31/12/10

Merry crisis, happy new fear


Non so quante volte oggi ho ascoltato "Buon anno". Ho stretto molte mani. Il baciaguancia. Solidità. Solidarietà. Solubilità mista a comprensione.
Per tutta la giornata ho provato poco o niente, per tutto quello che mi circondava. Non so quante sigarette ho fumato. Certamente più di un pacchetto, senza rimpianti. Noia, attendismo.
Subito dopo un pasto davvero misero, nel primo pomeriggio, mi è rientrata in testa "Punk Jazz" di Jaco Pastorius. Non se n'è più andata. E' un brano che amo da anni, senza mai segnali di cedimento. Le fasi caotiche sono seguite da altre lente e cadenzate che sembrano cadere ad hoc per descrivere certe combattive indolenze.
"Punk Jazz" ha acceso cervello e memoria, il filo che mi ha mosso, lo slang che ritorna, la marea dei suoni e dei linguaggi familiari, Jaco, il mio adorato Jaco.
Mi sono ricordato di quando mi tremavano le mani da ragazzo, quando leggevo: "Jaco Pastorius: electric fretless bass". 
Con questa nostalgia ho accolto una richiesta di cambio prodotto da parte di una ragazza, che voleva restituire un cd di Ligabue (e bene ha fatto) per un libro, "The Secret", di tale Susan Nonsoche. Ma certo che lo puoi cambiare. Ho tergiversato molto sul libro, perché volevo guardarla per bene, volevo sentire il desiderio per lei arrivarmi nel palato, sulla lingua, dietro la schiena e -infine- nei pantaloni. Il desiderio è arrivato, completo, aggressivo, sfacciato. Lo ha capito. Mi fissava mentre fingevo di interessarmi al libro, che nel frattempo mi aveva portato in visione.
Mi sono chiesto se le mie labbra le sembrassero abbastanza corpose da poter risucchiare e contenere le sue, e se le mie mani abbastanza lunghe da percorrerla, istigarla al momento, inchiodarla ad un istante di serio confronto con l'infinito.
Non sono riuscito a conoscere le generalità, niente tessera, niente prenotazioni, niente. Sono stato sciocco, gli espedienti in genere non mi mancano affatto. La volevo. Per bene, in tutto e fino a dentro.
Perché dovrei simulare l'ennesima giornata di profondità esistenziali, bilanci ambulanti, illuminazioni a scadenza anno, rimpianti senza casa e senza famiglia? Oggi pomeriggio mi sono semplicemente ricordato di Jaco e poi ho provato un desiderio violento, annichilente, uno di quei desideri con tanta saliva da affogare il fiele, senza rabbia e a cuore antiscivolo. Quel taglio alla garçon, quella malizia misurata, e il mio corpo a soppesare un volo, un aggancio, un boccale di nuova morte.
Perché quest'anno sono morto tante volte, a gennaio, in primavera, in estate ho conosciuto l'insonnia come compagna, l'autunno è stato triste e rabbioso, l'inverno mi ha rotto le mani. La fine di un anno è anche il termine ultimo per smantellare le illusioni, per smontare l'imbastitura sulla quale ho edificato il mio mercatino dell'usato, arterie incluse.
Non mi importa un granché di messaggi graziosi e sibillini, ne ricevo tanti, Luca per te ci sono e chissà che un giorno, Luca mi piace come sei dentro (giusto perché non lo sai, n.d.s.), Luca ma che bella la tua sofferenza. Non è bella, è il grembiulino in dotazione per le scuole elementari della vita. Ma io faccio spesso salti, e chissà che non mi ritrovi, di qui a poco, in giacca a cravatta a vergognarmi di tutto il tempo calpestato in trapestii cupi, segaligni, stancanti.
In cerca dell'amore si è ridicoli, alquanto, in cerca di strade si è liberi, spesso.
La ragazza si è allontanata. Il suo ultimo sguardo, un po' pigro ma anche sporco, ha falcidiato ogni istanza di controllo, tra testa, cuore e genitali. L'ho seguita, ho mandato affanculo altri clienti, perché in presenza di eventi importanti io so scegliere sempre.
Uno che ama tanto il basso saprà come toccarti, pensavo mentre zigzagavo tra perdigiorno e aruspici casual. Le svisate, il metodo, il ritmo, il lavoro oscuro nell'ombra, io prenderò il tuo corpo e sarà un incontro di cere calde, minuti sciolti, con qualche zaffata di disperazione che male non fa.
Non mi contento mai del piacere, in genere finché la mia lingua non si è assuefatta al sapore della mia donna, il sapore reale, il settimo o l'ottavo della gamma. E così l'ho seguita, volevo provocarle una scossa, volevo costringerla a toccarsi per me, stasera, magari con il suo orso Yoghi nell'altra stanza. Banalissime sfumature di possesso improvviso. 
Sulle scale mobili l'ho quasi persa, perché è apparso il coglione tipico, quello che ti chiede se è uscito qualche bel disco il 31 dicembre. Muori, profeta.
Salendo veloce, affrontando la sciatica, ho pensato che sono un tipo regolare, non penso di offrire elefantiache dimensioni e disciplina olimpica da materasso, ma sono consapevole di offrire tutto quello che ho perso negli anni, tutte le voglie e le cadute, offro la mia mancanza cronica e voluta di una famiglia, di una casa, di una quiete che si trasformi in felpine da aperitivo e sorrisetti maestri.
Offro me stesso e, certo, anche il mio cazzo. Mi piace pensare che nel momento in cui sono di una donna è come se fossi tornato intatto, come una porcellana, una bomboniera da comunione.
Io sono solo tuo, lui è solo tuo. E se gli anni mi fotteranno, beh, almeno ti avrò amato un po'.

