30/12/11

La costruzione del fango


Mi sfuggono le due o tre cose che qualcuno vorrebbe dirmi.
Mi sfuggono le lacrime che non mi appartengono, stasera.
Cerco di essere un uomo libero.
E questo mi procura sofferenze superiori al preventivo di tanti anni fa.
Cammino tra la gente, a due giorni dalla fine di quest'anno strano, e ho voglia di un lago che mi accolga, i miei amati laghi, un lago che inghiotta il pastrano nero che uso sempre controvento.
Detesto le imposizioni ed i desideri egoistici. I pentimenti sono una delle grandi debolezze dell'uomo, penso.
In fondo non si è appartenuti a nessuno e c'è troppo poco tempo per rimpiangere ed anche per sognare.
In questo giorno di dicembre scolorito l'anima è una palude scura, fangosa e non bonificata da mano altrui. Pigmenti e strane creature popolano i richiami più difficili, le situazioni meno prevedibili.
Ho bisogno del lago e di una quantità cospicua di silenzio senza spiegazioni.
Come da piccolo, quando non avevo voglia di parlare.
Ognuno ami chi sente di poter amare, ognuno si lasci amare dai giusti momenti. Siamo liberi e condannati da troppe possibilità, siamo sciocchi e dispersivi, siamo peccaminosi ma increduli come un pianto di bambino, siamo a vele spiegate verso la morte e l'ottimismo è solo una colazione pomposa in stanze scelte su cataloghi di polvere.
L'amore che gli altri propagandano mi lascia piuttosto indifferente; è molto rumoroso, poco misurato e si usano sempre parole zuccherose e malfamate di inaffidibilità.
Sei passato a occhi semichiusi in quella fase di vita dove "ti voglio bene" era limitante ed irritante e "ti amo" decisamente troppo.
Lo hai detto, lo hai ascoltato. Non ha cambiato il susseguirsi delle notti e dei giorni; ha cambiato però l'aspetto delle imbarcazioni che sceglievi per la notte fonda, dai traghetti alle zattere, dai pescherecci alle petroliere. Tu, solitario capitano di fregata, violentato dalle speranze e in bella mostra per la simpatia altrui.
Penso di essere invecchiato. Penso di essere un uomo complesso. Non mi sembra un complimento.
Ho bisogno di cose che non ho mai confessato. Ho avuto bisogno di molto dolore.
Sono pulito. Sono pronto per stuprarmi ancora di luce. E' un supplizio educato, a qualcosa a che fare con una perdizione sussurrata, ma cosa davvero importa che la si conosca?
Potrei salvare un uomo e ucciderne un altro subito dopo.
Potrei essere un gran pezzo di troia e un amante composto, accorato.
Potrei dimenticare tutto quello che ho visto. Funzionerebbe per convincermi a termine di qualcosa. Servirebbe a lustrare le scarpe al futuro. Da bambino non volevo uscire fuori e da adulto cerco la neve negli occhi della gente che parla troppo.
Seppuku con luci al neon. L'ambizione di diventare ricordo, con quella folle corsa che è mutare da ricordo insostenibile a ricordo inesistente.
Una donna potrebbe soffrire per me e il giorno dopo confessare, distrattamente, che non sono poi stato così importante. Che ero di passaggio.
Ma io sono realmente di passaggio. Più delle candele quando manca la luce. E di me non resta che uno sguardo abbracciato all'acqua, lo sapevo prima e lo so adesso.
Non sono un uomo insostituibile.
Sono altamente prescindibile. Ogni tema libero nasconde tra le righe sedimentate tracce di sparizione. Certe mattine il risveglio è stupore, andrò a zonzo per il mondo a creare caos nel mio caos, e poi sbiadire sarà una trappola romantica per zoppi ed innamorati.
L'autodistruzione è una costruzione a reticoli rivoltati, è uno spasimo di luce ad orbite spente, è un costume esotico che gli altri trovano godibile finché non ne rimangono invischiati: in scelte, delusioni e rinunce. La consapevolezza è un calcio nello stomaco che sa invalidare ogni antipiretico, ogni antibiotico, persino alcuni baci.
Sono così impregnato di fughe e di addii, parole che ritornano, da potermi godere la vita e poterla narrare.
Non ho pile bastevoli a mantenere attento il miracolo della comunicazione. Ho la mania di spegnere le luci a capriccio, e le romantiche candele, quando le accendo poi non le ritrovo nello specchio.
Nello specchio c'è un cane feroce, un predatore addomesticato, un samurai borghese a sfizio di se stesso, c'è un amante trasparente di nero, c'è uno spezzato che funge da completo, c'è un uomo che sulle rive di un lago ammetterebbe la verità, non so dove mi trovo e ho voglia di colorare le pietre del restante cammino.
C'è una strana enfasi in chi si costruisce al contrario, e lancia acqua alla luna pensando che sia possibile, ucciderla o lasciarla felice e ansante sul giorno che arriverà, inesorabile, senza di te.

Luca De Pasquale, 29 dicembre 2011


rispetto per chi andrà via, rispetto per chi rimane sulla soglia, rispetto per chi non è mai tornato.

