30/11/10

Scartann scartann dinto 'o scarto si fernuto

Non amo le confessioni sentimentali. 
Non amo le confessioni sentimentali di quelli che si innamorano ogni volta che ricevono un complimento o suscitano l'inerziale interesse di qualcuno.
Ed è per questo che Vorgia mi annoia. Le sue paludate descrizioni di come uno le ha offerto un caffè con trasporto e di come un altro le ha fatto capire che vorrebbe un convegno carnale con lei, beh, sono per me indigeste e mi costringo a distrarmi.
"Mi sento bella e Corrado lo ha capito. Sono felice, Luca"
Resta da stabilire chi cazzo sia Corrado. Noli me tangere.
"Mmmmh", osservo con acume. Cristo, che noia.
"Lui ha capito che è la timidezza ad impedirmi di brillare. Lui ha riscoperto le pietre preziose in me, Luca. Io gli devo gratitudine, lo avverto, e so che lo farò, anche se non so"
Mi chiedo se dunque glielo prenderà in bocca, con aria trasognata e lucidalabbra mistico, ma so che non lo farà, non è tipo. Farà di peggio: si innamorerà di lui.
Alle prime badilate di letame tornerà a cercarmi, a cercare la saggezza che mi attribuisce e che non posseggo neanche nel più recondito anfratto del mio essere.
Poi Corrado sparirà, comparirà Eliano, poi si scoprirà che era un mezzo finocchio e toccherà dunque a Piero, quello con la passione politica. Il tutto senza mai chiedersi se me ne fotta davvero qualcosa o la mia pazienza sia solo figlia di una autolesionistica buona educazione.
Io vengo scaricato spesso e altrettanto spesso recalcitro con poco stile, eppure tengo le mie manovre sotto il cuscino, a dolce portata dei miei incubi.
Fottere non è un atto di misericordia e amare è un rischio enorme: ne parlo e ne teorizzo poco volentieri, non so come fanno quelli che passano la vita a percepire sensazioni e good vibrations.

Vorgia mi spiega che tale Minimauro l'ha invitata ad un corso di cucina corsa e che sta perdendo i capelli ed è dolce. Io taccio. Tanto lo so, se scoperà bene sarà un bastardo, se verrà alla quarta botta sarà un uomo gentile, morbido, da coccolare e da rispedire al mittente dell'inutile.
Vorgia mi parla di orgasmi con la stessa credibilità di un consulente telefonico, si capisce che non sa di cosa parla, che i suoi sogni sono orsacchiotti con zone di malizia poco evidenti e che io, io Luca, sono una schifezza cinica espropriata da comodi silenzi.

Dopo il sesso, fumare a metà e non sentirsi la fine addosso. Questo sarebbe a ridosso della pace. Lo riproverei.

Sei anni adesso che non pubblico un libro da solista. Ero una promessa. Si saranno dimenticati di me. Ero una promessa e non lo sapevo. Non scrivo roba epocale, certo, ma sorrido anche troppo poco e non rimesto nella cultura da maglione a collo alto. Non sono un conduttore di storie, sono un espurgatore di fogne.
Quando scrivo non presumo di poter creare storielle didascaliche e men che meno divertenti. Una bella storia metaforica, vera narrativa convinta, non è per me in questo momento della vita.
La noia per una costruita parabola dipende anche dalla mancanza di voglia di scrivere un finale. Scrivo quando ho la febbre, quando sono cupo, quando sono in astinenza da fumo o da sesso, scrivo molto quando non amo e mi zittisco quando provo qualcosa. Perché la felicità è decisamente ingombrante per gli uomini della mia risma.
Fino ad ora le gioie mi hanno sempre fatto sentire inadeguato e di passaggio. Devo prendere ancora la patente della tranquillità e questo incide sulla mia carriera di scrittore.
Sono napoletano. Un napoletano atipico ma fiero di esserlo; e dunque, alla fine, il "che me ne fotte" è d'obbligo e lo accolgo a braccia aperte.

Oggi niente tramonto. Solo pioggia. Il decaffeinato fa schifo e sembra una soluzione ottimistica senza rigore.
Piove nei vicoli dove giocavo poco e male, piove sulle mie vecchie case, la pioggia rovina i piani alle donne -poche- che ho amato e alle molte che ho intercettato a fari spenti, senza continuità. Piove sui lutti della mia famiglia, quiete e storia in attesa di sonno, piove sugli eroi negativi che amo più di ogni altra cosa al mondo. I miei antieroi, disperati, sobri, sconnessi, con le scarpe sbagliate e il cuore da bersagliare negli stagni, eroi di emorragie e insonnie, eroi di licenziamenti e liquidazioni sentimentali.
Il caffè decaffeinato fa schifo e gli amici per finta fanno schifo anche di più.

Ho smesso di fingere rispetto per le gerarchie. Anche qui manco di credibilità. Le strutture piramidali hanno spesso una struttura visuale escrementizia; si perde di spessore verso l'alto. L'esercizio del potere rende gli uomini ancora più ridicoli di quanto già siano; evidenzia stomaci battenti, ragionamenti limitati, alfieri pedine e re hanno la stessa espressione convinta e fegatosa, senza soffio vitale e senza scopi.
Alcuni comprimari sono bravi a ritagliarsi l'amicizia comoda, e lo fanno con metodo puntiglioso, meschino e lezioso, tra complicità a tavola e nell'ideale palcoscenico della virilità. Altri propendono per l'empatia simulata.
Altri danno via semplicemente il mazzo, distanti dai soffocanti gangli della dignità.
Questo spettacolino accompagna le mie giornate di monotona sopravvivenza, ogni tanto mi intenerisco e riesco persino ad essere gentile, colloquiale. Ma, al fondo, resta un disgusto ammanettato che l'età ha reso euforico riserbo con qualche ventata d'allegria.
Stima è una parola impegnativa. Posso usarla solo raramente. Di certo, nei miei due lavori credo di poterla spendere per un numero massimo di quattro persone.
Nel privato, spesso l'amicizia non collide con la stima. Anzi, spesso è la mancanza di stima a creare la contorta depravazione dell'amicizia. Come spiaggiarsi rassegnati ai confini dell'uomo.
Nell'amore invece la stima è per me fondamentale; per questo posso dire di non stimare particolarmente le persone del passato. Se avessi provato stima, avrei di certo lottato di più, considerato che non temo lo scacco ma la mancanza di voglie.
Vorrei cambiare un lavoro al giorno. Improvvisare. Superare selezioni e non presentarmi al secondo giorno. Lo faccio qualche volta nel privato. 
Ai capricci l'ardua sentenza.

Devo uscire, andare a guardare il mare. Non è come un orgasmo, è meglio, in particolare quando è grosso e ti allontana da ogni cosa.
Ci andrò da solo, magari recupero il nome, un po' di storia e quegli odori della mia città che gli ignoranti continuano a mescolare con la puzza d'immondizia.







29/11/10

Un buffone da trampolino

Piove.
Amanti sedute nell'ombra, dappertutto, a ricamare risate per le giornate di sole.
Un uomo che lotta contro il fumo e che ha a cuore il sommario macchiato dell'inutile.
Piove e demolire sogni è una cattiva abitudine che non ha nulla a che vedere con l'intelligenza.
I professionisti rinunciano spesso, gli apprendisti mai. Sono stato un vigliacco, oggi, a non raccogliere il quaderno caduto al bambino. Un vigliacco egoista.
Cosa credevo? Che potesse precipitare l'oceano nero che custodivo nello stomaco, il fiele dimostrativo, l'enorme massa di assenze che mi porto dietro?
Vergogna, vigliacco.

Esprimo gradimento per l'idea di innamorarsi, in sondaggi senza penna e senza testa. Esprimo gradimento per rallentare la morte. Esprimo gradimento per una religione che ci consenta di addormentarci sulla spiaggia di notte, senza nessuna paura. Esprimo gradimento per una promessa che non sia un totale compromesso. Esprimo gradimento per uccidere chiunque si frapponga tra me e quello che cerco.
Sono di nuovo timido con i bambini. Un volgare accenno di mal di vivere. Nelle spalle, alle tempie, ai lati della corsia di sorpasso sventata dello stomaco.
Ho paura di intenerirmi. Ho paura di essere padre di bei pensieri. Sono timido con la felicità: sono specializzato in garbata autodistruzione.

Non mi basta il libro prima di dormire. Lo scaravento per terra e accendo una sigaretta. Voglio imbruttirmi. Voglio un cappello ridicolo. Voglio labbra bianche, da svenimento. Voglio l'erba del vicino per poterla incendiare, eccetto le coccinelle e i fiori neri.

