31/10/10

La vela del viaggio di non ritorno

Scrivo da una casa quasi vuota.
L'eliminazione della roba ha creato dei vuoti, che sono stati riempiti dal freddo.
Sono stato implacabile. Ho distrutto anche dei ricordi. Ricordi di mondi non più paralleli, ammesso lo siano mai stati.
Non conservo la corrispondenza amorosa. Mi sembrerebbe di provare brividi per dei cadaveri imbalsamati. 
Ho ritrovato, proprio oggi, molti oggetti di mio padre. Quella è un'assenza che mi prende a schiaffi, sempre, è una casetta di pece sulle altezze vertiginose della stanchezza.
Ho sfasciato dei mobili. L'uomo perennemente in cerca di una casa che non sia un transito e basta.
La casa puzza di fumo. Conserva la memoria sbiadita di incontri e persone che non. Che non. Basta e avanza scrivere "che non". Senza proseguire.

Esiste un posto abbastanza freddo per accogliere i brividi?

Esiste una hall di albergo popolata di gente ghiacciata dedita a liquori e meccanica esercitazione del presente?
Ho lasciato fuori solo due dischi degli Oceansize. Bastano ed avanzano. Ed un libro sul calcio di Gianni Brera.
Sono stanchissimo di coloro che si illudono. Sono esausto di fronte ad epifanie forzate, auspici violenti, scaramantici, sono tumori della fantasia, è morte liofilizzata. 
Sono stanco di quelli che si truccano per le serate, per eludere la reale natura delle giornate, dei contatti. 
La donna delle pulizie che parla del mio peso, del mio alternare un buon aspetto "mangiante" ad uno emaciato e da tavolo autoptico, beh, mi ha rotto il cazzo e non le rispondo. Non dovresti preoccuparti della forma zombie, sciocca; dovresti invece preoccuparti di quando esibisco gote rosse e buona forma.
Il monumento della "Vela del viaggio di non ritorno" presenta buchi vuoti e buchi pieni; quelli vuoti rappresentano quelli che sono riusciti a fuggire, i buchi riempiti di cemento simboleggiano la morte. Ed è lì che mi inginocchierò sempre, quando il monumento non sarà visitato da altri.
Lascerò questa casa infestata di fantasmi. Per il prossimo inquilino, certo meno bonari e solidali che con me, questo è certo. I miei fantasmi non sono sempre pretesto di scrittura. Credo siano anime mangiate dalla loro stessa smorfia, figure con brandelli di sipario cuciti sulla carne.
Hanno accettato me, ma dopo tanto tempo. E dopo avermi accecato, senza gentilezza, brulicando nell'inappetenza e nelle illusioni stupide, le più stupide che io abbia mai coltivato, escludendo per buonapace il fruscio degli abbracci.
Che consolino te, rubicondo rivestitore di appartamenti: rinfrescare i muri di vernice, abbattere muri maestri e creare angoli di comodo e sfarzo li indispettirà solamente, posso garantirtelo.
Dormiranno sulla tua pancia.
Sghignazzeranno ai tuoi orgasmi a muscoli pieni.
Cresceranno i tuoi figli, espropriando fasce di oscurità.
E sotto il letto, il tuo letto, la morte sarà placida e oziosa, enigmatica e silente, una visione nera e senza finestre che nessun Dio potrà illuminare.

In una nota precedente ho scritto che il mio futuro sarà tra Modena, Trento e la morte.

Non so perché l'ho scritto. Lo pensavo. Forse lo penso ancora. Era un'idea.
Una stazione del nord, alle cinque del mattino, immersa nella nebbia, quella è una sorella.
Una sola valigia. Potrei essere tranquillamente un rappresentante di lame.
Un venditore di villaggi con zona d'animazione a picco sul niente.
Un commesso viaggiatore che legge fumetti solo in presenza di estranei.
Un disegno stilizzato, condannato a indossare sempre una giacca arancione.
Un brano degli Oceansize, magari proprio "No Tomorrow", con eterna funzione repeat 1.

L'irrequietezza della vita intima non è garanzia di tranquillità.

Coglioni, neanche cinici. Manipolatori di certezze spalmabili. Coglioni.
Alternare amori non è motivo d'orgoglio e sicumera. Non illudetevi. Tumori del benessere.
Se il sapore dello sperma è dolce, è una consolazione destinata alla vendita sottobanco. Non dura.
Se il sapore dello sperma è acre, è una conseguenza ingentilita. Nasconde l'assassinio dello zucchero, in qualche credenza fuori mano. E' una branchia del nero a spasso per la vita allegra.
La febbre invece ha sempre lo stesso odore, di abbandono e aggressione, di resa riposata e attesa della guarigione, è una preghiera proiettata in un cinema con spettatori muti e pazienti.

Per qualche tempo non scriverò. Cause di forza maggiore, ma anche missione da compiere.

Sarò ovunque. Probabilmente senza parlare molto.
Scrivere è poco affascinante quando le preghiere ti liquefano la bocca e ti rendono uno sgorbio di bella forma, ti spingono in un letto a recitare il rosario della sregolatezza.
"E ora cosa siamo?"
Non. Un non con i puntini sospensivi.
"E ora cosa siamo?"
Siamo bersagli che mirano alle frecce. Forse.
"E ora cosa siamo?"
Siamo la corruzione delle nostre stesse necessità, siamo il gioco che ci conviene. Tesoro.

C'è gente che scrive per ottenere di guardarsi mentre gli succhiano il cazzo. La devozione. No?

C'è gente che scrive per cambiare guardaroba. Per stupire qualcuno.
C'è gente che scrive per ostentare idoli diversi, di fango e ragione, di vetro e d'acqua salata.
C'è gente che scrive per condannarsi. Potrei esserci. Non conta nulla.
C'è gente che scrive per oltraggiare l'estinzione, esplodere in apnea: per amore, per morbo, per ostinazione di coincidenze, per senso corrotto della misura.
I ricavi dei miei scritti, scuole nuove per gli spettri, giostre per chiusure luminose.


Si avvicina la notte. La mia ultima notte qui.
Non so chi mi ama. Non lo posso sapere.
Questa notte è un fantoccio di latta con gli occhi di stagnola e lo stomaco annodato come una sciarpa.
Non ci sono seratine. Non ci sono seratine che tengano. Non ci sono panini in allegria. Non ci sono condivisioni da mettersi addosso come pigiami eccentrici.
Questa notte è giusto che io sia solo.
Che arruoli legionari monchi, che mi circondi dei miei fratelli, e non delle rumorose illusioni che dovrebbero farmi passare per un "uomo sano" agli occhi delle buone coscienze.
Erigere a barriera la propria comunità di abitudini, di gesti, di persone, non è che indottrinare svagatamente un percorso suicida, uguale alla sua reiterazione, un organismo senza vento che genera solo alias da specchio opaco.
Io continuo a non sentire mai le spalle coperte, come è d'uso riassumere; le spalle sono sempre la zona più esposta alla bellezza idiota del tradimento. E qui finisce la mia canzone.


La regola che vale per me, oggi, è non concedere spazio a cose, persone e sentimenti senza luoghi e senza stazioni intermedie. La demolizione di ciò che desideravo è uno dei miei hobby prediletti, gestito silenziosamente.


Questa notte lo sperma sa di ghiaccio senza conservanti, è un getto fermo in una mossa che ricorda, con un po' di fantasia scriteriata, un cigno deforme impiccato alla luna.


LdP






29/10/10

Bonno Soku Bodai


Sciorino il mio miglior italiano. Serve a poco. Solo a presentarsi bene nonostante lo stile dimesso.
Lo uso per trarmi d'impaccio. Per rendere credibili le continue alzate di spalle.
E' un bluff neanche compiaciuto. 
Se qualcuno mi disturba, mi invade o mi ferisce è probabile che io usi le parole nel modo più acuminato possibile. Le parole peggiori sono quelle accompagnate da uno sguardo che le confermi senza esitazioni.
E io quello sguardo lo tengo confinato in zone remote, pronto però ad estrarlo rapidamente.
Detesto la maleducazione, l'arroganza del "tanto io ce la faccio, io sono forte". E' roba ridicola.
Le persone orgogliose prestano il fianco a tante critiche, spesso giustificate. Sono infantili nell'urlare al mondo che non ne hanno bisogno. Ma lo cercano, il mondo; se ne vestono, anche.

