31/12/10

Merry crisis, happy new fear


Non so quante volte oggi ho ascoltato "Buon anno". Ho stretto molte mani. Il baciaguancia. Solidità. Solidarietà. Solubilità mista a comprensione.
Per tutta la giornata ho provato poco o niente, per tutto quello che mi circondava. Non so quante sigarette ho fumato. Certamente più di un pacchetto, senza rimpianti. Noia, attendismo.
Subito dopo un pasto davvero misero, nel primo pomeriggio, mi è rientrata in testa "Punk Jazz" di Jaco Pastorius. Non se n'è più andata. E' un brano che amo da anni, senza mai segnali di cedimento. Le fasi caotiche sono seguite da altre lente e cadenzate che sembrano cadere ad hoc per descrivere certe combattive indolenze.
"Punk Jazz" ha acceso cervello e memoria, il filo che mi ha mosso, lo slang che ritorna, la marea dei suoni e dei linguaggi familiari, Jaco, il mio adorato Jaco.
Mi sono ricordato di quando mi tremavano le mani da ragazzo, quando leggevo: "Jaco Pastorius: electric fretless bass". 
Con questa nostalgia ho accolto una richiesta di cambio prodotto da parte di una ragazza, che voleva restituire un cd di Ligabue (e bene ha fatto) per un libro, "The Secret", di tale Susan Nonsoche. Ma certo che lo puoi cambiare. Ho tergiversato molto sul libro, perché volevo guardarla per bene, volevo sentire il desiderio per lei arrivarmi nel palato, sulla lingua, dietro la schiena e -infine- nei pantaloni. Il desiderio è arrivato, completo, aggressivo, sfacciato. Lo ha capito. Mi fissava mentre fingevo di interessarmi al libro, che nel frattempo mi aveva portato in visione.
Mi sono chiesto se le mie labbra le sembrassero abbastanza corpose da poter risucchiare e contenere le sue, e se le mie mani abbastanza lunghe da percorrerla, istigarla al momento, inchiodarla ad un istante di serio confronto con l'infinito.
Non sono riuscito a conoscere le generalità, niente tessera, niente prenotazioni, niente. Sono stato sciocco, gli espedienti in genere non mi mancano affatto. La volevo. Per bene, in tutto e fino a dentro.
Perché dovrei simulare l'ennesima giornata di profondità esistenziali, bilanci ambulanti, illuminazioni a scadenza anno, rimpianti senza casa e senza famiglia? Oggi pomeriggio mi sono semplicemente ricordato di Jaco e poi ho provato un desiderio violento, annichilente, uno di quei desideri con tanta saliva da affogare il fiele, senza rabbia e a cuore antiscivolo. Quel taglio alla garçon, quella malizia misurata, e il mio corpo a soppesare un volo, un aggancio, un boccale di nuova morte.
Perché quest'anno sono morto tante volte, a gennaio, in primavera, in estate ho conosciuto l'insonnia come compagna, l'autunno è stato triste e rabbioso, l'inverno mi ha rotto le mani. La fine di un anno è anche il termine ultimo per smantellare le illusioni, per smontare l'imbastitura sulla quale ho edificato il mio mercatino dell'usato, arterie incluse.
Non mi importa un granché di messaggi graziosi e sibillini, ne ricevo tanti, Luca per te ci sono e chissà che un giorno, Luca mi piace come sei dentro (giusto perché non lo sai, n.d.s.), Luca ma che bella la tua sofferenza. Non è bella, è il grembiulino in dotazione per le scuole elementari della vita. Ma io faccio spesso salti, e chissà che non mi ritrovi, di qui a poco, in giacca a cravatta a vergognarmi di tutto il tempo calpestato in trapestii cupi, segaligni, stancanti.
In cerca dell'amore si è ridicoli, alquanto, in cerca di strade si è liberi, spesso.
La ragazza si è allontanata. Il suo ultimo sguardo, un po' pigro ma anche sporco, ha falcidiato ogni istanza di controllo, tra testa, cuore e genitali. L'ho seguita, ho mandato affanculo altri clienti, perché in presenza di eventi importanti io so scegliere sempre.
Uno che ama tanto il basso saprà come toccarti, pensavo mentre zigzagavo tra perdigiorno e aruspici casual. Le svisate, il metodo, il ritmo, il lavoro oscuro nell'ombra, io prenderò il tuo corpo e sarà un incontro di cere calde, minuti sciolti, con qualche zaffata di disperazione che male non fa.
Non mi contento mai del piacere, in genere finché la mia lingua non si è assuefatta al sapore della mia donna, il sapore reale, il settimo o l'ottavo della gamma. E così l'ho seguita, volevo provocarle una scossa, volevo costringerla a toccarsi per me, stasera, magari con il suo orso Yoghi nell'altra stanza. Banalissime sfumature di possesso improvviso. 
Sulle scale mobili l'ho quasi persa, perché è apparso il coglione tipico, quello che ti chiede se è uscito qualche bel disco il 31 dicembre. Muori, profeta.
Salendo veloce, affrontando la sciatica, ho pensato che sono un tipo regolare, non penso di offrire elefantiache dimensioni e disciplina olimpica da materasso, ma sono consapevole di offrire tutto quello che ho perso negli anni, tutte le voglie e le cadute, offro la mia mancanza cronica e voluta di una famiglia, di una casa, di una quiete che si trasformi in felpine da aperitivo e sorrisetti maestri.
Offro me stesso e, certo, anche il mio cazzo. Mi piace pensare che nel momento in cui sono di una donna è come se fossi tornato intatto, come una porcellana, una bomboniera da comunione.
Io sono solo tuo, lui è solo tuo. E se gli anni mi fotteranno, beh, almeno ti avrò amato un po'.

Tornando a casa, "Punk Jazz" era sempre lì, a tenermi compagnia. Anche nelle altre versioni e nei rifacimenti, come quello di Tetsuo Sakurai.
La ragazza. La incontrerò di nuovo? Non so. Non sono romantico fino a questo punto, ma certamente ci penserò. Sarà un brivido, una doccia calda con i muscoli in trazione, sarà una sveltina dissennata, quelle che mi piacciono di più.
Scrivo con la testa di un bassista, amo con la libertà di un folle. A volte provo della simpatia per me stesso, blanda ma lentamente rassicurante. Scrivo questa nota da poche lire, senza morbosità nonostante l'interessantissimo argomento, parolibera e senza pretese, sinceramente sconcia e senza secondi o terzi significati (del resto sono molto più preso, e mi si creda in parola, dal settimo o dall'ottavo sapore di una femmina), scrivo a chiusura di un anno di comparse, sorprese, visite, ricusazioni, equivoci pilotati, smanie e fuochi, micosi e meiosi, bassi slappati e placche in gola, erezioni confessate e desideri di preghiera mai esauditi, un anno in cui il bene sommesso ha vinto sulla foga e poi mi sono rivelato un porco nei momenti più inopportuni, un anno senza brindisi, senza colleghe da scopare, senza simpatie a gettone, un anno in cui ho capito che si può scrivere con la testa di un bassista, senza rimandare a modelli letterari da foto acquosa in copertina, senza cannibalismi di comodo.
Mi sono piaciute parecchie donne. Non accadeva da anni. Mi sento vivificato.
Le eterne promesse non possono continuare senza perdite, però. L'entusiasmo che pure ho avuto è diventato qualche volta una ripicca condominiale mal gestita. Non sono neanche una dama di carità, dunque confermo la mia storpia natura, non mi basta andare d'accordo con una donna e stimarla per amarla, deve anche prendermi il corpo, le ore, il sonno, il cazzo, le ombre.
Sarò anche un sognatore, ma non sono un eunuco e non intendo fare penitenza da solo. Giochi di mano, mano singola, giochi villani e tristi. Dunque cerco compagnie e i sogni li lascio alla notte.
Perché amare è splendido, ma io faccio parte di quella schiera -larga non so, stretta non vorrei- che quando ama è quasi inguardabile, per quanta passione ci infila.
La giusta misura. La giusta dose. Il giusto "tiro", come si dice gergalmente.

Libertà. E buon anno. Libertà, se è un buon anno non so, ma libertà.
Punk Jazz, settimi e ottavi sapori, Jaco, "The Secret", leggimelo mentre ti cannibalizzo, e non per letteratura, tesoro.
Merry Crisis and Happy New Fear.