Tornando a casa, "Punk Jazz" era sempre lì, a tenermi compagnia. Anche nelle altre versioni e nei rifacimenti, come quello di Tetsuo Sakurai.
La ragazza. La incontrerò di nuovo? Non so. Non sono romantico fino a questo punto, ma certamente ci penserò. Sarà un brivido, una doccia calda con i muscoli in trazione, sarà una sveltina dissennata, quelle che mi piacciono di più.
Scrivo con la testa di un bassista, amo con la libertà di un folle. A volte provo della simpatia per me stesso, blanda ma lentamente rassicurante. Scrivo questa nota da poche lire, senza morbosità nonostante l'interessantissimo argomento, parolibera e senza pretese, sinceramente sconcia e senza secondi o terzi significati (del resto sono molto più preso, e mi si creda in parola, dal settimo o dall'ottavo sapore di una femmina), scrivo a chiusura di un anno di comparse, sorprese, visite, ricusazioni, equivoci pilotati, smanie e fuochi, micosi e meiosi, bassi slappati e placche in gola, erezioni confessate e desideri di preghiera mai esauditi, un anno in cui il bene sommesso ha vinto sulla foga e poi mi sono rivelato un porco nei momenti più inopportuni, un anno senza brindisi, senza colleghe da scopare, senza simpatie a gettone, un anno in cui ho capito che si può scrivere con la testa di un bassista, senza rimandare a modelli letterari da foto acquosa in copertina, senza cannibalismi di comodo.
Mi sono piaciute parecchie donne. Non accadeva da anni. Mi sento vivificato.
Le eterne promesse non possono continuare senza perdite, però. L'entusiasmo che pure ho avuto è diventato qualche volta una ripicca condominiale mal gestita. Non sono neanche una dama di carità, dunque confermo la mia storpia natura, non mi basta andare d'accordo con una donna e stimarla per amarla, deve anche prendermi il corpo, le ore, il sonno, il cazzo, le ombre.
Sarò anche un sognatore, ma non sono un eunuco e non intendo fare penitenza da solo. Giochi di mano, mano singola, giochi villani e tristi. Dunque cerco compagnie e i sogni li lascio alla notte.
Perché amare è splendido, ma io faccio parte di quella schiera -larga non so, stretta non vorrei- che quando ama è quasi inguardabile, per quanta passione ci infila.
La giusta misura. La giusta dose. Il giusto "tiro", come si dice gergalmente.

Libertà. E buon anno. Libertà, se è un buon anno non so, ma libertà.
Punk Jazz, settimi e ottavi sapori, Jaco, "The Secret", leggimelo mentre ti cannibalizzo, e non per letteratura, tesoro.
Merry Crisis and Happy New Fear.

Luca De Pasquale

28/12/10

La porta socchiusa

E così, in pochi giorni, ho inviato il mio sostituto a due appuntamenti.
Uno galante, l'altro di lavoro. Uguale a me, fumatore uguale, “sweet talker” all'occasione, solo con un fare meno definitivo, risoluto.
Mando lui avanti, così evito tutte le rotture di coglioni. Lui si accolla tutte le spiegazioni faticose. No, non mi piace la quotidianità. Non mi piace dar di conto. Non amo le persone sospettose: mi seccano, sono lacrimevoli in modo aggressivo.
Non tollero la sola costrizione mentale di vedere una qualsivoglia persona tre giorni di seguito. Non ho padroni. Non ho muse ispiratrici. Non sono più il sognatore che tutti credevano. Di sogni ne ho le palle piene. Scopami e stai zitta. Non chiedetemi programmi. Devo avere sempre una porta aperta. Su tutto. Suicidio incluso, ma è solo per essere più sereno. Devo sapere che posso andarmene, in qualsiasi momento, anche con la modalità poco educata, svanire. Spiegazioni al grado zero. Non mi andava e me ne sono andato.
Banale.
Se alla tua festa mi sento a disagio, io me ne vado. Non mi fermo nel vuoto con un bicchiere di vino e una sigaretta. Prendo e me ne vado. Questo sono io.
Se le tue carezze non mi fanno effetto, posso ricambiare, un po' di grazia, cazzo, ma è scontato che me ne vada. Senza rancore. Auguri e figli maschi. C'è gente che cerca amore tutta la vita e poi crepa. Non è affatto divertente.
Quanti caffè dobbiamo ingurgitare per capire chi sì e chi no? Quante promesse dobbiamo ritrovare morte al mattino, come meduse sporche?
Mando dunque avanti il sostituto, perché è un coglione romantico e può anche essere garbato.
Mi scusi”; “Oh, non volevo....”; “Mi dispiace, sai”: lui l'ha studiata, la pappardella. Io invece sono diventato selvatico, più di prima, e appare come un cammino irreversibile.

