perché è un peccato mortale e infinitamente sporco.
Senza enfasi, perché gli enfatici sono impotenti con la voce grossa ed è imbarazzante, annuncio ad Adele che non mi piace, proprio no, giocare al gatto e al topo. Non voglio essere il gatto, banale, e certo non il topo, scontato.
Giochiamo diversamente, le dico. Io faccio il tramonto e tu l'alba. Ci stai?
Io faccio il basso perpetuo e tu il barometro colorato dei nostri giorni? Ci stai?
Io ti offro un carnevale senza interruzione, con il costume del lupo che mi sta tanto bene, e tu mi insegni che è concepibile anche la normalità di azioni passatempo. Ci stai? Perché io sono selvatico e qualche volta polemico, e faccio pure la figura del presuntuoso perché dico quasi sempre no e le persone mi piacciono assai poco. Ci stai, Adele?
Ma Adele già pensa che a me "gli altri" non piacciono perché sono arrogante, senza minimamente immaginare che sono il primo e il più spietato avversatore di me stesso. Che la mia selettività è talemente costrittiva da richiedere esercizi alla lavagna e punizioni infantili continue, tanto per restare allenato al mondo.
Adele è però già impantanata nelle ipotesi, questo vuole scoparmi, questo mi renderà la vita difficile e a me piace un uomo che mi faccia sorridere, mi faccia sentire tranquilla, un uomo sul quale edificare un sentimento. Adele non è colpevole di nulla, perché non fa altro che trovare alcuni miei aspetti somiglianti alle sue delusioni. E' così che funziona, ad una certa età ed a certi livelli. Si diffida di chi somiglia ai nostri dolori più intimi.
Probabilmente lo faccio anch'io, se è vero che evito accuratamente donne ambigue, sospese tra sciocchi ideali di principi azzurri ed una falsa disinvoltura da soirée, perché non sta bene, oggi, mostrare le proprie fragilità. Mostrarsi fragili è una sconfitta per la maggior parte delle persone che conosco. Senza pensare, poi, che così si diventa ridicoli, il tanto temuto ridicolo involontario.
E pensare, insisto, che tra le donne che ho avuto ce n'erano di davvero belle, tanto belle nel vero e tanto volgari nel falso.
Vorrei che Adele non perdesse tempo con me, se è stato così impellente per lei trovarmi compatibile a certe sue disillusioni. E' per questo che me ne vado spesso, per aiutare anche gli indecisi a perdermi definitivamente. Non si tratta di filantropia, tutt'altro, è che io ci metto così poco ad avvicinare le due parole "perdersi" e "definitivamente", agendo poi di conseguenza.
Io faccio una distinzione molto aggressiva tra amici (dita della mano anche troppe) e conoscenti, tra le tirannie del sesso e le emozioni che si allungano alla sera.
E' quello che il mio primo professore di italiano definiva "l'istinto alla dissipazione", che ben trovava nei miei temi. Mi sono sempre sentito di passaggio, nella vita degli altri. Nelle case come negli alberghi. Nei cuori delle donne che mi hanno acceso come nella memoria dei parenti. Un ospite, una guest star senza paillettes e senza troppi sorrisi gratuiti. 
Sono insofferente. Sento tantissime stronzate, soprattutto in merito alla sfera affettiva. Non so mai cosa rispondere e degli eventi altrui, se eventi si possono definire, non m'importa che per un transito gentile. Lo dico sempre agli sventati che mi vogliono bene, quando mi sentirò a casa ve ne accorgerete tutti, e presumo subito. Perché io sono di passaggio dalla nascita, sono un rappresentante di non si sa bene cosa, un commesso viaggiatore, una creatura tarata alla sparizione, e c'è ben poca letteratura da fare su questo.
Chi mi ha invitato nella sua vita mi ha anche dimenticato. E viceversa. E' il gioco cui siamo sottoposti. Ci resta la pioggia, ci resta la fissazione delle novità a tutti i costi, ci resta l'impazienza e il fasullo stile che è facile costruirvi attorno. Ci resta il partner del momento, le sue compilation, i suoi libri, i suoi sospiri, i suoi orgasmi e la stanchezza che a volte è contemporanea.
Ma siamo davvero a casa?
E tu, Adele, non solo con me non sei a casa, ma hai addirittura sbagliato la porta della stanza, anche nei motel è richiesta un minimo d'attenzione.
Perché poi unire i letti in una stanza senza numero è solo un dispetto ai fantasmi.

