16/01/18

L'ossessione della musica, la ricerca del silenzio


Sono musicalmente onnivoro, tranne alcune eccezioni. Vivo (e patisco) una miriade di impulsi irresistibili, che sin da quando ero ragazzo mi trascinano da un luogo all'altro con apparente nonchalance.
Posso aver bisogno, a una data ora, in un dato momento di Alan Sorrenti e poco dopo farmi una dose di dischi per solo contrabbasso, posso avere un approccio serioso a un certo tipo di materia musicale e contemporaneamente fomentare una tentazione groovy e danzereccia che non mi ha mai abbandonato. Non vuole essere questo un elogio di un eclettismo privato, per niente. Sono convinto che tutti coloro avvezzi a vantarsi della loro trasversalità cadono in un errore clamoroso, ritenendosi molto rari e quindi preziosi. La mia trasversalità musicale è figlia di un carattere inquieto a prescindere e di una curiosità spaventosa, irrefrenabile.
Questo è un pregio per rafforzare il bisogno di conoscere ma è anche un limite pratico, considerato che la mia tasca non è mai riuscita a starmi dietro per più di un mese.
Ho una wantlist di dischi e libri che vorrei acquistare, sono anni che ne ho una in piedi. Al momento, quella in corso consta di 97 pagine di documento word; non voglio nemmeno sapere quanti titoli vivono in quel file, alcuni invecchiati e incazzati per non essere stati presi in dovuta considerazione prima degli altri.
Con le finanze che nel tempo si sono ridotte da scarse ad inesistenti, consultare quella lista potrebbe anche diventare un gesto di pura, assoluta frustrazione.
Ieri notte non riuscivo a chiudere occhio, che novità, e allora ho dato una veloce scorsa a siffatta pergamena: sotto gli occhi mi sono capitati i Combustible Edison (lounge raffinata), i Pharaohs (pre-Earth, Wind&Fire), gli Hindsight di Camelle Hinds (bassista dei seminali e funkissimi Central Line e poi con The Style Council, Isabelle Antena, The The), Lele Battista (uno dei cantautori più dolenti e talentuosi in circolazione, solita cecità tutta italiana, altrove lo avrebbero cosparso di oro) e tanti altri. Curioso, ho fatto caso a due note scritte in rosso grassetto, due ammonimenti direi:

1-RICORDA RISTAMPA VINILE DIGABLE PLANETS;
2- IL NUOVO DI MESHELL NDEGEOCELLO ESCE IL 18 MARZO

Non saprei come spiegare, ma mi è parso un tono molto minaccioso, il mio. Un po' come a dire, non perdere tempo in cazzate e non dimenticare due cose cui tieni molto, d'accordo? Come se dovessi disciplinarmi, perché magari il 18 marzo, non ricordando della sospirata uscita di Meshell, potrei essere affaccendato con l'IDM, la no wave, badilate di deep house ambientale dal battito notturno o addirittura il jazz bielorusso.
La necessità di tenermi a bada con la bulimia musicale e letteraria è un'efficace metafora di quanto mi accade nella vita cosiddetta “reale”: devo controllarmi, verificare gli impulsi, non esondare, non eccedere in digressioni, richiami onirici, manie di perlustrazione del nuovo, dipendenza da potenzialità in penombra più che da veloci conseguimenti del momento.
In fondo, il vento mi perseguita. Porta con sé odori, suggestioni, e io tendo a seguirle, a vestirmi del mio, di vento, e cercare quindi gli spiragli per volare insieme in notti senza insegne, senza pentimenti, senza definizioni possibili, notti che non puoi raccontare in giro perché, tutto sommato, pretendono di essere sempre cosa diversa dal quotidiano sperimentato.
Schiavo di cambiamenti e rivoluzioni, alla perpetua ricerca del “tormento diverso” che mi piaccia più dei precedenti, mi sono dato spesso del coglione, con piena ragione.
Non c'è bisogno di fare deltaplano e canoa estrema su ruscelli più stretti del mio conto in banca per essere avventurosi realmente; il rischio, l'azzardo, l'esplorazione, sono elementi che possono comparire facilmente anche nella vita di un insonne che di vita sociale ne fa pochissima da sempre e che ama smodatamente un certo tipo di solitudine in rigoroso silenzio.
Già, perché credo siano due su tutte le ricerche più impellenti del mio vivere, la musica e il silenzio. A volte insieme. Cerco continuamente il silenzio e sono convinto che si parli troppo e con troppa ostinazione anche di quisquilie farraginose, deprecabili.
Non mi è mai piaciuto fare conversazione incolore. No, non so dirti dove si mangia il miglior pesce arrostito della baia. No, impossibile che io conosca un dettaglio tecnico dei computer di nuova generazione; e no anche sulle tariffe delle compagnie di volo, non ho mai avuto un commercialista e non so nemmeno come è fatto il motore di un automobile. In più, non ho notato che quella persona che conosciamo è più paffuta del solito ed è forse più soddisfatta perché si scopa un uomo nuovo, più giovane e dotato. Non ho nemmeno fatto caso a quel vecchio amico che è passato dalle canzoni degli Inti Illimani (che non mi sono mai piaciute, Dio sacro, risparmiatemi) al trip hop da petting serale, solo perché colpito dalla faccia di lussuria di una giovane con il ghigno meraviglioso e demoniaco del piacere ritardato causa corteggiamento psicotico da attuare.
Entro in palese difficoltà quando qualcuno, poi, mi dice che ha conosciuto altri esseri umani di entità superiore, tutti bellezza dell'anima e vigore corporale, creature per metà viaggio (pagato) e per metà charme da appartamento, seduttori epocali che in casa, durante il rituale del carenaggio emotivo, ti cacciano una brocca da acqua d'epoca e tu donna sensibile crolli subito, anche perché lui legge pure. Non ho mai creduto all'esaltazione di cotali descrizioni. Sono scettico e pessimista sulla razza umana. Mi piace il silenzio. Se leggo Thomas Ligotti non posso credere in questo tipo d'incontri. Se mi piace l'aria desolata di certe canzoni da fine amore all'alba, come posso partecipare alla descrizione di uno scalatore con la barba curata?

Sono innamorato del silenzio. Non posso sovvertire questa passione. Quando parlo troppo, finisce che inizio a considerare la mia voce lo sfiatatoio di un bagno turco e mi vergogno. È raro che io riesca ad ottenere realmente il silenzio, ad iniziare dal posto dove abito, che oramai è in piena dominazione da parte di famiglie dotate di due-tre figli cadauna. E se non ci sono i bambini a strepitare, lasciati a sfrenarsi da genitori volutamente distaccati, ecco che ci pensa l'inquilino con l'hobby del fai da te o quello che di notte si mette a spostare mobili e mi rompe i coglioni, a me insonne come lui che cerco di leggere e pensare senza darmi da fare con mani e piedi.
Ho cercato il silenzio (affettuoso) anche con amici, o in coppia, per non dire delle famiglie allargate controvoglia. No: il silenzio, in fondo, è visto come esplicitazione di una crisi comunicativa ed emozionale. Un'assurdità imperdonabile dalla quale mi dissocio con faraonica indignazione.
Il silenzio mi ha insegnato a scrivere e pure a pensare diversamente da quel che mi si diceva; mi ha insegnato a leggere negli occhi di chi non trova facilmente le parole. Il silenzio mi ha insegnato ad amare la musica e a capire, da certe pause troppo lunghe, che invecchio con dei rancori non risolti, con la nostalgia delle stelle per le quali avrei pianto a vita, con il disdoro insensato che mi prende alla gola quando mi sveglio e devo impiegare dieci minuti minimo per rendermi conto che sì, sono io, uno qualsiasi, uno che ha fatto scelte contrarie a un vento che non gli portava odori e suggestioni.
Preparandomi il caffè, pregustando la prima nociva sigaretta del giorno, mi dico lapidario “paga stronzo, paga. Non pensarci, paga”.