L'instabilità sentimentale è disgustosa. La vivo con senso di colpa. Separare cervello, cazzo e cuore è solo macelleria confusionaria, frattaglie d'uomo fritto.
Il cervello è intasato da quarti di libidine sanguinolenti, schegge di saliva dense e appuntite, pezzi di caos vanificati ed ulcerati dagli orgasmi, il cervello non è realmente libero.
Il sesso è circondato da soldati dell'etica sentimentale, invasati e utopici, equivoci sanfedisti dalle ambigue propensioni, puttane cerebrali dal lignaggio indimostrabile. Samurai senza più missioni.
Il cuore è una scatola di vento. Un animale morente cui hanno negato la grandezza dell'ombra.
Mi innamoro per qualche minuto, poi vengo abbattuto da qualche cecchino, nascosto dietro finestre che non dovranno aprirsi, troppa fatica. Cecchini orbi, ordinaria follia e mania dell'estinzione, assoldati dal niente per riportare a galla la voglia del tutto.
Ho confuso volti. Ho confuso corpi. Ho confuso sapori. 
Essere parte di una occasionale felicità altrui mi responsabilizza, mi costringe a guardare la pochezza della mia vanità maschile.
Vanità meschina e leggendaria. "Fickle heart", mi hanno definito.

Sono attorniato da individui che cercano disperatamente l'amore. L'amore potente, quello che azzera la salivazione, rende religiose le attese, santifica il coito, infrange il colossale senso di morte che pervade le nostre giornate come peste profumata.
Un colossale senso di morte che mi raggela appena finisco di venire, una biscia pazza che ispeziona il destino ad occhi bendati, finisco e mi dico: "E ora come faccio?"
Un serpente di freddo tagliato a tranci, come una pizza insapore, la vivisezione di chi è scampato alla paura costituendo obiettivi.
"Che hai?"
"Che hai?"
Non so rispondere. Non so mai rispondere. Non trovo mai gli orari delle partenze. Vago nei porti, nelle stazioni, negli aeroporti, sempre con quell'aria inebetita di chi è orbo e timido per mancanza di organizzazione.

Perché dovremmo rispondere alle telefonate e alle gentilezze di chi non ama?
Quale l'obbligo da rispettare? Bisognerebbe avere il coraggio di non rispondere mai.
Di tagliare tutto. Come ho sempre fatto. Carta da lettera, contatti, regali, ricordi. Tutto.
Non amarsi è una perdita di energie. E' la fatica di delimitare confini di decenza.
La polizia che lavora alla mia frontiera è stata decimata dalla noia, devo dire. Prima erano incaricati di sparare, dilaniare, uccidere alle spalle. Adesso si annoiano, i miei agenti barbuti e senza famiglia, devono riconoscere, verificare permessi ed eccezioni, e spesso si innamorano di chi è finito in quelle zone senza destino e senza più poesia.

Per anni mi sono illuso di generare sentimenti forti in alcuni.
Me ne convincevo, me lo ripetevo, è magia contorta tra noi, ma è pur sempre magia.
Stronzate.
Quello che non accade non esiste. Punto. Le supposizioni vanno lasciate agli stregoni da polso che popolano ed infestano i minuti pomeridiani della nostra fiacchezza emotiva.
Chi non si palesa non esiste. Chi non parla non si esprime.
Hai voglia a parlare di sentimenti nascosti e oscure congetture, hai voglia a strologare di tacite corrispondenze.
Io mi emoziono spesso. E mi punisco subito dopo, se non vedo la praticabilità della cosa. Sono un tipo concreto, quando c'è da soffrire.
Il mio apparato genitale ha vinto dei soggiorni premio, ma ha rifiutato l'animatore e anche la solita sciocca rock band celebrativa. Ha vinto, ha festeggiato in polo e pantaloncini larghi, ha acceso una sigaretta ed è andato a crepare lontano, come si dice facciano gli elefanti. 

Il futuro è radioso, quando non ti aspetti niente.
Quando riesci ad evitare che la smania di eterno vada a misurarti persino l'uccello, oltre che calibrarti l'insonnia, le bugie, le parole sbagliate.
L'agonia non è un gioco tra amici, necessita di sguaiata grandezza e poca enfasi, l'agonia è la promessa di passaggi successivi sorprendenti. Mi sono fatto picchiare per assaggiare la grandezza delle sorprese. Mi sono fatto violentare per ritrovare dignità, e pazienza se dalla violenza sono nati altri mostri che vanno a cavare gli occhi ai bambini che non conosco.
Il sesso è funk. Scrivere è funk. Essere sguaiati è funk bianco, parossismo e attendismo.
Rifiutarsi è una sinfonia a numero chiuso, senza mensa, senza ristoro, senza ricambio di vestiti: è un'immagine che sputi sul giorno per mettere in chiaro il tuo percorso. A te stesso, in primis.

Questa serata fredda, questa serata d'addio è un funk ghiacciato, bevanda da crepe nei denti, cartuccia a salve senza scadenze riconoscibili.

Ascolto un album di Alan Sorrenti che nessuno ha mai calcolato, "Bonno Soku Bodai". Doveva essere l'album della rinascita, ed invece è passato completamente sotto silenzio.
Lui si affannava, nelle interviste di rito, a definirlo "il mio album più maturo". Ma da lui volevano e vogliono il revival, le mossette di "Figli delle stelle", i ritmi da balera piaciona, bolgia epicurea vestita di bianco e baffetti improvvidi.
L'album in questione ha una sua precisa poesia, quella della sconfitta, del cambiamento fallimentare anche se rischiato. L'ho sempre apprezzato molto, Bonno Soku Bodai.
Ascolto il disco e ripenso a quegli amici che mi avevano annunciato nuovi amori, "questa volta è diverso, ci amiamo", "mi sento un'altra persona", "forse non lo vedi, ma io sono cambiato".
Amici che sono finiti sulla strada del rimpianto, con sogni impotenti al guinzaglio e dame di compagnia senza denti, senza fame addosso.
Non c'è nulla di più triste della forzatura alla propria sorte; non si può vedere in una novità la forza rivoluzionaria del cambiamento reale.
Il cambiamento reale la vita te la fotte prima, non si fa annunciare con modi gentili. O con baci.
Il cambiamento reale ti artiglia il collo, te lo gira, è la giostra, l'illusione folle, le farfalle giganti nere che ti svolazzano nello stomaco vuoto, è la morte che ti prende in giro offrendoti vita.
E' la meravigliosa ed impagabile beffa del sentirsi vivi e partecipi degli incontri che si fanno.
Ora vado. A stanare ombre, a verificare se stanno davvero imparando il mio alfabeto.

Grazie: Alan Sorrenti, Jean Paul Bertrand-Demanes, Sottacqua Inc., la nazionale di calcio egiziana, Progres Niedercorn, Rot Weiss Erfurt, Elisabetta Mariani, Dominique Baratelli, Christian Piot, Piet Schrijvers, Jan Jongbloed, Trevor Brooking.