Luca De Pasquale

28/12/10

La porta socchiusa

E così, in pochi giorni, ho inviato il mio sostituto a due appuntamenti.
Uno galante, l'altro di lavoro. Uguale a me, fumatore uguale, “sweet talker” all'occasione, solo con un fare meno definitivo, risoluto.
Mando lui avanti, così evito tutte le rotture di coglioni. Lui si accolla tutte le spiegazioni faticose. No, non mi piace la quotidianità. Non mi piace dar di conto. Non amo le persone sospettose: mi seccano, sono lacrimevoli in modo aggressivo.
Non tollero la sola costrizione mentale di vedere una qualsivoglia persona tre giorni di seguito. Non ho padroni. Non ho muse ispiratrici. Non sono più il sognatore che tutti credevano. Di sogni ne ho le palle piene. Scopami e stai zitta. Non chiedetemi programmi. Devo avere sempre una porta aperta. Su tutto. Suicidio incluso, ma è solo per essere più sereno. Devo sapere che posso andarmene, in qualsiasi momento, anche con la modalità poco educata, svanire. Spiegazioni al grado zero. Non mi andava e me ne sono andato.
Banale.
Se alla tua festa mi sento a disagio, io me ne vado. Non mi fermo nel vuoto con un bicchiere di vino e una sigaretta. Prendo e me ne vado. Questo sono io.
Se le tue carezze non mi fanno effetto, posso ricambiare, un po' di grazia, cazzo, ma è scontato che me ne vada. Senza rancore. Auguri e figli maschi. C'è gente che cerca amore tutta la vita e poi crepa. Non è affatto divertente.
Quanti caffè dobbiamo ingurgitare per capire chi sì e chi no? Quante promesse dobbiamo ritrovare morte al mattino, come meduse sporche?
Mando dunque avanti il sostituto, perché è un coglione romantico e può anche essere garbato.
Mi scusi”; “Oh, non volevo....”; “Mi dispiace, sai”: lui l'ha studiata, la pappardella. Io invece sono diventato selvatico, più di prima, e appare come un cammino irreversibile.

Vado alla stazione centrale. Entro nella sala d'attesa.
Puzza di piedi, di cibo e di fiati pesti. Puzza d'insonnia. Gente senza addii carini da spendere. Questa sensazione mi appesta e mi fa sentire vivo. Non conosco questi tizi, il senegalese, il contadino, il cafone allegrotto e il povero travet, me li studio.
Per dove, il vostro biglietto? Avete la faccia di lavandini che non scorrono e di mogli che non godono. Avete la faccia di un addio permanente. Facciamo il gioco degli addii che si salutano tra di loro?
Avete mai preso la vostra compagna contro una porta a vetri? Avete mai visto l'effetto che fa quando si appanna, e il mezzo riflesso veritiero della sua espressione? Bene. Non vi siete persi niente. E' solo un modo per sentirsi allegri, che so, un paio d'ore. Ma qui siamo tra addii e io non parlo più. Vi guardo e prendo calore.

Dopo un raffreddore, espurghi tutta la merda che ti intasava l'anima. Sangue, ostruzioni, mucose calde e morte. Ti si schiarisce la voce e ridiventi uno stronzo presentabile. La tua voce è chiara al telefono, e dice sciocchezze. Sei ripartito, c'è ilo sole, hai però voglia di una rapina, di mettere due dita in gola ai doveri e vomitare i mostri, i magnifici mostri dei tuoi risvegli.

Ciao”, fa il collega, e mi tocca il braccio. Familiarità.
Me lo tengo, il gesto. Non sento niente. E' come se mi fosse caduto un pezzo di pesce surgelato addosso.
Non c'è calore, bambino. Il tuo braccio/manovella non è famiglia. E' sopravvivenza.

Inchiodo Michela al muro. Ho freddo, brividi da termometro, ma abbiamo riscaldato la camera. Sento la sua lingua sopraffare la concezione del tempo. Il tempo di oggi. Senza amore non c'è feuilleton. Questo lo so da molti anni. Non sono innamorato. E neanche lei. E' tempo che si abbraccia. Che dimentica la febbre in qualche negozio di bomboniere.

Mi raccontano di cenette fuori. Di strane pietanze. Non riesco a immaginarmeli, certi piatti. Io credo che la pietanza più pregiata e innovativa sia il tempo morto, il tempo che muore sepolto dalle cose vere. E non accade quasi mai.

La maggior parte delle persone che conosco si tiene occupata. Punto.
Pensando al lavoro anche dopo. Uscendo. Cucinando. Fumando. Fottendo. Spiegandosi perché si fotte e poi si piange. E viceversa.
E come sono carini quando fanno i rinnovati. Come sono teneri e visibili.
È merito di Marianna, è lei che mi ha cambiato”
Ma davvero?
Con Truciolino ho trovato finalmente la mia stabilità”
Sicuro. Aspetta che prenda fuoco per una novità e vedrai. Aspetta rendendoti utile, ti sembrerà ancora più ingiusto soffrire, forse risulterai poetico al punto giusto.
Ho imparato a scartavetrare le porte diroccate. Ho pagato cinquecento euro. Un corso bellissimo”
Aspetta, che ora dirocco una porta e ti metto alla prova. Quanti giorni hai superato, amore mio? Nove? Dodici? Un mese?
Un giornalista famoso mi ha detto che sono bravo”
Bene. Ora sei eterno. Il giornalista famoso allunga la vita.

La sigaretta sa di inverno crudele, di gola arsa. La sera è scesa da tutti e quattro gli angoli del mondo. Su di me. Sui passanti. Sulla musica che ascolto.
La notte è l'unica porzione di verità rimasta in vita, in questo rifugio. Bisogna scegliersele, le persone della notte. Nascondo miriadi di ombre nella schiena, negli occhi. Ogni ombra ha un nome femminile. Alcune sono diventate dee, altre sono streghe laccate, ferite, cincischianti. Ogni volta che visito un luogo ne lascio qualcuna a terra. La disconosco e poi la uccido.
Il custode imperfetto: troppe ombre mi scappano e il paradiso è solo un locale ben attrezzato che pratica una solerte quanto inutile selezione all'ingresso.
Di notte, il male viene a cercarti. E quando ti trova solo, ti seduce. Ti interroga, abile e manipolatore, ti spiega quante vendette, quali rivincite, che tipo di assenze praticare. È un male attraente, perché si vede che il suo ruolo nasce da una ferita antica, da un rifiuto, un'illusione. Un male che cerca soldati, adepti ed esecutori. E tu non dovresti mai farti trovare da solo. Bisogna scegliersi le persone della notte, gli angeli a cottimo.

Quando suona il telefono, il mio disegno di respiri è prigioniero in una ragnatela di freddo, intercettato e lasciato sotto i riflettori. Non mi sento al sicuro.
È Michela. Ha la voce curiosa, allegra.
Che fai?”
Scrivo”
Disturbo?”
No”
Bugia.
Che mi racconti?”
Mi ammutolisco. Se solo potessi parlare. Se solo potessi non mentire. Ma secondo te le preghiere cadono al suolo? Ogni tanto bisognerebbe appartenere a qualcuno. Credi che io sia spirituale, Michela? E se sì, che cazzo te ne frega, poi?
Lo sai che il contrabbasso è uno strumento spirituale?
Lo sai che mi danno dell'arido, del nichilista? E un po' il gioco dell'oca.
La pioggia all'alba, secondo me, ti porta il pianto e le domande di qualcuno. Lo pensavo anche da bambino.
Lo sai che più sono stanco di vivere più vado avanti? Sembra interessante, lo ammetto.
Ho scartato una donna, non sei tu, per problemi caratteriali. Ma mi piaceva, mi piace ancora, e per lei cambio spesso idea. Senza dire e dirle una sola parola.
Se la religione avesse un senso, Michela, in chiesa si dovrebbe anche vomitare; dopo il vomito si sorride sempre un po'.
Alcune cose proprio non le ho digerite. Tu non c'entri niente. Era prima di te, prima di lei, forse anche prima di me.
Sai che c'è una tipa che mi appella “il mio magma nero”? Non so se è un vezzeggiativo, io mantengo la stessa altezza, gli stessi silenzi, le stesse erezioni e i miliardi di fughe da escogitare. Non mi ha conquistato, con questa definizione.
Michela, dicono che mi devo innamorare. Mi tartassano, con questa roba ben organizzata e che non fa una grinza, se ben esposta.
Sai Michela, nessuno può definirsi mio amico o “mia persona” se non capisce e accetta che desidero quella porta sempre socchiusa.
Come?
Vuoi sapere su “cosa affaccia” la porta?
Ti servo subito.
Musica. Nuove fratellanze. Lotte. Abbracci. La fine. L'acqua che scorre. I lampi di notte. Finalmente la febbre senza infermiere. I lacci della notte, le altalene. I rifiuti e le conversioni accettabili, quelle laiche, quelle che sono voglia di vita e non di assoluzione.