Vado alla stazione centrale. Entro nella sala d'attesa.
Puzza di piedi, di cibo e di fiati pesti. Puzza d'insonnia. Gente senza addii carini da spendere. Questa sensazione mi appesta e mi fa sentire vivo. Non conosco questi tizi, il senegalese, il contadino, il cafone allegrotto e il povero travet, me li studio.
Per dove, il vostro biglietto? Avete la faccia di lavandini che non scorrono e di mogli che non godono. Avete la faccia di un addio permanente. Facciamo il gioco degli addii che si salutano tra di loro?
Avete mai preso la vostra compagna contro una porta a vetri? Avete mai visto l'effetto che fa quando si appanna, e il mezzo riflesso veritiero della sua espressione? Bene. Non vi siete persi niente. E' solo un modo per sentirsi allegri, che so, un paio d'ore. Ma qui siamo tra addii e io non parlo più. Vi guardo e prendo calore.

Dopo un raffreddore, espurghi tutta la merda che ti intasava l'anima. Sangue, ostruzioni, mucose calde e morte. Ti si schiarisce la voce e ridiventi uno stronzo presentabile. La tua voce è chiara al telefono, e dice sciocchezze. Sei ripartito, c'è ilo sole, hai però voglia di una rapina, di mettere due dita in gola ai doveri e vomitare i mostri, i magnifici mostri dei tuoi risvegli.

Ciao”, fa il collega, e mi tocca il braccio. Familiarità.
Me lo tengo, il gesto. Non sento niente. E' come se mi fosse caduto un pezzo di pesce surgelato addosso.
Non c'è calore, bambino. Il tuo braccio/manovella non è famiglia. E' sopravvivenza.

Inchiodo Michela al muro. Ho freddo, brividi da termometro, ma abbiamo riscaldato la camera. Sento la sua lingua sopraffare la concezione del tempo. Il tempo di oggi. Senza amore non c'è feuilleton. Questo lo so da molti anni. Non sono innamorato. E neanche lei. E' tempo che si abbraccia. Che dimentica la febbre in qualche negozio di bomboniere.

Mi raccontano di cenette fuori. Di strane pietanze. Non riesco a immaginarmeli, certi piatti. Io credo che la pietanza più pregiata e innovativa sia il tempo morto, il tempo che muore sepolto dalle cose vere. E non accade quasi mai.

La maggior parte delle persone che conosco si tiene occupata. Punto.
Pensando al lavoro anche dopo. Uscendo. Cucinando. Fumando. Fottendo. Spiegandosi perché si fotte e poi si piange. E viceversa.
E come sono carini quando fanno i rinnovati. Come sono teneri e visibili.
È merito di Marianna, è lei che mi ha cambiato”
Ma davvero?
Con Truciolino ho trovato finalmente la mia stabilità”
Sicuro. Aspetta che prenda fuoco per una novità e vedrai. Aspetta rendendoti utile, ti sembrerà ancora più ingiusto soffrire, forse risulterai poetico al punto giusto.
Ho imparato a scartavetrare le porte diroccate. Ho pagato cinquecento euro. Un corso bellissimo”
Aspetta, che ora dirocco una porta e ti metto alla prova. Quanti giorni hai superato, amore mio? Nove? Dodici? Un mese?
Un giornalista famoso mi ha detto che sono bravo”
Bene. Ora sei eterno. Il giornalista famoso allunga la vita.

La sigaretta sa di inverno crudele, di gola arsa. La sera è scesa da tutti e quattro gli angoli del mondo. Su di me. Sui passanti. Sulla musica che ascolto.
La notte è l'unica porzione di verità rimasta in vita, in questo rifugio. Bisogna scegliersele, le persone della notte. Nascondo miriadi di ombre nella schiena, negli occhi. Ogni ombra ha un nome femminile. Alcune sono diventate dee, altre sono streghe laccate, ferite, cincischianti. Ogni volta che visito un luogo ne lascio qualcuna a terra. La disconosco e poi la uccido.
Il custode imperfetto: troppe ombre mi scappano e il paradiso è solo un locale ben attrezzato che pratica una solerte quanto inutile selezione all'ingresso.
Di notte, il male viene a cercarti. E quando ti trova solo, ti seduce. Ti interroga, abile e manipolatore, ti spiega quante vendette, quali rivincite, che tipo di assenze praticare. È un male attraente, perché si vede che il suo ruolo nasce da una ferita antica, da un rifiuto, un'illusione. Un male che cerca soldati, adepti ed esecutori. E tu non dovresti mai farti trovare da solo. Bisogna scegliersi le persone della notte, gli angeli a cottimo.