28/10/10

Escluso il rimborso


Romolo e Ginevra sono talmente affiatati che riesco a guardarli negli occhi insieme, quando parlo con loro.
Il loro feeling, il loro essere talmente invasati del proprio amore, me li rende insopportabili alla scadenza dei dieci minuti di prammatica.
Mi parlano entrambi, quasi all'unisono, di civiltà, di solidi valori sociali, dell'auspicata stabilità dei sentimenti e degli ideali. Mi annoiano. Mi annoia che mi citino Travaglio, solo perché sanno che sono di sinistra. Mi annoia non sapere cosa rispondere alle loro volenterose abitudini discorsive.
Me li immagino fottere. Credo che non facciano scintille, credo che siano uno spot del Mulino Bianco o della Barilla. Lei, che deve recuperare i dispiaceri di famiglia, un po' di cellulite, lo sciocco scopatore che la irretì alcuni anni fa, la fede che va e viene e che necessiterebbe di manutenzione, per non dire di miracoli.
Lui. Lui che crede di avere la mia stima. Lui che non si è chiesto nemmeno chi e perché io stimi. Lui che è gentile, ma non mi sorprende mai. Con un concetto, con un'azione insensata, con un tuffo nell'ignoto. Lui che ha tutti i valori ben incastonati nel disegno di base, nell'avatar sociale, nella certezza della propria apparenza.
Lui che non riesce a fare sesso con violenza, anche quando vorrebbe; inizia forte, dice cose piccanti, ma non sa rinunciare al "ti amo" e "quanto sei importante per me". Lui che vive al sicuro, e ha tanta paura di passare da una sicurezza all'altra. Perché si perde sempre qualcosa nei cambi di vita, di sentimenti, di idee. Si perde sempre qualcosa, e questa è una delle cose che mi piacciono.
Questi due mi infondono tristezza: sembra si siano obbligati a piacersi, ad amarsi, ad intrecciarsi. Non c'è nulla di sfuggente in loro, non c'è pazzia, non c'è misurazione reale delle tenebre, è tutto un susseguirsi di luci artificiali.
Ho provato ad uscire qualche volta anche con i loro amici, ma io non piaccio quasi mai alle combriccole. La colpa è solo mia: sono un poster spiegazzato di individuo singolo, lo so e me ne assumo le scomodità.
Guardo Romolo. Lo guardo e cerco di immaginare come si sente dopo l'amore con lei. Credo felice. Temo realizzato. I suoi baci sono uguali da anni, con le compagne (poche) che ha avuto. Sempre gli stessi baci, sempre le stesse dichiarazioni.
Fa freddo e non ho la sciarpa al collo. Ricordo un'amica che dopo le avventure vomitava. Non ce la faceva ad accettare la brutalità degli scambi, anche solo di abbracci e di liquidi. Vomitava, mi telefonava, si aggrappava al mio cinismo. Non ha ottenuto molto. Ci ripenso e mi dispiace.
Ginevra è brutta. Mi fa pensare ad un carro carnevalesco, Viareggio fuori zona. Romolo fa al caso suo; lo dominerà, lo accetterà a pranzo, a cena, nel letto, nel progetto insieme, nel mutuo, lo accetterà come padre dei suoi figli.
La sera è lucida, stanca, il pensiero va verso la nebbia, il riacutizzarsi delle voglie, la loro compagnia è finita, la mia disponibilità anche. Mi accomiato con garbo pletorico, cado dalla loro gentilezza come una moneta di latta. Il poco deve durare poco.

Quello che viene a controllare il contatore dell'acqua è antipatico. Inforca degli occhiali con montatura rossa e mi sta sul cazzo da sempre. Lo saluto a stento, tossisce perché ho la sigaretta in bocca. Non smetto di emettere fumo e non lo accompagno alla porta. Mi consegna un foglietto con la misurazione. Non lo leggo, lo straccio e torno a scrivere. Tanto non pagherò.

Parlo al telefono con un'amica. Non c'è attrazione tra noi. Quindi posso parlare.
Mi ricorda che tempo fa mi fu dato dello "svuotacoglioni". Io. Si scandalizza di quest'equivoco, ma le rispondo che ci sta tutto.
"Non sono uno così trasparente", le dico.
"Ma non sei uno svuotacoglioni!"
"Quando non si conosce si va a tentativi"
"Sei serafico, a volte"
"Quando non conosco posso anche essere serafico"
"Io penso che tu sia un uomo paziente"
"Sei la prima persona che me lo dice in trentotto anni. Ti ringrazio"
Essere amici. Quando la curiosità non bussa alla patta dei pantaloni è tanto facile.

Mi taglio il pollice con la carta. Sangue. Resto fermo. Lo succhio. Sa di ferro. Mi piace.
Il taglio brucia. Me lo tengo. 
Dovrei scrivere qualcosa sul fatto che il sesso con il dolore ci va d'accordo, almeno in questo arrondissement. Il sesso con il mal di schiena è un buon digestivo.
Ti costringe a concentrarti sui punti cruciali, sulle zone di scoperta, sulle sensazioni, è un martello di lampi su un nervo scoperto e agonizzante. Ti senti di più la bocca. Le mani sono più forti, perché si trascinano dietro l'inarcarsi innaturale della schiena dolente, trasportano pena, rabbia e voglia.
Mi sono morso il palato più volte, per dimenticare il dolore. Ho ferite in bocca. Ho una soglia del dolore decisamente alta, non so quanto sia una fortuna.

Non mi piace essere guardato quando dormo. Sono molto brutto quando dormo, l'ho sempre pensato. Mi piace pensarlo, così sono autorizzato a coprirmi e a rintanarmi.

L'inutilità della guerra. Le guerre private sono follia.
Le guerre sono una perdita di tempo, di stile e di ragione.
E' onesto chi mi ha detto ti amo e poi è scomparso. E' onesto e regolare, e onesto e regolare sono io quando dico ti amo senza impiccare qualcuno al mio futuro.
Quando prenderò per mano un bambino riuscirò a non guardarmi. Mi piacerà. Sarò un buon padre, se mai accadrà; lo percepisco, lo desidero, sarà un riscatto per tutta la nebbia che ho seminato in giro, la provvisorietà energica e folle dei miei dietrofront, l'impossibilità cronica di legarmi ad una sola donna se non presenti i requisiti di volo d'angelo.
Un bambino otterrà la mia tregua, il mio sacrificio, l'interruzione dei pensieri dinamitardi, anarchici e individualisti.
Un buon padre chiuso in una scatola: telecomando, garanzia, certificati, escluso solo il rimborso.


In metropolitana un prete mi ha guardato fisso, con una certa insistenza.
Ho ricambiato lo sguardo.
Mi ha dato l'idea di un uomo molto tormentato. Un uomo che si vince per quiete.
Cazzo, quanto ci riconosciamo facilmente, a volte.


Mentre scelgo la lettiera nuova per il gatto ripenso alle curiosità che non mi sono tolto. Tante. Come sarebbe stato avere la sua faccia sulla mia pancia? Ovviamente penso ad una donna e non ad una gatta.
Come sarebbe stato dire sì ad una promessa sbagliata?
Che faccia avrebbe adesso mio figlio, ventuno anni dopo?
Se avessi accettato quei soldi per farci scopare, io e il mio amico, da quella coppia malata ai tempi dell'università?
Tutte le storie costellate di "no" mantengono vivide curiosità e supposizioni.
Ma i fratelli Muccino lo sanno che sono un loro cugino? Non ho fatto nulla per farglielo sapere. 
Franco Ressel lo sa che gli ho dedicato il titolo del mio primo libro? Papà lo conoscevo.
Quando mi hanno chiesto di amare completamente io ero parziale.
Quando ero pronto ad amare mi hanno detto che dovevo guadagnarmi il ruolo di titolare.
Il tempo spesso è una scommessa mal pagata, è un'insolvenza gentile.
Ho la curiosità di conoscere ed intervistare Alan Sorrenti. Mi sembra uno interessante.
Pensavo fosse piacevole tradire. E' eccitante quando capisci che stai per farlo. Lascia un retrogusto di vomito e paura, se non sei predisposto. L'erezione è certamente migliore, ma mi sembra assai poco, nel computo finale.
Se mi guadagnassi da vivere con la scrittura, se fosse possibile, smetterei di sentirmi una troia che non si sa truccare.
Non posso baciare in bocca la mia vita, finché mi sento una zoccola improvvisata, con le zeppe malferme, il rossetto sbavato, le parole sbagliate anche dopo che mi hanno sporcato.
Non so accendere i falò quando sono in compagnia, mi sento osservato. Le mie tariffe sono proporzionate al grado di dispersione del mio inutile.