Luca De Pasquale

Sempre con me: Patrick Dewaere, Paolo, Jean-Pierre Melville, Daniele Dominici, Victor Pegala, Pierre Niox, Stéphane, Jaco, Riccardo Paletti, Raskolnikov, Pecorin, Tonio Kroger, Philippe Leotard, Cyril Collard, Giampiero Bianchi, Bernard Giraudeau, les ritardataires de l'affection, le clavier magique.





03/01/11

Rima, brina e convergenza


Mattina fredda.
L'impiegata dell'ufficio postale mi dice garbatamente che no, il pacco dalla Cina non è ancora arrivato, nonostante l'avviso. Roba di bassisti indonesiani. Le sorrido. Sono quasi certo che abbia diversi problemi a raggiungere l'orgasmo. Avrebbe bisogno di un uomo che le si dedicasse del tutto, anche e soprattutto dal punto di vista sessuale.
Avrebbe bisogno di scoprire il piacere, anche a stille, non tutto d'un botto: un uomo che la manipolasse a lungo, consolidando il modo e la velocità, un uomo che la leccasse senza farla sentire sporca o troia, avrebbe certo bisogno di un uomo che le passasse le dita sulle labbra durante la penetrazione. Dolcemente, senza sedili ribaltabili e nevrastenie. Dovresti gridare quando godi, dare colpi contro la testiera del letto, fottendotene, amica mia. Donna e basta. Senza stronzate. Senza tango. Senza cucina macrobiotica, origami, senza passare la serata a chattare su facebook o su quel messenger odioso, con quelle faccine del cazzo.
Sembra che darsi il "contatto messenger" sia il segnale che sì, ci si stia piacendo, prima o poi faremo qualche zozzeria tanto romantica. Ti prego, dammi il tuo contatto messenger. Ma prenditelo nel culo, su.
Gli acquosi sms prudenti e trasudanti pruderie. Piazzare un fiore in bacheca, con le faccine. Un bel panorama mozzafiato con dedica un po' ambigua. Che originalità.
Guardo l'impiegata, con ancora la cartolina gialla in mano. Chissà che sapore ha la sua lingua. Ma come vorrei, per giustizia divina, che questa quarantenne evitasse le giornate intere su facebook e le piacionerie coltivate a nevrosi, sono una donna infelice perché ho avuto tante delusioni, dunque devo essere cauta, prudente, gli uomini sono tutti dei porci e hanno il cazzo nel cuore. Retorica. Solo retorica.
Sono uno straccione, un clown, un pezzente: ma io il cazzo non te lo farei pesare nell'anima, te lo infilerei solo dentro, con devozione, con esperienza, con l'amore del momento. E, con la stessa disinvoltura, potrei decidere il giorno dopo di spararmi nell'occhio sinistro o abbracciare un prete.
Lo so, devi rifiorire. Anch'io. Quanto siamo ridicoli, te ne rendi conto? Rifiorire con l'amore è un disegno per bambini, te ne rendi conto? Un libro di pupazzi a rilievo per le giornate di sole, tesoro.
Chi rinasce con l'amore è solo un condannato a morte con un pizzico di fortuna.

Assisto alle foto di un matrimonio, a S.Martino, un posto che amo ed odio, che mi ricorda troppe cose. Indosso una sciarpa verde e sono un pigmeo posseduto da mille desideri. Irrazionali. Mi piace un'attrice di teatro. Mi metterò nei guai. Scapperò da casa sua alle sei del mattino, con le dita ancora impiastricciate di lei, perché io voglio così, le mani non me le lavo mai. Mai. Devo sentire il sapore. Devo addormentarmi con pezzi di lei addosso. Devo girarmi nel letto con la frenesia e la pazzia della ripetizione. Chissà se sarò tanto passionale anche nella morte.
Pensami. Toccati, pensando a me. Mi farà piacere. Tradiscimi. Fallo pure. Ti tornerò in mente nelle contrazioni più aspre, proprio quando il tuo ginnasta starà sorridendo tronfio. Sarò con te mentre ti laverai di lui e andrai avanti, perché ogni giorno ha bisogno dei suoi rituali assurdi. Resterò aggrappato alle tue gambe, zittito, bruciato e occasionalmente bellissimo.