Quando suona il telefono, il mio disegno di respiri è prigioniero in una ragnatela di freddo, intercettato e lasciato sotto i riflettori. Non mi sento al sicuro.
È Michela. Ha la voce curiosa, allegra.
Che fai?”
Scrivo”
Disturbo?”
No”
Bugia.
Che mi racconti?”
Mi ammutolisco. Se solo potessi parlare. Se solo potessi non mentire. Ma secondo te le preghiere cadono al suolo? Ogni tanto bisognerebbe appartenere a qualcuno. Credi che io sia spirituale, Michela? E se sì, che cazzo te ne frega, poi?
Lo sai che il contrabbasso è uno strumento spirituale?
Lo sai che mi danno dell'arido, del nichilista? E un po' il gioco dell'oca.
La pioggia all'alba, secondo me, ti porta il pianto e le domande di qualcuno. Lo pensavo anche da bambino.
Lo sai che più sono stanco di vivere più vado avanti? Sembra interessante, lo ammetto.
Ho scartato una donna, non sei tu, per problemi caratteriali. Ma mi piaceva, mi piace ancora, e per lei cambio spesso idea. Senza dire e dirle una sola parola.
Se la religione avesse un senso, Michela, in chiesa si dovrebbe anche vomitare; dopo il vomito si sorride sempre un po'.
Alcune cose proprio non le ho digerite. Tu non c'entri niente. Era prima di te, prima di lei, forse anche prima di me.
Sai che c'è una tipa che mi appella “il mio magma nero”? Non so se è un vezzeggiativo, io mantengo la stessa altezza, gli stessi silenzi, le stesse erezioni e i miliardi di fughe da escogitare. Non mi ha conquistato, con questa definizione.
Michela, dicono che mi devo innamorare. Mi tartassano, con questa roba ben organizzata e che non fa una grinza, se ben esposta.
Sai Michela, nessuno può definirsi mio amico o “mia persona” se non capisce e accetta che desidero quella porta sempre socchiusa.
Come?
Vuoi sapere su “cosa affaccia” la porta?
Ti servo subito.
Musica. Nuove fratellanze. Lotte. Abbracci. La fine. L'acqua che scorre. I lampi di notte. Finalmente la febbre senza infermiere. I lacci della notte, le altalene. I rifiuti e le conversioni accettabili, quelle laiche, quelle che sono voglia di vita e non di assoluzione.

Luca De Pasquale


19/12/10

La sindrome di Melville


Sono fuori al cinema quando la coppia cinquantenne esce, tenendosi per mano. Sorridono entrambi. Intercetto e comprendo la loro enorme confidenza, la complicità e la storia allacciata ai tanti giorni finiti. Senza voler insegnare niente a nessuno. Non so bene se davvero durerà per sempre tra queste due persone, so solo che io sono minuscolo con la mia piccola brace accesa, per un attimo distratto dai serpenti da schiacciare e dalle buche da evitare. E fa freddo. Fa tanto freddo, non solo per me.

Alle 6e45 del mattino sono già per strada.
Una luce fredda e laconica non annuncia che un susseguirsi di ore frenetiche; sarò già andato via. Cerco dei bar aperti. Cerco le panetterie, le edicole, le anziane signore alle fermate degli autobus, già oberate di buste. Camminando con le mani in tasca penso a quanto sono scortese e distante, e a quanto questo -in fondo- non mi piaccia affatto. La volevo, la mia mattinata à la Jean-Pierre Melville, come un uomo appena scarcerato, come Corey. Gli uomini di Melville parlavano poco e scappavano male, con l'oscuro bisogno di essere falciati. Da anni vivo la stessa sindrome, muovermi all'alba, compiere azioni senza rimorso e poi sperare in una giustizia che riguardi, impietosamente, anche me.
"Cosa vuole?"
"Ucciderti"
Ecco. La sindrome di Melville.

Mi fermo in un angolo senza vento. Telefono a mia madre. Invento delle belle notizie, so che ne ha bisogno. Belle notizie che provengono da me. Si accorge che sto fumando mentre parlo al telefono. C'è la ramanzina. Me la tengo, ho gli occhi bassi sulle scarpe delle donne. Mi esce il fumo dalla bocca e ricordo le parole di una persona che ho perso: "Tu scappi prima di tutto da te stesso". Il tutto seguito da un sorriso arreso, umano, sedimentato ora nel tempo.
Chiudo la comunicazione con mia madre. I guanti puzzano di fumo, da morire.
Una donna mi chiede di accendere. Le porgo l'accendino e guardo alla mia destra, dopo aver scoperto che il suo sguardo mi imbarazza. 
Un uomo passa veloce, con un violino nel fodero. Ho già voglia di un'altra sigaretta. E certamente cambierò numero di telefono.

Verso S. Martino incrocio una mezza baldracca che urla al cellulare. Sta parlando, si fa per dire, con un uomo e lo insulta. Gli attribuisce la qualifica di "mezzo uomo" e lascia intendere -senza troppi giri di parole- che non sia in grado di far venire una donna come lei.
"Tu ti tieni quella cessa", urla il mostro, "te la chiavi le domeniche pomericcio, quanto non vieni da me".
Un incubo. Mi allontano. Detesto la gelosia. Detesto le allusioni. Le persone non sanno accettare che nessuno è di nessuno, ed è giusto così. L'ignoranza condisce questo concetto di volgarità. Sono già al belvedere, lì non riesco ad accendermi le sigarette, ma penso bene. E poi mi sento rinnovato, quella decina di minuti utili.