©Luca De Pasquale 2018






Camelle Hinds


14/01/18

Un pericoloso terrorista rosso in giro nel quartiere Chiaia, a Napoli negli anni ottanta


Il 4 marzo ci saranno le elezioni.
Fortunatamente, è da molto tempo che capita sempre più di rado che mi si chieda di dare il voto a qualche conoscente, parente di parenti, parente di amici, amici di parenti.
La mia posizione è chiara da diversi anni: non esiste un partito o un movimento, in Italia, che rappresenti il mio modo di pensare e sentire e soprattutto c'è la consapevolezza che non c'è nulla di serio -parlo della sinistra, il resto non mi interessa- al punto da potermi “recuperare” tra le fila di qualcuno o qualcosa.
Di rado, appunto, capita che qualcuno prenda a cuore il mio rifiuto e cerchi in qualche modo di contrastarlo, argomentando. Mi dicono che il mio non voto andrà ai peggiori. Mi dicono che rischio il qualunquismo, mentre io trovo qualunquista la politica che mi chiede il voto. Un loop dal quale non si esce mai, se non con una sonora lite, recriminazioni spropositate e addirittura allontanamenti affettivi.
Naturalmente, non è che mi vada di rompere le scatole al prossimo cercando di convincerlo a non votare. Non sarei io. La mia è una scelta sofferta e ponderata, ma personale. Mai avuta la smania di convincere altri delle mie idee, a differenza delle molte pressioni che ho subito, soprattutto in tenera età.
Quel che è certo è che non amo parlare e scrivere di politica. Il terreno non è solo scivoloso, è saturo. Prevalentemente di gas puzzolenti che potrebbero anche innescare un'esplosione. Anche perché sono facile a perdere la pazienza con persone saccenti, insistenti o troppo demagogiche per i miei gusti. E allora, dove si va a finire poi?
Sin da quando ho compiuto la maggiore età, mi sono reso conto che il mio pensiero politico è così composito (e spesso impraticabile) da non darmi tregua in quanto a eventuale comunicabilità. Sono un animale strano che mescola -cercando di amalgamarli- elementi diversi: la visione marxista del primo Black Panther Party, derivazioni da sinistra extraparlamentare (ma senza centri sociali tra i piedi), la Rivoluzione Anarchica Spagnola del 1936, le cellule più toste espulse dal Labour Party negli anni settanta e nell'era disgustosa della Thatcher, poetry sociale dei ghetti americani, solidarietà con le teste più intelligenti all'opera nelle banlieue. Un caos di impulsi e informazioni che mi hanno reso la vita molto difficile nel confronto politico con le persone a me vicine.
Non posso vergognarmi e nemmeno mentire quando riconosco che da adolescente, senza avere gli strumenti per capire la materia, ero molto interessato all'idea della lotta armata e cercavo in tutti i modi di carpire informazioni rivelatrici sulla natura della Rote Armee Fraktion, che mi affascinava moltissimo, come le meno conosciute Cellule Comuniste Combattenti in Belgio. La mia idea, in ogni caso, era chiara, almeno quella: avrei avversato il conformismo e la vigliaccheria della società civile.
A diciotto anni, con il voto a Democrazia Proletaria, andai a prendermi la mia prima razione di insulti e di salaci quanto inutili ironie circa il mio presunto idealismo, che poi non era idealismo neanche per il cazzo.
Dai 19 ai 25 anni ho perso il conto di quanti rapporti d'amicizia, storie di amore e sesso e quant'altro hanno vissuto lo stress del “confronto impossibile” circa questi temi delicati. Ero sgradito alle famiglie di amici e fidanzate, nel novanta per cento dei casi. I coetanei comunisti mi trovavano reazionario e passibile di strane simpatie anarchiche perché non bazzicavo i centri sociali; di tutt'altro avviso le famiglie borghesi che intercettavo nel mio ambiente natio, le quali mi consideravano una specie di brigatista fallito (più che altro fuori tempo e senza colonne da edificare) che sarebbe stato meglio non far entrare in casa.
A ripensare a tutto questo inutile susseguirsi di rivendicazioni e farneticazioni, mie e altrui, oggi mi sembra di essere un tranquillo pensionato che ha scelto il silenzio, al confronto. Ma non è così. Non lo è per nulla.