Il tempo non è reale. Lascio sedurre agli altri le belle donne che mi capitano a tiro. Non era mai successo prima. La monogamia è un'orribile costrizione.
Splendo nero in questa rinuncia, e Lady Oscar mi ride in faccia, il piccolo scrittore con le mani lunghe, il piccolo scrittore divorato dalla nascita.
Io non so se l'eutanasia può essere poesia e se la mancanza può essere una zattera. Non lo so e le ricette, quelle servono per i libri di cucina.
Innamorarsi dovrebbe essere acqua che scende e che riempie. Lo pensavo da bambino. A quaranta anni ho imparato solo a modulare sospiri e invertire silenzi.
Parlo qualche minuto con un amico, gli dico: "Le canzoni malinconiche mi fanno sentire spacciato"
Lui articola qualcosa, io cambio argomento, cambio pelle in cinque minuti, ricordo un nome e una deriva, ricordo di essere poco per la mia fantasia.
E la nostra telefonata è solo solitudine pendolare tra due cuori affini e sfiniti.

I corpi che mi piacciono richiamano i miei vizi osceni, è un orologio a corda, è una corda appesa a nuvole di passaggio.
Godo e non mi pento. Esagero e le ustioni le applico sui denti per evitare troppo cibo, bulimia.
Muoiono impiegati e io conservo la mia faccia di cazzo riflessiva. La gente muore e io pondero su come sgusciare dal pilota automatico e affidare per un po' i comandi a qualcuno di fidato.
Sfogarsi nel cibo è noioso. Tenersi occupati è un'anticamera depressiva.
Meglio toccare il fondo, scherzare, chiedere alla collega che profumo usa, essere convinti del proprio sesso in mancanza di ogni altra convinzione possibile.
Innocui scherzi di carne, coriandoli al sangue gettati su sposi /controfigure.
Papà, dovevi insegnarmi la bici, non a leggere.

Esco sotto la pioggia. Sono le 22e51, per strada non c'è nessuno. La sigaretta è zuppa dopo poco. Riaccendo e il sapore è orrendo. Due ragazze si avviano al Doria 83, il locale bene/alternativo. Sono un barbone per bene e sorrido alle due prevedibili circi da appartamento. Cimici. Non sto pensando ad una situazione threesome, sciocche. Non sono pericoloso.
Volevo solo un po' di pioggia. Solo un po'.

Vedo coppie in giro che escono solo perché prima hanno scopato. Magari forte. Magari mettendosi le dita in bocca e usando la parola "amore". Per farla colare dai muri, per sopprimere ogni negatività immaginabile.
Io quando scopo muoio un po' e divento un fuoco d'artificio usato. Posso essere solo raccolto dai bambini svegli e sono sostanzialmente innocuo, dopo, perché ho affrontato una piccola morte, perché mi sono dato per intero e non ho parole consolatorie per nessuno.
Cedo alle mie donne tutto il mio armamentario di neon. A loro il potere, a me la ricostruzione.
A loro la luce, a me tocca far uscire le ombre dalla finestra, ancora vestite, certo deluse.
Sono un irregolare e questo non ha alcun fascino.
Cittadino di un mondo che perde e si dice buongiorno nei rituali sommessi, nelle complicità taciute, nei ricordi organizzati in fila indiana per non darsi fastidio.

Un uomo solo e vecchio è seduto ad una tavola ancora imbandita, piena di molliche.
Mormora, forse il nome della compagna che ha perso. Mormora il figlio che non ha avuto.
Mormora la sua protesta inutile, gli orologi da muro, le vecchie radio, l'innata malinconia di quello che non si è realizzato.
Un uomo rovinato da tracce e presagi, da nobiltà d'animo e tenerezza, un uomo che non ho il coraggio di diventare, al solo pensarci.
Resto un buffone da trampolino, che si disturba per gli applausi e spera sempre, quasi sempre, di incrociare quegli occhi distratti che tutto possano giustificare, anche e specialmente, la vocazione alla sconfitta.
E per intanto mi ripeto.

LdP

Ringraziamenti: Patrick Dewaere, Scott Walker





25/11/10

More than I can bear


Il freddo mi ha morso le labbra.
Agli angoli della bocca c'è un freddo calmo e sicuro. Le calze verdi che vedo, con il corpo intorno. Era questo che volevo da piccolo?
La confidenza con il corpo femminile.
Sentirmi all'altezza.
Non aver paura degli sguardi fissi. Mai. Considerare il corpo delle donne qualcosa di raggiungibile e non consumabile in fretta, considerarlo l'edificio di petali adatto alla causa.
Sono invecchiato terribilmente. I sogni sono diventati più insidiosi, i baci più caldi, e ho la tendenza a fermarmi dopo un'emozione.
Le calze verdi con un corpo curioso. Il freddo mi divora, certo non di più del male oscuro, l'insoddisfazione latente e ben vestita che fa bisboccia al mio tavolo da gioco, accompagnata da brutti ceffi e foto di gente scomparsa.
Dopo un bel film ci addormenteremo insieme e le mie mani diventeranno calde in pochi minuti.
Tutti gli amori di una persona sono il percorso da accettare per non impazzire di domande.
Sono una statua che da la caccia ai cigni, sono il tabacco e la sera che si condensa sotto i lampioni.
Il lucro strabordante delle infatuazioni, il brivido breve del sesso pensato, i violenti vuoti d'aria tra una carezza e i ricordi, le sere nei bar con le luci fioche e le feste di compleanno dove speravi, anche senza sedurre, di poter celebrare la tua giovinezza.
Sono fiacco e vivo, fiammeggiante di pensieri orientati alle strade che non percorro più. Gli amori falliti si risolvono salutandosi a stento. Qualcuno ci crede ed io mi adeguo.
Gli amori falliti sono roba che diversifica la staffetta delle delusioni, il ruolo, la figura, il tentativo, è la prova di una minima partecipazione alle cose ed agli affetti.
Mi fermo, con il pacchetto di sigarette nuovo stretto nei guanti blu.
Perché ho la sensazione di essere in giro per amare?
Perché quest'inspiegabile sensazione di essere la figura che attraversa la notte e si adegua a quello che i cuori mettono sulla piazza?
Sono un ambasciatore di ore notturne. Ingaggiato, consumato, dimenticato. E faccio lo stesso.
Osservo gli autobus pieni, zeppi di persone nervose e maldisposte, gli stessi autobus che prendevo fino a tre settimane fa. Io sono in piedi a notte quasi fatta e non mi avvicino nemmeno al predellino che spunta, lercio e provvisorio, da quei mostri arancioni balbettanti.
Le bazzecole si fanno sentire ad una certa ora della sera. Sono rimpianti scherzosi privi di contorni e violentano la noia con aria distaccata.
Non avrei mai immaginato di poter sopportare qualsiasi distacco con questa parsimonia di palpiti e diapositive d'ira.
Compro le Nazionali Esportazione. Pacchetto verde. Esistono ancora.
Sono involontario testimone di una scena di seduzione.
Un ragazzotto piuttosto abulico cerca di far colpo su una bionda utilizzando vocaboli desueti. Scena patetica. La ragazza sembra annoiata, ed ecco che lui fa ricorso alla più antica trappola in circolazione: le lusinghe, i complimenti.
Me ne vado prima di capire come andrà a finire.
Quanto sono pericolosi i complimenti. Quanto è pericoloso che qualcuno ci faccia sentire importanti. Quanto è sciocco cascarci, e futile rimanerci. La pietà insopportabile delle donnette da marito e dei sistematori di abitudini.
La contraddittoria ventilazione delle cose proibite; tra bruciato, oppio e merda.

L'omino mi raggiunge, perché certo che lo conosco, e mi racconta di aver fatto colpo: mi mostra un numero di telefono.
Smerzo, sorrido. Quanti ne ho avuti, quanti ne ho stracciati, quanti ne ho sciupati.
Il suo sorriso, invece, sa di un trionfo solo supposto. Si gratta la testa, finge imbarazzo. Me ne esco dicendogli che dovrebbe portare una coperta per il suo cuore, quando si arriva al mattino e ci si imbarca per il traghetto del giorno.
Canto insieme solo a pochi amici, non pensare che ti abbiam dimenticato: proprio ieri sera parlavamo di te.
A letto mi son girato e non ho detto niente.
Quello che questo coglione non capisce è che sono un reduce, non si sa bene da cosa, ma sono un reduce: tutto in me è una sutura, improvvisata e fiera, tutto in me è un intervento miracoloso che creerà nuovi mostri di felicità frettolosa.
Procedo con le mie canzoni stonate. Procedo ancora di più con sensi di colpa giganteschi.
Colpi di sole e colpi di pistola. Deludere, me lo dico, è un tradimento plurale e senza sconti.

