30/09/10

Due facce




Sono come un cane che insegue un automobile. La inseguirò di continuo, ma quando la prenderò non saprò cosa farmene.
Il Joker

Portare fuori la propria notte e renderla modo di vivere.

Portarsi la notte a spasso, docilmente e senza troppe concessioni alle parole.

Due facce.

Ho due facce, se non di più.
Una, scarnificata, ferita, ammasso di cicatrici e ricordo di gente che ho voluto, acqua gelida e vento con il marchio dell'utopia, rossetto, sangue rappreso, i segni delle corde sul collo, segni e feritoie, finestre di niente con brandelli di memoria attaccati.
L'altra, la faccia del lavoro, delle relazioni, dell'andare avanti, gomma e teatro, barba e fotografie, persone vere e non più sogni o impiccagioni, faccia da carta d'identità, faccia da viaggio, da sesso al buio, faccia da confessione educata, faccia da gentilezza arresa, faccia da copertina di libro, faccia e basta.
Una faccia che mi interessa a sprazzi, è l'altra che ho presentato al piccolo specchio di casa. Perché mi permette di ricordare, è un promemoria di corrente dispersa, partenze e ruggine, è la parte che non dimentica i nomi.
Perché se voglio ricordare qualcuno che ho amato devo ricorrere al volto tumefatto, alle borse sotto gli occhi, al trucco morboso dei sogni andati a male, calpestati, immobilizzati dal fango e riportati sulle guance, il bambino morto che deve giocare a fare l'indiano per trovarsi un senso.
Guardia scelta di sparizioni consigliate.
Supereroe che distribuisce carte di caos a quelli che salutano e sono instupiditi dalle assenze.

Che strana notte.

A cavalcioni dei fantasmi, sulla scopa della strega: la faccia marcia esposta alla luna, latte e lampi fermi, il male come cartellone pubblicitario, scherzoso ammonimento, centinaia di amanti morte sulle guance scavate, un numero incalcolabile di madri alle quali dare un nome che sia quiete e non più incubi.
L'altra faccia per far ridere i bambini, per rassicurare, per spiegare che con i nodi scorsoi puoi ricordarti di una passione e non necessariamente impiccarti.

Il cliente che mi parla di heavy metal. E di donne. Non conta nulla. Scomparso appena apparso, come spesso accade.

Foulard viola, profumo maschile per attrarre forse altri uomini, perché lo so che non gli piacciono le donne e non me ne fotte nulla.
Guardo questo ammasso di profumo pacchiano, da supermercato, il profumo di uno che crede di essere brillante durante le pizze con gli amici, durante le seghe, durante i lutti inconsapevoli. Una vita che non mi tocca.
Per un attimo mi concedo di pensare ad una persona che non ha fatto in tempo -ammesso fosse interessata- a restare nel mio cuore, che ha perso tutte le occasioni per restarci, per essere anche comprensione e non solo distanza.

Mi dispiace ma ora, proprio ora, non ci sei più. Ti avevo conservata, ti avevo salvata più volte dalla violenza della perdita, ti avevo custodita nei temporali, anche se non sola e non con me, era per te che continuavo a muovermi tra iuta, mattoni, fiumi, lava, mare e fulmini. Anche se non c'eri, anche se non ti potevo concedere altro valore che la speranza.

Cittadina onoraria della mia insonnia, ospite nel più sfrenato lusso del mio dolore, eri la Regina e non lo sapevi, non ti interessava saperlo, mangiavi ed emanavi luce nel mio regno mentre io restavo seduto. Seduto con le sigarette, con il perdono in grembo, con l'illusione da proiettare a ripetizione, tu, tu, tu.
Seduto alla mia postazione di comando, camerieri solerti e ingenue da sfruttare, mani senza più fedi, contrabbando e sovresposizione di ricordi, canzoni, anche le tue, anche quelle che non mi piacevano proprio.
Un bisturi nero, questo avevo chiesto per amarti, capirti, anche nell'errore, anche nella fine, anche nella sostituzione e negli occhi spenti.
Mi sono mosso in te con questo strumento discreto, incurante di tutto. Ho lottato con i fulmini, il mal di testa e la storia degli uomini piccoli per conservarmi lì dentro, senza apprensione, unicamente con il tuo nome scritto sulla mano sinistra.
Da qualche giorno mi sveglio e tutto questo è svanito. E' finito ed è ancora più triste di prima.
Nudo e senza ombra. Nudo e senza te. Nudo senza più essere un bambino. Nudo, perché l'indifferenza è roba di merda e io non l'ho mai tollerata.
Il cliente mi guarda, mi parla, mentre io penso a te e sono stanco, vorrei andare a casa.
Lo guardo. Quel suo foulard del cazzo. Glielo infilassero in bocca. Gli legassero le mani ad un muro. Che si facesse masturbare, da un uomo, da una donna, da una cosa, dall'impazienza, da una malattia senza guarigione. Che provasse qualcosa di simile al piacere, che morisse. Senza occhi, senza profumo, senza missioni, gli uomini senza missioni vivono meglio e si innamorano continuamente.