Soffro molto nel non avere nulla che mi rappresenti. Non sono contento di questa svolta. Mi accorgo di quanto il fuoco mi consumi ancora dentro da quanto detesto Trump e chi lo acclama (anche qui in Italia, derivativi, ciechi, assurdi e ignoranti), mi indigno violentemente quando qualcuno asserisce che Macron è di sinistra, non posso accettare che anche qui al Sud ci siano individui che corrono con Salvini, sono preoccupato per le tendenze neofasciste e nazistoidi in giro per l'Europa e non solo. La politica è l'unico campo in cui non mi piace sentirmi un lupo solitario, perché non serve a nulla, anzi isola ancora di più. Ma non è per questo che posso legarmi al primo ridicolo movimento di sinistra giocattolo che mi si presenti davanti agli occhi, magari capeggiato da qualche sgrammaticato oratore da centro massaggi che confonde Marx con il tennista Kafelnikov e che cita Malcolm X pensando che abbia fatto la Primavera di Praga. E poi, tra Lech Walesa e la squadra polacca del Lech Poznan c'è una differenza.

Sinceramente, non ho mai capito coloro i quali utilizzano la divergenza di idee politiche come discrimine relazionale e anche come pretesto per cacciare il peggio in quanto a preconcetti, riserve mentali e atteggiamenti da Soloni.
Sono il primo ad essere consapevole del fatto che se cercassi esclusivamente persone vicine al mio sentire probabilmente non potrei frequentare più di una o due persone al massimo. È per questo che evito fino all'impossibile di venire a conoscenza di troppi dettagli sul modo di pensare di chi frequento.
Per evitare scontri sanguinosi, ho addirittura smesso di enunciare una delle mie peggiori teorie, quella secondo cui l'opulenza e l'agiatezza economica impediscono clamorosamente di avere uno sguardo obiettivo sul degrado della società. E anche altre mie idee le ho rinchiuse nel cassetto; come l'ostracismo naturale e virulento per tutti quelli che votano a cazzo di cane, una volta al centro, una a sinistra, e poi tentano Berlusconi, solo perché sperano di pagare meno tasse, ottenere sgravi e, nei casi più infimi, liberarsi del pericolo africano, come lo chiamano loro. Magari sono brave persone, cortesi e affabili nel loro quotidiano, ma di politica non capiscono nulla e non sono in grado di distinguere un venditore di fumo da un razzista, un elegante dandy finto progressista da un comico coglione che pensa di dirigere una squadra di nuovi guastatori assetati di giustizia molto ignorante e per questo forcaiola.
Se voglio continuare a mantenere rapporti almeno decenti, so che devo evitare non dico di espormi (mi è impossibile nascondermi, in fin dei conti), ma di avversare palesemente quello che non tollero: e in questa categoria c'è tanta di quella roba che quasi provo paura, certe volte.

A ognuno la sua storia, signori. Sono figlio di un impiegato e di una casalinga che ci hanno creduto, nella giustizia sociale, raccogliendo ben poco. Mio padre diceva che ero un estremista, che ero troppo viscerale. Ma della sua moderazione ne hanno approfittato tutti. Innocentemente, e con la dolcezza che gli era propria, mio padre sperava di poter contemporaneamente appartenere tanto alla borghesia che al proletariato “economico” e le sue idee erano di sinistra sincera ma molto oculata. Al contrario, io mi sono sentito sempre un povero e basta. Uno nato dalla parte abbandonata del fiume e non della città, visto che sono cresciuto in un quartiere bene senza capire bene come fosse possibile. Le sirene dell'agiatezza da guadagnarmi non hanno mai suonato nella mia testa, sarà per questo che molti stupidi mi hanno trovato poco ambizioso e poco determinato. Certo, NON DETERMINATO a darmi valore con il reddito. Certo, è così.