Il mio amico Ezio mi fa i complimenti per la casa nuova. Non li accetto. La casa non è mia. E c'è un'altra persona in casa. Questa non è casa mia. Casa mia non esiste.
Ezio butta la bocca in basso, in pasto alla stanchezza, e mi dice che sono un disfattista.
"Ho sogni ad altissimo mantenimento, Ezio"
"Che cosa significa?"
"Ho sogni ad altissimo mantenimento, Ezio. Sono troppo piccolo per lanciarli oltre la notte"
"Ma stai giù? Come mai?"
Stai giù. Cristo in croce, le parole sono importanti. E dovrebbero esserlo anche gli uomini.
Continua a fissarmi, questa trota speranzosa.
I futuri dolori si nascondono nel mio mal di denti, i nuovi profumi sono troppo intensi per superare lo sbarramento dei tessuti che ho addosso.
Ezio guarda le mie squadre di subbuteo. I miei dischi. Poi guarda me, il suo amico che dichiara quarant'anni prima di averli compiuti.
Sono ancora tutto per me, Ezio. Purtroppo. Ma tu questo non lo capisci e non sai ascoltare chi non sa prendere appunti sugli incubi di ogni giorno.
Dormi, Ezio. Ama. Dormi amando. Ci riuscirai.

Accompagno Ezio alla porta.
La mia priorità è essere smentito. E, non so in che ordine, scomparire. Adoro scomparire. Senza preavviso e senza mai immaginare o sperare in reazioni altrui.
Se sparisco lo faccio per conservare intatta la stanza degli ospiti. 
Senza obbligare nessuno ad aprirla solo in caso di morte. 
In fondo, quando apro le porte e mi imbarazzo, beh, sono carino.





19/11/10

Uomini a spasso con i lampi

"Il mio amore è selvaggio, multiplo, E' l'incisione nell'alcova profumata, il corpo e il volto ombreggiati di seta blu, la voce sussurrata, il canto travolto dal tumulto. E' la nascita del giorno, e io ne indovino l'impronta nei tessuti aggrovigliati, il riflesso negli specchi vuoti.
E' il dolore delizioso dell'attesa, il singhiozzo stupito, la carezza calda, la gracile silhouette, il viso d'argilla. Il mio amore è il vento non sottomesso, la profondità marina, un'alga trascinata dalla corrente. Non ha nome, è femmina svincolata dal quotidiano, femmina offerta e libera. L'ho visto dietro una luna di carta oleata, in quel giardino chiuso dove muoiono le tortore, su questa panca dove aspetto. Tutto ciò fino a lei, nella cattiva sorte"
BERNARD GIRAUDEAU 

La serata ha fretta, è sciocca, lievemente prenatalizia, una sera di bambole e gente stanca, una sera che dovrei dedicare alla scrittura.
E invece.
Anche stasera non ho tempo per la scrittura. I baci? In qualche cassetta postale. Potrei forse trovarli nella cassetta della posta a casa di mia madre. Ma non qui.
Cera blu sulla pancia per evitare movimenti ed impedire il sesso.
Le persone che non dormono le riconosco dall'andatura, le persone che sognano in grande e in male le riconosco dal nero sotto gli occhi. Residui di delusione, rughe di rimmel, covi di lente morti.

Le donne che mi piacciono dovrebbero ridere poco. Mi destabilizza che ridano per cose futili, mi sembra di non riconoscerle.

Le promesse sono dei numeri primi. Le promesse sono dei numeri ciechi che imparano le strade altrui solo con il supporto della fantasia.
Ciondolo in questa sera sfatta, dormire nella pace. Cosa significherà? Senza zanzare. Senza demoni da interpretare. Senza scale a chiocciola. Senza risalite. Senza dimenticare chi dimentica.
Chissà com'è dormire nella pace.
L'ho decisamente dimenticato.

I pianti sono assordanti. Detesto vedere le persone piangere. Per poco e per tanto. Mi hanno insegnato che si piange solo per evitare inchini alla morte. Ma non deve essere frequente.
Fumo e sono costretto ad essere grigio e scuro come un incontro improduttivo. Come si è ridicoli quando si cerca di portare gioia e stabilità nella vita, come si è fragili, esposti, microfonati, gestiti da sordide matrone di luce fredda, la costrizione al progresso interiore, la costrizione all'amore.
Mi piacerebbe che qualcuna mi fermasse: "Mettimi una mano sulla bocca quando dormo, così non potrò respirare l'aria della menzogna".
Oppure: "Carezzami i capelli e fingiamo che non si debba poi, un giorno, parlare in due".
Sono saldato al freddo, stasera, agli alberi spogli, agli albori di un caos ordinario, sono sospeso tra suggestioni senza il profilo migliore.
Chiudono i negozi.
Chiudono le pasticcerie dove ridere di un capriccio.
Chiude il mio cuore smacchiato con la ruggine, viziato dalla nebbia, distanziato da un mosaico di storie, tante storie.
Chiude l'edicola, chiude l'outlet alla moda, si aprono le chat, le speranze, il gioco monocolore del "Almeno ci ho provato".
Finta onestà, partecipare. 
Il vero gioco è partecipare monchi.
Partecipare suicidi.
Partecipare innamorati.
Partecipare innamorati e suicidi.
E sudici, sempre di più, di feste andate deserte e terminate con carezze pazienti.

Gli orologi a muro ipnotizzano i depressi. Li costringono a fissare altrove.
Gli orologi al polso sono guinzagli, ossessi di efficienza, trucchi a corda e pila, trucchi innestati sul sangue e mai memori del gesto reale, il gesto da luce naturale, non calcolare, non vivere accordando gli strumenti delle proprie possibilità.

I cuori sono pazzi e gonfi e la gente si bacia per strada. 
Io penso che gli uomini cresciuti con i lampi non possono avere coerenza affettiva.
La loro tenerezza è un crollo, un'agonia di vergogna e luce che vola poco e torna con più armi sul selciato.
I cuori sono brutti da vedere, stasera, e si scavano dentro come animali malati. E' così difficile creare sculture ammirevoli di non amore. Talmente difficile che ti costringi a trascorrere la notte in compagnia per non sfornare un meraviglioso castello in aria.
Entrare in chiesa, indossare un cappello, scivolare sulle lacrime dei bambini, ecco cosa resta da fare.

Ho le mani gelide.
Già quasi rotte a sangue.
Scatto foto alla felicità supposta in volti compresi, compressi, scomposti, scanditi dalle parole mute dello spazio che ci divide.
Innamorarsi, che idea. Che idea semplice e penitente.
Partire, un'idea a portata di mano. Sparire, poco divertente; sparire di presenza è la scommessa dei bari, degli uomini sempre più deboli dei lampi.

Seduti sulle panchine. A contare abbracci rassicuranti.
A pensare, a chi lo posso dire? A chi dire che si ricomincia, ogni tanto?
A chi dire, sono un soldato di pioggia senza plotone?
A chi raccontare che c'è questo, c'è quello, c'è un'idea, una persona, un'emozione?
A chi dire che l'unico posto possibile, pace e destino fusi in un equivoco di luce, è l'assenza?

Apro la porta di casa.
E la mia voce è più brutta di sempre.


LdP

16/11/10

Una serata

Il difficile spettacolo delle persone che si sobbarcano le idee fisse e si piegano alla loro presenza fissa.
Io ed Ennio siamo in un ristorante dove credo ci sia solo gente schiacciata da idee fisse; prigionieri, convinti per estenuazione che quelle siano il carattere, l'inclinazione, il saper tollerare la quotidianità.
Anche Ennio ha le sue idee fisse, l'amore, i film d'azione, la collezione di dischi rari di Jimi Hendrix, la gelosia retroattiva nei confronti di Sabrina.
Anche io ho le mie idee fisse, che combatto con energia dispersiva, spesso senza cavarci un ragno dal buco. Una delle mie idee fisse è sondare in profondità le emozioni, estirparle, portare la storia e gli eventi al grado zero, sublimare una sorta di percorso esistenziale. Mesi che ci giro attorno, faccio autocritica, proprio mentre Ennio incespica stanco sul fastidio che ha provato quando Sabrina gli ha confessato che da tanti anni pratica il sesso orale, e senza troppi problemi morali.
Tra raccontare storie stupide e raccontarsi al microscopio non c'è poi tanta differenza, sono passi sulla neve fresca, le tracce sono una scommessa persa in partenza.
Ennio gioca con il boccale di birra, io stasera non sono rock, sono un contrabbasso appoggiato al muro, sono un accompagnamento zittito.
"Cosa ti importa che Sabrina lo ha fatto con altri?", gli chiedo stancamente.
Ma è una domanda sciocca, che per esperienza non avrei dovuto porgli. Quella è la voglia di unicità, è il senso del possesso, il senso del possesso di un sogno.
Ennio mi appare fragile e maniacale per questi discorsi, eppure li comprendo, più di quanto lui non pensi. Dopo un po' l'odore di una persona sembra appartenerti, come il suo sonno, le sue difficoltà, i suoi progetti cauti, paura di soffrire inclusa.
Arriva la pizza e io non ne ho molta voglia. Parliamo del Milan degli anni '80, parliamo dei turnisti che hanno suonato con Pino Daniele negli anni, parliamo di Isola Liri, io mangio lentamente e già desidero la sigaretta e ripenso alle mie fughe, mesi che fuggo, con brevi attimi di avvicinamento nevrotico e frettoloso.
E' però Ennio il protagonista della serata, e non patisco quando riprende a parlare di Sabrina, del fatto che con lei ci mette poco, lui che pensava di essere un maestro di durate, sull'idea vaga di sposarla, sull'idea di un mutuo impegnativo. Io parlo e mangio poco: sono mesi che fuggo. Sono impersonale ormai per abitudine.
Sono talmente impersonale che i miei racconti sono diventati dei bozzetti veloci, in cui gli altri hanno poco spazio e spesso non positivo.
Ma stasera è la serata di Ennio, e delle sue idee fisse, fuggevolmente confessate, inutilmente combattute.