Luca De Pasquale


19/12/10

La sindrome di Melville


Sono fuori al cinema quando la coppia cinquantenne esce, tenendosi per mano. Sorridono entrambi. Intercetto e comprendo la loro enorme confidenza, la complicità e la storia allacciata ai tanti giorni finiti. Senza voler insegnare niente a nessuno. Non so bene se davvero durerà per sempre tra queste due persone, so solo che io sono minuscolo con la mia piccola brace accesa, per un attimo distratto dai serpenti da schiacciare e dalle buche da evitare. E fa freddo. Fa tanto freddo, non solo per me.

Alle 6e45 del mattino sono già per strada.
Una luce fredda e laconica non annuncia che un susseguirsi di ore frenetiche; sarò già andato via. Cerco dei bar aperti. Cerco le panetterie, le edicole, le anziane signore alle fermate degli autobus, già oberate di buste. Camminando con le mani in tasca penso a quanto sono scortese e distante, e a quanto questo -in fondo- non mi piaccia affatto. La volevo, la mia mattinata à la Jean-Pierre Melville, come un uomo appena scarcerato, come Corey. Gli uomini di Melville parlavano poco e scappavano male, con l'oscuro bisogno di essere falciati. Da anni vivo la stessa sindrome, muovermi all'alba, compiere azioni senza rimorso e poi sperare in una giustizia che riguardi, impietosamente, anche me.
"Cosa vuole?"
"Ucciderti"
Ecco. La sindrome di Melville.

Mi fermo in un angolo senza vento. Telefono a mia madre. Invento delle belle notizie, so che ne ha bisogno. Belle notizie che provengono da me. Si accorge che sto fumando mentre parlo al telefono. C'è la ramanzina. Me la tengo, ho gli occhi bassi sulle scarpe delle donne. Mi esce il fumo dalla bocca e ricordo le parole di una persona che ho perso: "Tu scappi prima di tutto da te stesso". Il tutto seguito da un sorriso arreso, umano, sedimentato ora nel tempo.
Chiudo la comunicazione con mia madre. I guanti puzzano di fumo, da morire.
Una donna mi chiede di accendere. Le porgo l'accendino e guardo alla mia destra, dopo aver scoperto che il suo sguardo mi imbarazza. 
Un uomo passa veloce, con un violino nel fodero. Ho già voglia di un'altra sigaretta. E certamente cambierò numero di telefono.

Verso S. Martino incrocio una mezza baldracca che urla al cellulare. Sta parlando, si fa per dire, con un uomo e lo insulta. Gli attribuisce la qualifica di "mezzo uomo" e lascia intendere -senza troppi giri di parole- che non sia in grado di far venire una donna come lei.
"Tu ti tieni quella cessa", urla il mostro, "te la chiavi le domeniche pomericcio, quanto non vieni da me".
Un incubo. Mi allontano. Detesto la gelosia. Detesto le allusioni. Le persone non sanno accettare che nessuno è di nessuno, ed è giusto così. L'ignoranza condisce questo concetto di volgarità. Sono già al belvedere, lì non riesco ad accendermi le sigarette, ma penso bene. E poi mi sento rinnovato, quella decina di minuti utili.

Assisto all'incontro di due innamorati, sotto il palazzo di lei. Io continuo a fumare e prendo appunti, come se dovessi misurare il quartiere. In realtà origlio e li studio. Lei è piccola e bionda, un po' il mio tipo. Sento fortissima la possibilità di strappare questa donna a quel tipo. Ho tanta passione chiusa nello stomaco da poter cornificare mezza città, ho la disperazione che serve in questo tipo di situazioni. Poi mi scartano, ma come elemento di rottura vinco sempre e non me ne stupisco.
Quasi mi vien voglia di avvicinarmi alla ragazza. Voglio sentire il suo fiato caldo. Voglio capire come potrei abbracciarla a doppio. Voglio stare nel suo letto e scappare alle cinque e un quarto del mattino. Voglio inocularle il dubbio dell'amore, senza crudeltà, voglio essere la sua novità.
Non voglio fare come quell'amico che, quando conosce una donna, pensa solo a come fare per apparire efficiente ed efficace nell'intimo. Il sesso non è un match di pelota, dove aspettare il rimbalzo. Il sesso non dovrebbe avere crismi e comportamenti giusti. Il sesso dovrebbe essere libertà, non ansia. Io lo vivo come testamento, e mi piacerebbe che questa biondina mi facesse entrare in casa sua e nei suoi sogni.

I due ora litigano. Questioni di appuntamenti, di uscite con altri, eccetera. Io fingo di leggere sms, in realtà sto cancellando numeri dalla rubrica. 
Tutte donne. La maggior parte, clienti o amiche di amiche o ex di ex amici.
Tutte registrate con nomi fittizi, che solo io posso riconoscere: "Grex Grecis", "Linea Bassa", "Bialetti 1979", "Assia Cadra", "De Gregori LP", "Portamine AJX". Una l'ho addirittura battezzata "Insonnia". Elimina numero, che tanto quando mi vede mi trapassa. E non abbiamo mai parlato, parlato davvero, parlato a due. Quanto l'ho desiderato, che venisse a cercarmi, che mi dicesse "sai, ci ho pensato". Non l'ha fatto, ed eccomi qui, a balenare conquiste.

Al supermercato. Penso un attimo al mio lavoro, poi decido di fottermene. Il talento tatuato in fronte, tanto valeva che me lo marchiassero sulle chiappe. Non è colpa loro, non è colpa mia. Penso ad altro. Penso che andrò a vivere a Perugia. E avrò molte donne, se continuo su questa china innaturale. In fondo, mi interessa solo scrivere, vivere, la musica e conoscere donne. In fondo sono un epicureo malinconico. Penso a queste idiozie mentre mi viene incontro una signora maliziosa che mi sorride. Ricambio con una smorfia slabbrata di complicità. Mi giro. E capisco che vorrei solo il suo culo viola, le sue gambe un po' gonfie, e vorrei vederla ansimare mentre penso ad altro. Questo tipo di passatempi mal si sposa con le esigenze di infinito che vado blaterando. Passo oltre. Che mi serviva? Non scrivo mai la nota della spesa, cazzo. E sono solo quando la faccio, spesso.

Torno a casa. Forse Insonnia non la dovevo cancellare. Certo me ne pentirò, ma come potevo tenerla? Non mi ha mai fatto sentire importante, mai più di cinque minuti alla volta. Sono molto femminile in questo, ho bisogno di attenzioni, ho bisogno di sentirmi voluto. Poteva farmi fesso e contento, invece ha preferito altre certezze, di certo ragguardevoli. Ci mancherebbe.
Avrei scritto solo per lei, se lo avesse voluto. Non avrei distribuito il mio cazzo in giro. Lo giuro.
Poi suona quel telefono di merda. E' un cliente. Uno che non l'ha mai vista, la fonte del ritmo.
"Ciao Luca, ciao"
"Dimmi"
"Sono Michele"
"Dimmi"
"Senti, tu che sei un'autorità in fatto di bassisti... dunque, ricordi quel bassista che suonava quel basso a sette corde in quella modalità fusion latina... ecco..."
"Melvin Lee Davis"
"BRAVO! Ecco, mi domandavo...."
Scaracchio a terra tabacco e liquirizia, penso che Michele non ha mai provato cosa significa essere un uomo, lui e le sue manie musicali. Penso che se avrà mai la grazia di sostenere un coito, se ne verrà come un matto dopo dieci secondi e non bisserà mai; perché ha le manie che lo bloccano e lo ridicolizzano, lui e le sue sciocche collezioni di conoscenza.
Mentre parla, penso anche che non voglio più stare con due donne nello stesso periodo. Una volta l'ho fatto, e trovo che sia putrido; non eticamente o moralmente e neanche fisicamente, è solo sciocco e improduttivo.