Tu. Il mio console onorario, l'ospite eterno, l'idea, lo sguardo e la collezione di parole non dette, c'eri e ora la tua assenza è libertà e malinconia allo stesso tempo.

Scelgo l'opzione della libertà. Posso regalarti il mio sorriso migliore.

28/09/10

Rain Interlude

29 settembre

Oggi sono malinconico.
Me ne sono accorto appena ho aperto gli occhi, stamattina. Mi sono alzato con la sveglia che urlava, ho guardato la tapparella abbassata, non avevo nessuna voglia di alzarla.
Pulviscolo, cerotti, la maglietta a maniche lunghe, il cappuccino, la scelta altruista di non regalare la mia solitudine a qualcuno.
Me ne sono accorto subito, che oggi sarei stato pioggia, vento, uno sconosciuto che si alza dalla panchina bagnata senza sorridere.
In pausa pranzo ho visto una nonna con la nipotina, mano nella mano per strada, e mi sono ritrovato con i cocci nello stomaco, senza motivo, senza metodo, senza potermi ricacciare nella leggerezza.
Ho cercato con lo sguardo una sola immagine che potesse farmi sentire a casa, protetto, sollevato, non ho trovato niente. Solo ombrelli. Persone che non conoscevo. Persone che non amo.
I miei colleghi continuavano a parlare di problemi di turnistica, il responsabile qui, la commessa lì, ma io -senza farne del circo- stavo crepando con i miei tempi.
Ho acceso una sigaretta, all'entrata del negozio, cercavo un po' di bianco e di nero, mi sono ricordato di uno dei miei migliori amici, che una volta mi disse: "Ogni tanto hai lo sguardo un po' perso. A che pensi?"

E chi lo sa.

Un uomo nasce nel giorno e, se ha il coraggio di chiedersi qualcosa, può arrivare a delle conclusioni. Ho cacciato le promesse di casa. Non voglio riceverne e non voglio farne. Non sono così vigliacco, che diamine.
Provo profondo rispetto per i sentimenti altrui.
Provo profondo rispetto per le persone che riescono ad amarsi, anche da anni, anche affrontando le difficoltà, ma sono parametri che non mi appartengono, al momento.
Un uomo composto da pioggia non riesce a ragionare bene, quando piove davvero.
Non pensavo sarei stato così abile da trattenere le carezze, quando mi viene di farne. Sta accadendo spesso, e non so fare di meglio che andarmene da qualche parte a fumare. Magari per non pensarci su.

La passione è una schiuma feroce. Che mi acceca, mi rende banale forse, monotono, e mi lascio prendere, violentare dal rischio e dal tempo che resta, da quello che ho sperperato.
Il mio nome, breve e comune, Luca, non dice nulla di quello che sono, di quello che provo. Non dice, non spiega che se c'è bisogno di rubare, io rubo. Anche ciò che sembra appartenere ad altri. Posso diventare senza scrupoli se capisco, se decido di accettare quello che provo. Ma al momento non posso permettermelo e non me lo perdonerei.