Assisto all'incontro di due innamorati, sotto il palazzo di lei. Io continuo a fumare e prendo appunti, come se dovessi misurare il quartiere. In realtà origlio e li studio. Lei è piccola e bionda, un po' il mio tipo. Sento fortissima la possibilità di strappare questa donna a quel tipo. Ho tanta passione chiusa nello stomaco da poter cornificare mezza città, ho la disperazione che serve in questo tipo di situazioni. Poi mi scartano, ma come elemento di rottura vinco sempre e non me ne stupisco.
Quasi mi vien voglia di avvicinarmi alla ragazza. Voglio sentire il suo fiato caldo. Voglio capire come potrei abbracciarla a doppio. Voglio stare nel suo letto e scappare alle cinque e un quarto del mattino. Voglio inocularle il dubbio dell'amore, senza crudeltà, voglio essere la sua novità.
Non voglio fare come quell'amico che, quando conosce una donna, pensa solo a come fare per apparire efficiente ed efficace nell'intimo. Il sesso non è un match di pelota, dove aspettare il rimbalzo. Il sesso non dovrebbe avere crismi e comportamenti giusti. Il sesso dovrebbe essere libertà, non ansia. Io lo vivo come testamento, e mi piacerebbe che questa biondina mi facesse entrare in casa sua e nei suoi sogni.

I due ora litigano. Questioni di appuntamenti, di uscite con altri, eccetera. Io fingo di leggere sms, in realtà sto cancellando numeri dalla rubrica. 
Tutte donne. La maggior parte, clienti o amiche di amiche o ex di ex amici.
Tutte registrate con nomi fittizi, che solo io posso riconoscere: "Grex Grecis", "Linea Bassa", "Bialetti 1979", "Assia Cadra", "De Gregori LP", "Portamine AJX". Una l'ho addirittura battezzata "Insonnia". Elimina numero, che tanto quando mi vede mi trapassa. E non abbiamo mai parlato, parlato davvero, parlato a due. Quanto l'ho desiderato, che venisse a cercarmi, che mi dicesse "sai, ci ho pensato". Non l'ha fatto, ed eccomi qui, a balenare conquiste.

Al supermercato. Penso un attimo al mio lavoro, poi decido di fottermene. Il talento tatuato in fronte, tanto valeva che me lo marchiassero sulle chiappe. Non è colpa loro, non è colpa mia. Penso ad altro. Penso che andrò a vivere a Perugia. E avrò molte donne, se continuo su questa china innaturale. In fondo, mi interessa solo scrivere, vivere, la musica e conoscere donne. In fondo sono un epicureo malinconico. Penso a queste idiozie mentre mi viene incontro una signora maliziosa che mi sorride. Ricambio con una smorfia slabbrata di complicità. Mi giro. E capisco che vorrei solo il suo culo viola, le sue gambe un po' gonfie, e vorrei vederla ansimare mentre penso ad altro. Questo tipo di passatempi mal si sposa con le esigenze di infinito che vado blaterando. Passo oltre. Che mi serviva? Non scrivo mai la nota della spesa, cazzo. E sono solo quando la faccio, spesso.

Torno a casa. Forse Insonnia non la dovevo cancellare. Certo me ne pentirò, ma come potevo tenerla? Non mi ha mai fatto sentire importante, mai più di cinque minuti alla volta. Sono molto femminile in questo, ho bisogno di attenzioni, ho bisogno di sentirmi voluto. Poteva farmi fesso e contento, invece ha preferito altre certezze, di certo ragguardevoli. Ci mancherebbe.
Avrei scritto solo per lei, se lo avesse voluto. Non avrei distribuito il mio cazzo in giro. Lo giuro.
Poi suona quel telefono di merda. E' un cliente. Uno che non l'ha mai vista, la fonte del ritmo.
"Ciao Luca, ciao"
"Dimmi"
"Sono Michele"
"Dimmi"
"Senti, tu che sei un'autorità in fatto di bassisti... dunque, ricordi quel bassista che suonava quel basso a sette corde in quella modalità fusion latina... ecco..."
"Melvin Lee Davis"
"BRAVO! Ecco, mi domandavo...."
Scaracchio a terra tabacco e liquirizia, penso che Michele non ha mai provato cosa significa essere un uomo, lui e le sue manie musicali. Penso che se avrà mai la grazia di sostenere un coito, se ne verrà come un matto dopo dieci secondi e non bisserà mai; perché ha le manie che lo bloccano e lo ridicolizzano, lui e le sue sciocche collezioni di conoscenza.
Mentre parla, penso anche che non voglio più stare con due donne nello stesso periodo. Una volta l'ho fatto, e trovo che sia putrido; non eticamente o moralmente e neanche fisicamente, è solo sciocco e improduttivo.

Devo trattenermi dal dire ad un'amica che dovrebbe venire da me. Intorno a mezzanotte, carina e con un bel sorriso. Dovremmo dimenticarci un po', finalmente concederci, scoprirci. Penso che andrà avanti all'infinito, questo piacerci e sfiorarci senza progetto. Lei mi piace e dunque non farò altro che il bravo collaudatore di pensieri positivi.

Stanotte mi sono alzato alle quattro. Ho mangiato dei biscotti, fumato una sigaretta e scritto appunti per il romanzo. Poi mi sono riaddormentato. C'era il silenzio che piace a me. La città mi assomigliava. Mi sono ricordato di una promessa fatta e mi sono sentito uno schifo. Io la mia memoria proprio non la sopporto.