Devo trattenermi dal dire ad un'amica che dovrebbe venire da me. Intorno a mezzanotte, carina e con un bel sorriso. Dovremmo dimenticarci un po', finalmente concederci, scoprirci. Penso che andrà avanti all'infinito, questo piacerci e sfiorarci senza progetto. Lei mi piace e dunque non farò altro che il bravo collaudatore di pensieri positivi.

Stanotte mi sono alzato alle quattro. Ho mangiato dei biscotti, fumato una sigaretta e scritto appunti per il romanzo. Poi mi sono riaddormentato. C'era il silenzio che piace a me. La città mi assomigliava. Mi sono ricordato di una promessa fatta e mi sono sentito uno schifo. Io la mia memoria proprio non la sopporto.

Da bambino ero innamorato di una certa Domenica. Passavamo ore sulla spiaggia, ad Ascea Marina, mano nella mano, e aspettavamo il tramonto insieme. Avevo tante idee per la mia vita. Pensavo a una vita semplice, di passioni, fedeltà e rischi. Pensavo che Domenica sarebbe diventata mia moglie e che non avremmo mai litigato. Pensavo che sarebbe piaciuta a mio padre, che ha sempre valutato le mie donne in base alla gentilezza e alla raffinatezza.
Le stringevo forte la mano quando il sole tramontava, e mi dicevo "quando sarai uno scrittore, lei sarà fiera di te. E vostro figlio sarà uno scrittore più bravo di te"
Poi, una mattina di fine agosto, scoprii che Domenica era partita con la famiglia. Erano calabresi. Non l'avrei mai più rivista. Ci rimasi malissimo. Non sopporto che le persone scompaiano dalla mia vista senza avvertire, so bene il perché di questo, ecco perché precorro i tempi. Domenica non l'ho mai dimenticata, lo avrei certamente fatto se avesse annunciato il suo addio. Con qualche sbaglio, per esempio.

Si chiude questa giornata invernale. Non ho voglia di suonare, anche se il basso troneggia nell'angolo meno illuminato della stanza. Ho voglia di vedere qualcuno ridere. Qualcuno che non ricordo di aver conosciuto prima, o quantomeno qualcuno che ho conosciuto male.
Un ultimo pensiero per Domenica, chissà com'è, che fa, chissà se si ricorda di me. Il risultato di tanti anni distante è una distanza conosciuta come "la sindrome di Melville", qualcosa che non si misura e che si appianerà in pochi giorni, all'improvviso, poco prima della fuga della lepre attraverso i campi.

LdP, 19/12/2010

10/12/10

Appunti della sera


Il freddo è una scala di valori; il freddo è una cima di grandi sonni a precipizio sulla vita.
Dal letto, grazie all'angolazione della finestra, osservo gli aerei prima dell'atterraggio.
Passanti frettolosi rientrano a casa. Natale, la smania delle feste, smania e tradizione, raffreddori, incontri fortunati, vaccini, sacrifici, agonie e festoni.
Solo la bocca è calda, caldissima, brucia il fiato e una minuscola propaggine d'ansia: non accendo la luce. 
Ricordo la prima volta che provai un basso fretless in un negozio di strumenti, Miletti; il suono lo sentii nello stomaco e nella testa, forte e pastoso come un ricordo, una promessa. Una sensazione decuplicata la provai approcciando un contrabbasso. In quel caso ogni rintocco, ogni dilettantesca cavata, era una diretta espansione della pancia.
Ricordo anche quel che pensai quando vidi, stampato, il mio primo libro. Non sentii alcuna ebbrezza gonfiarmi il petto, pensai semplicemente che si trattava di un libro e che non mi rappresentava più di tanto. Ero già oltre, avevo già dimenticato molto del detto e dello scritto. Può darsi che le cose compiute evochino in me poco, e le incompiute autentici universi.
Quel che si compie, muore. Non chiedo che di essere smentito. Non chiedo altro.

Nel cassetto ritrovo la scrittura di mio padre. Precisa, cadenzata, quasi infantile. La mia è uno svolazzo decadente, satura d'inchiostro, sporca e angolata. Una grafia di arrampicate senza preavviso e cadute. 

Il letto è una ninfea di umidità colorata, non mi chiama, non mi accoglie. Il letto è una perdita di tempo. Il letto è la soglia omertosa dei miei tentativi. Ho le mani gelate e la bocca in fiamme. 
In una foto dell'epoca, mio nonno Giuseppe, vestito da bersagliere, sorrideva fiero. Dietro aveva scritto all'amata moglie: "Ancora vigorose le membra, il mio pensiero va a te. Tuo, Geppino".
Guardo la foto per qualche minuto, con la sigaretta spenta tra le labbra. Vigorose le membra. Fantastico. 

Mi guardo allo specchio. Per vedere l'effetto che fa. Ho un'aria torva e vagamente gonfia. Non si evince affatto che il corpo è percorso da lastre di ghiaccio e occasionali vampate di calore. La barba non mi dona. Non ho la barba da animatore. Non ho la barba da barman figo. Non ho la barba esornativa, ho la barba disordinata. Come i pensieri.

Ogni tanto qualcuno viene da me e mi presenta la sua felicità da rabdomante.
In genere si tratta di un lavoro nuovo, un nuovo partner, un investimento riuscito. Io sono sempre misurato nelle mie reazioni, partecipo con garbo, piantato per terra con un uragano nel baricentro a dettare legge. Quello che mi dico sempre nel mezzo di queste rivelazioni è: "Di quanto vento avrò bisogno? Di quanta tempesta sarò mendicante a un certo punto?"

I guai sono le strategie migliori per i cambiamenti. Sei costretto a mettere rimedio, a porti con le spalle al muro, senza alibi e farfugliamenti che ti possano rallentare.
Devi svegliarti con il disastro che ristagna nelle tue innocue abitudini del mattino, devi essere uomo vero dalle prime ore dell'alba. Nonostante il freddo, per esempio.

E' uno spettacolo strano, osservare qualcuno che hai amato e ti ha riamato in una nuova avventura, alle prese con nuove verità. Ti fa crescere. Ti rendi conto che le nostre vite non sono statue immote. Che ci si adegua a tutto. Che la malinconia non potrà mai impedirti i prossimi respiri. Che i ricordi sono ricatti con le ali, sostanzialmente pacifici ma dannosi nei cieli che vorrebbero essere ancora popolati di sogni.

Stanotte ho fatto un sogno molto sgradevole. Dei capelli rossi mi afferravano le mascelle, come un morso sui morsi, qualcosa di violento ed improvviso. Mi giravo per comprendere l'agguato, ed ecco che attorno a quei capelli c'era una bambola dal volto orrendo, incattivito, volgare.
Alle due e qualcosa della notte ho realizzato che si trattava di un incubo. Ho acceso una sigaretta e ho pensato al prossimo disco raro da comprare. Con la scusa che resterà a mio figlio. Questo figlio che voglio e ripudio a seconda dei momenti dell'amore, perché sono un uomo e gli uomini sono piuttosto sciocchi.

Gli anziani che camminano sotto la pioggia mi intristiscono, mi fanno sentire impotente.
Vorrei scendere di casa e dire, invasato: "Usami. Usami, cazzo, usami come gamba. Fammi consumare un po'".

Poi succede che mi metto a ballare, solo in casa, su un pezzo che nella vita quotidiana cestinerei all'istante. Un biscotto, un caffè, euforia del cazzo, ritmo e cere perse.
Poi ritorno in me e riacquisto quel cipiglio ombroso che altri possessori spacciano per carisma.

La grande notizia è che stasera non mi andrebbe di fare sesso. Lo dico con una certa sicumera, sarà che non mi sento un granché e che la posizione dello scarafaggio sotto i quaranta non è permessa. 

Ricevo una telefonata femminile. Imposto la voce, come da prassi. La lazione mentale di un guitto da pianobar, chiaramente un fallito.
Sono lezioso, profondo come l'insonnia di un canarino, sono un Don Bairo andato a male che parla di scacchi esistenziali e di libri. Questo il mio fascino, parole al riparo dai ripari. 
Il sesso no, però. Il sesso dovrebbe essere un dono, poco prima di diventare ridicolo.