29/12/11

Buon anno


Alan Sorrenti nelle cuffie. Visionario e fuori moda.
Siamo sempre visionari e fuori moda. Cercare di amarsi è fuori moda.
Amare è una deformazione sulla cresta dell'acqua che ci custodisce.
Quanto ci piace a volte stare nella merda. Essere traditi. Tremare. Diventare ridicoli di malsane risposte, affidare le confessioni, le manie, alle delusioni più confortevoli.
Oggi non sopporto il mio aspetto. E così anche la donna che mi sorride agisce a vuoto, perché non sopporto la mia piccola bocca sincera, i miei occhi fondi e scritti da destra a sinistra, il mio sistema di codicilli e codici nascosti, non sopporto le mie labbra screpolate che chiamano il vento solo per bruciare.
Prendo il caffè al bar con il mio collega, e il pensiero corre, perché non mi sparano come in un agguato camorristico? Perché non regolano i conti anche con me?
In questo bar, con il mio viso sciocco, con il mio corpo dinoccolato, un lenzuolo di sangue e lana essiccato dopo la nascita, il sesso e tutta la morte che concentravo in svogliati riposi pomeridiani.
L'aria della notte è dietro l'angolo.
La donna che sorseggia il liquore ha voglia di essere amata, e godere solo dopo aver scoperto di essere veramente amata. Ha la fica collegata al cuore ed una sensibilità tale per la quale gli uomini le hanno sempre sputato in faccia e in bocca.
Ma non le rivolgo lo sguardo, perché stasera sono brutto ed evitabile. Sono brutto ed impuro come uno sciocco riposo pomeridiano.
Ho l'aria sgualcita. Il mio passato è dietro i cancelli. Un po' riposa e un po' protesta.
Ci sono teste appese, bianche e senza espressione, ci sono brandelli di offese, ci sono parole inutili, e il guardiano è solo un fantasma malpagato.
Ci sono tutti i nomi delle persone che non ho mai amato. Incisi sulla schiena che indosso apposta per guardarmi allo specchio.
Ci sono le mani delle persone che mi hanno accompagnato nell'eclettico inferno del mettersi al servizio del futuro. C'è chi ha suonato il pianoforte per i miei addii.
Immagini della notte. Patti non rispettati. Sono ossessionato dal codice della notte.
Un uomo dovrebbe essere onorevole, nella notte più che nel giorno.
Se mi hai desiderato addosso o dentro, e solo quello, di me non saprai mai niente.
In quanti mi hanno detto:
- non scrivere racconti che gli editori non li vogliono;
- sei fortunato ad avere un lavoro di questi tempi;
- sono solo, sto bene, non ho problemi con nessuno, non vedi quanto sto bene?
- sei complicato e non so mai cosa pensi davvero;
- mi fa piacere vederti;
- ho incontrato una persona diversa dalle altre;
- ho diminuito le sigarette e sono orgoglioso di me;
- non posso dire no a...
- tutti gli artisti soffrono.
Esco dal bar, la donna che gode solo se amata non si accorge che io ed il mio collega stiamo andando via. Un euro e ottanta centesimi in un bar di Napoli. Chissà quanto costa il caffè a Sondrio e chi se ne frega.
Hope and despair. Sempre. Come divisa per il gala senza inviti.
Fino a dentro. Sempre e comunque. Fino a dentro e con un'aria dolce e nuova.
La gente parla sempre troppo per i miei gusti. Amo usare "sempre".
Toccatevi di più. Al buio. Date corpo ai vostri desideri più osceni ed indicibili, è solo la vostra normalità che si vergogna.
Mi sono sempre masturbato in piedi. Per avere l'equilibrio della vertigine, anche quella in perfetta solitudine. E ho sempre finito pensando di sporcare una sirena storpia di mancata libertà.
Malinconico bar di una Napoli che non è cartolina e non è tana di niente. Malinconico bar occasionale con un quarantenne tallonato da strane scomparse e un trentenne ubriaco di sesso pensato. Ho i capelli sale e pepe e mi piacerebbe perdere la faccia in un fiacco confronto con le ombre che stanno scendendo.
Calze femminili annodate alle finestre di vecchi appartamenti di lacrime. L'autobomba di Dio nella pancia piatta e ancora dura. La felpata soavità del contrabbasso nel ticchettio del mio tempo in strada. Equivoci in ogni dove. Equivoci senza importanza.
Sigarette. E chi vuole ridurle. E chi vuole sorridere ai riduttori. E chi non vuole morire.
Non scrivere racconti brevi. Non amare. Non rischiare troppo. Non sognare a testa in giù, non concedere il pass ai tuoi incubi.
I nuovi vestiti addosso a vecchie fissazioni. Donne passarella. Uomini trampolino.
Letame, spazzaneve, baubau, camino, incesto, amore al taglio, addio e addio, nuovo sperma e vecchie lettere, nuove amicizie e imprevedibili gite nella notte.
Ti hanno cucito nuovi abitini da aborto cresciuto, tu farai finta che vadano bene, che si attaglino alla tua nuova pazienza.
E' guerra calma e calda quando si attende la notte senza l'illusione del giorno.
Buon anno da questo bar malinconico, la Napoli che è solo mia, solo un punto movimentato in un'inquietudine che è culla e stele funeraria, che è seduzione e musica, che è incontro e morte senza escludere il tempo.
Buon anno, sì.