Torno a casa a piedi, con la schiena che è un calice acuminato collegato alle terminazioni nervose e all'overdose di gesti trattenuti.
Mi piacerebbe, stasera, carezzare la testa di qualcuno ed essere rassicurante, maschio, fermo, ideale e non finito, l'inverno mi sceglierà il cappotto adeguato per le passeggiate ed anche per i ricordi.
Mi chiedono l'ora. La comunico.
"Grazie, gentilissimo"
Non sono gentilissimo. Sono stanco e ho le mani alzate, non si vede?
Piove. Non apro l'ombrello, che pure ho in borsa. Fa un po' freddo e non acquisto consonanti e vocali al mercato della sera.
Poi ricevo una telefonata da una persona che mi vuole bene.
"Non va stasera?" è la garbata domanda.
"No"
Silenzio.
Poi: "Motivo? Se vuoi dirmelo"
"Non lo so. Non è importante. Dopo cena andrà meglio". Bugia.
Me la cavo, sono bravo a dissimulare, l'ho sempre fatto.

C'è una bambina su un balcone. Mi guarda passare, mi dice "ciao".
Alzo la testa. "Ciao", rispondo, ma con poca voce. Le sigarette.
Con la coda dell'occhio mi accorgo che la bambina continua a guardarmi mentre mi allontano. Non fumare le sigarette, bambina. Non perdere la voce.

Arrivo a casa che ho solo voglia di scrivere. Una smania, una fretta, il caffè mi riesce male, non passo nemmeno per il bagno. Una smania simile a quella del sesso, tutto sommato.
Perché devo liberare le parole, lasciarle sfrenare, farmi tradire, vederle amoreggiare con altri, costringermi anche a vederle morire, sotto i miei occhi, come figli sbadati e senza età.
Da bambino mi chiedevo sempre, nel bel mezzo di una giornata: "In questo momento ci sarà qualcuno che mi pensa? Qualcuno al quale manco?"
E mi interrogavo, passavo in rassegna le persone, formulando ipotesi improbabili.
Non so se ora, in questo preciso istante, qualcuno starà pensando a me. Non lo posso sapere e non lo saprò, ma la novità consiste nel fatto che non cambierebbe comunque nulla: oggi è pioggia.

Poi, mentre scrivo queste poche righe, qualcosa mi costringe a cambiare programma, a tornare attivo e concentrato: il buio fuori.
Ora tocca a me, ora posso pianificare una striscia di tempo da illuminare, con quel sacrificio tranquillo che si chiama, senza troppi equivoci, malinconia.


26/09/10

La coda mozza

La vecchia che deve vedere la mia casa, se di casa si può parlare, chiede di sedersi e di avere un bicchiere d'acqua.
Giudica la sporcizia dei muri e la collocazione dell'angolo cottura. Fottiti, vecchia puttana.
Siede con le gambe un po' aperte, tutto in lei parla di fede, di preghiere, di senso della famiglia, di cucinare per il parentado e prodigarsi per le cose giuste da fare. Ho voglia di vomitarle in faccia e cacciarla.
Guarda il letto, ci sono i miei vestiti sopra, ci sono persino le mutande sporche e il Venerdì di Repubblica. Non ho tolto nulla.
Guarda il letto e si intuisce che la trova gestita in modo disgustoso, troppo sporca per una cafona timorata come lei, troppo confusa per chi fa della pulizia il manifesto dell'affrancamento dalla merda sociale.
Manca il crocifisso, vecchia, lo avrai certamente notato.
Io con Dio non ci sono mai andato d'accordo. Fuggii dopo una sola lezione di catechismo. Manco a dire che sono anticlericale, il clero non è un mio problema. Qualche prete vale molto più di certi contestatori con le braghe firmate. Il problema è forse Dio, non saprei dirti, vecchia.
Accendo la sigaretta e la vecchia tossisce. Accorciamo i tempi, coraggio.
"E' un po' stretta", mi dice, alludendo ovviamente alla camera. Sì, è stretta. A me piacciono le cose strette. Tu non mi piaci, vecchia. Gira al largo. Porta la tua carità in giro, in questa pessima domenica di tradimenti.
Continua a non muoversi. Il suo culo pesante è fermo, la mia pazienza è dilaniata.
Mi seggo sul letto. Penso per un attimo ad una da scegliere per il sesso. Passa subito. Ci vorrebbe un contratto di non coinvolgimento, in alcune occasioni.
"Tu ce l'hai un lavoro?", mi domanda la vecchia.
Ma che pensi, che pago in natura? Lo farei, ma non con la mia proprietaria attuale. Lo farei se la proprietaria fosse di mio gusto e non mi chiedesse se mi è piaciuto, in cerca come tutti di stupide conferme.
"Certo"
"Grazie a Dio", esala la vecchia.
Ci risiamo. No, grazie a me. Grazie al mio colloquio iniziale. Poi ho sbagliato tutto, ma questo è un altro discorso, vecchia.
"Occiciorno il lavoro è difficile da avere", biascica, con le gambe sempre più aperte.
Ma certo, Oci Ciorne, certo, canzoni russe per te, fiori asiatici in similpelle. Vai a fare in culo, vecchia. Voglio restare da solo. Mi fa male il cuore. Soffro e sono nervoso. Soffro per niente e sono incattivito, selvaggio e senzadio.
"Tornerò, arrivede.... buonasera, giovane"
Ciao vecchia, salutami le buone intenzioni, salutami Domenica In e, ripeto, vai a fare in culo.