LdP






Dolce festivo con canditi, dinamite e freddo

Capitato per caso nel flusso di studenti che protestano contro la Gelmini, mi interrogo seriamente su quale e quanta sia la mia partecipazione civile nel vivere quotidiano.
Innanzitutto, sono vecchio tra di loro. Vecchio e deluso. Loro non hanno rughe. E io continuo a guardare le persone come fossero degli addii.
Sono brutto, tra di loro. Con la barba irregolare, le occhiaie e il giubbotto blu dell'anno scorso, con il pullover blu sdrucito e nippoloso, perché io le cose griffate proprio non le sopporto. Voglio vestire anonimo e non chiedo altro.
E se posso, mi imbruttisco. Faccio parte di quelle schiere che diventano timide e vergognose anche quando si innamorano. 
Passo tra di loro, pelli tirate e sorrisi ingenui ma testardi, amori che sbocciano, valori in circolo, passo con il mio carico di veglie funebri e cose che non dico mai, passo ed infesto centimetri di aria sgombra con la mia voglia di scomparire, enorme e sobria, in qualche piccola città che contenga la mia febbre di ombra.
I loro slogan, gli scherzi, le boiate, i capirivolta con le kefie, ed io che sogno Perugia, Carrara, Udine, Pistoia, Montevarchi, Ferrara, io che sogno di dimenticare questo mare e chi ho conosciuto. Una volta per tutte e senza lasciar alcun recapito. A nessuno. Ripartire da uno scivolone pianificato, azzerarmi, radermi al suolo senza la pietà dell'amicizia e la puerilità dell'amore.
Le loro mani in alto, le loro voci stentoree, studenti di sinistra, studenti certo intelligenti; ed io con il mio passo sciatico, le mani rotte dai geloni, le mie idee sospese nel limbo degli anni settanta.
Un ragazzo ed una ragazza si baciano con foga, gioia, lingue, capelli al vento, banale immagine.
Sono scene leziose. Le giustifico. Questi slanci non mi appartengono. I vecchi amori altrui mi annoiano e non ne posso condividere il dolore. Non sono fatti miei e sono distante, svampito.
Non ho nessuna comprensione degli amori altrui. Non mi interessano, felici o infelici che siano.
Gestisco le mie sregolatezze senza confidarmi; sarò un bastardo, ma ho il dono del riserbo.

Poi incontro uno stronzo che prima mi parla della collaborazione tra Michael Jackson ed Eddie Van Halen, come se si trattasse di roba recente, e poi inizia una disamina annichilente su ciò che scrivo in questo blog. Il suo parere letterario è di spessore grissinale, direi. Grissinale non esiste, ma va bene. 
Mi dice che il mio blog sembra un diario pubblico. Lo è, rispondo. Scrivo quello che mi gira. Se a qualcuno non piace, basta che non ci vada. Inutile scomodare la critica letteraria per un vecchio babbione, sorrido.
Mi dice anche che non ha mai capito, da ciò che scrivo e dico, se mi piace più il basso elettrico o il contrabbasso. Mi rendo conto che trattasi di una questione da fiato in sospeso per il mondo tutto. E così gli semplifico la vita: "Il contrabbasso rappresenta i miei momenti più scuri, il basso elettrico va meglio quando sono tranquillo e pacifico". Una spiegazione idiota, ma adatta a chiudere la questione.
Nindo Geloja, questo il suo nome, rincara la dose: "Il tuo primo libro mi piaceva di più rispetto a quello che FAI adesso. Eri più allegro, e raccontavi delle storie"
In questi sei anni ho perso tutto quello che avevo da perdere, spaventapasseri. Ma non te lo spiegherò doviziosamente. "De gustibus", sussurro, fissando gambe in transito, senza entusiasmo.
L'interrogatorio si sposta sulle donne: "Io ti sono amico. Spero di non offenderti e dire cose che ti diano fastidio", guaisce, "ma ho l'impressione che tu non trovi pace. Appena mi abituo a qualcuna tu poi mi dai altre notizie... secondo me tu dovresti innamorarti".
"Lapalisse"
"Come? Cioè, quando ci si innamora allora ci si innamora sul serio, LUCA"
"Con tutti i crismi", chioso.
"Sì. E' una cosa naturale che ti porta nel sogno. Tu allora vivi con uno scopo nuovo, e tutto ti parla di ciò che vivi, di ciò che senti, e conti i minuti, e conti le ore, e sei felice e nuovo"
"Devo averlo letto da qualche parte, sì", allego al mio silenzio.
"LUCA, io lo so che tu vuoi innamorarti"
Rivelazione. Agnizione. Disvelamento. Parole divinatorie. Ologrammi mistici. 
Farneticazioni popolari. Con un fare salmodiante ed invasato, tipico di chi gioca poco intimo.
E già, caro Nindo. A furia di stringertelo nel pugno hai riscoperto il valore dell'amore da stendere sui giorni come aspettativa sacra. Continua così. Pasta Barilla e cenette a quattro con il tuo amico d'infanzia, è così che ci si sente protetti, no?
Io so solo che qui fa freddo, molto freddo, e che non conta quante presenze possano riscaldarti, ma quali. Questo so, sacerdote orfico di Onan. E ora ti saluto, che altrimenti sorrido troppo e vanno via le rughe, quelle cupe, quelle da contrabbasso.

Mi risale la febbre. In televisione, su un canale privato, ci sono dei cafoni con camicia bianca e foulard dozzinale che ballano in qualche locale della provincia. Soldi di camorra e pompini cocainati nei cessi. Cambio canale.
Trasmissioni sul Napoli Calcio. Non ho nessuna simpatia per il Napoli Calcio. Non ho tifato per il Napoli un solo, dico uno solo, giorno della mia vita. Retorica ed entusiasmo, piagnistei e volgarità pittoresche. Cambio canale, ciao ciao Napoli Calcio.
Da quando non c'è più Maria Grazia Capulli in televisione ho perso stimoli. Amo le bionde. Amo follemente le bionde e non me le so tenere.
Metto la testa sotto le lenzuola, come per soffocare. Ricordo che un cliente mi ha detto: "Ho generato mia figlia facendo l'amore con Barry White". Difficile e ributtante, cancello il ricordo.
Non voglio mettere il termometro, così come non voglio pensare a chi sarà il prossimo che deluderò, considerando che ricerco quest'attività con scrupolo.

In una cartellina blu conservo le vecchie lettere d'amore.
Sto facendo la faccia lunga e scontenta a furia di non volerle rileggere mai.
A ripensarci, potevo innamorarmi anche di chi non me ne ha mai scritta una. Ma non conta. Non conta nulla, ha ragione Nindo Geloja, devono suonare le campanelle e le slitte devono colare mirra sul mio soffice cuore. Io mi innamorerò, saccarotico predicatore, quando tu avrai un orgasmo decente e auscultabile anche dalla sventurata che ti avrà scelto come missionario.

Provo le nuove MS Special: sigarette proletarie. In televisione si parla delle abitudini sessuali dei nostri politici. Giochi di parole inverecondi per alludere ad una banale fellatio POV. Dite irrumazione, che vi fa sembrare colti.
Sversatoi. Yara. Assange. Benitez e la crisi dell'Inter. John Turturro e Passione, non lo vedrò mai, quel film. La colonna sonora me l'hanno tatuata sulla spina dorsale, al lavoro. La detesto.
Le gambe, le sento chiodate. Le braccia sono estensioni di malessere, capaci di abbracci nascosti, il cuore è una marmellata di rughe che finirà in qualche crostata festiva.
Ho scritto di meglio, ma anche tanto di peggio. Se non altro, sono memorie da traghetto ideale, quello per i laghi, quello per la quiete che mai mi è sembrata tanto lontana.

LDP

Ringraziamenti: MS Special, la febbre, chi non si fa mai avanti, la fulminante frase "hai quarant'anni, vedi di darti una calmata", essere sempre in bolletta, Fender Rhodes, non sono un tipo solare, al rogo le camicie bianche, Nindo Geloja, le sciarpe non possono sostituire a lungo gli abbracci, le leziosità di certi single orgogliosi per etichetta, chi mi segue anche se mi è passata la voglia, chi mi segue ma non partecipa alle veglie, chi non mi segue affatto ma intuisce le voglie.
E ai circuitatori di facebook, ci si becca, ci si trova lo stesso. Magari all'inferno.