Ennio ha pagato il conto. Ho risparmiato qualcosa, io che sto sempre a corto.
La città è un lenzuolo nero che ondeggia nell'acqua fina, un lenzuolo ammainato del vento, che inevitabilmente riporta alla mente vecchi amori, tutte le fesserie che ho detto e scritto.
Mi piacerebbe incontrare qualcuno, dargli da accendere, qualcuno che conosco, dargli da accendere e dire: "Mi dispiace".
Mi sentirei sicuramente meglio. Ma c'è sempre stata troppa gente tra me e quelli che mi piacevano.
Troppe persone, troppe voci, troppi ricordi, troppe precedenze affettive, molti fraintendimenti.
Questo tipo di cammino mi ha insegnato a desiderare poco e con una certa abulia. Anche se sono un frenetico.
Ennio è condannato ad essere cornificato. Io lo so, e questo rende la serata ancora più malinconica e stracciona.
Non apro l'ombrello. Stazione malinconia. Attive solo le partenze, nessun treno in arrivo.
Ennio parla e straparla, piove al centro della mia nuca, piove sul mio mal di denti, piove su tutti quelli che credevo potessero piacermi, piove in recipienti di stanchezza appoggiati ad un camino tiepido.

Nel locale dove andiamo a bere c'è una ragazza che non si rassegna.
Parla -ad un'amica- di un uomo che non la ama come lei vorrebbe. Questo dolore misurato la rende bellissima, come accade qualche volta, in questi frangenti. Ennio non la nota neanche, io vorrei solo prenderle la mano e dirle che tra dispersi ci si riconosce presto. Anche se poi non succede niente.
Non finiamo mai tra simili.
C'è sempre qualcuno che bene o male ci guarirà, ci prenderà con un bavaglio di luce, che ci impedirà di brillare di viola e porpora in una notte di nessun altro.
Fuori ci sono i lampi e mi ricordo che quando dormo abbracciato a qualcuno torno bambino; Ennio adesso mi sta parlando dell'Inter quando indossava le maglie con lo sponsor Misura. Sorrido e non partecipo.

Esco fuori a fumare. La notte bianca e blu di temporale mi rende un utensile illuminato, un veicolo di silenzi significativi. Il ragazzo con il cane grasso, un'icona della zona, mi fa un cenno con la testa.
Accenno un saluto militare. Sento nel petto qualcosa di simile ad una disperazione dimagrita, privata di tutte le accecanti convalescenze della passione, sento che mi sto arrendendo e che non sarò mai più bello.
Sento che avrò buonsenso, nel seguito della mia vita, e che le statue abbracciate neanche le guarderò più, pensando ad altro, pensando al corso delle cose e alla loro brillante semplicità.
Burattini di pioggia mi danno il benvenuto, aloha Luca, aloha alla tua crescita controllata, aloha alla tua dannazione resa inoffensiva a puntate. Puntate in ore d'amore e qualche guizzo di fantasia.

Torno dentro ed Ennio ha uno sguardo triste. Starà pensando ancora, anzi di nuovo, a Sabrina e ai suoi pompini caduti in prescrizione.
Abbracciami, amico. Io sono a disposizione ma svanisco sempre presto. Molto presto per tutti e senza fare troppi distinguo.
Sto diventando un uomo di buonsenso. Non so chi me lo ha detto, ma ho un sentore strano.

Ci salutiamo quasi sotto casa mia. Ennio ora è proprio brutto. Brutto di preoccupazioni.
Io preferirei essere euforico e un po' leggero, come riesco ad essere in momenti precedenti al sesso o di totale disimpegno. Poi mi costruisco la nebbia apposta per non mostrarmi del tutto.
Piove. La ragazza soffriva per un uomo stupido.
Non sono riuscito a chiedere scusa a nessuno e questo mi secca. Non ho ricordato bene certi dettagli.

A grandi passi metterò la pazienza a dormire. Spero senza brividi di freddo.

Ldp

14/11/10

L'uomo sensibile

Incappo in un funerale.
Come accade spesso, mi fermo e mi mischio agli altri. Non indosso gli occhiali da sole o il nero, ma non stono.
C'è una giovane donna che piange ed è quasi sorretta da due ragazzi.
Degli anziani parlottano con energia. Un uomo con la barba è immobile e fuma una sigaretta.
C'è anche una donna triste che non piange, una donna della mia età. Le passo accanto e cerco di catturare il suo odore, senza esibire alcuna curiosità.
Io odoro di poco sonno, forse di morsi, certamente di nicotina.
Credo che le lacrime siano delle lancette che procedono a strappi. Parte di un orologio condannato a marcare il tempo nei vuoti.
Io misuro il mio tempo con gli eventi che mi appartengono. Festoni colorati, fili di collana che galleggiano nel vuoto e nei richiami senza speranza di risposta veloce.
Due bambini giocano, si rincorrono tra le lacrime degli adulti. Troppo tardi per unirmi a loro. Troppo presto per genuflettermi agli altari delle perdite.
Mi appoggio al cancello nero della chiesa, con un formicolio ai piedi e il fiato troppo lungo. Metto la sigaretta a destra del mio sorriso chiuso. Il tempo è troppo veloce per qualsiasi recipiente di attesa.
Senza scadenze, senza minacce, mi godo il sole e la mia faccia di circostanza che cerca di rimpicciolirsi fumando una sigaretta.

Qualche volta ho scritto belle cose.
Oggi però ho le gambe molli e mi mordo da solo. Non ha nessun senso idealizzare quelli che amano scrivere, quelli come me.
Siamo normali, prevedibilmente imprevedibili, quasi sempre fuori contesto, spesso a cavalcioni dell'incomprensione, e non per colpe altrui.
Il ragazzo scoppiato che rolla la canna accanto a me, sulla panchina, prova a rivolgermi la parola. Non ottiene che un grugnito. Non sono l'uomo di qualche mese fa. Non sono l'uomo dell'anno scorso. Forse non sono nemmeno l'uomo di ieri, certamente non quello di domani.
Il domani per me finisce nel pensiero e nella concezione di un dopo qualsiasi.
Dopo l'amore c'è un governo tecnico di malinconici che si mette all'opera.
Dopo un inseguimento seduttivo c'è la pausa strappata, la sedia vuota, l'applauso del fantasma, le ossa si raffreddano, il passato si salda addosso, è un cane pazzo, è un omicidio di carta, un agguato di pioggia.
Ostentare i cambiamenti, come passare una mano di pittura in una casa mai abitata.
Canzonette. Equivoci. Le mani addosso. Le dita calde sulla pancia. Gli occhi venduti al primo risveglio minimamente rassicurante.
Il ragazzo che rolla la canna cerca di guardarmi in faccia. Ma io lo consento solo a pochi. E per poco tempo.

In casa c'è il sole ad accogliermi. C'è la gatta che si rotola per terra.
Lancio le chiavi sul letto e mantengo la sigaretta spenta in bocca.
Ho il cuore ridotto ad un serbatoio di capelli. Detesto essere idealizzato. Detesto la dietrologia simbolista, il languore da cioccolattino, le stronzate indagatrici che si nascondono come maniaci impotenti dietro le parole.
Accendo la sigaretta sul balcone. Sono un semplicissimo ingranaggio difettoso.
Il mio olio di ricino è dover parlare per forza. Dover spiegare i silenzi. Accettare che le passioni possono essere solo un ammaraggio disperato, senza aspettative.
Qualcuno mi ha cercato, al telefono. Rifiuto di guardare i numeri. Tanto non richiamerei.
Ho regalato due euro ad un colosso di colore che mi ha rifilato una specie di polpo africano in finto corallo; si è rotto subito ed è allora che ho deciso di farlo diventare un vero portafortuna.
Che noia, intanto, la disperazione a pagamento.
Che trastullo inutile amarsi solo perché ci si vede amare qualcuno, o almeno tentare.
Le persone spesso non conoscono le differenze strutturali tra malinconia, tristezza, disperazione, pessimismo e anima ulcerata.
Fanno di tutto un calderone pietistico senza il minimo senso; ed esibiscono criteri di consolazione che sono solo un conato di vomito sotto il sole.
Non è la consolazione che cerchiamo, ficcatevelo in testa. La salvezza è una gran puttana senza libero arbitrio e non ti farà mai godere davvero.
Noi speriamo solo di tramutare le lame in vele. Sognatori carponi su lutti e frenesie, anime sbeccottate fuori fuoco al banchetto dei ricordi, ci arrangiamo scrivendo.
Tutto qui. Davvero, tutto qui.