Da bambino ero innamorato di una certa Domenica. Passavamo ore sulla spiaggia, ad Ascea Marina, mano nella mano, e aspettavamo il tramonto insieme. Avevo tante idee per la mia vita. Pensavo a una vita semplice, di passioni, fedeltà e rischi. Pensavo che Domenica sarebbe diventata mia moglie e che non avremmo mai litigato. Pensavo che sarebbe piaciuta a mio padre, che ha sempre valutato le mie donne in base alla gentilezza e alla raffinatezza.
Le stringevo forte la mano quando il sole tramontava, e mi dicevo "quando sarai uno scrittore, lei sarà fiera di te. E vostro figlio sarà uno scrittore più bravo di te"
Poi, una mattina di fine agosto, scoprii che Domenica era partita con la famiglia. Erano calabresi. Non l'avrei mai più rivista. Ci rimasi malissimo. Non sopporto che le persone scompaiano dalla mia vista senza avvertire, so bene il perché di questo, ecco perché precorro i tempi. Domenica non l'ho mai dimenticata, lo avrei certamente fatto se avesse annunciato il suo addio. Con qualche sbaglio, per esempio.

Si chiude questa giornata invernale. Non ho voglia di suonare, anche se il basso troneggia nell'angolo meno illuminato della stanza. Ho voglia di vedere qualcuno ridere. Qualcuno che non ricordo di aver conosciuto prima, o quantomeno qualcuno che ho conosciuto male.
Un ultimo pensiero per Domenica, chissà com'è, che fa, chissà se si ricorda di me. Il risultato di tanti anni distante è una distanza conosciuta come "la sindrome di Melville", qualcosa che non si misura e che si appianerà in pochi giorni, all'improvviso, poco prima della fuga della lepre attraverso i campi.

LdP, 19/12/2010

10/12/10

Appunti della sera


Il freddo è una scala di valori; il freddo è una cima di grandi sonni a precipizio sulla vita.
Dal letto, grazie all'angolazione della finestra, osservo gli aerei prima dell'atterraggio.
Passanti frettolosi rientrano a casa. Natale, la smania delle feste, smania e tradizione, raffreddori, incontri fortunati, vaccini, sacrifici, agonie e festoni.
Solo la bocca è calda, caldissima, brucia il fiato e una minuscola propaggine d'ansia: non accendo la luce. 
Ricordo la prima volta che provai un basso fretless in un negozio di strumenti, Miletti; il suono lo sentii nello stomaco e nella testa, forte e pastoso come un ricordo, una promessa. Una sensazione decuplicata la provai approcciando un contrabbasso. In quel caso ogni rintocco, ogni dilettantesca cavata, era una diretta espansione della pancia.
Ricordo anche quel che pensai quando vidi, stampato, il mio primo libro. Non sentii alcuna ebbrezza gonfiarmi il petto, pensai semplicemente che si trattava di un libro e che non mi rappresentava più di tanto. Ero già oltre, avevo già dimenticato molto del detto e dello scritto. Può darsi che le cose compiute evochino in me poco, e le incompiute autentici universi.
Quel che si compie, muore. Non chiedo che di essere smentito. Non chiedo altro.

Nel cassetto ritrovo la scrittura di mio padre. Precisa, cadenzata, quasi infantile. La mia è uno svolazzo decadente, satura d'inchiostro, sporca e angolata. Una grafia di arrampicate senza preavviso e cadute. 

Il letto è una ninfea di umidità colorata, non mi chiama, non mi accoglie. Il letto è una perdita di tempo. Il letto è la soglia omertosa dei miei tentativi. Ho le mani gelate e la bocca in fiamme. 
In una foto dell'epoca, mio nonno Giuseppe, vestito da bersagliere, sorrideva fiero. Dietro aveva scritto all'amata moglie: "Ancora vigorose le membra, il mio pensiero va a te. Tuo, Geppino".
Guardo la foto per qualche minuto, con la sigaretta spenta tra le labbra. Vigorose le membra. Fantastico. 

Mi guardo allo specchio. Per vedere l'effetto che fa. Ho un'aria torva e vagamente gonfia. Non si evince affatto che il corpo è percorso da lastre di ghiaccio e occasionali vampate di calore. La barba non mi dona. Non ho la barba da animatore. Non ho la barba da barman figo. Non ho la barba esornativa, ho la barba disordinata. Come i pensieri.

Ogni tanto qualcuno viene da me e mi presenta la sua felicità da rabdomante.
In genere si tratta di un lavoro nuovo, un nuovo partner, un investimento riuscito. Io sono sempre misurato nelle mie reazioni, partecipo con garbo, piantato per terra con un uragano nel baricentro a dettare legge. Quello che mi dico sempre nel mezzo di queste rivelazioni è: "Di quanto vento avrò bisogno? Di quanta tempesta sarò mendicante a un certo punto?"

I guai sono le strategie migliori per i cambiamenti. Sei costretto a mettere rimedio, a porti con le spalle al muro, senza alibi e farfugliamenti che ti possano rallentare.
Devi svegliarti con il disastro che ristagna nelle tue innocue abitudini del mattino, devi essere uomo vero dalle prime ore dell'alba. Nonostante il freddo, per esempio.