Voglio un vestito su misura. Blu scuro. Anche pervinca. Cobalto. Verde lanterna.
Annodatemi la cravatta, e per favore mandatemi in qualche posto, istruendomi ad essere affabile, misurato ma senza beffe, come è mia abitudine.
Autorizzatemi a chiedere attenzione, senza che diventi un gioco di forza.
Abbracciatemi pure, non dimenticando che potrei trovare un'angolazione visiva per sentirmi la persona sbagliata.


Ringraziamenti: la mano sporca del molestatore a camicia aperta sul villo d'oro, pasta Martelli, Travocort Applicazione, Eleven H11 fuori commercio, Pears Soap, Nucleo d'Esproprio Proletario, Masaki Kobayashi, Ekeke e l'Africa da cartolina, Roger Corman, Elisabetta Mariani, Temucin Bistecca, essere belli e non essere amabili nel senso stretto del termine, Kyoko, Elio Zamuto, Biagio Pelligra, Attilio Riva, Angela Gobbi.



27/10/10

Mani al completo


Oggi ho fumato troppo.
Ho incontrato delle persone. Ho guardato negli occhi una donna alla quale non piaccio più.
Ho guardato negli occhi, con un largo sorriso da esposizione, una donna alla quale stavo piacendo e poi ha rinunciato.
La mia canzone di oggi è "Blue eyes" di Elton John. L'ho più volte ascoltata a tutto volume. Non sono tipo da mutanda in testa. Penso di avere ancora del tempo per sentire i piedi frullarsi in una clessidra di pece e carezzare cani e bambini senza sentirmi uno stupido.
Non sono solo e fingo di essere solo. Certe emozioni incerte, traballanti, altalenanti, non sono di esclusivo dominio di chi non ha una controparte al fianco. Posso provarle anche io, anche e soprattutto quando non sono solo.
Sono infedele. Oggi come sempre. Infedele e seccato dalle costrizioni. Divento serio solo quando perdo la testa o quando vesto d'istinto una persona, ben sapendo che andrò a morirci.
La vocazione al carpiato con la scogliera che si agita sotto di me, perpendicolare alla febbre, d'urto alla vita, scomoda come una canzone introvabile.
Fumo al bar e l'amore altrui mi annoia molto. Ho le gambe nel fieno bagnato e il cuore è sotto una pressa che ha avuto una sola faccia per un tempo eccessivo.
Non m'importa se quelle per cui ho sofferto mi hanno dimenticato e rimpiazzato a brevissimo giro di vite, se non in contemporanea. Non mi interessa. Sono persone. Io sono una persona.
Il mio futuro è tra Modena, Trento e la morte.
Bacio lentamente perché altrimenti mi metto a sognare.
Il sesso è la vita che regalo. Non so farlo in altro modo. Saperci fare con le parole è una beffa di pagliuzze sommerse e travi arrugginite.
Bacio piano perché ho paura di smantellare gli incanti.
Le mie carezze sono infinitamente più lunghe delle mie mani. Vengono da lontano, dalla culla con due piedi mozzi, dai "no" seriali che distribuivo da bambino.
Ora cerco di distribuirmi, di essere vero, tra abbracci al freddo e parole che non dico. 
Fumo al bar e guardo i liquori, bottiglie verdi, bicchieri capienti, lo specchio, la mia malinconia.
Non ho mai obbligato nessuno ad amarmi. Ho fatto capire a coloro che tenevo in considerazione che potevo, certo che potevo, accettare delusioni come doni distratti, le risorse non mi mancavano.
Posso di nuovo carezzare dei capelli e un volto prima di dormire. Conta. Conta qualcosa e conta molto. Anche.
Quella poltiglia blu, il risultato di pioggia e orologi fermi, le grandi mani che non mi vogliono più, il profumo sotto le ascelle, la canzone di Elton John, l'imbarazzo di un incontro già finito, tutto è in quella poltiglia blu che intasa i condotti della memoria, cripta i sogni e li conduce al caffè della mattina seguente senza lacrime, senza battelli, purtroppo senza compromessi.
La disperazione chirurgica e dotata di efficace planimetria si estende nei gesti, il sesso è il regalo immediato, le parole sono l'eco, il rifugio, l'Arca ubriaca, la stanchezza di essere stanchi e poco strutturati.
Fumo al bar e ho quasi quarant'anni. Chissà quante chances mi rimangono, quelle con il fuoco, intendo.

Guardo negli occhi anche mia madre, per strada. Ho una carezza breve e seria per lei.

Il mio destino le appartiene. Le dovrò comunicare i risultati in tempo.
Le mie ferite mi appartengono.
Alcune ferite hanno nomi incisi a carne. Anche una fasciatura. Anche un'emicrania ha un nome.
La mia schiena è il risultato del mio inferno. Il mio fascino è solo un errore di persona perpetrato con caparbietà.
Mia madre mi guarda fumare. Dice che ho lo sguardo distante, verso altro.
E' come se avessi dimenticato gli occhi a casa.
Il cielo è grigio e ricordo bene i baci frettolosi e le telefonate poco intelligenti per convincermi di amare. Il mio cazzo mi appartiene, è come una penna in mano ad un pessimo allievo di doposcuola. Eppure mi scrive e mi descrive, molto meglio delle mie parole puzzle.
Il mio stomaco è una battaglia tra mercenari, gli uomini dei ricordi, gli uomini dell'adesso, le streghe alle quali già accennai, notti di appunti mai scritti, i capelli che riesco a carezzare oggi e adesso, la mia vita in un salvadanaio con le finestre.
Mia madre mi dice che sono affascinante. E' di parte, ma merita un'altra carezza.
Getto la sigaretta. 


"Azzurro dappertutto, anche nel cuore", canta Johnny Dorelli.
Lo sguardo fisso mi condanna all'attesa di qualcosa di grande. I miei occhi si sono abituati all'intercettazione delle tempeste e a schivare segnali d'interesse.
Permetto a pochi di saccheggiare le reali notizie sulla mia vita. A pochissimi. Ecco perché posso permettermi di scrivere in prima persona.
Mani smaltate di rosso mi stracciano la faccia e creano porzioni di notte di cui abusare.
In farmacia una signora mi qualifica come "bel giovine" e mi carezza la mano destra.
Bel gesto. Ho il disprezzo nascosto in un anfratto temporalesco, il disprezzo per quei sorrisi che non mi riescono mai per intero.
Salgo le scale del palazzo e soffro. Sto zitto. Come sempre. Il mio nome è composto da quattro lettere che hanno chiesto asilo politico da molte vite belle.
Mi cercano. Io leggo. Imparo. Disseziono. Muoio, rinasco e rispondo. Amo e mi infliggo la nostalgia quando il cielo è poco interessante. Mi regalo nel corpo e proietto ombre cinesi volenterose.
Muoio a morsi, nuoto in sapori nuovi, vado dietro la lavagna a scrivere le mie poesie un po' vergognose e timide. Giro la lavagna solo quando so che sto uscendo. Timidezza.
Sono un veterano e le nuove emozioni non mi fanno sparire dalla circolazione.
Non cerco sicurezza. Non cerco mai sicurezza. Sono provvisorio quando brillo. Leggono i miei temi ad alta voce, mi vergogno ancora.
Mi sono guardato allo specchio per cinque minuti dopo lo shampoo. Mi bruciavano gli occhi.
Cercavo rughe.
Cercavo segni di distinzione da ieri.
Cercavo di leggere i nomi sbagliati. Al contrario, da destra verso sinistra, cercavo il colore degli altri sul collo arrossato. Cercavo trentotto anni nell'acqua grigia.
L'inverno è qui. Io pure. Marionette e souvenir imballati. Le mani sono importanti, sul volto, prima di dormire. Le mani possono essere pace. Le mani possono essere carezze, onde, addii, manie, idoli, polvere, esercizio di paura e contraffazione di prigionie.
Le mani che contano non sono mai complete.