LdP

Grazie: Paolo De Pasquale, Zio Black, Bernard Giraudeau, Lyonel Feininger, Mario Schifano.

12/11/10

Il contaferite


Dedicato a Luca Massari, sempre sul tuo taxi.

Musica da camera”.
Mi chiedono musica da camera. Ma intendono, e lo scopro subito, musica da divano preposto al petting con giuramento.
Quando per dare vigore alla frenesia si dicono stronzate.
Quanto mi piaci, penso ad un futuro con te”.
Solo per autorizzare mani e pensieri, ingressi e no rimpianti.
La musica da camera non ce l'ho, lampadato griffato. Non ce l'ho. Tu non soffri d'insonnia. Tu non coltivi papaveri sui sogni. Tu non, e io forse.
E quando tu forse, io mai.

Una ragazza bionda viene a chiedermi il nuovo dvd di Michael Jackson.
È vestita bene, ha un cappotto nero e i capelli biondi sottili, lisci. Truccata leggermente. Mani piccole, curate, un po' insicure.
Ha un corpo non arrogante. Un corpo da abbracciare di notte.
Mi è molto vicina e ho freddo. Sarà per quello che mi si smuove nello stomaco, perché è netta e impellente la sensazione di un desiderio improvviso.
Vorrei conoscere il sapore delle sue mani. E quegli occhi, indagare nella delusione di quegli occhi. E poi la voglia di tenerla per le spalle, da dietro, senza parlare, senza dirsi altro che addii in continuazione.
Come piace a me.
Baby, I'm a dreamer. Qualcuno lo direbbe.
Pazienza se il mio fiato sa di fumo e rabbia masticata, pazienza se non posso averti. Mi accade spesso, volere e non potere. Più per codici che per mancanza di follia.
Le dico che il dvd arriverà il 16 novembre mattina. Ho voglia di morderle le labbra, quasi a sangue. Toglierle quella luna patinata da dosso ed essere leggero nell'ennesimo addio.
Nel salutarci, capisco che ha intuito cosa sta succedendo nelle mie viscere, se è vero che ci distacchiamo con imbarazzo, perché io ho poco contegno quando mi gioco la vita a carte.
Non ho grandi storie da raccontare, e tendenzialmente me ne fotto delle metafore. Mi interessa la carne viva. Il respiro che accelera e il terrore di fare passi senza ritorno. Mi interessa quell'emozione violenta e velenosa che è la possibilità d'azione, il confronto con un altro corpo, il rischio sconnesso, la ballata impiccata di cose difficili.
Fatti prendere per le spalle, solo dopo il buio, e lasciami in pasto alla luna involontaria che mi hai lasciato nello stomaco.

Chissà se valgo il mio stipendio, mi chiedo giocherellando con il pacchetto di Camel in sala fumatori.
Come persona sono un'incognita. Mi deludo con frequenza, anche se senza criterio.
Forse non ho grandi ideali. Probabile. Penso di non averne. Le donne. Può darsi. Ma sono incoerente, perché potrei anche fermarmi, e allora la parola andrebbe posta al singolare. La donna.
La musica. I libri. I perdenti. Non so quali altri ideali elencare.
Alla fine, mi dico mentre finisco la sigaretta, sono di bassa caratura. Sono un bluff. Tutte le cose che scrivo. Zampillo amore come un incontinente. Lo trovo sconveniente.
Un tempo non ero così. Sono cambiato. Gli eventi mi hanno cambiato.
Gli abbracci li voglio. Ma non mi freno più come una volta. Non mi trattengo mai. Ho la faccia a tre colori quando mi fanno promesse.
Le promesse sono di una noia mortale. Non ci credo e non ho tempo da perdere con rivestimenti obbligatori.
Io di promesse non ne faccio più. Le ho esaurite. Sono fuori stock.
La retorica della disillusione? Può essere, ma quella in genere è accompagnata dalla masturbazione. Non è ancora il mio caso.
I sognatori sono dei gran pezzi di merda e dicono cose scontate, bisogna ammetterlo. I sognatori sono dispersivi, piuttosto canonici e citano spesso libri e frasi a cazzo.
I sognatori non sono temerari. Si accontentano di sognare, e quando il corpo lo chiede accompagnano il tutto con una colpevole manutenzione.
Mi andava stretta, la tenuta da sognatore. Mi piace di più sporcarmi, anche quando mi pettino. Anzi, a maggior ragione.
Ho le mani calde solo quando non sono solo. E non chiedo più permesso.
Basta con le concessioni. Siamo in terra di nessuno, e io prendo quello che il tempo mi offre.
Prima che qualcuno debba preoccuparsi di dove disperdere le mie ceneri, che certamente conterranno un altissimo tasso di nicotina e note.

Tornando verso casa, mi torna in mente la ragazza bionda, ma adesso è solo un pretesto. È già finito l'incanto. Non c'è niente da fare.
Accendo una sigaretta accanto all'edicola.
Sono un uomo di scarso valore.
Pretendo libertà di fiamme, pretendo il pensiero di finirmi quando voglio, pretendo le labbra e la notte, cosa e come ricambio?
Forse sono serio nel non essere mai in un posto solo. O con il pensiero rivolto a poche cose e persone.
Un ragazzo di colore mi regala un braccialetto colorato. Ieri ne ho bruciato uno, perché era legato ad una persona e al suo ritorno.
Magari ho creduto di bruciare uno spettro, ma sostanzialmente sono un cretino occasionale, con il vezzo di presentarsi a regola di sconfitta.

Non indosso l'altro braccialetto, il nuovo.
Vorrei il latte alle tre del mattino, sprofondato in una poltrona e senza occhi.
Non dimentico le case che ho visitato. Non dimentico mai quello che ho perso per strada, perché diventa uno stimolo a non seguire sentieri.

Mentre sono in cucina ad organizzarmi la serata, arriva il freddo, una frusta, dietro le caviglie, nei denti, a circondare i polsi e il cuore.
Le onde medie dell'assenza. Materiale blu cobalto, spietato, lacrime sfuggite alla dogana, il fil di ferro del burattino da immaginare per domani.
Il fil di ferro che indaga in me, mi sonda e mi rende un neon freddo, solo una breve segnalazione di vita, un contenitore di sogni senza contratto.
Mai in regola. Che brutto vizio.
Ogni sigaretta è una traccia che perdo, sarà per questo che fumo tanto e con aria seria. Non sono stato capace di far dormire persone sulle mie braccia. Non sono nemmeno stato capace di trovare il linguaggio giusto per la paura, la mia, una paura che viene da molto lontano e che è un traguardo, in queste giornate ibride.
Pubblicazioni a parte, che razza di scrittore posso essere se non divento un rifugio, una baita, qualcosa che domina la notte senza ondeggiare di febbre?
Ed è il ghiaccio che mi domina stasera, cubetti gelidi tra il collo e il resto dell'armamentario, si brucia per sport, si brucia il venerdì sera per essere originali, si porta la vita al mercato solo per capire se ci saranno offerte serie. Non per mani alzate causa sonno o gioco.

Stasera ogni sigaretta è luce che va via.
E le braccia, calde in modo innaturale, sono un calco dei pensieri della notte, ma immagino non siano vere.

Ci sono dei ricordi nella mia stanza nuova. Vestiti per l'inverno, rigidi come statue, seduti sulla loro stessa miccia.
Ed io continuo a fumare. Segnali di fumo per richiamare le statue.

Luca De Pasquale


10/11/10

Stornello sghembo di inizio inverno

E se ci si svegliasse senza la pretesa di amare.
E se ci si svegliasse eludendo le ingannatorie massime del rischio.
Se ci si svegliasse fantasmi, placidi e buoni, solo determinati alla presenza più giusta, quella senza rumore.
Mi sveglio così. Senza baldanza. Senza aggressività da spalmare. Consapevole delle perdite, con addosso la voglia di nascondere la faccia dietro un giornale. Fingendo che le notizie mi siano necessarie.
Mi fa incazzare la mancanza di coerenza. Mi fa incazzare anche di più la commistione tra noia ed affetto. È una cosa che fa male, dover cambiare la vita a seconda di dove il vento della noia tortura il tempo.
Ci si lascia per niente, ci si insegue in un luna park deserto dove pagare il biglietto diventa una colpa.
La mia faccia stanca, le mie occhiaie, mi danno fastidio anche stamattina. Senza progetti, come gli angeli? Lo cantava Lucio Dalla. Mi è sempre piaciuto Lucio Dalla. Bisogna saper perdere. Spegnerci accenderci. Noi come voi.