30/11/10

Scartann scartann dinto 'o scarto si fernuto

Non amo le confessioni sentimentali. 
Non amo le confessioni sentimentali di quelli che si innamorano ogni volta che ricevono un complimento o suscitano l'inerziale interesse di qualcuno.
Ed è per questo che Vorgia mi annoia. Le sue paludate descrizioni di come uno le ha offerto un caffè con trasporto e di come un altro le ha fatto capire che vorrebbe un convegno carnale con lei, beh, sono per me indigeste e mi costringo a distrarmi.
"Mi sento bella e Corrado lo ha capito. Sono felice, Luca"
Resta da stabilire chi cazzo sia Corrado. Noli me tangere.
"Mmmmh", osservo con acume. Cristo, che noia.
"Lui ha capito che è la timidezza ad impedirmi di brillare. Lui ha riscoperto le pietre preziose in me, Luca. Io gli devo gratitudine, lo avverto, e so che lo farò, anche se non so"
Mi chiedo se dunque glielo prenderà in bocca, con aria trasognata e lucidalabbra mistico, ma so che non lo farà, non è tipo. Farà di peggio: si innamorerà di lui.
Alle prime badilate di letame tornerà a cercarmi, a cercare la saggezza che mi attribuisce e che non posseggo neanche nel più recondito anfratto del mio essere.
Poi Corrado sparirà, comparirà Eliano, poi si scoprirà che era un mezzo finocchio e toccherà dunque a Piero, quello con la passione politica. Il tutto senza mai chiedersi se me ne fotta davvero qualcosa o la mia pazienza sia solo figlia di una autolesionistica buona educazione.
Io vengo scaricato spesso e altrettanto spesso recalcitro con poco stile, eppure tengo le mie manovre sotto il cuscino, a dolce portata dei miei incubi.
Fottere non è un atto di misericordia e amare è un rischio enorme: ne parlo e ne teorizzo poco volentieri, non so come fanno quelli che passano la vita a percepire sensazioni e good vibrations.

Vorgia mi spiega che tale Minimauro l'ha invitata ad un corso di cucina corsa e che sta perdendo i capelli ed è dolce. Io taccio. Tanto lo so, se scoperà bene sarà un bastardo, se verrà alla quarta botta sarà un uomo gentile, morbido, da coccolare e da rispedire al mittente dell'inutile.
Vorgia mi parla di orgasmi con la stessa credibilità di un consulente telefonico, si capisce che non sa di cosa parla, che i suoi sogni sono orsacchiotti con zone di malizia poco evidenti e che io, io Luca, sono una schifezza cinica espropriata da comodi silenzi.

Dopo il sesso, fumare a metà e non sentirsi la fine addosso. Questo sarebbe a ridosso della pace. Lo riproverei.

Sei anni adesso che non pubblico un libro da solista. Ero una promessa. Si saranno dimenticati di me. Ero una promessa e non lo sapevo. Non scrivo roba epocale, certo, ma sorrido anche troppo poco e non rimesto nella cultura da maglione a collo alto. Non sono un conduttore di storie, sono un espurgatore di fogne.
Quando scrivo non presumo di poter creare storielle didascaliche e men che meno divertenti. Una bella storia metaforica, vera narrativa convinta, non è per me in questo momento della vita.
La noia per una costruita parabola dipende anche dalla mancanza di voglia di scrivere un finale. Scrivo quando ho la febbre, quando sono cupo, quando sono in astinenza da fumo o da sesso, scrivo molto quando non amo e mi zittisco quando provo qualcosa. Perché la felicità è decisamente ingombrante per gli uomini della mia risma.
Fino ad ora le gioie mi hanno sempre fatto sentire inadeguato e di passaggio. Devo prendere ancora la patente della tranquillità e questo incide sulla mia carriera di scrittore.
Sono napoletano. Un napoletano atipico ma fiero di esserlo; e dunque, alla fine, il "che me ne fotte" è d'obbligo e lo accolgo a braccia aperte.

Oggi niente tramonto. Solo pioggia. Il decaffeinato fa schifo e sembra una soluzione ottimistica senza rigore.
Piove nei vicoli dove giocavo poco e male, piove sulle mie vecchie case, la pioggia rovina i piani alle donne -poche- che ho amato e alle molte che ho intercettato a fari spenti, senza continuità. Piove sui lutti della mia famiglia, quiete e storia in attesa di sonno, piove sugli eroi negativi che amo più di ogni altra cosa al mondo. I miei antieroi, disperati, sobri, sconnessi, con le scarpe sbagliate e il cuore da bersagliare negli stagni, eroi di emorragie e insonnie, eroi di licenziamenti e liquidazioni sentimentali.
Il caffè decaffeinato fa schifo e gli amici per finta fanno schifo anche di più.

Ho smesso di fingere rispetto per le gerarchie. Anche qui manco di credibilità. Le strutture piramidali hanno spesso una struttura visuale escrementizia; si perde di spessore verso l'alto. L'esercizio del potere rende gli uomini ancora più ridicoli di quanto già siano; evidenzia stomaci battenti, ragionamenti limitati, alfieri pedine e re hanno la stessa espressione convinta e fegatosa, senza soffio vitale e senza scopi.
Alcuni comprimari sono bravi a ritagliarsi l'amicizia comoda, e lo fanno con metodo puntiglioso, meschino e lezioso, tra complicità a tavola e nell'ideale palcoscenico della virilità. Altri propendono per l'empatia simulata.
Altri danno via semplicemente il mazzo, distanti dai soffocanti gangli della dignità.
Questo spettacolino accompagna le mie giornate di monotona sopravvivenza, ogni tanto mi intenerisco e riesco persino ad essere gentile, colloquiale. Ma, al fondo, resta un disgusto ammanettato che l'età ha reso euforico riserbo con qualche ventata d'allegria.
Stima è una parola impegnativa. Posso usarla solo raramente. Di certo, nei miei due lavori credo di poterla spendere per un numero massimo di quattro persone.
Nel privato, spesso l'amicizia non collide con la stima. Anzi, spesso è la mancanza di stima a creare la contorta depravazione dell'amicizia. Come spiaggiarsi rassegnati ai confini dell'uomo.
Nell'amore invece la stima è per me fondamentale; per questo posso dire di non stimare particolarmente le persone del passato. Se avessi provato stima, avrei di certo lottato di più, considerato che non temo lo scacco ma la mancanza di voglie.
Vorrei cambiare un lavoro al giorno. Improvvisare. Superare selezioni e non presentarmi al secondo giorno. Lo faccio qualche volta nel privato. 
Ai capricci l'ardua sentenza.

Devo uscire, andare a guardare il mare. Non è come un orgasmo, è meglio, in particolare quando è grosso e ti allontana da ogni cosa.
Ci andrò da solo, magari recupero il nome, un po' di storia e quegli odori della mia città che gli ignoranti continuano a mescolare con la puzza d'immondizia.







29/11/10

Un buffone da trampolino

Piove.
Amanti sedute nell'ombra, dappertutto, a ricamare risate per le giornate di sole.
Un uomo che lotta contro il fumo e che ha a cuore il sommario macchiato dell'inutile.
Piove e demolire sogni è una cattiva abitudine che non ha nulla a che vedere con l'intelligenza.
I professionisti rinunciano spesso, gli apprendisti mai. Sono stato un vigliacco, oggi, a non raccogliere il quaderno caduto al bambino. Un vigliacco egoista.
Cosa credevo? Che potesse precipitare l'oceano nero che custodivo nello stomaco, il fiele dimostrativo, l'enorme massa di assenze che mi porto dietro?
Vergogna, vigliacco.

Esprimo gradimento per l'idea di innamorarsi, in sondaggi senza penna e senza testa. Esprimo gradimento per rallentare la morte. Esprimo gradimento per una religione che ci consenta di addormentarci sulla spiaggia di notte, senza nessuna paura. Esprimo gradimento per una promessa che non sia un totale compromesso. Esprimo gradimento per uccidere chiunque si frapponga tra me e quello che cerco.
Sono di nuovo timido con i bambini. Un volgare accenno di mal di vivere. Nelle spalle, alle tempie, ai lati della corsia di sorpasso sventata dello stomaco.
Ho paura di intenerirmi. Ho paura di essere padre di bei pensieri. Sono timido con la felicità: sono specializzato in garbata autodistruzione.