Luca De Pasquale, 28 dicembre 2011

23/12/11

La stanza senza madri

 
Patrick Dewaere
Ho girato la vita in cerca di un'identità. In ogni luogo e con ogni persona.
Perché sento di averla, ma parziale. Legata ad un semplice e non bastevole passaggio.
Ho cercato di risvegliarmi con più donne per trovare quella percezione violenta che credo sia l'appartenenza, la fedeltà, lo spirito del due vivo e forte anche in un'anima da sempre tormentata.
Tutte le fughe che ho immaginato da bambino mi fanno sentire sempre freddo.
Sempre.
Soprattutto all'alba, quando le sconfitte sono più belle ed i rimpianti più vividi.
I tentativi di amare sono sempre stati, lo ammetto, castelli pregni di fantasmi, di presenze ondeggianti e liquefatte come un dolore eterno ma dignitoso e cosparso di chiaroscuri.
La sensazione di essere scorticato vivo. Quando fa giorno e le persone ricominciano ad avere un nome. Le persone che hanno frainteso i miei tentativi, i miei spettri, che hanno cacciato mostri di infedeltà o ridicoli Golem di affetto. No che non ero io.
Gli uomini che sentono freddo per tutto il freddo che hanno avuto, ebbene sono uomini che non si metteranno mai "a posto".
Sono uomini che corrono verso una fine che sia accecata di vita. E' tutto qui. C'è poco da romanzare o da esaltare, e non funziona -con uomini simili- giocare alle dive, alle contese, a coloro che ti concedono le chiavi del loro regno in cambio di qualcosa.
Non ho mai ceduto al ricatto della bellezza. L'anima è su una scala più lunga e più colorata. Godere finisce, godere muore, io muoio ogni mattina di quel che non faccio e non compio.
Io costruisco. Come tanti altri. Costruire sapendo di essere fottuti.
E' tipico, gentile ed intelligente. E' un modo di continuarsi nella puzza di morte e di affetti andati via senza spiegazioni sufficienti.
E' Natale e ho freddo come sempre. Ho sempre freddo a Natale. E quindi porto il mio calore verso chi mi ama e amo, tenendomi il freddo e le bercianti frenesie dei miei fantasmi.
La mia storia personale è un buco multicolore che drappeggia nero nel cielo dell'ogni giorno; nulla si evincerà da questo blog, nulla dal prossimo libro.
Perché non appartiene al lettore e non appartiene alla frenesia della scrittura. E non verrà fuori nel sesso, nelle promesse, nelle involontarie seduzioni, persino nei ricordi dolorosi.
Creo, credo e respiro in stanze senza madri. Stanze spoglie, con assenze che urlano più di incubi comodi, con assenze che gemono come amanti crudeli e niente concedono, per davvero, a quel freddo sostanziale ed endemico che è la perdita.
Io sono un uomo che perde. Che perde quasi sempre. E per questo corre.
E non ho mai saputo per davvero se e quanto piaccio alle persone, se e quanto sono capito o desiderato. Non è prioritario, quasi mi confonde, decisamente mi uccide nei giorni peggiori.
E quando scrivo di sesso crudo, di violenza e di sconcezze neanche educate, non è un rimestare in spianati codici di ribellione, è l'improvvisazione esistenziale che non ho mai perso e niente spiega, niente giustifica.
Svegliarsi con donne sempre diverse e poi perderle. Credevo fosse importante. Volevo sentirmi al sicuro. Ma non sono mai al sicuro, per affezione, per indole, per giusta malattia, per vendetta, per metodo di partecipazione alle variabili.
Sono un uomo che corre.
Sono un uomo che dimentica l'alba solo quando dimentica se stesso.
Sono un uomo che scrive, ed è ombra anche se il sole batte altrove e non crea dualismi impenitenti.
Mi appassionano le persone ferite. Da sempre. Mi appassionano le donne difficili.
Altrimenti vado via. 
Mi appassionano i musicisti di strada, i travet malinconici, gli scrittori irrisolti, gli amanti utilizzati e appesi poi al muro come vergognosi souvenir.
Un uomo non si salva con abbracci a caso. Un uomo non si salva con dosi di sesso e passione, un uomo non si salva con progetti che non sbavino. Un uomo è libero di divorarsi e costruire allo stesso tempo.
Capita che mi divori. Capita che mi senta rappresentato da uno strumento, per esempio il contrabbasso con il suo suono ombroso in contrappunto. Sono così carico di ombre da poter interrompere le preghiere altrui con una sola erogazione di inquietudine controllata. E' sempre stato così. E' un potere sciocco e maledetto.
Non so cosa farmene; e non so cosa farmene di quelli che non vogliono esserci o formulano idee e comportamenti a gettito continuo, siamo improvvisazione, siamo morte che lotta per avvelenare il serpente del tiranno che ci spolpa. Il tempo.
L'ambulante che mi sorride in questo pomeriggio di brividi è già morto. Percepisco la sua voglia di morire, me ne vesto, sono un lutto composto, ci sto male qualche minuto e poi mi sforzo di dimenticare.
Vivo sempre in una stanza senza madri. E ne muoio con ardore, con forza. Mi guadagno il mio rispetto.
Di notte, gli occhi bucati da tutto quel che non posso, non compio, non vivo e forse non desidero. Di notte, il cuore in pasto a cani marroni e pazzi. Di notte, l'incubo della felicità e delle sue branchie innamorate ed insistenti. Di notte, la mia fine rinviata.
All'alba, al rifiuto di se stessi e all'accettazione della vita. Ombre.
Cerco dentro. Nella spazzatura degli amanti ci sono le mie parole. C'è il mio mestiere di scrittore. Nelle passioni di chi mi ha conosciuto c'è la mia assenza, che cresce e si affaccia al balcone regale senza testa. Il manichino dell'amore frainteso.
La vita mi è così indispensabile, come amare, al punto che viverla è un senso di colpa insopportabile, insopprimibile, organizzato in pessime idee di resistenza, di incubi e di dietrofront. E sono infinitamente più allegro della maggior parte delle persone che conosco.
I cambiamenti non esistono, in paesi senza madri. I cambiamenti sono solo morte che si dipana con un certo charme.
Questo è sempre stato il mio fascino a tempo, l'ho sempre saputo, mai avuto un contratto a tempo indeterminato con l'affettività, sono stato ospite e intrattenitore, amante cieco e passatempo esotico, sono tuttora a cavalcioni di temporali e fulmini, sono io e chi mi voleva continua a non riconoscermi. Fino a dimenticarmi del tutto.
Quello che volevo. Quella smorfia. Di freddo e di musica, quella smorfia di pazienza e conforto che intitoliamo vita e che millanta l'assurda nobilità della morte.
Sono un uomo che corre. Corre a perdifiato e ama stazioni deserte. Con fiori rosa e temporali in lontananza.
Con madri lascive e taciturne abbarbicate alla schiena dei miei cattivi pensieri. E dei miei notevoli, frequenti errori.
Scrivo in stanze senza madri, scrivo in liberi stati d'assenza, non ho mai permesso di amarmi senza riserve, non mi sono mai consentito l'impazienza della felicità.
L'ambulante ed io ci scambiamo uno sguardo disperato e meraviglioso, un abbraccio nel poco e niente che è freddo divino a spasso in strade contorte, ma ci riconosciamo come due figli perduti, impiccati alla sensibilità -forse per sempre- e pronti a dirci "fai presto, fai presto".
Questo è il mio augurio di Buon Natale.
Facciamo presto, in qualche modo, prima che qualcuno si insedi negli angoli più polverosi delle nostre stanze e ci informi che il tempo è finito.
Che abbiamo finito di essere senza madri.
Che saremo solo senza.
E un pianto negli occhi di una donna. Che è sempre insopportabile, almeno per me.


Luca De Pasquale, 23 dicembre 2011


a Emilia, a Patrick.

16/12/11

Diario di un uomo di merda


E mi ritrovo al tavolo, esterno, del ristorante. Passa un aereo radente, in atterraggio a Capodichino. Quasi all'altezza delle volute di fumo della mia sigaretta, mi sembra.
C'è un vento infernale, eccessivo, non ho tolto il giubbotto, non ho tolto la fodera alla mia incostanza emotiva. Forte e serio un minuto prima, senza scopi subito dopo, attaccato alla consuetudine delle mancanze. Lottare sarebbe dispendioso e patetico.
Per sfregio niente cura della mia persona, oggi. Il giusto per essere accettabile, niente di più. Non voglio ricordare lacca, deodorante, gel, profumo.
Le due divorziate al tavolo adiacente parlano di figli, di uomini che non hanno rispettato le aspettative, della loro vita disordinata ed adulta, delle loro sobrie scopate non progettuali, di scrupoli e di abiti. Una delle due è poco avvenente, spettinata e presumibilmente isterica. L'altra è intrigante, più elegante, erotica nell'immaginazione altrui, roba da professionisti di passaggio, roba da gestori d'albergo, da ristoratori o gioiellieri, anche da notai, volendo. La sua intimità, intuisco, in cambio di una manciata di sicurezza dal sapore maturo e un po' amaro.
Fuma anche lei ed i nostri sguardi si incrociano. Sono solo un oggetto nella sua visuale. La immagino bere del vino rosso e fare l'amore con passione. Ma la immagino anche fare sesso con la spia della lucidità sempre accesa, anche lasciandosi andare, anche lubrificandosi copiosamente come negli anni dell'adolescenza.
Il sapore del fumo e la sua continuità mi concedono un lieve e fastidioso mal di stomaco. Due tavoli più in là, una mezza checca eccentrica fa uno spettacolino di indignazione culturale per due avvizzite poetesse da centro storico. Disgusto.
Mi sento rozzo e momentaneo. La donna attraente ha lo smalto blu e le mani lunghe.
Mal di stomaco latente e questi fottuti aerei che passano in continuazione. Vento.
Nessuna persona che conosco ha una vita sentimentale ed emotiva realmente in linea con i sogni e le sproporzioni dei bisogni. È una vera indecenza, più che altro una religione dell'altrove, dell'altro e dell'inatteso che diventa destino.
Una delle mie fissazioni è sempre stata far godere le donne. Mi rendo conto, a questo tavolo, che si tratta di una mania prosaica che ha relegato l'anima ad un ruolo di totem senza corteccia, sangue filante sotto bandiere diverse.
Una lingua che si muove con l'anima lontana chilometri è solo uno scherzo improvviso di cattivo gusto.
Fumo e gli aerei passano, il vento lacera la resistenza di ogni castello di ragionevolezza, tutto è avvolto da una pellicola di idee contestate e abitudini ambientate bene.
I Level 42 di giorno, Echologist di sera, Mark Sandman di notte.
Buone letture e un'anima avvezza ad eccessi smentiti con puntualità. Quello smalto blu e Dio che non c'è mai stato, il mio collega che ha voglia di fica, che spuma e schiuma la non aderenza di sogni e realtà, io che fumo e fumo e mi fotto lo stomaco per poche boccate di distrazione.
Hanno voglia a dirmi, che vorrebbero essere felici. Io tendo a non crederci. È una farsa per gente che è invecchiata. I Solbakken mi suonano in testa e tutte le grandi liti per l'amore che scappava ora sono delle fitte un po' penose, scarnificate, scolorite.
Ti amo”. Significava poco o troppo? A volte sembrava una minaccia.
E venire, venire era forse la fine di un viaggio. Un viaggio con sciarpa e morti sulla schiena, il viaggio di Mastorna con la coscienza sporca.
Finire in una bocca o in una vagina, si sperava l'anima, si sperava una morte tanto larga da poter contenere la vita stessa.
Laddove mi chiedevano talento, ho voluto fallire. Ho amato senza nessuna garanzia e ho guadagnato l'insonnia, il gusto per l'alba, la fisiologia del tradimento concettuale, ho desideri illimitati e mi piace, spesso, compormi un po' di male addosso.
La divorziata migliore mi guarda. Ho un'aria sofferta, è il trademark, è l'abitudine involontaria, non c'è recita, è una pena con qualche accessorio. Le sue mani con smalto blu disegnano un'aria che non mi appartiene. Il collega mi accenna alle sue erezioni, di certo poco interessanti per me.
Se pure la facessi godere, non so dove e non so quando, non so se con deep house o jazz in sottofondo, rimarrei un terreno non coltivato, una stanza vuota con demoni alle pareti, a rilievo e senza fascino alcuno.
Il dolore di vivere è un magnete timido e ben nascosto, io lo nascondo nel fumo e nelle accorte puerilità dello scorrere del tempo. I Solbakken suonano, io vivo. Gli specchi sono screziati di sangue secco e stanotte ho sognato un ragno gigantesco.
I disegni migliori sono quelli che non ci apparterranno mai del tutto.
Passano gli aerei e io mi chiedo se sono in grado di fallire in modo interessante. Di certo dovrò diminuire il consumo di tabacco e di buio.
Alla fine resta la presunta erezione del collega, quello smalto, gli aerei nel vento e la ragazza del ristorante che mi porge il piatto di pasta sorridendo al posacenere.
Chissà quante persone sono morte sull'uscio delle mie porte, contare è stancante, supporre è infamante.