Messaggio femminile. "Ciao, sei a casa?"
Non rispondo. Il telefono finisce sul divano, il divano sporco, sporco di cenere, peli di gatto e sesso. Sì, sporco di sesso. Bianco che sanguina sul nero, sul vuoto, il mio sesso che si è svuotato e ha riempito il cervello di voglie e il cuore di spine.
Che brutta fine il divano svedese, sporco di un uomo, sporco di voglie, morto, bruciato, usato.

Bevo del latte fuori orario. Sbavo un po'.
Ho installato mine sotto tutti i miei appuntamenti, li ho privati di senso. Sono pessimo e sabotatore.
I vestiti da principessa mi fanno barcollare e poi mi riducono ad un killer.
Non voglio che cuciniate per me. Non voglio che vi prendiate cura delle mie malattie. Non voglio che proviate tenerezza per me e contemporaneamente curiosità per altri. Io devo essere tutto, se non ci riuscite siete morte prima di entrare, perché io non protenderò mai la mano. Mai più, almeno.

Esco. Per strada, due anziane donne parlano della morte di una dirimpettaia.
"Tu hai capito, quella aveva un tumore...."
"Gesù, gesummio, madonna benedetta...."
"E' stata una disgrazia"
"Le figlie sai come stanno ora...."
E' un attimo, un solo istante di verità.
Mi avvicino a loro, gli occhi arresi, vendicatore di cose storpie e fuori moda, ho solo tanta voglia di scandire la parola SUICIDIO, perché lo so che sobbalzeranno.
Tutti sobbalzano, alla parola SUICIDIO. Fa paura, fa male, fa macchia del passato, fa condanna.
Scandiamo insieme, bambine: S-U-I-C-I-D-I-O.
Invece non lo dico, con la mia aria da borseggiatore per bene vado via con la sigaretta e il mio metro e settantotto di dolori alla schiena.
Ho raccontato cose cupe a persone che se ne sono fregate, ora parlo poco e niente ma mi è passata la voglia di rispondere anche alle domande sincere.
Le signore sono un po' spaventate, io assumo un'aria tapina, capita anche a me, che strano, sono diventato uno che rispedisce al mittente le lettere d'amore. Non le voglio leggere. Non voglio sentirmi invischiato, vado fuggendo.
Vento freddo, per la prima volta in quest'autunno. I miei pensieri sono idoli decapitati, manca sempre qualcosa. Manca tutto se azzero la vigilanza. Ho voglia di prendermi cura di chi non ci crede, alla capacità di aggiornamento della vita. Ma sono un uomo difficile. Molto difficile.

Mosse per vendetta. Mosse per libidine. Mosse per gelo da cospargersi sul petto. Mosse di morte annunciata solo per la gioia dei colpi di coda. Mossa mancante per la donna che volevo amare. Mossa mancante per l'uomo che volevano fossi. Mossa vincente, il nome senza residenza, il nome senza padrone, il corpo senza copia carbone.
Mossa futura, seduto sulla panchina di una stazione, all'alba, e ricordare chi ho allontanato.
Perdo a scacchi, perdo ai baci, perdo ai sorteggi, vinco sulla resistenza.
Oggi è così, i vecchi che giocano a bocce sotto la pioggia e io, io che ho la coda mozza conficcata -come per un gioco masochista- tra la gola e la bocca, come per vagliare le parole prima di diffonderle.
La colf esteuropea sorride alla mia faccia pulita, ma io sono più avanti, tra le pozzanghere, e l'uomo che camminava è morto l'estate scorsa, ad ogni passo, ad ogni rimorso.