LdP



24/10/10

Dimmi che lo sai

L'ultimo giorno prima di tornare alla vita esterna, al lavoro, alle relazioni.
No che la schiena non sta ancora bene, anche perché non si capisce cosa le sia accaduto davvero. Mi hanno consigliato analisi diverse, terapie, posture, massaggi, nuoto dorsale su tavoletta, ottimismo, strategie di piegamento e riposo non a pancia in giù.
Farò quello che è necessario. Sono ancora giovane. Voglio camminare, correre, fare sesso, scattare. L'ho sempre fatto.
Chissà perché tutte queste attenzioni, questi consigli e questo brusio di partecipazione sono state molto ridotte quando era il cuore ad urlare dolore. Forse perché sono un tipo che si lamenta poco, anche se ne scrivo molto, di quei dolori. Non sono uno che prende il telefono e sciorina la sua sofferenza al primo malcapitato. Me la vedo da solo, annego, mi abbrutisco, divento violento, divento quello che forse sono dalla nascita, un coccio aguzzo.
Ci sono stati dei mesi, quest'anno, che guarire mi sembrava impossibile e quasi deleterio. Ho cercato di degradarmi con delle seduzioni addomesticate. Mesi e mesi con il cappio al collo, il senso di colpa verso me stesso, una sorta di rabbia carnevalesca, con il silenziatore.
Ad un certo punto mi sono reso conto che le mie conoscenze femminili erano aumentate per magia, un numero per me esponenziale di novità nebbiose, ed il cuore stava sempre peggio.
Ho passato giorni e giorni a leggere "Frammenti di un discorso amoroso" di Roland Barthes. Leggevo, fumavo, mangiavo poco, di notte desideravo e smaniavo. Mi sono morso le labbra tante volte. Ho lacerato il palato. Ho provato disgusto per la fame rincitrullita del mio sesso, di per sé poco selettivo, straniato, straniero in terra arsa.
L'estate è stata uno strazio, con la schiena ridotta a cenere di nervi stesi, i libri finiti, le canzoni fraintese, la peregrina idea di creare un'astinenza nobile da sputare sulle disillusioni come naturale ed inevitabile conseguenza.
A certi stadi di dubbio e violenza, il rimpasto delle emozioni e i funerali in serie da dedicare loro, il sesso non conta nulla. E' un ammennicolo fastidioso, occasionale, sazio e distoglie dall'essenza.
Ho desiderato molte donne, in questi ultimi mesi. Non ammetterlo sarebbe sciocco.
Ognuna per un motivo diverso, per una scintilla differente. Ruggiti in sordina, gargarismi osceni allo specchio muto, non ne facevo parola, rispettavo il ciclo silenzioso, non agivo, non pregavo, non chiedevo altro che tregua.
La mattina mi svegliavo e mi dicevo, odiando i denti a bagno nella nicotina e il cuore strizzato senza fregi, "qualcuno mi ha fottuto. Qualcuno mi ha fottuto e sto imparando".
Io non telefono. Davvero, io non uso il telefono. Non chiamo chi desidero. Mai.


Avrei potuto fare del male a qualcuno, quest'estate. Non l'ho fatto.
Ho profondo rispetto per i sentimenti altrui, anche se non mi piacciono affatto. Ho rispetto e non chiedo nulla, certo non chiedo di mettermi in fila e aspettare. Se e quando annunceranno il mio turno, sarò lontano, chissà dove, maggiormente lontano da me stesso.

Ricordo una serata di luglio, qui a casa mia.

Due abat-jour accesi contemporaneamente, io pettinato, con la camicia buona, con le mie sigarette, lo stereo con Bruno Martino, le stelle, la luna mangiucchiata a sorvegliare altre cose.
Un uomo da appuntamento galante. Un trentottenne da appuntamento stuzzicante.
Solo che non aspettavo nessuna. E nessuna si è presentata, appunto.
Stavo così per me, solo per me. Ho visto un film. Ho letto Buzzati. Ho fumato fino a tardi. Sono andato a letto. Mi sono rispettato un po'.

Mio padre aveva la figura di un dandy da pianobar. Bruno Martino, Lelio Luttazzi, Fred Bongusto, Tony Renis, Emilio Pericoli, Il Guardiano del Faro.
A mio padre piacevano le donne alte con i capelli lunghi sulle spalle.
Mio padre aveva le mani piccole e incerte, io no.
Mio padre era veramente una persona per bene, detestava la cattiveria, la solitudine sofferente, mio padre mi umiliava involontariamente sul piano della dolcezza.
Per questo lo proteggevo.
Io mi sono sempre sentito parziale, di passaggio, un'inversione a U perenne, un fuggitivo, un illusionista da quattro soldi, un baro inseguito da cani vecchi travestiti da sogni.
Per anni ho fatto di tutto per conoscere le sue donne, quelle che gli erano piaciute, volevo che vedessero il risultato successivo di mio padre, la sua spiegazzata eredità, la sua testimonianza poco aderente all'immagine di sempre: io.
Le passioni violente non gli piacevano. Io concepisco solo passioni senza sconti. Un estremista, me lo diceva sempre.
L'altra sera, forse l'ho già scritto, ho provato i suoi vestiti di alta fattura. Giacca e cravatta, se non assumo quell'aria da coyote ferito, mi rendono più docile, forse un po' ridicolo. Non ho la sua dolcezza, l'amarezza mi rende un ospite inatteso e spesso senza parole.
"Dimmi che lo sai, che io amo te. Dolcemente, dimmi che mi vuoi, che mi bacerai, che ti innamorerai, che dopo tutto bello sarà".
Il vecchio vinile di papà, quello bello di Bruno Martino, suona nella mia tana semivuota, asservita a dignitosi fantasmi senza smanie di protesta.
Sono una ruga. Sono quel biglietto galante scritto nel 1971. Sono morto nella mia mano sinistra, quella delle confessioni, e non ho accettato cioccolatini e caramelle, solo rifrazione di sorrisi, sperando sempre di non prenderli in pieno.

E' un autunno un po' perverso. Asciutto, essenziale, atto a recuperare.

Non ho programmi per i prossimi giorni. Non ho stilato un palinsesto per ebbre fantasticherie senza costrutto.
L'amico infastidito mi chiede del sesso, lo hai visto, Luca? Io lo vorrei, io vorrei "svolgerlo".
Gli dico che il sesso conta solo quando si arrampica su qualcosa, fossero anche e solo rovine.
Tra le righe, gli dico anche che sono fregato. Che mi viene da ridere. Che non riconosco più gli abbracci, che mi sembrano sempre aggressioni, capziosi metodi di annettere tempo alle delusioni.
Gli dico che mi innamoro quattro minuti a settimana. Per chimica e maledizione.
Gli dico che nel mio destino c'è una donna bionda. La donna definitiva.
Gli dico che me ne frego di collezionare dischi e libri, che è cabaret per assassini interdetti dai propri uffici. Gli dico che collezionare è noioso. Anche e soprattutto amori, io già lo sapevo, lo sapevo da tanti anni, lo avevo già fatto, ero caduto e avevo montato una tenda a picco sugli incubi, tanto per non pensarci.
Gli dico che mi troverà in una nuova casa, che forse mi raderò più spesso con l'acqua calda, che non sono mai contento se penso per più di tre minuti alle stesse cose.
Gli parlo di Puskin. Bisogna leggerlo. E' passionale ed è anche morto in un duello per amore.
La moglie, sembra non fosse tanto seria. E' morto per colpa sua, pare.
E chi se ne frega del comportamento altrui, se le stelle si rincorrono si azzera ogni cosa e il destino non si sposta di un millimetro.
Il disco di Bruno Martino gracchia, forse rovina la puntina. Spengo. 
E, proprio come mio padre, divento solo una piccola brace nel buio, la sigaretta per segnalarmi, per annunciare l'inverno, per distrarre le scommesse dalla loro infinita stupidità.


"Cos'è che ti piace in una donna?"
Pausa. Posacenere.
"Le mani. Gli occhi. La bocca"
"Non sono convinto... cosa ti appassiona in una donna?"
"La sensazione che per lei potrei commettere e vivere qualsiasi cosa". Stavolta nessuna pausa.
"Romantico, no? Del resto me lo aspettavo"
"Perché?"
"Perché tu sei un estremista"
"In che senso?"
"Nel senso che capisci. Ti piacciono le cose totalizzanti, sei estremista, o bianco o nero. Non so quanto ti troverai bene, tu vuoi molto"
Nessuna risposta.