Non mi basta il libro prima di dormire. Lo scaravento per terra e accendo una sigaretta. Voglio imbruttirmi. Voglio un cappello ridicolo. Voglio labbra bianche, da svenimento. Voglio l'erba del vicino per poterla incendiare, eccetto le coccinelle e i fiori neri.

Il tempo non è reale. Lascio sedurre agli altri le belle donne che mi capitano a tiro. Non era mai successo prima. La monogamia è un'orribile costrizione.
Splendo nero in questa rinuncia, e Lady Oscar mi ride in faccia, il piccolo scrittore con le mani lunghe, il piccolo scrittore divorato dalla nascita.
Io non so se l'eutanasia può essere poesia e se la mancanza può essere una zattera. Non lo so e le ricette, quelle servono per i libri di cucina.
Innamorarsi dovrebbe essere acqua che scende e che riempie. Lo pensavo da bambino. A quaranta anni ho imparato solo a modulare sospiri e invertire silenzi.
Parlo qualche minuto con un amico, gli dico: "Le canzoni malinconiche mi fanno sentire spacciato"
Lui articola qualcosa, io cambio argomento, cambio pelle in cinque minuti, ricordo un nome e una deriva, ricordo di essere poco per la mia fantasia.
E la nostra telefonata è solo solitudine pendolare tra due cuori affini e sfiniti.

I corpi che mi piacciono richiamano i miei vizi osceni, è un orologio a corda, è una corda appesa a nuvole di passaggio.
Godo e non mi pento. Esagero e le ustioni le applico sui denti per evitare troppo cibo, bulimia.
Muoiono impiegati e io conservo la mia faccia di cazzo riflessiva. La gente muore e io pondero su come sgusciare dal pilota automatico e affidare per un po' i comandi a qualcuno di fidato.
Sfogarsi nel cibo è noioso. Tenersi occupati è un'anticamera depressiva.
Meglio toccare il fondo, scherzare, chiedere alla collega che profumo usa, essere convinti del proprio sesso in mancanza di ogni altra convinzione possibile.
Innocui scherzi di carne, coriandoli al sangue gettati su sposi /controfigure.
Papà, dovevi insegnarmi la bici, non a leggere.

Esco sotto la pioggia. Sono le 22e51, per strada non c'è nessuno. La sigaretta è zuppa dopo poco. Riaccendo e il sapore è orrendo. Due ragazze si avviano al Doria 83, il locale bene/alternativo. Sono un barbone per bene e sorrido alle due prevedibili circi da appartamento. Cimici. Non sto pensando ad una situazione threesome, sciocche. Non sono pericoloso.
Volevo solo un po' di pioggia. Solo un po'.

Vedo coppie in giro che escono solo perché prima hanno scopato. Magari forte. Magari mettendosi le dita in bocca e usando la parola "amore". Per farla colare dai muri, per sopprimere ogni negatività immaginabile.
Io quando scopo muoio un po' e divento un fuoco d'artificio usato. Posso essere solo raccolto dai bambini svegli e sono sostanzialmente innocuo, dopo, perché ho affrontato una piccola morte, perché mi sono dato per intero e non ho parole consolatorie per nessuno.
Cedo alle mie donne tutto il mio armamentario di neon. A loro il potere, a me la ricostruzione.
A loro la luce, a me tocca far uscire le ombre dalla finestra, ancora vestite, certo deluse.
Sono un irregolare e questo non ha alcun fascino.
Cittadino di un mondo che perde e si dice buongiorno nei rituali sommessi, nelle complicità taciute, nei ricordi organizzati in fila indiana per non darsi fastidio.

Un uomo solo e vecchio è seduto ad una tavola ancora imbandita, piena di molliche.
Mormora, forse il nome della compagna che ha perso. Mormora il figlio che non ha avuto.
Mormora la sua protesta inutile, gli orologi da muro, le vecchie radio, l'innata malinconia di quello che non si è realizzato.
Un uomo rovinato da tracce e presagi, da nobiltà d'animo e tenerezza, un uomo che non ho il coraggio di diventare, al solo pensarci.
Resto un buffone da trampolino, che si disturba per gli applausi e spera sempre, quasi sempre, di incrociare quegli occhi distratti che tutto possano giustificare, anche e specialmente, la vocazione alla sconfitta.
E per intanto mi ripeto.

LdP

Ringraziamenti: Patrick Dewaere, Scott Walker





25/11/10

More than I can bear


Il freddo mi ha morso le labbra.
Agli angoli della bocca c'è un freddo calmo e sicuro. Le calze verdi che vedo, con il corpo intorno. Era questo che volevo da piccolo?
La confidenza con il corpo femminile.
Sentirmi all'altezza.
Non aver paura degli sguardi fissi. Mai. Considerare il corpo delle donne qualcosa di raggiungibile e non consumabile in fretta, considerarlo l'edificio di petali adatto alla causa.
Sono invecchiato terribilmente. I sogni sono diventati più insidiosi, i baci più caldi, e ho la tendenza a fermarmi dopo un'emozione.
Le calze verdi con un corpo curioso. Il freddo mi divora, certo non di più del male oscuro, l'insoddisfazione latente e ben vestita che fa bisboccia al mio tavolo da gioco, accompagnata da brutti ceffi e foto di gente scomparsa.
Dopo un bel film ci addormenteremo insieme e le mie mani diventeranno calde in pochi minuti.
Tutti gli amori di una persona sono il percorso da accettare per non impazzire di domande.
Sono una statua che da la caccia ai cigni, sono il tabacco e la sera che si condensa sotto i lampioni.
Il lucro strabordante delle infatuazioni, il brivido breve del sesso pensato, i violenti vuoti d'aria tra una carezza e i ricordi, le sere nei bar con le luci fioche e le feste di compleanno dove speravi, anche senza sedurre, di poter celebrare la tua giovinezza.
Sono fiacco e vivo, fiammeggiante di pensieri orientati alle strade che non percorro più. Gli amori falliti si risolvono salutandosi a stento. Qualcuno ci crede ed io mi adeguo.
Gli amori falliti sono roba che diversifica la staffetta delle delusioni, il ruolo, la figura, il tentativo, è la prova di una minima partecipazione alle cose ed agli affetti.
Mi fermo, con il pacchetto di sigarette nuovo stretto nei guanti blu.
Perché ho la sensazione di essere in giro per amare?
Perché quest'inspiegabile sensazione di essere la figura che attraversa la notte e si adegua a quello che i cuori mettono sulla piazza?
Sono un ambasciatore di ore notturne. Ingaggiato, consumato, dimenticato. E faccio lo stesso.
Osservo gli autobus pieni, zeppi di persone nervose e maldisposte, gli stessi autobus che prendevo fino a tre settimane fa. Io sono in piedi a notte quasi fatta e non mi avvicino nemmeno al predellino che spunta, lercio e provvisorio, da quei mostri arancioni balbettanti.
Le bazzecole si fanno sentire ad una certa ora della sera. Sono rimpianti scherzosi privi di contorni e violentano la noia con aria distaccata.
Non avrei mai immaginato di poter sopportare qualsiasi distacco con questa parsimonia di palpiti e diapositive d'ira.
Compro le Nazionali Esportazione. Pacchetto verde. Esistono ancora.
Sono involontario testimone di una scena di seduzione.
Un ragazzotto piuttosto abulico cerca di far colpo su una bionda utilizzando vocaboli desueti. Scena patetica. La ragazza sembra annoiata, ed ecco che lui fa ricorso alla più antica trappola in circolazione: le lusinghe, i complimenti.
Me ne vado prima di capire come andrà a finire.
Quanto sono pericolosi i complimenti. Quanto è pericoloso che qualcuno ci faccia sentire importanti. Quanto è sciocco cascarci, e futile rimanerci. La pietà insopportabile delle donnette da marito e dei sistematori di abitudini.
La contraddittoria ventilazione delle cose proibite; tra bruciato, oppio e merda.