Ora che mi avvio ai cinquant'anni, è così triste guardarmi intorno e sentir parlare i miei coetanei di quanto di buono hanno seminato, di quante buone conoscenze hanno fatto grazie alle loro occupazioni, oppure di come si sono affrancati da un'iniziale condizione di difficoltà. Di quanto sono stati bravi a tirarsi fuori dalle sabbie mobili. Di come hanno studiato fuori, di dove si sono specializzati, eccetera. Molti non hanno ancora capito che quando mi dicono “sai, conosco un famoso editore, un notissimo scrittore, un uomo politico...” e lo dicono con quella luce sporca di esaltazione negli occhi, a me viene solo un conato di vomito e forse la voglia di non rivederli mai più.
Okay, conosci un cazzo di tipo famoso, e allora? È venuto a casa tua a portarti il polpettone? Okay, che bello. Ficcatevelo nel culo il polpettone, okay?
Ecco, vedete come va a finire? Che devo trasformarmi per inerzia nel teppista coprolalico che poi passa (come mi disse una mia vecchia dispensatrice di fiammiferi emotivi e d'alcova) per “un diciassettenne violento”. Il fatto è che ho poca pazienza, che devo fare? E sono pure migliorato negli anni.
Anche io, come si suol dire “nel mio piccolo”, conosco alcuni tra i più grandi musicisti in circolazione, ma non è che passo la mia vita a dire alle cene “sai, come mi ha rivelato il più famoso contrabbassista di San Diego...”
Non è un valore conoscere qualcuno di valore: è un valore invece condividere con persone di valore il senso della passione, della ricerca, della vita.

Negli anni ottanta, per il quartiere Chiaia di Napoli si aggirava un ragazzino con simpatie dichiarate per la Rote Armee Fraktion. Nessuno mi prendeva sul serio, nemmeno io stesso. Cercarono di portarmi nella FGCI ma non ero pronto e li mandai affanculo come avevo fatto per il catechismo e per molte altre cose.
Quel ragazzino oggi ha mal di schiena causato dai “quasi cinquanta” e non ha un simbolo sul quale mettere la croce; poi arriva il primo qualunquista maledetto che ha votato nella sua vita sessanta partiti e movimenti diversi, mi cita a casaccio Gandhi, Diego Fusaro (???), Orietta Berti e qualche imprenditore di manica progressista e mi dà del qualunquista/sfascista. Ma stiamo scherzando? Occhio... anzi... okkio.
E con questo (forse) si conclude la farsa. Entro in lista nera, ma come macchia rossa, quel personaggio che Walt Disney non avrebbe mai tratteggiato.


©Luca De Pasquale 2018




13/01/18

Il buio alle spalle del narratore


Mi credevo un idealista, è così che uno chiama i propri piccoli istinti vestiti di paroloni.
Louis-Ferdinand Céline

Leggere Thomas Bernhard non è un'attività che conceda scampo. Non è semplice lettura. È molto di più, è autentica, costante e feroce demolizione di certezze, di appigli, è cera bollente su simulacri di illusioni.
Come del resto, con tutte le differenze del caso, leggere “Viaggio al termine della notte” può essere un azzardo, per chi non è preparato all'incendio, alla cenere, alle bruciature.
Più di Cioran e Caraco, Bernhard e Céline possono portare un uomo alle spalle della sua stessa vita, disinnescato, esanime, sputato in faccia, disperato da nuovi tentativi da provare.
Ho bisogno di scrittori lucidi, cupi. Definitivi, direi. Ancora una volta, torna l'affratellamento con anime perse. Amo Puskin, Nerval, Dostoevskij, Eluard, Camus, Quarantotti Gambini, Zurlini, Villon, Lermontov, Hamsun e tanti altri perché ognuno di loro aveva perso qualcosa di irrecuperabile poi. Anche Strindberg si era perso e non lo ha nascosto.

Non so cosa significhi perseguire e frequentare una letteratura “costruttiva” (una definizione di infimo livello) o votata alla distrazione, all'alleggerimento della realtà. Questo concetto così funestamente diffuso è una delle pagine più lerce della moderna fruizione di libri. Ma è anche una scelta personale, e come tale non andrebbe affatto discussa, né qui né altrove.
Devo confessare che nutro uno scarsissimo interesse per i giovani scrittori italiani; parto certamente prevenuto e candidamente lo ammetto. Detesto i libri che pretendono di strappare sorrisi/lavanda gastrica sugli orrori del mondo. I gialli non mi interessano, soprattutto se vengono conditi con elementi di pseudo-esistenzialismo al caramello con la nostalgia come alkermes. Ho un'insana passione per Henning Mankell: potrei rileggere un suo libro dieci volte al mese, trovandoci sempre nuovi spunti. La letteratura di denuncia mi lascia abbastanza perplesso, perché mi fido poco e raramente, so cosa alberga nel cuore di certi scrittori. Leggo meno di un tempo, seleziono molto di più. Scelgo ormai di leggere gli scrittori a blocchi, arriva il momento in cui leggo cinque libri di Daeninckx, passo per Houellebecq, transito per qualche norvegese da fiordo e magari mi concedo la rilettura di un Vittorini o di Emilio Praga. Altrimenti saggi. Musicali, storici, politici, geografici. Ma niente finzioni con effetto sofficino.