Condotti al cuore rivestiti di bambù. Donne nascoste a piangere, lì dentro. Sta diventando un'abitudine insopportabile.
Ho sognato unghie blu. Mi graffiavano la schiena; avrei però voluto che mi strappassero la faccia. Mi piaccio sempre meno.
Il guardiano del cuore di bambù dorme e disegna temporali. Non fa altro. La maggior parte del tempo.

Arrivo al lavoro che mi sento uno di quei coglioni con un forte bisogno di spiritualità, un bisogno particolarmente doloroso.
Ogni piccolo sentimento spara. Stavolta voglio vedere chi è.
I colleghi parlano di playstation, della trasmissione di Fazio, della partita di stasera. Ho una faccia brutta e stupida. Molto stupida. La faccia di uno che non si accontenta e persiste con questo atteggiamento.
Stucchevole. Accendo la sigaretta pre-turno e mi perdo nella mia totale mancanza di originalità. Una vita caotica, sedotta dalle possibilità, umiliata dal retrogusto.

Non si vede un accidente da qui.
Sono gentile. Oggi sono gentile.
Vorrei avere la foto di un bambino da mostrare in giro. Spacciarla per uno scopo.
Riuscirei a sorridere senza imbarazzo, ma non posso cambiare in corso d'opera.
Continuo ad aprire porte, attratto dall'ignoto, dalla sola idea di non fare ritorno.
Crocodile style, senso di morte, sangue finto.
Il mio gilet, la mia sicurezza ferita nel rispondere, la gamba sinistra che funziona come prima.

Viene una tipa svenevole. Appassionata di parole preziose. Le parole preziose sono la merda dell'esistenza.
Il collega che non bruca nell'intimo donna viene a sgallettare grottesco.
Tutto in lui rimanda al desiderio di penetrare e sentirsi utile alle sue speranze minute, piacere alle donne come rimborso spese del destino già deciso.
La tipa la conosco, è una che mi chiede sempre cosa ho letto, e sempre con quel fare drammatico del cazzo che aborro.
Potrei dirle, e sarebbe vero, Onetti e Giraudeau. Ma mi secca che li acquisti anche lei, e che mi distrugga la quiete di una lettura senza esaltazione da shock anafilattico.
Dunque le cito l'italoamericano Hamilton Verruca e l'italoisraelita Amos Cacurra, sostenendo -serissimo- che li ho scoperti solo grazie ad un potente ed oscuro passaparola tra eletti.
Lei fa la faccina triste con le labbra in giù, a piangere mancanza di fulminazioni da condividere, magari, su Orkut o su skype con l'amante brutto di turno.
Chattare per farsi male. Chattare per innamorarsi dei tipi sbagliati e mai spaiati.
Andate a farvi fottere, se avete deciso di morire per chi riesce a starnutire affetti insicuri ad ogni passo.
Lasciami perdere, musa surgelata, te ne prego: lasciami Onetti e contentati di Amos Cacurra.

In pausa mi ricordo che durante l'astinenza guardavo anche quelle brutte, purché mostrassero un lembo di carne o di malizia.
Debole. Debolissimo.
Mi sarei fatto scopare a quattro zampe, per cadere meglio nel baratro, con i muscoli indolenziti e il sesso non lavato. Funziona meglio e ti senti martire al punto giusto.
La bellezza è una truffa. La bellezza è una promozione che ti buggera e ti porta ad esporti troppo. Lucadepasquale e il suo concetto di bellezza.
Lucadepasquale, affoga.

Lucidità febbrile. Rifiuti tossici di consapevolezza.
Unghia blu a squarciare le palpebre.
La mia testa è un vibrafono ricoperto di spazzatura fermentata. La mia testa è una scultura di emicrania con l'amore a festeggiare il nuovo anno fasullo.
Il prossimo libro. Dovrei presentarlo in frac, senza bocca.
Dovrei fare il numero dell'ombrello. Dovrei piantarla con la vanità.
Lavoro con metodo, ma le casse le chiudo a calci, come le porte, nel cesso ci entro spalancando tutto con fare rissoso, e quando fumo sopra sono un riccio spaventato che si chiede se sia stato opportuno giocare tanto con il Diavolo.

Mi parlano di innamorarsi.
Con quello che scrivo, è facile parlarmene.
Ma io non desidero innamorarmi. No, non desidero innamorarmi.
Ho bisogno di una magia che porti la mia faccia verso il terreno. Senza scrupoli, senza timore di odori diversi, senza l'aria tersa degli ideali.

Che espressione può avere un uomo che attende il treno con il proposito di buttarcisi sotto?
Vorrei vederla quell'espressione, farne un calco, trasportarla negli orrori che non ho paura di portarmi dietro nella notte.
Quello smarrimento, quell'ottusità, quel gioco d'angeli, angeli senza progetti, quell'essenza che è il tatuaggio da non mostrare.
Soprattutto se si pretende, ridicoli e discorsivi, che qualcuno si innamori di te.
Anche i giochi hanno bisogno che si segua, se non proprio alla lettera, un libretto d'istruzioni.



08/11/10

Fiamme per spegnere la cenere


2 Novembre 2010

Le gambe di latte.
Il cazzo non lo sento nemmeno.
Sono una ronda elettrica di spine in nuovo circolo.
Le vecchie mosche morenti divorano gli ultimi specchi rimasti in giro. Ho smarrito una borsa con dei vestiti nell'ultimo taxi. Me ne frego, anche se era roba comprata da poco.
Le gambe di latte e i ricostituenti che si fanno saltare in aria nello stomaco, i blandi kamikaze dell'ottimismo.
Da quando sono arrivato in questa casa non ho ancora pensato una volta al sesso. Ecco, lo sto facendo adesso.
Il nastro adesivo marrone perseguita la mia vista. Irritante. Ha mangiato la vernice da due mobili bianchi.
Meritarsi l'amore. Voltare pagina. Mandare i corvi affanculo. Smettere di interpretare la comoda parte del pezzente. Pubblicare. Decidere che è arrivata l'ora del nuovo libro, fantasie sull'oggetto libro e non sul flusso delle emozioni.
Freddezza. Determinazione.
Non so quantificare il mio numero di amici reali. In linea di massima, mi fido di pochissime persone, con ampia riserva neanche tanto nascosta.
Il tempo mi dirà se posso innamorarmi. Non c'è frenesia. Mai come questa volta, voglio godermi tutto e correre con stile, pur arrivando ultimo.
Sta cambiando ogni cosa. Il mio cuore è altrove, sta cercando di ambientarsi, non ho ben chiaro se gli sparerò in testa nel sonno o lo asseconderò nei suoi fremiti giustificati.
Tanto lo so, che ci saranno sempre persone sedute sulle panchine ad aspettare carezze che non arriveranno. Io farò il possibile.
Farò il possibile per non essere una merda. Lo sono stato spesso.
Spesso la scorrettezza è solo l'inadeguatezza ad essere regolari e coriacei. Mi è capitato tante volte, l'ho inflitto e l'ho subito.
Per questo, e anche per altro, non riesco ad odiare chi non mi è stato fedele, chi non ha creduto nemmeno ad un'impalcatura schizzata di progetto, o chi nel progetto è ingrassato e ha sorriso, per poi dimenticare.
Ho fatto lo stesso e anche di peggio. Non posso permettermi di giudicare.
Sono in questa nuova casa e non posso che sperare che tutti, e dico tutti, ottengano la dose di carezze commensurata a meriti e disillusioni.
Lo dico senza enfasi. Perché, se poi non dovesse accadere, troverei dei pretesti per farci ironia bassa e greve.
Per anni avrei potuto dire: “Piacere, Luca: una testa di suicida in un corpo che andrà avanti”. Questa inclinazione, chiamiamola così, mi ha fatto crescere e allo stesso tempo mi ha costretto in una posizione fetale per anni, pronto a parare colpi infimi, improvvise sparizioni, dietrofront sentimentali, inculate al lavoro, scopate senza altra realtà che la saliva e il tempo. Tutto qui. Sedimenti. Canzoni per anime con la sveglia alle cinque del mattino.

Stella è la mia ombra in questa casa; mi segue qualsiasi cosa io faccia. Commovente.
Sta cercando di ambientarsi, aggrappata alle mie code monche, al mio nuovo modo di fendere l'aria e dimenticare le persone.
Ho voglia di pane e cioccolata e di perdere definitivamente la testa. Vedo troppa gente che sta insieme anche per mancanza di tempo e di scelta. Perché poi si perde la pazienza e si stipulano accordi di desolante tristezza.
Io ho incontrato A, B e C; inutile che io aspetti D, tanto non arriverà mai. Con questo tipo di ragionamento si arricchiscono i divorzisti, gli analisti, si incentiva l'autoerotismo disperato e una svirgolata fede in Dio che non serve, abbrancata a queste condizioni.
No casual love.
Va bene. Sono minuscolo, con le mie gambe di latte e il mio cuore-lanterna. Potrei anche non valere un cazzo. Sono anche distratto ed asessuato, stasera.