"Il profumo del mare non lo sento, non c'è più" B.M.

25/09/10

L'ammutinamento degli specchi

Macino funk nella strada innervosita dalla pioggia, una strada che parla di raffreddori, infatuazioni nate stanche, pastiglie Valda, micosi, fate domiciliate altrove e la metodologia stracca dell'incontro festivo.
Quello che non brucia al basso ventre fatica a trovare mulini funzionanti nello stomaco.
Afa, pioggia, il quartiere collinare e i suoi figli con l'acqua calda in casa e le abbondanti colazioni.
Stamattina ho buttato due creme al cortisone, erano scadute. Storie di letto finite male. E dire che avrei ben conservato le mie candide sofferenze, se solo fossi stato ricambiato nella follia.
Mi domando quanti degli uomini che sto incrociando abbiano davvero il cazzo pulito e il cuore in pace. Non c'è risposta, non la desidero e non la cerco.
Ma ho la sensazione, pullulante ed oscena, che le loro abluzioni intime siano pura circostanza, un po' d'acqua per igiene, i veri lavaggi si fanno solo in presenza e previsione di un coito.
Uomini sposati, uomini dolci e duri con i figli adolescenti, uomini che non hanno erezioni per le mogli ma guardano le Lolite collinari, con l'ossessione del sesso orale completo e delle situazioni cotte e mangiate. Roba che a loro non capita, roba per seghe tardive, con il cuore ridotto ad un orologio microscopico per timorosi della morte.

Accendo la sigaretta. Chissà come sono vestito. Non me ne sono accorto.
Questi uomini, pur ammettendo che abbiano l'uccello in spolvero, quanta elettricità hanno conservato nella pancia?
Il calcetto il giovedì sera. I videogames. Le partite del Napoli. Le gite fuori porta. Il dopobarba in omaggio. Dio e le sue salvezze noiose. La lasagna oleosa. Lo scarpariello abbondante. Fottersi la collega d'ufficio, scoprire un libro sui dragoni del Bhutan, cambiare orientamento politico.
L'elettricità nella pancia c'è ancora, signori?

I più intelligenti e coscienziosi parlano di Travaglio, di Santoro, delle fetide caratteristiche di quel Mago Zurlì in miniatura che impazza, osannato e criticato come un Dio con la cacarella. Parlano forse di karate. Di cinema francese. Di tango. Io non ho niente contro il tango, anche se potrei accanirmi tranquillamente.
I sensibili parlano di cambiamenti, di acqua pubblica, di legalità, di equipollenza razziale. Tutto molto bello, ma vi chiedo se conservate anche elettricità nella pancia.

Il mio difetto in pubblico è che non parlo di niente se non di emozioni, di tuffi e addii.
In sostanza parlo ben poco, a pensarci. Non emetto giudizi, cerco di non essere saccente.
Intellettuale? No. Intellettualoide? Dillo a tua madre. Intelletto? Da usare con cautela.
Io diffido di quelli che hanno sempre la buona ricetta.
Per vivere. Per guadagnare. Per sperare, chiavare, pregare, apparire, conoscere e diffondere.
Conosco gente che ha cercato di spiegarmi l'amore, ma poi non sapeva come farsi mordere davvero dalla compagna, come darle pace.
Conosco chi mi parla di donne, la seduzione, i libri per sedurre, la musica per colpire, dove segnare il proprio numero di telefono, come guardare, dove guardare: uomini che sono talmente bigotti da non ammettere nemmeno di aver bisogno di masturbarsi per non impazzire.
Conosco chi parla di sinistra, di dignità dei lavoratori, dell'opposizione all'Uomo Del Monte, e poi ha dato il culo, la dignità e il tempo al lavoro, alla speranza di un inutile gallone sulla divisa.
Certe mezze calzette aziendali hanno lo stesso grado di agitazione di una checca isterica montata a festa sull'altare della nevrastenia di massa.
Ah, dimenticavo che "checca isterica" non si può dire, sono uno sporco razzista. Ma certo, che vinca l'ipocrisia. Questo però è un argomento, ormai, di scarsissimo interesse.