Musica gnawa. Musica yoga. Musica gnawa per yoga. Il lei, il voi, il tu.
Una forzatura nei reni, lo sforzo, la gentilezza, il sesso, il tempo che passa.
La dannata vanità femminile. Buongiorno, anzi buonasera.
Mi saluti così, con leggerezza, e non puoi sapere quanti anni e quante cose ho perso.
La strada è piena di falliti che non hanno saputo scegliere, e che piangono lacrime amare e sciocche; la strada è piena di idioti che tengono nascoste ad arte le proprie cianfrusaglie sentimentali. L'incertezza spacciata per profondità di anima e di pensiero.
Io sono il fallito supremo, per scelta e per virtù, sono attaccabile ed inattaccabile.
L'invidia è una latrina che puzza a cielo aperto e imprigiona angeli di carnevale.
Il bello scopare perde di valore con il tempo; un cazzo duro e caldo diventa una colazione pomeridiana, si parla sempre meno, si mostrano foto ad estranei e poi si muore.
Autoreferenzialità. Facebook. La strategia del vino rosso antecedente ad un disgustoso petting di conoscenza. Fedi massacrate su materassi puliti e costosi. Confusione. Regali. Mi piacerebbe infilarti il cazzo dentro, ma non ti conosco affatto. Secondo me quando godi fai impazzire un uomo: perché sei ipocrita, enfatica, pletorica, con gli anni sarai ridicola.
Amici. Amici di merda dei quali non senti affatto la necessità. L'invidia puzza di piscio involontario. Il fallimento di chi ci circonda è interessante, la costernazione è rituale e gioiosa come un tradimento. Facebook. Insulse foto con pretese seduttive. Lembi di carne asciutta e depilata, messaggi e banalità, l'enorme banalità del tentativo di felicità.
C'mon girl. Fammi vedere quanto mi fai arrapare con il tuo sguardo profondo come una fica di mezza età. Il maledettismo è un biglietto da visita scritto con mano tremante. Falsità.
Che nessuno si fregi di essere famiglia, la circostanza deve avere metodo per diventare verità. Amici, amici di merda persi nelle loro manie collose e smarrite, forse più nobili delle mie, ma a chi importeranno mai i distinguo?
Stivali bianchi. Jeans traslucidi. Senso di schifo e stanchezza nella schiena. Sigarette. 
La noiosa prevedibilità dell'affetto adiacente, abbracciare le abitudini di qualcuno, abituarsi, intrufolarsi, crepare di nostalgia, eccitare persone stanche, eccitare persone morbose che dietro versi e belle foto, dietro quei paraventi marci, masturbano un ego dislessico.
Un pompino non nasconde tentativi ammirevoli di vita. E' un pompino. I regali non disobbligano di fronte alle assenze pesanti. Di fronte, di dietro, di lato. Olè.
Latitanza di scrupolo morale, chiudo conti ogni giorno. Non si recuperano amicizie e complicità con qualche bel gesto d'ordinanza. Foulard troppo stretti. Le patatine fritte restano sullo stomaco. Molti sono in cerca di aneddoti morbosi, sempre e comunque.
La mancanza di doveri ti prende da dietro nei momenti di nostalgia, ti fa male, ti allarga, ti invade e ti allaga. Sei pieno di liquidi sgradevoli, cose non pertinenti, abborracciate relazioni a picco su un futuro da identificare.
Le voglie educate della buona borghesia. Mangime per odio. Ne vado pazzo.
Le frenetiche rivoluzioni degli irregolari mi annoiano ancora di più, se possibile. Le trovo mortificanti; come la stranezza esibita, l'imbarazzante tentazione di giocarsi fuori le righe.
La coppia che litiga in farmacia su dove andare a trascorrere la vigilia; dai parenti di lui o di lei? Litigano e non fotteranno per qualche giorno. Grugniti e girarsi subito verso il muro, nel letto. Ma è davvero tanto meglio esaltare chi dei non legami fa bandiera di autenticità?
Noia e Natale deforme, febbrile, ipermetrope, un alito pesante a spasso tra le troppe luci e le tracotanti sicurezze.
Mi raccontano di quanto scopano, di come sono liberi. Di come se la giocano, sul tappeto scuro delle opportunità. Io mi annoio. Questi uomini così certi delle varianti di livello, quando raccontano bravate e abboccamenti mi danno la forte idea della masturbazione nevrotica. Con quei loro piccoli cazzi tra due dita, ansanti, insicuri sin nelle viscere, piccolo schizzo bianco e idea di bugia pubblica, ora dico che sono, ora dico che faccio, intanto chiudo i quattro angoli del fazzolettino di carta per far scomparire la disfatta della venuta solitaria.
E tutte le preghiere che non mi riguardano, avere il garbo di rispondere picche al RSVP.