Portami fortuna, dammi due numeri”.
Ma certo, piccola. Farò il possibile.

Senza internet, senza televisore. Sto recuperando quello che mi serve. Leggere. Vivere. Uscire. Anche se manca qualcuno. Anche se so che reincontrarsi mi servirà a capire cosa provo.
Ho freddo. Sono sceso troppe volte a buttare giù roba. Sto consumando i dischi degli Oceansize, quella malinconia caotica mi prende, scatta foto alla mia stanchezza.
Senza internet, senza quel facebook del cazzo, quanta gente esiste per davvero?
Chi commenta le mie malattie, i miei mal di schiena, chi scrive “mi piace” esiste per davvero? La comunità di facebook. Inclini a teorizzare sulle differenze tra Cynar e Petrus Boonekamp, indifferenti alla fuoriuscita del recinto.
Sto assistendo alla storia tra Vomero Maria, il misero geometra, e Cicirinel, una fatina innamorata dell'amore. Ve ne parlerò.
Ho lunghe strade deserte tra pancia e terminazioni nervose, ora mi sto spegnendo perché sono stanco. Non mi manca niente. Buonanotte.

4 Novembre 2010

Deodorante intimo. Grandi labbra. Piccole grandi labbra.
Ieri è morta una persona a me cara. Cinquantasette anni. Una morte in solitudine. Una t-shirt della Caritas ed una preghiera addosso. Questa è la fine della vita, spesso.
Mi sento un pidocchio, con tutto il mio putridume intimo addosso, appunto. Le voglie sparse come biglie nella camera di un bambino. Il gusto del proibito è solo un'erezione nobilitata per scrupolo. Non c'è altro. Non ci sono stanze riservate a Dio nella frenesia delle voglie.
Quando mi è stata comunicata la morte di questa persona, ieri, avevo ancora addosso pensieri confusi, sbrego di rossetto, il desiderio di farmi sputare in bocca, il picco del rumoroso nulla, il passatempo inelegante.

Passeggiata in centro.
Mi piacciono le rosse. Sembrano macchie accettabili nel quotidiano.
Ci sono sassofonisti ad ogni angolo di strada, non saprei spiegare quest'inatteso proliferare. Suonano tutti la stessa merda travisata, standard jazz da aspirapolvere, canzoni napoletane, le eterne melodie dei cuori madidi. Piffero magico per turisti con scarpe comode. La poesiola metropolitana dei pii a passeggio. Il jazz semplificato è qualcosa di inascoltabile.
Stamattina presto faceva freddo, ma adesso sono sudato e sento un odore acre traspirare dal pullover. Un odore ancora decente, ma certo non fresco. Tanto non devo fare niente. Non con queste premesse.
Compro a pochi euro dei vinili di Franco Califano e Fred Bongusto. Acquisto anche, sempre in vinile, una compilation che si intitola “Ore d'amore”, della LineaTre. Le note di retrocopertina alludono alla possibilità di vivere momenti magici con il partner, grazie alle immortali canzoni presenti nella raccolta.
Sorrido sinistro.
Non so perché, ma adesso preferirei trovarmi in una stanza d'albergo con una siringa nel braccio e nessun numero da chiamare. La discrezione, quando non nasconde niente, è comica e scolorita.
Ho una casa più bella. Più “sistemata”, come ha detto qualcuno.
Io non sono, ovviamente, “più sistemato”.
Ho una casa più bella. Questo non mi migliora affatto come persona. Resto quello che ero. Continuo a sorridere per sbaglio.

Due sono le frasi più belle del mio anno.
La prima: “Stasera ti ho visto sorridere più di sempre”, ad inizi febbraio. Peccato non aver colto un'occasione. Peccato che quella frase non sia stata un inizio.
La seconda, qualche giorno fa: “Io ti devo ringraziare, perché attraverso te sto ritrovando me stessa”. Un'altra occasione.
Ho intercettato altre belle frasi, e momenti che faticherò a dimenticare, ma io resto un distruttore. Un becchino di speranze, nonostante il tweed nuovo.

Ho sognato rose sparpagliate sull'uscio di casa. Spine.
Ho sognato un tradimento.
Mi chiedo se moriro anch'io a cinquantasette anni, con addosso una maglietta della Caritas e gli specchi rotti di Dio a dissanguarmi.
Me lo meriterei. Perché io non sono credente, non sono fiducioso, non sono sereno per fabbricazione e faldoni giudiziari, e certi abbracci di amici sono cinture viscide dalle quali mi divincolo.
Nessuno mi toglie dalla testa che dopo un bacio vero bisognerebbe avere lo spirito di farsi fuori, di sapere che i percorsi si possono anche interrompere al punto massimo di libertà.

Butto la libertà nel cestino, oggi, come fiori appassiti di una delusione, sono a lutto e non ho neanche il coraggio della tristezza.

Il vecchio rivenditore di dischi Enzo Corps mi parla di culi, mentre prendiamo il caffè al bar. Lo sanno tutti, in zona, che ha un cazzo enorme ed in passato ha punito turiste, studentesse da dito in bocca, ignare fuorisede, busty moms del quartiere e anche qualche milf poco vereconda.
Quel baccello indecente lo ha messo ovunque, lo sanno tutti. Ama discettare di sesso con me, ma lo so che i nostri curricula non sono confrontabili. Lui però mi tratta come un oliatore vetusto, uno che sta ancora facendo il suo.
Mi piace da morire schiaffarlo dentro, ma ho un mal di schiena da galera”, annuncia, con quello sguardo scivoloso e sicuro allo stesso tempo.
Il barista ride.
Non lo dire a me, Enzo; anche io ho un mal di schiena spaventoso”
E lui, come se non mi avesse ascoltato: “La sorca è un'acquasantiera che allunga la vita. Io ho questo vizio che è peggio della musica. Quando godono... ma tu le guardi quando godono?”
Io ci vengo, quando loro godono”, rispondo.
Il barista aguzza le orecchie. Stasera chiederà di certo un incapsulato con morso alla moglie.
La donna più elegante del mondo è comunque una sfrenata, io te lo giuro, Luca”.
Piuttosto semplicistico, ma annuisco, subdorando anche un po' di noia.
Ci sono persone, COME ME E TE, che hanno un magnetismo a livello di sesso.... per esempio, tu sai che qualche anno fa alla stazione di Bologna ho dovuto prendere a mazzate uno che voleva succhiarmelo nei cessi? Eppure manco lo avevo visto.... è una malattia, forse noi il cazzo ce lo portiamo in faccia, come gli animali morti sui cofani dei cacciatori.... Cristo di Maremma”
Io scriverò queste cose, Enzo, lo sai? Poi diranno che sono volgare, e che potrei fare di meglio. Ma tu sei una grande ispirazione”
Quasi arrossisce. “Grazie, sono verità che io giuro qui”
Va bene, Enzo”
Poi abbassa un po' gli occhiali: “Si fotte bene con la scrittura?”
Non direi. E poi non sono conosciuto”
Non c'entra un cazzo. E io sono sicuro che il sesso ti piace. Tu sei un arrapato spirituale
Che meravigliosa definizione.
Grazie, Enzo Corps. Cent'anni di vita, per il tuo riavvolgitore automatico.

Devo sostenere una telefonata formale. Mi annoio molto. L'interlocutore è un posapiano a retromarcia e credo abbia anche idee antiquate.
Mentre la sua voce cantilenante arringa la mia balbuzie di morte, penso a come sarebbe spararmi in bocca al telefono con lui. Lui direbbe: “De Pasquale? Pronto, De Pasquale?”
Ma potrei anche sposarmi, restando al telefono con lui. O avere un orgasmo in solitaire, o bagnare le mani in prossimità di una presa di corrente.
Lui rimarrebbe lì, con i suoi fottuti appunti di gentilezza. Prega di meno, vivi di più.
Prega di meno, ritagliati la morte che preferisci.

5 Novembre 2010

Mi contraddico.
Non mi accontento.
Non riesco a mentire. Cazzo, non riesco a mentire che in situazioni estreme.
Le persone, più sono complicate e più mi attraggono. La semplicità impulsiva mi rende taciturno, mi sottrae argomenti.
Sfiorisco. Sfiorisco spesso. Brucio sempre.

Abbracciare una persona non sempre ha lo stesso valore. Anzi, nel mio caso è sempre diverso. Mi sento uno che sta installando un sistema citofonico ad una conchiglia.
A volte occorre avvisarsi, stai vivendo, ti chiamo e te lo ricordo. Non dimenticare di chiudere il gas, che è troppo presto per scomparire dalla circolazione.
Io ti ho citofonato così ho la coscienza a posto. Io ti ho avvisato.

Scrivo con addosso una sciarpa azzurra. Non posso fumare in camera. Soffro. Soffro non poco. Cerco di capire. Interpreto pulsioni. Mi lascio andare. Mi contraddico. Saboto tutti i salvagente usabili. Che i bagnini del buonsenso non si azzardassero a salvarmi. Ci penso io.