Sono davvero noioso quando scrivo cose romantiche. Me ne accorgo mentre lo faccio, mi si creda in parola. Io credo nell'emozione degli sguardi, anche se ti portano all'inferno.
Questo 2010 ha cercato di prendermi a calci più volte, lo ha fatto nel buio, nelle strade deserte, nei letti che oramai credevo fidati, di casa. Quest'anno mi ha sventolato sotto il naso la pace, molta bellezza, e poi mi ha pugnalato, credo con un temperino. O una forchetta, non ho visto bene.
Parlando fuor di metafora, credo che sarò io a metterglielo in culo, e anche con un certo garbo, come quando si chiede quale metodo contraccettivo si preferisce all'uopo.
Scrivo cose romantiche ed emotive perché non mi arrendo, non c'è una posa attorno, e capirai che bella posa sarebbe, non indosso pantaloni di lino e non prego in silenzio.
C'è una certa liberazione nello svegliarsi al mattino e pensare che chi non è necessario può anche essere sostituito, ignorato, volendo anche distrutto. Ho riserve fino al 2022, di cibo, d'amore, di violenza, di musica, di disperazione organizzata.
L'arroganza del bene programmato è un vero schifo.
I piani prenuziali sono solo uno stomaco esploso in piena fase digestiva, con tutti i pezzetti che si incastonano al posto giusto.
Mi sono guadagnato il rispetto; la fiducia meno, io non sono l'uomo di fiducia di nessuno, non sono sgherro o portaborse, non alliscio il responsabile di turno, non corteggio la svampita del mese, ho un mio codice e lo tradisco puntualmente con allegria.
Sono affidabile come amante, perché scrivo e dico solo quello che voglio, cioè -a ben calcolare- poco.
Ai miei migliori amici dico meno della metà di quello che realmente succede, fuori, dentro, a lato, attorno, sopra e sotto.
Solo chi mi conosce davvero sa che non dico mai tutto. C'è una barriera di vento che ostruisce l'ingresso a tutto ciò che non sia devozione e amore suicida, amore definitivo.
Solo in quel caso io posso morire in pubblico, pazienza se sarò più brutto del solito.
Non mi piace che la gente parli dei fatti miei e che si faccia conti, puntualmente sbagliati.
Io lo saprò, lo senitrò, quando sarà il momento di tornare da quel bambino che strepita nella culla, quel bambino che chiede ancora mille madri e qualche Dio tascabile, quel bambino che voleva proteggere mille padri deboli, andare da lui e sparargli in faccia.
Con una sola frase possibile: "Ti chiedo scusa, ma è arrivato il momento di sognare un po' più a lungo".

Salutiamo, gente del sabato non santo ma da santificare. Buona scopata, buona pizza, buona musica, e che vi siano chiari i testi delle canzoni che rendete manifesti. Dopo l'ammutinamento degli specchi.

Luca De Pasquale

20/09/10

Quel che resta

In via Luca Giordano il profumo volgare di una ragazza senza faccia mi provoca nausea.
Mi ferisce, mi disgusta, mi spinge sui bordi, senza voce.
Mi ricorda un'altra donna, tanto diversa, che ho visto poche volte e mi piace. I paragoni sono occasioni da sfruttare in pieno.
Una donna legata. La cosa non è fastidiosa, c'è solo una componente di opportunità in meno, tutto qui. Non mi sono mai fermato di fronte ad un legame.
Perché se c'è da romperlo per non lasciar galleggiare un sogno, che sia, sono cattivo, spietato. Una donna scontrosa, che forse non sa nemmeno come mi chiamo e quante parole uso veramente.