Ho la nausea del culo che pure guardo e sondo sulle scale mobili. Mi ci immagino dentro e non riesco a pensarci a lungo. Saluto un cliente coglione che mi appella per nome; non ti conosco e non intendo conoscerti. I tuoi sforzi saranno lontani da me, ora e sempre.
Sono stato segnalato positivamente. Luca è un uomo intelligente. Quanta grazia.
Ho molti barili di nero confinati nei lobi del mio niente, ho molta poltiglia da spalmare sulle bruschette del buon conversare. Non ho pensieri puliti. Quasi mai. La disapprovazione altrui diventa spesso comica e pretestuosa, l'apprezzamento è quasi sempre un equivoco o un'aspettativa sciocca e mal formulata.
Gli equivoci cercano di volersi bene tra di loro, di andare d'accordo, di restare amici anche in una forzosa vacanza nelle rispettive lontananze. Amare diventa un colpo di stato, amare è un gioco pericolosissimo che mangiucchia le vesti più pulite del nostro vivere.
C'mon girl. Fammi vedere quanto mi sai eccitare con il tuo silenzio impossibile.


Luca De Pasquale, 16-19 dicembre 2011

14/12/11

Ballata dell'insonnia chiusa al pubblico


Questo freddo è un trono di giada. Ci fumo. Fumo e guardo. Guardo e non parlo.
La lucidità è un acido corrosivo.
L'attrazione per il vuoto, per l'equilibrismo, la cravatta stretta all'eccitazione di un solo istante, il modo di vivere e di desiderare, il modo di scavalcare i rischi.
Ho dato fuoco alle giostre che mi facevano ridere da bambino.
Quando ti prendevo non era un gioco. Io precipitavo in te, e non volevo rialzarmi.
Fumo sempre, fumo, mi distraggo e quindi non ricordo. 
Quando ti prendevo avevi la mia saliva, la mia creduloneria, la mia ingenuità macellata, avevi il mio tempo, il tempo che non volevo.
Mi piace la vertigine. Mi piace enormemente. Mi fa sentire condannato con un senso.
Non te lo spiegherò mai più.
Non la voglio, l'etica. Non voglio il buonsenso. Non voglio il buon sapore al risveglio.
Chissà se ti amerò davvero, quando ti avrò guardata godere per davvero. Forse finirebbe l'incanto. Forse quel che piace è l'irrealizzabilità, lo sforzo, la tensione.
Mi piacciono i fuochi fatui.
Il cimitero di noi due non è un museo; non organizzerò gite per altri. Il silenzio è di gran lunga preferibile.
Ho sempre pagato tutto. Fino in fondo. Fino a scarnificarmi. Fino ad amare. Fino a portare quei ridicoli fiori sin dentro la fonte dell'insonnia.
E chi ha giocato con me, ho amato egualmente per quanto potevo.
Poi si va avanti. Si deve andare avanti.
Anima bastarda che fuma poggiata al muretto freddo. Vendette inutili. Logore. Striminzite e per niente erotiche come si sperava.
Prendersi al buio, fondere labbra e caldo, mentre gli altri ballano e ci provano, a sentirsi più vivi delle loro speranze. Labbra blu notte.
Impiccagione alla Condé, come Temistocle Mario Orimbelli. Immedesimazioni di un tempo. Non sai di che scrivo, non importa.
La donna in cerca di amore non mi annovera tra i papabili. In seguito si accorgerà di me e sarà sorpresa di volermi. Quante volte. Sembrava un vezzo. Ma era così.
Ora sono a casa. Le gambe in aria, la sigaretta spenta in bocca, musica. Sono un uomo così. Anarchia non sancita. Niente di speciale. 
Non dovremmo lavarci dopo l'amore. Condensarci. Saldarci degli umori altrui.
Un altro numero. Un altro circo di provincia. Un altro attacco al cuore della fermezza.
Organismi di luce suddivisi in lacrime a festa. Siamo incontri. Siamo morte che pulsa e lancia tentacoli sfilacciati a parziali dimostrazioni di interesse.
Siamo incontri e siamo clamorosamente deboli.


Luca De Pasquale, 14/12/2011

10/12/11

Come un'isola in una fionda


Eravamo fermi in auto.
Mi masturbavo. La guardavo e le chiedevo di aprire la bocca, di farmi guardare dentro. Le chiedevo di mostrarmi le cosce. Le calze nere sotto la gonna gialla corta. Alle due e qualcosa del mattino, con il freddo e il silenzio fuori ad appannare i vetri e stracciarmi le arterie.
Sono mancino ma sono più abile a masturbarmi con la destra. Per toccare una donna uso solo la sinistra, con la destra sento meno. Sono mancino e terribilmente sinistro, quando fuori c'è quel silenzio che chiamo tregua.
Acceleravo ogni qualvolta la sentivo salire, mescolata alla rabbia, alle sperimentazioni di vita, al rancore incrostato e statico, stanco; la sentivo salire e mi assorbiva saliva, buona volontà e senso della dignità. Apri la bocca. Fammi guardare dentro quella piccola morte. Fammi venire.
Il sapore del fumo ancora tra gola e denti. Andavo avanti, con la mano destra ferita e forte.
Non era un angelo. Non poteva esserlo. La sua bocca era una resurrezione elettrica e parziale.
Roba da uomini accerchiati da troppe ali senza protezione attorno. La sua bocca.
Vaffanculo ai faraoni, ai vampiri, alle grandi storie d'amore, alla famiglia, ai fallimenti scolastici, alla troia indecisa del non domani, al catechismo rifiutato, agli stupidi commenti al funerale di mio padre, alla cresima evitata per capriccio e foga, vaffanculo al mio libretto universitario di talento sperperato, agli uomini ricchi e parolai che mi hanno rubato il bene e chi lo rappresentava, e poco importa che si scriva, e poco importa che in contesti lavorativi e familiari si finga oscenamente che il bene è una matassa dipanata ed organizzata nella quiete.
Io non ho famiglia, pensavo mentre la sentivo salire, cremosa, folle e inutile, il piacere eccessivo di una riduzione di coda e speranza, io non ho numi tutelari e non ho arcangeli del sogno, i miei incubi colano in una grande vasca esornativa, il cuore a picco su piccoli moli deserti, scaglie di amore cieco ad ogni lettera scritta, ad ogni ricordo involontario.
Ora ci sei tu, momentanea, e la tua bocca, una feritoia ostruita dal silicone e dalle bugie.
La sentivo salire. Insieme alla vita intera, al replay e alle comode menzogne da buon percorso, e non potevo che chiedere di far scendere quella bocca fino al mio sesso caldo e spropositato rispetto alla monodose di felicità possibile, bevi, lecca, non tirarti indietro, e poi muori anche di scatto, che il quotidiano non ci prevede affatto, mia freddolosa stella.