Avevi ragione, papà. I risultati sono contraddittori, ti dirò. Ma sono ancora qui. E porta i miei saluti alla donna bionda, se intanto non ha cambiato colore per svago e depistaggio.


Grazie: Bruno Martino, Paolo De Pasquale, Aleksandr Sergeevic Puskin, Toni Dallara, Profumeria Ostuni, Knapp Tintura, Cibalgina in astuccio, radio Kella 1967, la signora Clementina, Giulia dove è ora, Marcello Di Fraia, Domenica il mio primo amore, Mimì, Daphne Roulier, I left my heart in San Francisco versione 7'', Giuseppe De Pasquale e il sollevamento pesi del 1919, Ida Cappuccio, Emilio Cappuccio, Franco Ressel, Don Nino e il suo prosciutto salvaschermo, le altalene senza forbici annesse, Elisabetta Mariani, Annamaria di Salerno dove è ora, il capo dei vigili napoletani nel 1971, Riccardo Bacchelli, Antonio Granato e la sua "che situazione", Enrico Della Corte, Nautica Maglietta, Allociné, Valerio Zurlini, Lyle Gorch, Pike Bishop, Landru, Antoine Doinel, Philippe Garrel, Arona, Pallanza, Verbania, Luino, Oggebbio, Stresa.


DEDICATO A BERNARD GIRAUDEAU


23/10/10

Der Mussolini minor


La vecchia non rispondeva una parola.
Hermann si alzò.
"Vecchia strega!", disse a denti stretti, "allora ti costringerò io a rispondere...".
A questa parola estrasse dalla tasca una pistola.
Alla vista della pistola, la contessa manifestò per la seconda volta una forte emozione. Scrollò la testa e alzò un braccio, come per ripararsi dallo sparo... Poi si rovesciò all'indietro... e restò immobile.
"Smettetela di fare la bambina", disse Hermann, prendendole una mano. "Ve lo domando per l'ultima volta: volete indicarmi le vostre tre carte? Sì o no?".
La contessa non rispondeva. Hermann si accorse che era morte.
ALEKSANDR SERGEEVIC PUSKIN, La Dama di Picche


Ci sono donne che portano i capelli tirati indietro. Forse per evidenziare gli occhi, le labbra, il naso, anche se a volte non perfetto.

Ne guardo un po'. Non conosco il loro nome. Non conosco il loro sapore. Il sangue ha sempre un sapore diverso, invece. Stasera i miei occhi sono un equivoco poco importante, un messaggio al quale non ho risposto, una visita mancata, una birra risparmiata.
L'ombra dei capelli sul muro è arruffata, mi è familiare, mi piaccio.

"Non sono innamorata di te"

Non posso demolire chi me lo dice, perché non sono innamorato neanch'io.
Tante volte, la mia mancanza di rabbia è stata solo non amore. Tentativi poco convinti. 
Anche se sarebbe bastato poco. Poco bastava, poco c'era. Poco è rimasto. Raziono luce alle nuove conoscenze e non scoccio nessuno.

Chissà quante altre persone vedrò morire. Chissà se rimarrò freddo come sempre.

Al funerale di mio padre c'era molto vento e non ho pianto. Il dolore era un peso per affogare e come tale me lo sono portato dietro.
Adesso è una bandiera tesa in una colonia decimata dalla peste.

Rumore di tacchi nelle scale. Non sono per me. Mi inquieto un poco.
Quattordici giorni a casa. Medicine ovunque. Molta zavorra eliminata. Letture. Scrittura. Qualche sigaretta di troppo. Qualcuno ha chiuso i miei scatoloni, sigillato la mia sopravvivenza, esautorato il superfluo. Ho avuto affetto, anche molto. Mi è bastato e provo gratitudine, con un retrogusto di sorpresa che fa bene.
Allora ci sono persone, mi sono detto, che accettano tu possa essere convalescente anche dentro, che non te lo fanno pesare, che non vivono questa condizione come sottrazione al loro spazio.
Ebbene, forse mi sono riconciliato con queste forme di affetto, una volta per tutte.
Non essere forzatamente primedonne facilita i sentimenti, quali che siano i sentimenti in gioco e la loro evoluzione. La terra bruciata, quella è un'altra sensazione, non è la sensazione di questi giorni e ne scriverei svogliatamente.


Nei miei sogni ricorrono le carte da gioco. Molto spesso. Ed altrettanto spesso hanno significati piuttosto ambigui.
Il due di coppe che ho trovato per strada a metà settembre si è realizzato.
Ho ricordi piuttosto precisi circa altre previsioni, datate ma ancora attuali. In particolare, su quello che farò dopo i quarant'anni e sul colore di capelli di una donna.
Quest'anno ho fatto un paio di letture che si sono rivelate mendaci. Strano, non avevo sbagliato mai. Forse mi sono fatto condizionare dai desideri, strano per un "tecnico" come me.
Beffato due volte dalle carte. Meglio. Mi sono involontariamente riavvicinato a Puskin.


"Quella notte non dormii e non mi spogliai. Contavo di dirigermi all'alba verso la porta della fortezza dalla quale Marja Ivanovna doveva uscire, per salutarla lì l'ultima volta. Sentivo in me un grande mutamento: il travaglio interiore mi riusciva assai meno penoso dell'abbattimento nel quale ero piombato di recente. Alla tristezza del distacco si mescolavano anche speranze vaghe, ma dolci; la smaniosa attesa dei pericoli, e nobili aspirazioni.
La notte passò senza che me ne accorgessi."
ALEKSANDR SERGEEVIC PUSKIN, "La figlia del Capitano"

 Non si può essere incontentabili. Perché quando ti svegli la mattina vedi tutto in una luce razionale e confusa allo stesso tempo. Gli eccessi della sera precedente, anche quelli di scrittura e di concetto, sono solo pallide frequentazioni dell'irrazionalità. Sei costretto a seppellirli, se non vuoi farti fottere dalla realtà.

La smania di una passione che sia perdizione, la voglia di lasciare il lavoro insoddisfacente, gli amici sciocchi e le persone che non hai acceso d'amore per te, sei costretto a riprenderti tutto con gli interessi della notte agitata.
Io con questa barba da naufrago e mistico, quanto scommettiamo che la raderò lunedì mattina per tornare al lavoro? Quanto scommettiamo che stare bene è più sensato di perdersi per amore?
Il coraggio necessita di alterazione.
E l'amico che come me ha il mal di testa da pensiero autodistruttivo, quanto scommettiamo che finiremo a parlare di band dark e dei blowjob auspicati o sventati?
Il gommoso e pazzo suono del basso wave, la mattina spesso non ce la fai. Perché altrimenti ti devi vestire da vampiro e dilaniare le seccate pecore di Dio. Manca il coraggio. Anche a me.
E le litanie, le litanie avellari della notte, quando chiedi ai demoni di dare disciplina alla tua assenza dal giusto, quando implori di renderti utile oggetto di buio, cosa resta al mattino se non il dovere, magari accompagnato da un'erezione senza senso?
Quel corpo che tanto volevo, anche è scomparso, prima è scomparso nel mal di stomaco ed ora è stato sostituito da altre fantasie, da altre percezioni e qualche giusta sorpresa.
La notte mi resta spesso in gola, come uno sputo di odio e fame, pronto ad essere scaracchiato sul primo volto antipatico, goffamente rivestito di minuscole autorità. Der Mussolini nella polvere puzzolente di attività fallimentari, Der Mussolini con il sesso grasso e flaccido, Der Mussolini e le ore che passano, pagate male, ore senza amore, le ore che non sono colmabili, non con la musica, non con il sesso, non scrivendo stronzate sui social network. Sono ore che colano e che si fanno guardare dai barbieri malati, dalle cameriere, dai cani sciancati, dalle porte cigolanti delle chiese deserte e i loro mendicanti fasulli.
La notte è un canale di scolo blu elettrico: ma tu perdi, anche le scorie, perché la mattina tutto è tornato indietro, sciocco e abitudinario come il tentativo di amare in pubblico.