Cammino, strafottente, schiavo del mio lavoro e del dopolavoro, casto per selettività esacerbata, aggressivo, multiforme, all'addiaccio come sempre.
Quando lei mi ha stretto la mano, mi sono sentito scoppiare senza motivo. Avrei solo voluto dirle "dormiamo insieme, per favore. Dormire, solo dormire. Voglio solo respirarti, davvero. Capire come dormi, vederti con gli occhi chiusi e le labbra leggermente dischiuse. Così mi rassegnerei, me lo farei bastare, è davvero questo, ciò che ti chiedo"
Ma resto un individuo pensante e non mi espongo al ridicolo. Solo che lei mi è rimasta nelle narici, negli occhi, nella mano destra, sarà per questo che il profumo da supermarket di questa stronza mi fa stare male.

Incrocio un tizio che mi conosce di vista e non mi saluta mai. Penso di essere stato con una sua amica. La cosa lo ha evidentemente infastidito. Problemi suoi.
Non odiarmi, non ha senso. Non ti ho strappato nulla, anzi. Tu magari non hai mai avuto, io non ho più. Sono io l'angelo strappato della decadenza, non tu.
Ma lui mi guarda con gli occhi piccoli e livorosi, mi soppesa, mi qualifica, probabilmente sarò per lui pretesto di scherno, in qualche occasione. Fai pure, amico. E la parola "amico" la uso per dire che non so chi cazzo sei, non lo saprò più e ti auguro di essere talmente felice da doverti trattenere per far venire la tua compagna.

Torno a casa. Mi apre Luciano.
Ha la faccia bassa, triste, poco illuminata. La moglie lo ha lasciato, gli ho dato asilo.
"Ti ha chiamato?", domando.
"No"
"Come stai?"
"Ho preparato il sugo per stasera"
Tra noi scende il silenzio. Ho la sigaretta in bocca, al lavoro sono stato efficiente ma distratto, ho il cuore sgombro, non sono tipo da urlare certi cambiamenti di stato.
Nelle narici, nella mano destra, negli occhi ho una donna di cui so pochissimo e che non rivedrò.
Non ho mai sopportato le situazioni semplici, non mi attirano, al contrario mi allontanano. Stasera è davvero inutile che io finga di avere il cuore dilaniato, perché non è affatto così.

Sono libero. Qualcuno scriverebbe "single". Single non significa un cazzo, presuppone quasi un compiacimento o, diversamente, qualche forma depressiva. Niente di tutto questo.
Sono libero. Per quanto possibile. Libero di sbagliare e di sentirmi attratto da roba senza futuro.
In giornate come questa, mi sembra possa bastare per accendere il tempo fiacco ed annegato.

Non so dove tu sia, chiaramente con un lui che magari mi irriterebbe a morte, ma non importa. Mi ricordo di te, in qualche modo vivi e vivrai per qualche tempo nella mia sensibilità.
Pagherei, pagherei davvero, per dormire con te e capire quanta bellezza ti resta addosso e quanta se ne aggiunge di volta in volta.


18/09/10

Il fiume del tempo perduto

La strada è come la coda per un concerto alla moda.
Ho mal di testa. La vita è una fumata senza tabacco, oggi.
Come spesso accade, sono stato inutilmente aggressivo con gente distratta, sono stato scortese quando mi si chiedeva solo di interpretare una piccola parte. Parti piccole, senza tentacoli, senza prenotazioni per il futuro.
La strada è un misto di autunno ed estate, mi è difficile sopportarla, non mi bastano le sigarette, non mi basta la notte che verrà tra qualche ora. La strada è come il sangue di un incidente stradale e mi disturba.

Molte bambine sono vestite di bianco, e mi sorridono lo stesso, anche se lo so, oggi sono l'uomo nero. Sono vestito con il nero e la mia bocca è una betoniera di pece. Perché sono scortese, distante, e non ho guardato le persone negli occhi. Ho guardato di lato e sono stato un uomo da poco.
E non ho avuto paura, quando ho capito che il mio braccio sinistro sarebbe andato a sbattere contro un ferro arrugginito, quasi non l'ho spostato apposta. Mi sono tagliato. Non ho emesso alcun suono. Mi sono disinfettato, sorridendo nello specchio del bagno.
Sorridere, sorridere, cercare di sorridere sempre.