E' uno spettacolo strano, osservare qualcuno che hai amato e ti ha riamato in una nuova avventura, alle prese con nuove verità. Ti fa crescere. Ti rendi conto che le nostre vite non sono statue immote. Che ci si adegua a tutto. Che la malinconia non potrà mai impedirti i prossimi respiri. Che i ricordi sono ricatti con le ali, sostanzialmente pacifici ma dannosi nei cieli che vorrebbero essere ancora popolati di sogni.

Stanotte ho fatto un sogno molto sgradevole. Dei capelli rossi mi afferravano le mascelle, come un morso sui morsi, qualcosa di violento ed improvviso. Mi giravo per comprendere l'agguato, ed ecco che attorno a quei capelli c'era una bambola dal volto orrendo, incattivito, volgare.
Alle due e qualcosa della notte ho realizzato che si trattava di un incubo. Ho acceso una sigaretta e ho pensato al prossimo disco raro da comprare. Con la scusa che resterà a mio figlio. Questo figlio che voglio e ripudio a seconda dei momenti dell'amore, perché sono un uomo e gli uomini sono piuttosto sciocchi.

Gli anziani che camminano sotto la pioggia mi intristiscono, mi fanno sentire impotente.
Vorrei scendere di casa e dire, invasato: "Usami. Usami, cazzo, usami come gamba. Fammi consumare un po'".

Poi succede che mi metto a ballare, solo in casa, su un pezzo che nella vita quotidiana cestinerei all'istante. Un biscotto, un caffè, euforia del cazzo, ritmo e cere perse.
Poi ritorno in me e riacquisto quel cipiglio ombroso che altri possessori spacciano per carisma.

La grande notizia è che stasera non mi andrebbe di fare sesso. Lo dico con una certa sicumera, sarà che non mi sento un granché e che la posizione dello scarafaggio sotto i quaranta non è permessa. 

Ricevo una telefonata femminile. Imposto la voce, come da prassi. La lazione mentale di un guitto da pianobar, chiaramente un fallito.
Sono lezioso, profondo come l'insonnia di un canarino, sono un Don Bairo andato a male che parla di scacchi esistenziali e di libri. Questo il mio fascino, parole al riparo dai ripari. 
Il sesso no, però. Il sesso dovrebbe essere un dono, poco prima di diventare ridicolo.

LdP

Dolce festivo con canditi, dinamite e freddo

Capitato per caso nel flusso di studenti che protestano contro la Gelmini, mi interrogo seriamente su quale e quanta sia la mia partecipazione civile nel vivere quotidiano.
Innanzitutto, sono vecchio tra di loro. Vecchio e deluso. Loro non hanno rughe. E io continuo a guardare le persone come fossero degli addii.
Sono brutto, tra di loro. Con la barba irregolare, le occhiaie e il giubbotto blu dell'anno scorso, con il pullover blu sdrucito e nippoloso, perché io le cose griffate proprio non le sopporto. Voglio vestire anonimo e non chiedo altro.
E se posso, mi imbruttisco. Faccio parte di quelle schiere che diventano timide e vergognose anche quando si innamorano. 
Passo tra di loro, pelli tirate e sorrisi ingenui ma testardi, amori che sbocciano, valori in circolo, passo con il mio carico di veglie funebri e cose che non dico mai, passo ed infesto centimetri di aria sgombra con la mia voglia di scomparire, enorme e sobria, in qualche piccola città che contenga la mia febbre di ombra.
I loro slogan, gli scherzi, le boiate, i capirivolta con le kefie, ed io che sogno Perugia, Carrara, Udine, Pistoia, Montevarchi, Ferrara, io che sogno di dimenticare questo mare e chi ho conosciuto. Una volta per tutte e senza lasciar alcun recapito. A nessuno. Ripartire da uno scivolone pianificato, azzerarmi, radermi al suolo senza la pietà dell'amicizia e la puerilità dell'amore.
Le loro mani in alto, le loro voci stentoree, studenti di sinistra, studenti certo intelligenti; ed io con il mio passo sciatico, le mani rotte dai geloni, le mie idee sospese nel limbo degli anni settanta.
Un ragazzo ed una ragazza si baciano con foga, gioia, lingue, capelli al vento, banale immagine.
Sono scene leziose. Le giustifico. Questi slanci non mi appartengono. I vecchi amori altrui mi annoiano e non ne posso condividere il dolore. Non sono fatti miei e sono distante, svampito.
Non ho nessuna comprensione degli amori altrui. Non mi interessano, felici o infelici che siano.
Gestisco le mie sregolatezze senza confidarmi; sarò un bastardo, ma ho il dono del riserbo.