22/10/10

Il teorema di Gomeg


"No longer see injustice in self destruction always"
Jaz Coleman, "Wintergardens"

Mi butto su msn con il nickname di tale Gomeg Negrisolo. Ho accumulato dei contatti e delle curiosità. Il mio umore è impenetrabile, mi sono svegliato male.

Non ho pagato il fitto, non ho fatto gli auguri di compleanno a due amici, la schiena mi fa male. Sono un Robinson Crusoe da monovano. Sono il risultato di anni di trascuratezze.
Inizio con Cristina.
Fa la preziosa, quel che reputa giusto, usa la K al posto della C e questo già non mi va bene. Mi parla un po' del suo cane, un affettuoso bastardino, un po' della sua laurea in scienze politiche. Lavora in un negozio d'abbigliamento, ma oggi è a casa per via di un lieve infortunio ad una mano.
Cristina: Cosa vorresti fare oggi?
Gomeg Negrisolo: Mi piacerebbe ammazzare qualcuno.
C: Stai cercando di stupirmi? :D
GN: Dovrei riuscire prima a stupire me.
C: Non ho trovato il tuo libro da Feltrinelli....
GN: Non mi stupisco. Ormai è passato del tempo.
C: Ma non è che ne hai una copia per me?
GN: Non ne ho neanche per me.
C: :(
GN: Non mi sembra una catastrofe, andiamo avanti.... senti, non sono tipo da girarci attorno, hai qualcuno....
C: Ma come siamo diretti!!!
GN: Sarà l'età.
C: ...... e che dovrei rispondere....? :P

Maledette faccine del cazzo.


GN: Se non lo sai tu.

C: .... diciamo che potrebbe esserci qualcuno ma non lo so ancora bene....
GN: Andiamo bene.
C: E' un momento strano... accadono cose che non so interpretare... un gran kasotto!

Kasotto? Kasotto un kazzo, allora. Taglio subito a corto, mentre mi accorgo che la sigaretta sa di caramella Rossana mista a febbre. La schiena è una crocifissione e mi annoio. Non voglio sapere di Nemo il marinaio mezzo frocio ma bellissimo, del batterista Ivo, del geriatra Fauno, di Hector il commesso di profumeria, dei suoi amanti, delle sue delusioni, dei suoi pianti da sola, degli orecchini sbagliati, dei regali immeritati fatti all'uno e agli altri. Non lo reggo, non ce la faccio. Mi annoio.

Mi accorgo che sono fasullo io per primo, io, Gomeg Negrisolo, che l'unica frase sensata che potrei scriverle è: "Credo che un uomo inizi a crescere di più quando deve trovare motivazioni per non ammazzarsi".
Chiudo con Cristina, passo a Yvonne, stuzzicante ma un po' troppo punk, Monica, troppo familiare e pronta a fidanzarsi per ribellarsi agli anni bui nel modo peggiore, Giulia, troppo legata ai locali e a persone che non conosco e di cui, a prescindere, non me ne frega una sega.
Con lei è un'autentica umiliazione. O forse lo sarebbe per un altro uomo.
Giulia: Sei mai stato al Fedor's Cave?
Gomeg Negrisolo: Non so di cosa stiamo parlando.
G: Quel locale verso il museo... sai? Ci lavora Rino Ginocchio, forse lo conosci, stava al Genovesi, in classe di Toti Dotoli....
GN: Sono nato e cresciuto in provincia di Albenga, scusa ma non conosco nessuno.
G: Ma la sera esci?
Ora non ricordo come me la sono cavata, di certo non le ho detto che esco per scopare, per prendere appunti o per farmi male. Poi dovrei dare delle spiegazioni e non sono sufficientemente strutturato per farlo.

Riprendo a buttare roba. Maglie della salute. Il ferro da stiro difettoso. Tre sciarpe fuori moda anche per chi è senza moda. Cd compilation per le notti di scrittura. Addirittura il costume di Borat. Ci sono delle dispense aziendali, corsi di formazione superati brillantemente, strette di mano. Li prendo a calci, li sfascicolo. Dai venti ai ventotto anni non esistono mie foto. Uno iato inspiegabile, non è possibile che io non sia da nessuna parte. Eppure uscivo molto, in quegli anni. Però ricordo che al momento delle foto scappavo sempre.

Straccio un curriculum scritto nel 2007. Fumo una sigaretta senza filtro. Mi provo due cravatte di mio padre, senza specchio e con il maglione addosso. Ho i capelli sporchi e profumo leggermente di origano.
Oggi dovrò aprire la porta. Il sorriso rimarrà attaccato allo spioncino, già deluso di suo.
Mi faccio un caffè. Non ho nessuna voglia di scopare. Lo diceva anche l'oroscopo di stamane, agganciando la freddura "niente sesso Acquario, siamo inglesi!". Non sono inglese ma non ho voglia di scopare.

Chiama qualcuno in cerca di notizie pruriginose.

"Hai più visto Manuela?"
"Non conosco nessuna Manuela"
"Ma come! Manuela...."
"Non conosco nessuna Manuela"

Dovrei telefonare a quel tipo per poter parlare di dischi alla radio. Non mi va di chiamarlo, è troppo entusiasta, in quel modo affettato: "Luca! Grande! Hai fatto bene! Sei pronto allo start! Grande, c'è proprio qualche discaccio di cui volevo tracciassi un profilo cazzuto, come sai fare tu!"

Si raffredda quando gli nomino un gruppo dark, i Lachryma Giudaica, con il loro album "Dissidio argomentale, suicidio aggiornamentale". Tutta roba inventata di sana pianta. Come Gomeg Negrisolo.
Rifaccio il letto, stavolta da solo.
L'ultima volta l'ho rifatto con una donna che sapeva di aggiustare le lenzuola consumate da un'altra, mi sono fatto un po' schifo. Ma con la schiena non ce la faccio a rifarmi bene il letto.
Sul comodino ci sono degli appunti scritti a mano: il racconto pseudogotico "L'araldica del Diavolo". Scrivo delle stronzate indicibili. Dovrebbero rinchiudermi. Straccio tutto, accendo una sigaretta e faccio fuoco con la carta.

Il Travocort è scaduto. Vecchie infezioni. Vecchi tradimenti.

Detesto i profilattici, sanno di prevenzione, sono sciocchi. L'orizzonte del giorno dopo è roba freddissima.
Il Riopan invece è ancora buono, ma contravvenendo ai consigli medici non l'ho preso. Stanotte ho avuto nausea e credo di aver sognato la mia prima ragazza. Eravamo al mare ed io custodivo un segreto, lo custodivo male e non sapevo amare, anche se me la scopavo forte senza provare niente.
Il letto è sporco, ma le lenzuola di ricambio sono state imballate dai miei collaboratori.
Mi rianimo solo andando sul balcone a fumare, la tipa al piano di sotto ha la gonna corta. Sento un rimescolamento, un brivido narcotizzato, il sesso muta dimensione ma non di molto, la sera è fredda e mi passa subito la voglia. In camera, i Killing Joke sono quasi al massimo del volume e la gatta è visibilmente seccata da queste inveterate abitudini.

Poi apro la porta ad un mio cliente, il podologo Mauro, 49 anni, sposato e padre di quattro figli.

Gli puzza un po' il fiato e sembra più invasato del solito.
Acquista compulsivamente: un cd delle Orme in versione cinese, due Supertramp giapponesi e vinyl sleeve, una raccolta dei Cars fuori catalogo, un vinile pirata dei Pink Floyd.
Mi consegna 150 euro e mi chiede una busta discreta, per celare l'acquisto alla moglie. La moglie si incazza, lo giudica scialacquone e poi gli tiene il broncio. Mi piacerebbe potergli dire che la dovrebbe sorprendere, la moglie, non evitarla o ingannarla con delle buste scure celanti vizi stanchi.
"Dovresti baciarla con la lingua, ma a fondo, facendole sentire la voglia. Dovresti prenderla per i fianchi e farle sentire il cazzo duro sotto questi ridicoli pantaloni scozzesi. Dovresti chiederti se ha ancora voglia e spirito di sentire il tuo sapore. Devi essere molto noioso, Mauro".
Non gli dico niente. Non sono fatti miei. Intasco e lo mando via con un sorriso ulcerato.