L'omino mi raggiunge, perché certo che lo conosco, e mi racconta di aver fatto colpo: mi mostra un numero di telefono.
Smerzo, sorrido. Quanti ne ho avuti, quanti ne ho stracciati, quanti ne ho sciupati.
Il suo sorriso, invece, sa di un trionfo solo supposto. Si gratta la testa, finge imbarazzo. Me ne esco dicendogli che dovrebbe portare una coperta per il suo cuore, quando si arriva al mattino e ci si imbarca per il traghetto del giorno.
Canto insieme solo a pochi amici, non pensare che ti abbiam dimenticato: proprio ieri sera parlavamo di te.
A letto mi son girato e non ho detto niente.
Quello che questo coglione non capisce è che sono un reduce, non si sa bene da cosa, ma sono un reduce: tutto in me è una sutura, improvvisata e fiera, tutto in me è un intervento miracoloso che creerà nuovi mostri di felicità frettolosa.
Procedo con le mie canzoni stonate. Procedo ancora di più con sensi di colpa giganteschi.
Colpi di sole e colpi di pistola. Deludere, me lo dico, è un tradimento plurale e senza sconti.

Il mio amico Ezio mi fa i complimenti per la casa nuova. Non li accetto. La casa non è mia. E c'è un'altra persona in casa. Questa non è casa mia. Casa mia non esiste.
Ezio butta la bocca in basso, in pasto alla stanchezza, e mi dice che sono un disfattista.
"Ho sogni ad altissimo mantenimento, Ezio"
"Che cosa significa?"
"Ho sogni ad altissimo mantenimento, Ezio. Sono troppo piccolo per lanciarli oltre la notte"
"Ma stai giù? Come mai?"
Stai giù. Cristo in croce, le parole sono importanti. E dovrebbero esserlo anche gli uomini.
Continua a fissarmi, questa trota speranzosa.
I futuri dolori si nascondono nel mio mal di denti, i nuovi profumi sono troppo intensi per superare lo sbarramento dei tessuti che ho addosso.
Ezio guarda le mie squadre di subbuteo. I miei dischi. Poi guarda me, il suo amico che dichiara quarant'anni prima di averli compiuti.
Sono ancora tutto per me, Ezio. Purtroppo. Ma tu questo non lo capisci e non sai ascoltare chi non sa prendere appunti sugli incubi di ogni giorno.
Dormi, Ezio. Ama. Dormi amando. Ci riuscirai.

Accompagno Ezio alla porta.
La mia priorità è essere smentito. E, non so in che ordine, scomparire. Adoro scomparire. Senza preavviso e senza mai immaginare o sperare in reazioni altrui.
Se sparisco lo faccio per conservare intatta la stanza degli ospiti. 
Senza obbligare nessuno ad aprirla solo in caso di morte. 
In fondo, quando apro le porte e mi imbarazzo, beh, sono carino.





19/11/10

Uomini a spasso con i lampi

"Il mio amore è selvaggio, multiplo, E' l'incisione nell'alcova profumata, il corpo e il volto ombreggiati di seta blu, la voce sussurrata, il canto travolto dal tumulto. E' la nascita del giorno, e io ne indovino l'impronta nei tessuti aggrovigliati, il riflesso negli specchi vuoti.
E' il dolore delizioso dell'attesa, il singhiozzo stupito, la carezza calda, la gracile silhouette, il viso d'argilla. Il mio amore è il vento non sottomesso, la profondità marina, un'alga trascinata dalla corrente. Non ha nome, è femmina svincolata dal quotidiano, femmina offerta e libera. L'ho visto dietro una luna di carta oleata, in quel giardino chiuso dove muoiono le tortore, su questa panca dove aspetto. Tutto ciò fino a lei, nella cattiva sorte"
BERNARD GIRAUDEAU 

La serata ha fretta, è sciocca, lievemente prenatalizia, una sera di bambole e gente stanca, una sera che dovrei dedicare alla scrittura.
E invece.
Anche stasera non ho tempo per la scrittura. I baci? In qualche cassetta postale. Potrei forse trovarli nella cassetta della posta a casa di mia madre. Ma non qui.
Cera blu sulla pancia per evitare movimenti ed impedire il sesso.
Le persone che non dormono le riconosco dall'andatura, le persone che sognano in grande e in male le riconosco dal nero sotto gli occhi. Residui di delusione, rughe di rimmel, covi di lente morti.

Le donne che mi piacciono dovrebbero ridere poco. Mi destabilizza che ridano per cose futili, mi sembra di non riconoscerle.

Le promesse sono dei numeri primi. Le promesse sono dei numeri ciechi che imparano le strade altrui solo con il supporto della fantasia.
Ciondolo in questa sera sfatta, dormire nella pace. Cosa significherà? Senza zanzare. Senza demoni da interpretare. Senza scale a chiocciola. Senza risalite. Senza dimenticare chi dimentica.
Chissà com'è dormire nella pace.
L'ho decisamente dimenticato.

I pianti sono assordanti. Detesto vedere le persone piangere. Per poco e per tanto. Mi hanno insegnato che si piange solo per evitare inchini alla morte. Ma non deve essere frequente.
Fumo e sono costretto ad essere grigio e scuro come un incontro improduttivo. Come si è ridicoli quando si cerca di portare gioia e stabilità nella vita, come si è fragili, esposti, microfonati, gestiti da sordide matrone di luce fredda, la costrizione al progresso interiore, la costrizione all'amore.
Mi piacerebbe che qualcuna mi fermasse: "Mettimi una mano sulla bocca quando dormo, così non potrò respirare l'aria della menzogna".
Oppure: "Carezzami i capelli e fingiamo che non si debba poi, un giorno, parlare in due".
Sono saldato al freddo, stasera, agli alberi spogli, agli albori di un caos ordinario, sono sospeso tra suggestioni senza il profilo migliore.
Chiudono i negozi.
Chiudono le pasticcerie dove ridere di un capriccio.
Chiude il mio cuore smacchiato con la ruggine, viziato dalla nebbia, distanziato da un mosaico di storie, tante storie.
Chiude l'edicola, chiude l'outlet alla moda, si aprono le chat, le speranze, il gioco monocolore del "Almeno ci ho provato".
Finta onestà, partecipare. 
Il vero gioco è partecipare monchi.
Partecipare suicidi.
Partecipare innamorati.
Partecipare innamorati e suicidi.
E sudici, sempre di più, di feste andate deserte e terminate con carezze pazienti.

Gli orologi a muro ipnotizzano i depressi. Li costringono a fissare altrove.
Gli orologi al polso sono guinzagli, ossessi di efficienza, trucchi a corda e pila, trucchi innestati sul sangue e mai memori del gesto reale, il gesto da luce naturale, non calcolare, non vivere accordando gli strumenti delle proprie possibilità.

I cuori sono pazzi e gonfi e la gente si bacia per strada. 
Io penso che gli uomini cresciuti con i lampi non possono avere coerenza affettiva.
La loro tenerezza è un crollo, un'agonia di vergogna e luce che vola poco e torna con più armi sul selciato.
I cuori sono brutti da vedere, stasera, e si scavano dentro come animali malati. E' così difficile creare sculture ammirevoli di non amore. Talmente difficile che ti costringi a trascorrere la notte in compagnia per non sfornare un meraviglioso castello in aria.
Entrare in chiesa, indossare un cappello, scivolare sulle lacrime dei bambini, ecco cosa resta da fare.

Ho le mani gelide.
Già quasi rotte a sangue.
Scatto foto alla felicità supposta in volti compresi, compressi, scomposti, scanditi dalle parole mute dello spazio che ci divide.
Innamorarsi, che idea. Che idea semplice e penitente.
Partire, un'idea a portata di mano. Sparire, poco divertente; sparire di presenza è la scommessa dei bari, degli uomini sempre più deboli dei lampi.

Seduti sulle panchine. A contare abbracci rassicuranti.
A pensare, a chi lo posso dire? A chi dire che si ricomincia, ogni tanto?
A chi dire, sono un soldato di pioggia senza plotone?
A chi raccontare che c'è questo, c'è quello, c'è un'idea, una persona, un'emozione?
A chi dire che l'unico posto possibile, pace e destino fusi in un equivoco di luce, è l'assenza?

Apro la porta di casa.
E la mia voce è più brutta di sempre.


LdP