Scrivo, ma non mi sono considerato mai un narratore. Un narratore deve avere pazienza e cura dei dettagli, e soprattutto tanta voglia di raccontare, anche essere propenso a impersonarsi nel lettore per intercettarne il gusto, i bisogni. Non sono un narratore. Sono solo un testimone e spesso una coscienza, per quanto sporca, di quel che è la realtà oggi. Non è affar mio costruire una storia zeppa di colpi di scena, di personaggi seriali, di risate agrodolci: a proposito di queste ultime, dopo Flaiano e Bianciardi sembra una pretesa insensata insistere con un certo tipo di atteggiamento letterario. Di sicuro, se avessi confezionato parole meno aggressive, storie meno indecorose, adesso avrei un'altra vita. Non di lussi e successo, capiamoci: semplicemente una vita e una prospettiva diverse. Non ho voluto, saputo, forse potuto farlo. Mi sono tuffato in un sordido che è parso anche compiaciuto e artatamente provocatorio: si tratta di un giudizio affrettato e largamente basato sull'abbozzo di certe apparenze. Mi sono basato semplicemente su quel che vedevo e percepivo. Non sono stato furbo, per nulla, nello scrivere e dire più volte che l'ambiente letterario contemporaneo della mia città mi provocava un senso di disgusto e derisione, e che non provavo stima né per nomi osannati, né per giovani virgulti carichi di un'ironia efficace perché basata su crassa ignoranza, e ancor meno per dei veri e propri idoli di se stessi tutti bilanciati tra accademismo, saccenza e galloni letterari che, come è risaputo, non valgono assolutamente nulla nella vita di ogni giorno. Ci sono ottimi scrittori in giro che sono degli uomini volgari, frustrati, ridondanti, schiavi del successo da costruire, dolcezze fasulle sempre con le mani sui genitali a stimolare voglie crescenti di seduzione pubblica.

Cerco altro. Cerco situazioni che non finiscano a presentare libri con quel fare modesto ipocrita che l'occasione richiede. Non ho una claque che venga ad applaudirmi ed euforizzarsi per tutto quel che scrivo, incluse le idiozie che non risparmiano niente e nessuno. Non riesco a simulare stima per personaggi che tanto vellicano e umettano le fantasie dei lettori più ingenui. Non sono un narratore, sono un testimone, sono una coscienza sporca di fallimenti, illusioni a forma di stelle cicatrizzate, non sono uno che quando scrive dimentica la sua reale natura per trovare la quadratura (commerciale) del cerchio. Quando scrivo, sono ben consapevole che attaccati alla mie mani intente a pigiare tasti ci sono altri pezzi d'uomo, le gambe, il volto, il pene (meglio non scrivere mai in erezione, il rischio di assurdità aumenta in modo esponenziale), la mia storia, la rabbia mia e altrui. Non posso neanche fingere di non riconoscere quella tigre domestica che sta lì a sorvegliarmi quando scrivo e che si alza minacciosa quando esco dal seminato pur di seminare curiosità nei miei confronti alle quali non potrei dare risposta.

Non mi chiedono quasi più quando uscirà il mio prossimo libro. Forse hanno capito. Forse, chi lo ha letto è rimasto deluso dal mio ultimo, che è una promessa mancata in ceralacca e ora in oblio. Forse si pensa che uno in difficoltà economica non abbia tempo per scrivere. Hanno ragione, altroché.
La verità è che sostanzialmente non ho voglia di sbottonarmi i calzoni e cacciarlo fuori, e iniziare a toccarmi per godere un po'. Un uomo sa bene come muovere le mani e la fantasia per spruzzare un po' di rabbia e socchiudere gli occhi per una tregua dai demoni. Ma non serve a nulla. La voglia di travolgere con la narrazione è assente; viceversa, il desiderio di continuare la testimonianza e l'oltraggio alla mia coscienza assopita per troppo tempo è veemente, irrefrenabile.