Sono seduto. Sabato pomeriggio. E' freddo per strada. C'è gente. C'è rumore.
"Conosci Cristina? Oh, tanto piacere, lui è Michele"
"Non penso che Alberta gradisca un regalo del genere, ti avevo detto che..."
"Pronto, amore... ma che fine hai fatto? Ho chiamato a casa, ha risposto tuo fratello..."
Fiati di fumo in questo freddo addobbato.
La gente ama, ride e piange, la gente misura la vita con la distanza dai desideri.
La gente mi annoia e mi stanca molto presto.
I miei sentimenti di amicizia non sono garantiti. Non ci sono curricula che tengano. Se qualcuno non merita è fuori. Ho perso molto tempo a studiare le possibili deviazioni a fin di bene.
Non sono una gran perdita, sono irregolare.
Passa una coppia di innamorati. Lei mi guarda. Scena che si ripete spesso. Ho molto freddo negli occhi. L'avrà avvertito. Rimani stretta al tuo uomo. Per carità di Dio. Se esiste.
Non voglio le tue curiosità. Non voglio la tua vita, non voglio il tuo culo, la tua famiglia e il tuo passato, non ci conosciamo e non ci sei. Così rimarrà ed è una delle musiche della vita.
Il MAI. 
"Merry christmas", mi dice un tipo vestito da babbo natale, lo fa senza convinzione.
"Ciao caro", gli rispondo, come un vecchio pazzo frettoloso.
Una bambina vestita tutta di verde mi viene addosso. Le carezzo la testa, sorrido al padre. Ogni tanto valgo più di quel che sento dentro.
"Ma perché Patrick Dewaere è il tuo attore preferito?", mi hanno chiesto.
Perché quando guardavo i suoi film sentivo che quell'uomo aveva una sofferenza concreta, reale, abbagliante, in ogni gesto ed in ogni movimento delle labbra. Lo sentivo mio fratello. La vera famiglia. Un uomo mai conosciuto di persona. Non si tratta, come scrisse qualcuno a proposito del mio libro, di "una pericolosa suggestione".
Patrick Dewaere è morto suicida. Non poteva fare altrimenti. Lo sentivo come un fratello. Era così pieno di vita che ancora oggi capisco il perché e non posso certo fregiarmene.
Mi piacerebbe che le persone che ho amato fossero amate sul serio da qualcun altro. Mi renderebbe felice e non laverebbe la coscienza, non è quello il tassello mancante. Vorrei creare un esercito del sole composto da uomini radiosi, atti ad amare chi ho amato. Mi piacerebbe sul serio. Riconosco gli uomini che emettono respiri profondamente lontani come i miei.
Respiri distanti, distanti a prescindere, faticosi come sogni, compositi come spiegazioni ubriache.
La strada è piena di gente. Merry xmas.
Mentre le donne cambiano acconciature c'è qualche vecchio che l'ha piantata lì. E' una delle musiche della vita. Mi appartiene fino in fondo. Tirare il sasso contro l'orizzonte. E non aspettare niente, men che meno le lacrime di qualche dio seminascosto.
Questa sera sono un'isola catturata in una fionda, lanciata nella pioggia a far sensazione silente.
Tengo per mano le mie creature morte, cresciute a lievito di fiele, folletti aggrappati alle mie dita per la paura di crescere in un ambiente eccessivamente familiare.
L'antipaticissimo bifolco frocesco che ha parcheggiato la Rover e ha le scarpe lucide e la sua puttana d'accompagnamento abbarbicata a tanto niente, lo guardo e penso senza vergogna che mi piacerebbe ucciderlo. Un'esecuzione gelida. Niente scena.
Mi piacerebbe sparargli in bocca. Ma una bocca chiusa. Non aperta in una rassegnata attesa.
Vorrei essere il suo boia, perché la sua vita toglie aria ai miei mostri.
Ci sono stelle sedute sui gradini dei palazzi, sottovalutate, perse, deluse. Loro, vorrei scrivere per loro. Si direbbe che potrei rendermi davvero utile.
Sono un villano. Non faccio pagare debitamente la mia sensibilità, non ho imparato a rendermi utile. Sono rozzo, grezzo e senza padrone.
Sono una subdola delusione agli angoli di una scura marmellata di carisma. 
Le Camel Lights stasera hanno il sapore dei risvegli increduli, quale che ne sia il motivo. Non è il mio sapore e lo so bene. Un sapore di ventre gravido di fumo, di fiumi e di cospicue assenze che portino il loro carico velleitario di saggezza.
Non ho ricevuto lettere. Ma è come se leggessi ogni giorno. Come se sapessi che c'è qualcuno in preda alla mia assenza, magari controvoglia. Sentori. Partecipazioni involontarie. Deragliamenti in abito semplice.
Farsi conoscere da chi non vuoi, è pornografia. 
Dare spiegazioni incomprensibili e troppo lontane, è pornografia casta e ammorbante.
Sedurre le donne degli altri è pornografia mascherata da vendetta confusa. Non ci sono alibi.
I giovani preti ridono sui sagrati di chiese inventate, le possessioni reclamano pubblicità nello stomaco sazio della mia crescita educata.
Io sono pornografia. Il mio blog è pornografia. Le mie antiche delusioni sono pornografia.
Straccio puntualmente le ricette del buon insegnamento, i piedistalli sono sporchi di merda e i bambini non ci si appoggeranno mai. Ed è quel che conta.
Il Dio che non ho è pornografia. La mia insonnia è una ventosa pornografia zeppa di fortunate suggestioni. Quando piaccio per quel che potrei essere sono schifosamente pornografia.
La pornografia che mi chiude respiro e pancia è pensare a quanto si crei movimento attorno ad una stupida persuasione, "io merito di essere felice".
Non c'è merito. Non c'è cancello che non sia allo stesso tempo apertura e corpo infilzato, è la musica della vita. Sono un'isola imprigionata in una fionda direzionata verso un pianeta tremolante.
Amare è l'unica scelta.


Luca De Pasquale, 10 dicembre 2011

05/12/11

Le laide confessioni di un macrominimalista autoctono


Mi avvento sulle mie pulsioni e le decostruisco.
Steso sul letto. Fuori, il temporale.
Il sesso presente ma non assillante nella leggera stoffa dei pantaloni. Le mie mani poggiate lì accanto, non lontane, ma sono mani che non vogliono toccare, è solo il benessere della vicinanza.
Del mio piacere mi è sempre importato molto poco. Molto più rilevante quello altrui.
Quando ho pensato principalmente al mio piacere, mi sono perso di vista.
Il mio piacere non è la conquista. Il mio piacere non è venire lungamente, quel singulto a coda bruciata, quella morte di serpente ai cancelli del bianco niente.
Il mio piacere è la possibilità, l'allargamento dei confini etici e morali, il mio piacere è una marmellata di anarchia e cere perse. Il mio piacere mi sopravanza e mi saluta, foulard al collo, come un gagà dinoccolato, il mio piacere mi manda cartoline da luoghi ai quali non avrò poi accesso.
Si potrebbe definire un sordido epicureismo a base malinconica, una palafitta di stelle al riparo da un maremoto sporco.
Mi piacciono le labbra deformate contro gli specchi. Le spalle trattenute dalle dita.