Vedo la bocca della mia amica muoversi, contrarsi, sillabare, sguarnirsi di difese, pronunciare il mio nome.
Non mi chiama alla passione, non mi chiama al rischio, è l'appello gentile del mio inferno privato.
Mi domanda, argomenta, ride alle mie battute. Ma io ho due dita in gola e sono immerso quasi completamente nel buio, in quella che a breve non sarà più la mia tana.
La sensazione che provo adesso, qui con lei e non per colpa sua, è quella di un mostro che ha bisogno di vomitare per assumere nuove fattezze. Vomitare tutta la notte, senza pubblico e senza il minimo accenno di disperazione.
Perché mentre mi parla io li vedo, gli anni che sono finiti sotto la mia pelle, come escrescenze tumorali, come costumi spettrali arrotolati di nascosto. Gli abbracci che mi sono rimangiato, le belle parole che ho sporcato pur di non dimenticarle, i nomi che ho finto mi interessassero, le schifose bugie a fin di bene.
Lei si preoccupa per me, e mi dice "quanto sei passionale, tu sarai la fortuna di una donna", me lo dice da tanto tempo e io ho una gran voglia di vomitare.
Cosa vomiterei?
Fiori, lune, chiodi, lame, suicidi, inseguimenti, appuntamenti, canzoni, buste paga, colloqui, giacca e cravatta, il mio sperma, il sangue di famiglia, brandelli di Dio, parati di sogno, lampadine blu, gatti accecati, donne di altri, il non voto, la mia scortesia, la mia arroganza, i film francesi, i libri che mi hanno regalato, le mie maledette compilation.
Le sue labbra continuano a muoversi, dolci e inutili. La mia casa è immersa nel buio, io sono immerso nelle più sconnesse forme di liberazione da ogni forma d'oppressione, che sia anche l'amore.

Sono stato al cimitero. Mi sono vestito bene.
C'era vento e degli stupidi che ridevano tra i fiori marci. Certe scene sono come omicidi.
Ero in piedi, lì, lacrime evitate come carezze premature.
"Sei un uomo di merda", mi sono detto, "perché sei vivo".

Ho acceso una sigaretta sulla discesa, sempre al cimitero.
L'adolescente che gioca sempre nelle mie notti insonni, quella parte di me che caccio fuori solo quando faccio lo spiritoso o le imitazioni, aveva una gran voglia di vivere, un'enorme voglia di vivere. Di follia, di fuga, di vita e di morte.
Quel ragazzo che è anche parte della mia immagine pubblica, quel ragazzo ha un salvadanaio dove conserva metodicamente le lacrime che non mi arrivano.
Quel ragazzo ha un mare privato pieno di cose, di dolci, di scherzi e anche di dolore, e io non lo incontro quasi mai. Perché sono, in definitiva, un seducente vigliacco molto orgoglioso della sua aria cupa.

Incrocio adesso, nella festa del sabato, una donna vestita di beige.
Non siamo abbinati nei colori. Ci guardiamo. Io oggi sono un perdente. Lei non lo so.
C'è in lei la voglia di qualcosa di diverso da quella che è la sua vita abituale, io lo percepisco e sono per qualche istante il suo treno fantasma, colmo di pioggia, di addii e di lampioni da guardare dai letti di malattia.
Il suo sguardo è la mia voce roca, quella di oggi, quella da fumatore, quella da sconfitto.
Non siamo abbinati.
Provo ad esporle un sorriso, ma non riesco. Proseguo, non c'è proprio nulla di letterario nel preferire i demoni agli dei.

Manuela mi porge la tazza di caffè. Ho la gola secca e dimentico la sua scollatura.
"Che hai?"
"Niente", rispondo con una voce che non è la mia.
Ti prego, vai a prendere le forbici e scucimi il sorriso, prima che diventi un pupazzo fuori moda.

Alle tre del mattino mi sveglio di soprassalto.
Mi alzo, ci sono i miei vestiti per terra. Li scalcio. Mi appoggio alla finestra. Dirado la nebbia.
Mi porto la mano sinistra alle labbra, l'assaggio. E' salata e amara, sa di fumo e di sonno. Ha il mio odore.
Sono solo un fiume con i piedi. Un fiume grigio in piedi, senza rispetto per la notte.
Sono un uomo che si è perso. Che sta scegliendo la sua vera voce.

Luca De Pasquale

Grazie a Gérard Darmon, Gérard Blain, Klaus Kinski, Gustave Doré, William Blake, Stuyvesant Crasseuse.