Un bel cd di jazz elegante.
Un messaggio a tarda serata, senza sfociare nella vera notte.
Parole dolci, gentilezza. Una timidezza ostentata.
La farsa della seduzione servita su un piatto ricoperto di mosche.
Il jazz mi ha rotto il cazzo da tempo. I messaggi notturni sono roba da sfigati. Le parole dolci, la gentilezza sentimentale, tattiche reiterate fino all'ebefrenia.
Come è possibile presentare la stessa impalcatura a donne diverse?
Una donna ha un sapore, un odore, più colori, immense possibilità, anime senza fine, misteri come lacci colati dalla luna ogni notte, una donna ha vie di fuga e incarnazioni che noi non possiamo neppure supporre.
Ed intanto, non sappiamo far altro che esercitare il canovaccio fino all'estenuazione, stupidi ed autoreferenziali.
La mortificazione delle tare incurabili è quasi sempre l'aspetto della nostra quotidianità.
Sento la lingua in bocca come una saetta di erba bruciata, sciroppo da febbre, fiele da collera, miele annacquato, fantasia strategica suddivisa in spicchi di vetro freddo. Tutto questo solo per ammettere che sto trattenendo un bacio tra le maglie del giorno.
E me lo perdonerò. Me lo perdonerò, da occasionale benpensante.

Le persone in metropolitana hanno brutte facce. Facce di vita schifo.
Penso che vorrei un punteruolo rompighiaccio. Penso che dovrei recidermi la gola e colorare questo vagone di agonie portoghesi. Quanti senza biglietto? Quanti senza domani?

Tutti perfettini. Tutti educati. Tutti misurati. Tutti caciaroni il giusto.
Tutto autorizzato. Ebbene, vaffanculo.
Vomitare nelle scollature organizzate allo specchio. Balconcini di notorietà.
Dio steso per terra, come un tappetino di benvenuto nelle case di chi ha istituito la cortesia come codice primario di riconoscimento.
Dietro le porte chiuse, finite le serate, le quattro botte stanche all'amore. L'eiaculazione precoce, il fiotto sempre più debole. Il conto in banca rafforzato in vista delle richieste. Buoni cuochi, pessimi scopatori. Mondanità a circuito chiuso, rituali standard, incapacità di guardare avanti.
Scarpe buone per piedi che non hanno l'impronta della terra.
Amici doppiogiochisti. Pavidi. Revisori di conti. Malati di proibito. Le donne degli altri. Sopravanzare un concorrente, imporsi nei giochi di simpatia. Pentole pulite, lingue corte.
Capetti. Caporalini. Caporaletti. Attendenti. Appuntati portinai. Sformati di uomo.
Guadagnare cinquanta euro in più. Tentare di alzare la voce senza sovranità.
Ex stelline che giocano al massacro degli ex protetti, ben assistiti, mal consigliati, gli sgherri hanno in dotazione il seme morto dell'impotenza.
Il miracolato, il “mastrogiorgio” che ha perso tutta la baldanza perché la festa è momentaneamente sospesa e gli amichetti sono a casa. Vincere la lotteria senza saper fare un cazzo.
La plurilaureata che parla spesso del suo clitoride per sembrare moderna ed iconoclasta. Pena.
L'amministratore è una testa di cazzo, ma per buona creanza simulo attesa di sua visita. Non ti conosco, non mi faccio bello per te, non spolvero la giacca, non sposto il cazzo a destra.
Muori, padrone: muori sempre, nei secoli dei secoli.
Lo scrittorucolo geloso con il foulard al collo e la paura di non saper realmente menare la minchia in situazioni che generino sentimenti. Lo scrittorucolo flaccido che si innamora dei suoi libri a pagamento.
Il coglione che ha pubblicato due libri e poi ha fallito tutto quel che c'era da fallire; la tua prosopopea dov'è adesso? Villaggio Valtur? Bara di cherubini? Ganasce di San Pietro?
Poi c'è quello che ci prova con le mie donne. Io lo lascio fare. Perché vederlo naufragare m'è dolce ed è un assaggio cospicuo del rosicchio da verme.
Un lungo elenco di cose e persone che sto perdendo, superando, misurando, smantellando, accecando dalla mia finestra. Con specchi di polvere e sale.

6 Novembre 2010

Oggi non scrivo. Oggi penso che le azioni non sono prevedibili.
Che non esistono piani. Che non esistono strategie.
Oggi non punto sul nero o sul rosso. Punto sul blu.

Oggi ci sono gli Oceansize, in casa mia. I Morphine. Groove Collective. Tuatara. Sono piuttosto taciturno. Ho dei conti in sospeso. Ho delle situazioni sospese.
Fumo sul balcone e guardo il cielo notturno. Terso e con nomi di passaggio.
Ne ho di strada da fare. Ne ho di cose da imparare. Ne ho di sorprese da non organizzare.
Non ho voglia di scrivere.
E non lo faccio.

8 Novembre 2010

La mania dei cambiamenti è di chi non sta cambiando.
Il vento è fortissimo, la pioggia diagonale, maledetto sia chi non fuma. La persecuzione dei fumatori. Il cielo è un impasto di calce malata.
Il collo è protetto da una bella sciarpa azzurra, nel collo custodisco però rose appassite, attento che non vengano trafugate, così, anche solo per cleptomania.
La semplicità esibita è la carta a punti truffaldina di un discount fallimentare. Due anime, due facce, due valigie buone, due biglietti validi per gli opposti del buon futuro.
La discutibile mania di operare nel difficile per giustificare le imperfezioni.
La donna che chiede la carità, sotto la pioggia; parla di bambini, quando c'è da giustificare l'elemosina sempre in mezzo i bambini.
Piove anche sui tavoli imbanditi di una donna che voleva organizzare feste per amore. La disillusione in livrea, non stipendiata, l'hobby di un silenzio ingombrante. L'hobby del fallimento.
Ho tagliato i capelli ma non ho migliorato di molto le mie buone intenzioni.
Conosco un fioraio che divide l'umanità in categorie, bouquet, fascio, piante, corone.
Uomini noiosi si parlano addosso. Io rispondo affermativamente perché così smettono prima.
Uomini noiosi vogliono confrontare i loro dischi con i miei.
Uomini noiosi fanno gare di affidabilità tra nuove fidanzate. Fanno gare silenziose con i cazzi di chi li ha preceduti. E per cinque centimetri muoiono. Cinque miseri centimetri di cazzo.
Vogliono essere rassicurati: “Lui però non era dolce come te”
E stanno ancora peggio. Per cinque miseri, stupidissimi centimetri di cazzo.

È uno spettacolo spregevole osservare la fine di una persona nei nostri pensieri.
Resta, e a volte nemmeno, un odore dolciastro, nauseante, e quel nome che tanto richiamava piaghe e ispezioni nel nero diventa solo un nome. Un nome comune, indossato da molti, scritto da troppi.
Ci si sente sempre idioti quando svanisce un motivo -o un pretesto- per allungare le attese.
Non aspetto telefonate. Non aspetto visite. Non aspetto sorprese.
La cremazione è finita, i nomi al neon sono spenti, sono stato impiegato per nuove missioni, che naturalmente contengano qualche sostanzioso indizio di non riuscita.

I galletti mi danno il voltastomaco.
Fare untuoso. Sobrietà fermoposta NIENTE.
Movimenti da biscia e sorriso dentifricio alle erbe. Poca anima, non basta fare il bidet spesso per avere un buon odore intimo. Ominicchi che si alzano sulle punte. Che biascicano verità lasciate a fermentare tanti anni prima.
La canzone giusta per entrare e sgranare gli occhi.
La canzone giusta per continuare e sembrare un po' distanti, un po' passionali con cura.
La canzone giusta per finire non la trovano. Non la trovano, gli astuti da ore piccole.
La canzone giusta per finire è la morte.

Non sono di nessuno. Non mi sento di nessuno. Anche quando lo sono stato, è durata poco.
Posso dispensare abbracci caldi, quando la luce del giorno ha ripreso il suo battello pendolare.
Non sono di nessuno, ma sono capace di bruciare le sagome fuori uso e farne calore per noi.
Non sono di nessuno, ma non mi piace addobbare le persone per farle somigliare ai miei desideri. Sono corrotto e stanco. Sono impulsivo. Molto impulsivo. Compio azioni contraddittorie.
So che non dovrei, ed è allora che vado fino in fondo.
Quando so che non dovrei. Quello che mi è consigliato è destinato alla rottamazione.
Non sono di nessuno. E non chiedo a nessuno, almeno questo, di assistere alle esibizioni contorte di una saponetta cosparsa di benzina.
Chiedo solo la notte. Per me, per te, per lei.
Per la mia confusione suddivisa in dipartimenti e piccoli uffici. Per la buona riuscita di una fuga senza scarpe, e senza persone da ferire.

Luca De Pasquale