La cliente mi chiede delle cose che non conosco. C'è un istante, un brevissimo istante, nel quale la immagino sotto di me, e sento quasi le mie mani entrarle dentro, indagarla, modellare le sue viscere, scoprirla, far sì che mi sveli il come e il perché del suo piacere. Ma non me ne importa nulla. Sono i miei pensieri di uomo. E non li trattengo nella manierata ipocrisia del giorno.

Scrivo e mi appartengo. Soprattutto quando ammetto le mie verità.
Che non sono confutabili, perché mi portano a respirare.
Non sono uno scrittore di base sociale, etica, politica o antropologica. Men che meno religiosa o sofistica.
Mi ferma una mia (quasi) lettrice. Si fa autografare una copia di Frank Ressel. Sorride, mi ispeziona. Io sono in divisa da lavoro. La sua curiosità potrebbe anche eccitarmi. Ha qualcosa di laido nello sguardo. E calza delle scarpe che sono pornografia assoluta.
Penso che andrebbe presa per i capelli da dietro, appoggiata ad una parete, penetrata da dietro, anche con dolcezza, anche con diplomazia, anche con cordiale lubrificazione. Sono pensieri da uomo. Via libera. Maledizione.
Scrivi spesso di sesso... perché?”, mi chiede, con quei suoi occhi di vizio da bivani.
Il sesso mi piace”
Ovvio”, smorfieggia.
Non è così tanto ovvio, guarda”, replico, e intanto mi rendo conto che quelle scarpe a punta sono proprio da set pornografico d'accatto. Ma continuerò a spiegarmi.
Cosa ti spinge a farlo? A parlare di sesso, intendo”, puntualizza trasognata.
Ascolta. Non il cazzo, come potresti pensare. Non prurigini da onanista con i polsi eternamente sudati...”
Lei ridacchia. Maliziosa ma scontata. Moriremo tutti senza scambiarci mai un solo numero di telefono, una mail o quei messenger skype maledetti.
Riprendo: “Sesso e morte, estremamente banale, sono due spinte fortissime in ciò che vivo, penso e scrivo. Sono quasi certo del fatto che porrò io stesso fine ai miei giorni...”
Ooooh!”, interagisce con dislocazione d'affetto. Va bene.
... sì, perché negarlo. Sesso, morte, pulsioni, divieti, rock, il basso, il cinema, Ugo Tognazzi, le Pantere Nere, l'anarchia comportamentale, il comunismo, il Fender Rhodes, toccarsi al buio, godere senza preavviso... queste sono le macchine che mi muovono, non faccio altro che eseguirmi su carta, e soprattutto non mentire”
Ma sei anarchico e comunista insieme?”
Come i wafer nocciola e cacao, convivono e vanno giù anche dopo pesanti cene”
Sei spiritoso. Ma senti un po', ti piacciono proprio tutte le donne? A volte si ha questa sensazione!”. E ride. E non c'è proprio nulla da ridere, Nadia Cassini dell'hinterland.
È esattamente il contrario. Adoro le donne, ma davvero le adoro. E ti confesso che quasi sempre c'è un momento di fiamme, di potenziale deriva dei sensi, anche senza andare per il sottile sull'etica, perché fermarsi è un delitto, in certi ambiti. Ma è proprio questa sensibilità violenta che mi permette di riconoscere le sensazioni che non saranno tali e diventeranno percorsi”
Molto interessante”, zufola, “e quand'è che te ne accorgi?”
Troppo complesso, scusami”, me ne esco. E certo non me ne accorgerò con te, e non continuerò questa conversazione per scoparti duro in uno di questi deprimenti pomeriggi. L'impagabile fatalismo dell'esperienza, ancora non sai cos'è, Tini Cansino del casello nord.
A volte sei un po' estatico”, butta lì, “è come se avessi due anime”.
Mi chiedo perché questa donna perda tanto tempo ad analizzare la produzione letteraria di un pidocchio editoriale. Non sono cassetta, non sono sensazione, la mia bibliografia impressiona il meccanico, l'edicolante e le ragazze coccodè, ma non vorrei impressionare altri. Eppure lei ci perde del tempo, della saliva e persino delle speranze.
Forse pensa che scopo con passione. O che devo essere minimamente ben dotato, se mi ha guardato mani, piedi e naso. Oppure pensa che ho esperienza e riesco a durare dentro senza dover invocare santi slavi per non eiaculare. Non ha molta importanza.
Se mi gira, posso avere svariati rapporti sessuali consenzienti in un giorno e giungere al climax senza liquefarmi. Anche se ho quarant'anni. Ma questo non dovrebbe importare a nessuno, e non è da escludere che il giorno dopo possa darmi alla macchia o alla legione straniera. Sono solo un uomo di caratura pseudoprevedibile.
Senti un po', Annamaria Rizzoli condominiale, verrai poi a piangermi, quando sarà il momento? Ho sempre sognato un po' un funerale alla Bertrand Morane. In fondo sono stato sempre onesto. Quasi sempre.
Ci accomiatiamo. Con garbo. Per me la questione è già chiusa. Lei ha quel formicolio interno che conosco, questo curioso scrittore/impiegato, me lo potrei anche mangiare un paio di sere, io sono una tipa aperta, io vivo e respiro la vita.
Anche io sono aperto. Dentro ci hanno messo zenzero, svariati riff di basso elettrico con e senza tasti, del sugo semplice, una spruzzata di demoni in saldo, della Mitteleuropa irriconoscibile, qualche sputo di Gainsbourg, le istruzioni complete per darmi la morte senza drammi, James Brown solubile, qualche nozione genitale in buon impianto, un belvedere sull'alba, una nostalgia basica della luna, i cappelli dei killer di Melville, le scuse di chi non mi ha più visto, qualche pubblicazione sporadica, io lotto assai poco per pubblicare e non è un alibi da sfigati, tanto dovrei sudarmela comunque, non sono Kennedy Toole.
Ogni giorno mi muoio un po', mi verrebbe da dirle, buona fortuna, ecco.
Toglimi una curiosità”, mi fa, “andresti a letto con la donna di un amico?”
Certamente”. Senza esitazioni.
Lo sapevo, oh, quanto lo sapevo. Sei un vero bastardo”
Mai negato. Ho altre qualità”
Se scoprissi di amare la donna di tuo fratello, te la prenderesti? Rispondi vero sincero, mi raccomando”
Non ho fratelli”. Michela Miti della parocchia.
Se tu lo avessi e capitasse”
Senza alcun dubbio. E cercherei di farla godere di più. Perché mio fratello è un po' troppo pudico, e io sono sconcio e tanto prodigo. Contenta?”
Lo sapevo. Lo sapevo, ne ero certa. Ti apprezzo”
Ti ringrazio”
Non hai limiti”
Ne ho più di quanto credi, io stesso sono un mio limite, e ne pago il dazio”
Il...?”
Ciao, Olga Karlatos di collina; lasciami crepare un po' comodo, suvvia.