Preparo una buona salsa speziata, la annaffio con del vino bianco non infimo. Un profumo invitante.

La schiena lancia l'ennesimo allarme, sto per fermarmi.
Arriverà qualche telefonata. Arriverà qualche annuncio solidale. Mille sorprese soffocano nei primi indumenti invernali.
L'orizzonte del giorno seguente è roba freddissima, è un'autopsia a luce di candela.

Luca De Pasquale


Qualche verità scontata

Si parla troppo.
Si scrive troppo.
Si perde tempo a giocare. Si studia come incuriosire. Si fa parte di qualcosa per consentirsi l'autonomia senza la paura della solitudine. Fare parte di qualcosa per garantirsi delle escursioni nel personale.
Rischi ridotti a briciole.

L'imbarazzo delle cose fallite fa schifo. Orsù. Fa schifo e non è opportuno vedersi in giro, non è opportuno nemmeno sorridersi per mettere a tacere quella vergogna svogliata tipica dei fallimenti.
Gente con amori ordinati, la collana blu livido al collo dei morti, dei dissanguati, degli stanchi.
Sono cortese con quelli che mi sono crepati dentro: proprio perché non servono più a nulla.
Mi interessa di più, adesso, il rumore di una cinghia sul culo, quando sei con i pantaloni abbassati e te ne fotti, francamente te ne fotti delle cose giuste che hai faticosamente costruito.
Incluse le banalissime aspettative di vita.

Pizze, panini, vestiti arancioni, gente a zonzo per la città, telefonate, messaggi, cordialità, cameratismo, il ragazzo in sovrappeso che non chiava, il delatore del reparto che va a pranzo con i capi, la brava ragazza che si mette in bretelline e poi ha paura di sedurre gli uomini e ammettere che lei, il suo bamboccio, proprio non lo ama più, non lo regge, e poi non riesce più a godere, anche se lui cerca di continuare con le dita.
La brava ragazza in bretelline che fuma con me e poi non raccoglie le mie provocazioni.
Le interessa, così, per costume, sapere su quali criteri si fonda la mia ricerca (inesistente) di una partner adeguata. Ed io non so cosa risponderle.
Conoscere bene il sapore della sua saliva, farmi sputare in bocca e non provare disgusto. E' gia tanto.
Che non mi ammannisca le riserve della sua vita. Che non mi spacci per scelte i suoi trucchi di sopravvivenza, perché è triste per tutti sedere sul cesso da soli e mettersi a pensare.
Conosco molte persone che non ce la fanno. Compresa la ragazza con le bretelline, timida a pensarsi sfrontata, con la bocca in giù al complesso di avere voglia di corpi d'uomo, membri.
Si tiene il suo buffone stanco, se lo coccola, evita gli anni, evita qualche fastidio. Non parleremo più.

Parenti che muoiono di cancro. Parenti che perdono la stima dei figli.
Parenti che pregano Padre Pio quando la vita li ha già violentati, compressi, stesi al sole a morire.

Quanto è importante che tu, tu che vuoi essere la mia donna, piaccia ad altri uomini, a molti altri uomini?
Quante volte avrei voluto chiederlo, e non l'ho fatto.
Adesso questa domanda non ha nessuna importanza, come altre. Mi accorgo che seguo persone con pochi seguaci, sono quelle che preferisco.
La folla non mi piace. Non mi piacciono i club. Le associazioni. Le fondazioni. Le filantropiche. Le filarmoniche. I pompini come opening act. Doversi guadagnare le persone. Doverle conquistare.
Si tratta di ludibrio, di menzogne.
Non ho voglia di conquistare. Non ho voglia di accorgermi dell'oro, perché lo convertirei subito in rame, si perde meno tempo, si ama tra i rovi e si muore mille volte meglio.

Le torte di compleanno regalate dalle amiche competitive. Gentilezza stentorea e gare di sesso, gare tacite di seduzione, matite tra i capelli e spade nascoste tra le gambe, l'urlo stupido senza scelte, esserci e farsi notare.
Parenti che muoiono di cancro. Parenti che hanno votato Berlusconi perché esempio positivo.
Io che fingo di essere profondo ed invece sono una belva azzannata alla gola. Poi porto le caramelle alle persone anziane, e continuo a rubare saponi, penne, accendini, donne.

Ci sono delle persone che mi leggono con curiosità un po' morbosa. Non capiscono dove voglio andare a parare. E' abbastanza pacifico che non lo sappia nemmeno io.
I detrattori ci sono, e sono in numero visibile. Onore a loro, ma solo in caso di intelligenza.
I più sciocchi di loro cacciano in mezzo la storia della violenza e della "posa intellettuale negativa". Non lo dicono in faccia, chiaro. Manco io fossi uno di quei fighetti con foulard e tatuaggio garbato che vanno ad impestare quelle stolide e nauseanti presentazioni di libri, in città e provincia.
Fossi così, sarebbe certamente l'inizio di una posa. Io alle presentazioni ci vado vestito come quando vado a comprare le sigarette. Anche agli appuntamenti con le femmine.
Certo, il mondo non è interessato alle mie confessioni. Non sono Ippolito Nievo e neanche altro.
Esiste l'indifferenza. E' molto usata nei paesi limitrofi e nei letti della gente sposata. Usatela. Fatene l'uso che credete. Può diventare fede. Può diventare circolo ricreativo. Può diventare un'indianata tra amici. Può diventare stupida invadenza, ed è allora che potrete infilarvela su per il culo, sorridendo.
Dimenticavo. Nonostante tutto, non sono nemmeno Giorgio Faletti, anche se penso qualcuno possa aver semplificato, Faletti, Moccia, Verlaine, Rosa Clitoride Alberoni, La Gazzetta dello Sport, Batman, Dostoevskij, per alcuni imberbi è tutto un melting pot. Lo sperma inesitato raggiunge il cervello, dovrebbero insegnarlo a scuola.
Ferire i feriti richiede palle. Molte palle, grosse, palle da guerra, palle da prove perse. Altrimenti è solo una brutta figura. Le tante che vedo, che rinchiudo nella noia, che faccio passare sotto silenzio.

Parenti che muoiono di cancro. Cancro al niente.
I loro santini, le lezioni di vita che volevano darmi. Cancro al niente e l'acquasanta finita. La morte non ha la pazienza di creare fantasie apposta per voi.

Custodire una fidanzata non è aver imparato a vivere.
Non fottere in giro non è il nuovo corso, le scorie sono chiuse negli uffici.
Ho rivisto in televisione Saviano. Lo trovo intollerabile e retorico. E che salti sulla sedia chi vuole saltare. Saviano non è un modello. Il mio modello è il gelataio all'angolo che ha due moncherini mancanti e sorride sempre.
Il sesso durante il ciclo ha un qualcosa di terribilmente interessante.
Volevo fare il killer e non è una battuta.
Alcune persone che conosco fanno uso di cocaina e poi non riescono a fottere. Neanche con le nigeriane che convocano nei giardini delle case degli amici.
Amare qualcuna che si è persa? E' un lusso. Non ho voglia di lussi. State tutte a zero, siete tutte uguali, avete poco credito e nessun tempo.
Non esiterei a far saltare il culo a un padrone. Non esiterei a far saltare il culo a un servo, forse peggio.
Chi scopa poco si costruisce molti strati di apparenza. Chi scopa molto a volte è stupido e ne ha uno solo.
L'amore è spesso dolciastro e stucchevole. Le regole del buon amore durevole sono impotenza precotta.
Ci si fissa con quelli che non ti vogliono.
Ci si tocca per le cose che sembrano più sporche. E poi si cancella, in cerca di lavaggi.
I boxer sono fastidiosi, ti sembra di avere un anguilla nevrotica. Giacca e cravatta è il mio futuro.
Sono un animale urbano e ora sono stanco.

Luca De Pasquale