Poi incontro uno stronzo che prima mi parla della collaborazione tra Michael Jackson ed Eddie Van Halen, come se si trattasse di roba recente, e poi inizia una disamina annichilente su ciò che scrivo in questo blog. Il suo parere letterario è di spessore grissinale, direi. Grissinale non esiste, ma va bene. 
Mi dice che il mio blog sembra un diario pubblico. Lo è, rispondo. Scrivo quello che mi gira. Se a qualcuno non piace, basta che non ci vada. Inutile scomodare la critica letteraria per un vecchio babbione, sorrido.
Mi dice anche che non ha mai capito, da ciò che scrivo e dico, se mi piace più il basso elettrico o il contrabbasso. Mi rendo conto che trattasi di una questione da fiato in sospeso per il mondo tutto. E così gli semplifico la vita: "Il contrabbasso rappresenta i miei momenti più scuri, il basso elettrico va meglio quando sono tranquillo e pacifico". Una spiegazione idiota, ma adatta a chiudere la questione.
Nindo Geloja, questo il suo nome, rincara la dose: "Il tuo primo libro mi piaceva di più rispetto a quello che FAI adesso. Eri più allegro, e raccontavi delle storie"
In questi sei anni ho perso tutto quello che avevo da perdere, spaventapasseri. Ma non te lo spiegherò doviziosamente. "De gustibus", sussurro, fissando gambe in transito, senza entusiasmo.
L'interrogatorio si sposta sulle donne: "Io ti sono amico. Spero di non offenderti e dire cose che ti diano fastidio", guaisce, "ma ho l'impressione che tu non trovi pace. Appena mi abituo a qualcuna tu poi mi dai altre notizie... secondo me tu dovresti innamorarti".
"Lapalisse"
"Come? Cioè, quando ci si innamora allora ci si innamora sul serio, LUCA"
"Con tutti i crismi", chioso.
"Sì. E' una cosa naturale che ti porta nel sogno. Tu allora vivi con uno scopo nuovo, e tutto ti parla di ciò che vivi, di ciò che senti, e conti i minuti, e conti le ore, e sei felice e nuovo"
"Devo averlo letto da qualche parte, sì", allego al mio silenzio.
"LUCA, io lo so che tu vuoi innamorarti"
Rivelazione. Agnizione. Disvelamento. Parole divinatorie. Ologrammi mistici. 
Farneticazioni popolari. Con un fare salmodiante ed invasato, tipico di chi gioca poco intimo.
E già, caro Nindo. A furia di stringertelo nel pugno hai riscoperto il valore dell'amore da stendere sui giorni come aspettativa sacra. Continua così. Pasta Barilla e cenette a quattro con il tuo amico d'infanzia, è così che ci si sente protetti, no?
Io so solo che qui fa freddo, molto freddo, e che non conta quante presenze possano riscaldarti, ma quali. Questo so, sacerdote orfico di Onan. E ora ti saluto, che altrimenti sorrido troppo e vanno via le rughe, quelle cupe, quelle da contrabbasso.

Mi risale la febbre. In televisione, su un canale privato, ci sono dei cafoni con camicia bianca e foulard dozzinale che ballano in qualche locale della provincia. Soldi di camorra e pompini cocainati nei cessi. Cambio canale.
Trasmissioni sul Napoli Calcio. Non ho nessuna simpatia per il Napoli Calcio. Non ho tifato per il Napoli un solo, dico uno solo, giorno della mia vita. Retorica ed entusiasmo, piagnistei e volgarità pittoresche. Cambio canale, ciao ciao Napoli Calcio.
Da quando non c'è più Maria Grazia Capulli in televisione ho perso stimoli. Amo le bionde. Amo follemente le bionde e non me le so tenere.
Metto la testa sotto le lenzuola, come per soffocare. Ricordo che un cliente mi ha detto: "Ho generato mia figlia facendo l'amore con Barry White". Difficile e ributtante, cancello il ricordo.
Non voglio mettere il termometro, così come non voglio pensare a chi sarà il prossimo che deluderò, considerando che ricerco quest'attività con scrupolo.

In una cartellina blu conservo le vecchie lettere d'amore.
Sto facendo la faccia lunga e scontenta a furia di non volerle rileggere mai.
A ripensarci, potevo innamorarmi anche di chi non me ne ha mai scritta una. Ma non conta. Non conta nulla, ha ragione Nindo Geloja, devono suonare le campanelle e le slitte devono colare mirra sul mio soffice cuore. Io mi innamorerò, saccarotico predicatore, quando tu avrai un orgasmo decente e auscultabile anche dalla sventurata che ti avrà scelto come missionario.

Provo le nuove MS Special: sigarette proletarie. In televisione si parla delle abitudini sessuali dei nostri politici. Giochi di parole inverecondi per alludere ad una banale fellatio POV. Dite irrumazione, che vi fa sembrare colti.
Sversatoi. Yara. Assange. Benitez e la crisi dell'Inter. John Turturro e Passione, non lo vedrò mai, quel film. La colonna sonora me l'hanno tatuata sulla spina dorsale, al lavoro. La detesto.
Le gambe, le sento chiodate. Le braccia sono estensioni di malessere, capaci di abbracci nascosti, il cuore è una marmellata di rughe che finirà in qualche crostata festiva.
Ho scritto di meglio, ma anche tanto di peggio. Se non altro, sono memorie da traghetto ideale, quello per i laghi, quello per la quiete che mai mi è sembrata tanto lontana.

LDP

Ringraziamenti: MS Special, la febbre, chi non si fa mai avanti, la fulminante frase "hai quarant'anni, vedi di darti una calmata", essere sempre in bolletta, Fender Rhodes, non sono un tipo solare, al rogo le camicie bianche, Nindo Geloja, le sciarpe non possono sostituire a lungo gli abbracci, le leziosità di certi single orgogliosi per etichetta, chi mi segue anche se mi è passata la voglia, chi mi segue ma non partecipa alle veglie, chi non mi segue affatto ma intuisce le voglie.
E ai circuitatori di facebook, ci si becca, ci si trova lo stesso. Magari all'inferno.