Luca De Pasquale, 5 dicembre 2011

L'attenta estensione del brivido


Le nuvole si inseguono, compongono, assemblano, finiscono.
Città, strada notturna, il fumo della sigaretta nel collo, sulla sciarpa.
La ragazza è ferma davanti alla vetrina, stretta in se, trucco leggero, capelli biondi corti, abitudini e nomi che non conosco.
La sua gonna al ginocchio, le calze scure, gli stivaletti, la sua pazienza, le sue conoscenze, le sue delusioni, i suoi incontri, il suo orgoglio. Tutto in lei, ed io che le passo accanto.
Io stasera sono un brano: “High rise" degli Square One.
Ho quel disegno, quella struttura, quelle risonanze. E, come sempre quando sono a zonzo per la città, sono senza storia, senza convergenze, senza doveri, senza idee di ritorno, sono elettricità, staticità evitata, sono solo una circostanza.
Forse sono morto tanti anni fa, sono un fantasma che si aggira per le strade e abbraccia sconosciuti, li capta, li cattura, li turba e poi scompare. È accaduto tante volte. Negli anni, negli ultimi mesi, in questa giornata.
La ragazza bionda con i capelli corti si gira improvvisamente a guardarmi. Sono dietro di lei. Una montagna di malinconie che gioca con fili e lampi.
Ho lo sguardo di un uomo che entra in un motel solo per rifugiarsi dalla tormenta, lo stesso possibile sguardo.
Lei ha un brivido. Un brivido forte e breve che avverto in tutta la sua assurda estensione. Un brivido giusto. Che è lontano da ogni cosa e ogni destino.
Mi guarda intensamente per un istante, poi si racchiude, cerca di allontanarsi.
Irrequietezza.
Se le posassi una mano sulla spalla, tremerebbe, andrebbe lontano e tornerebbe subito. Questo è il mio potere e la mia perdizione.
I baci che darà al suo uomo saranno inutili per un paio di giorni.
Sarò già assente quando si accorgerà della mia mancanza. Sarà semplice.

Odore di castagne. Decorazioni natalizie azzurre. Tutti i brividi che mi porto dentro. Molto oltre il sesso. Molto oltre discese e risalite. Molto oltre complimenti e inimicizie. Essenza di silenzio, gentilezza, altre mete, altre consuetudini.
In vetrina piccole automobili della polizia e dei carabinieri. Un orsacchiotto enorme con un'espressione triste. Cimiteri a risparmio energetico che mi ronzano nelle orecchie, barche fallate che circoscrivono il cuore ad un racconto in bianco e nero.
Tutte le nostre zattere imbarcano acqua e implorano febbri bianche, pulite, nuove, feritoie e mortai, non mi piace prendermi cura di me.
Il ragazzo della pizzeria mi incrocia, “buonasera dottore”.
“Buonasera”, ragazzo che mi chiami dottore.
Sigaretta. Chiavi in tasca. Banconote arrotolate, stropicciate, poche. Tonnellate di risvegli che falliscono in barba alle educate speranze di chi mi conosce.

L'uomo con il cappotto verde e il panettone. Baffi bianchi. Ci guardiamo. Come se ci fossimo già conosciuti. Lui, curiosità. Io, vecchi mondi senza nome.
Riprendo a fumare. Lui si gira, io svolto l'angolo e non esisto più.
Troppi impulsi per sentirmi a posto.
Troppa roba da gestire. Sarebbe troppa per chiunque mi somigli.
L'uomo che oggi mi ha chiesto del reparto giocattoli, lui potrebbe essere l'amante di una donna che ho amato. Teneva il figlio per mano, ho provato un senso di gratitudine perché ho pensato che potrebbe prendersi cura di chi ho amato. Ho scacciato l'idea e sono scomparso di nuovo.
A volte sono in balia di tutto quel che riesco a riconoscere.
Sono finito tantissime volte, molte più di quelle dichiarate. Le spiegazioni mi annoiano profondamente. Le teorie sono la mia nemesi.
Queste strade invernali. Quanto ho messo radici in questo delirio di rimandi e impossibilità. Quanto, e chissà fino a dove.

Sono un borghese.
Sono solo un borghese. Lo sono sempre stato. Sono nato in un quartiere pulito, educato, composto e ipocrita.
Nel corso del tempo ho capito quanto ero fuori luogo e senza destino, almeno lì.
Parlo un fluente italiano: cascami di abitudini. Impossibile connotarsi.
Tante cose non mi colpiscono, non mi interessano, non incidono. Non mi marchiano e, soprattutto, non fanno male come dovrebbero.
Disinteresse anche per passioni civili. Un'indifferenza da parte di un uomo sensibile è una ferita che distanzia. Lo so bene.
Rissa tra ragazzini al centro della strada.
Non mi riguarda, finirà senza danni. Sto seguendo una coppia di mezza età che discute di regali. Mi sembra di conoscerli. Potrei dimenticarli. Potrei aggredirli. Potrei sedurne la figlia, che cammina a lato, con le gambe dritte ed eccitanti. Potrei entrare in casa loro e profanarne tutta la buona volontà, con la mia indifferenza occasionale e spietata. Come tutto ciò che passa e non torna.

“High rise” di Square One; cammino, vedo le mie polacchine muoversi sulle foglie cadute, il mio corpo segue, senza destino che non sia il richiamo di chi intravedo e riconosco.
Un inverno millenario mi spinge ad annusare le persone e ricordare loro che non ci sono sempre, che sono occasionale e tarato su spazi senza nome.
Il grande potere, la grande perdizione.
Ritrovo anche la ragazza bionda con i capelli corti, ma già non sono più un brivido, ho incamerato altro, non inseguo mai a lungo, non mi soffermo oltre la gittata del brivido, il resto è codificato, è giusto, educato, prospettabile, sostanzialmente già riempito dai contorni.
Qualche strada più avanti e più lontana, un uomo vestito di grigio pensa che non ha voglia di vivere questo Natale. Che vorrebbe morire, che non lo farà mai per i tre figli e per la moglie che ha da poco superato una difficile fase di depressione.
Io lo avverto da qui, che quell'uomo è infelice; e andrò a stanarlo, come faccio sempre, andrò a farmi riconoscere, andrò a farmi fraintendere e incrociare.
La ragazza bionda con i capelli corti mi guarda. È certamente impegnata, ma penso potrebbe avere voglia di me, per capriccio senza logica, per assonanza, per adunata di brividi in fili di perle, e perché non ho un'età qualificabile ai primi sguardi.
La sera è nera di un temporale che si stiracchierà tutta la settimana; cerco di ordinare e avvertire pensieri e sensazioni, penso che non ho nessuna intenzione di diventare vecchio.
Penso che finirà tutto prima e comincerà qualcosa che non mi è chiaro, penso infine che in gioielleria i brividi non si vendono e che sono talmente radicato in questo inverno da sorprendermi solo qualche volta.

Luca De Pasquale, 5 dicembre 2011