Avanzo nel giorno come le rondini di Capistrano, come il sole stilizzato dai bambini, come le richieste silenziose di un amante trascurato. Oggi la città è strana, c'è il blocco del traffico, sembra un festivo ed io mi sento un po' puttana. Una volta, ricordo, una donna mi ha rimproverato di vivere poco e scrivere molto. Penso avesse ragione. Ora che sto vivendo tanto di più mi accorgo di molti dettagli che al tempo giudicavo inconsistenti. Vivendo, ho accorciato le distanze tra la vita e quello che la vita chiede. Le ho accorciate anche troppo. Vado dritto al cuore delle cose, se si tratta di cuore e non di gambe spalancate troppo presto.
I raccontini per colpire, direi anche vaffanculo. Quattro paroline poetiche messe in fila per aggiornare la propria sensibilità da esposizione. Tramonto, insonnia, il tuo corpo, luna e nuvole, libertà: le parole per sembrare, lo stile casual dell'assuefazione docile a quello che gli altri ci chiedono. Certi scrittori questuano apprezzamento per le proprie sonde da pensiero profondo, ma in realtà sono delle femminucce con le unghie laccate e lo specchio ben illuminato. Da più angolazioni, direi.
Caffè al bar. Rigorosamente da solo. Ci tengo, a volte. Vado nei bar situati in prossimità delle abitazioni delle mie ex, rivivo qualcosa e intanto cerco il nuovo. Contorsioni, contraddizioni. Sono un ominicchio anch'io.

Valentina mi chiede come sto. Siamo piuttosto indifferenti l'uno all'altra, tra noi non è scattato mai niente. Strano, perché lei ha una sua sensualità, la voce un po' roca e un'ingenuità -vera o presunta- che mi ecciterebbe, di norma. Le dico che sono tranquillo. Che ho quasi quarant'anni, perché lei non lo sa, e nonostante questo non mi sono iscritto in palestra, a flamenco o a hockey, che leggo meno, che scrivo meno, che sono spesso in giro.
"Ti sei smosso! Sarà per la casa nuova, che è più centrale!"
Ma che cazzo ne so. Io non credo proprio. C'entra l'irrequietezza, non la casa.
"Certo", rispondo.
"E gli amori? Come procedono...? E' una domanda un po' intima, ma tra noi...."
Tra noi cosa? Tra noi chi, quando e perché? Tra noi c'è una funivia di caramelle scadute, e comunque che cazzo ne so, ripeto.
"Sono libero e affamato", la informo.
"Oh, pericolo!", esclama lei, divertita.
Sì, pericolo. Ma non per te. Pericolo per me, perché potrebbe cadersene il tempio, e tutti gli idioti che lo sorreggono con buona volontà. Questo è l'amore, da queste parti.
Mentre parlo con lei, passa una coppia. Lui ha molti anni più di lei, una giacca violacea e mi colpisce infinitamente il fatto che le sue labbra siano cosparse di burro di cacao. Un uomo benestante, uno che esce molto, che scopa come se sollevasse pesi, che vota a destra e che compra musica e libri senza capirci nulla. Lei mi guarda. Io la guardo. La stessa precarietà, gli stessi equilibrismi, scappiamo insieme e poi lasciami sul ciglio della strada, come un cane zoppo. E' quello che voglio. Usami e abbandonami. Tutta vita. Perché non tengo più a niente, perché i valori sono altri e sono misurabili solo su distanze paurose, estese come perturbazioni divine, assordanti come l'insonnia che mi porto dietro dalla primavera.
Usami, fottimi e dammi senso. Bruciami come incenso. Fa rima, ma non è poesiola per colpire, è un allegro rosario di pece.