Cestinerei molte delle cose che ho prodotto. È una beffa, ma alcune tra le migliori erano idealmente dedicate ad amori irrealizzati. Si scrive sempre bene sotto le insegne delle promesse, anche se capisci da subito che sono destinate a mancare. La rabbia fa scrivere male e fa commettere anche banali errori ideologici o di pulsione. La rabbia viene letta sempre in un solo modo, e la gente ci attacca facilmente sentimenti quasi da guarnizione dell'indigesto dolce: invidia, egoismo, sessismo, superbia, esibizionismo negativo e molto altro. La rabbia genera equivoci tanto in chi scrive che in chi legge. Bisognerebbe evitare di assecondarla troppo. Molto meglio accendere una piccola luce nelle stanze dove ci si prepara ai tuffi pericolosi, molto meglio respirare cauti, guardare il cielo, inventare un amore che non sia un coagulo di lacrime e attese, sussurrarsi che è vero, la musica può debellare ogni tracollo della fede nel mattino seguente, l'unica fede che facendo resistenza alla morte ingenera miracoli.
La strada è lunga. La notte è davvero fonda. In tanti ci siamo persi e non chiediamo alle pagine dei libri di carezzarci prima di dormire. È molto doloroso scoprire che un libro non possa essere una madre, una madre che non può morire troppo presto, appena ci si lascia andare.
Montagne russe, tormenti, mani in tasca, finte dimenticanze, testimonianza notturna con metà dei sensi nel sonno, guardia armata contro i sogni più scenografici, istinti di autodistruzione che non sfociano nell'autolesionismo ma nel perseguire il buio fuori gli alberghi, sigarette contro le finestre, telefonate mezze mute con il silenzio acceso nel respiro, scrittura senza destinatari, questo sono diventato. Un uomo. Un lupo urbano che non ama le lune di carta.


©Luca De Pasquale 2018










12/01/18

Lo sdegno borghese andrebbe vietato


Incontro un tizio, che da subito mi fa capire di voler parlare con me dell'evoluzione del mercato “culturale” in Italia. Lui ha un'aria così preoccupata che non mi convince affatto. Questo tipo di pathos mi estenua. Questi ambasciatori della cultura sana, del diritto e del dovere di coltivarsi interiormente con sapide letture, ebbene, puzzano sempre di posticcio, come degli avvinazzati appassionati di discorsi sulla sobrietà.
Le sue riflessioni mi annoiano. Molto. Il suo discorso -che secondo lui dovrebbe coinvolgermi in prima persona- su Amazon che mette a pecora i piccoli negozi di dischi e le librerie lo facevamo quando lui ancora si vestiva con gli abiti della madre per eccitarsi allo specchio. Il bello è che il pennuto fa questi discorsi tutti di principio e poi compra regolarmente su Amazon. Ma allora che cazzo parli? Il pelapatate magico a tua moglie vallo a comprare alla Duchesca e non su Amazon; offrimi un caffè e poi scompari, che di Amazon se ne parla anche troppo.

Mi è stato detto che non credo nei miei sogni e nelle mie potenzialità. Non è la prima volta che accade. Bisogna anche capire da dove provengono certe affermazioni, da quale cecità, da quale contesto incapace di affacciarsi ad altro. Però ci ho riflettuto, su questa frase non sconosciuta alle mie orecchie. E ho trovato una risposta diversa dal solito brusio animale che uso per rispondere, puntualmente ammorbato e lievemente infastidito. La risposta è che non ho nessun sogno. Nessun sogno, scendendo in dettaglio, che riguardi la mia persona. Credo in quello che faccio senza sognare affatto. Credo in alcuni lati utili e pseudo-nobili della mia curiosità e basta, non ci sogno addosso, non avrebbe senso. È come se mi masturbassi per schizzarmi in faccia e poi, debitamente ripulito, implorare Dio di non far andare in malora tutte le mie speranze da Big Jim degenerato.
Non è che io sia un pessimista o un catastrofista, basta con questa cazzata vecchia e leggera: ma non chiedetemi di sognare. Per me l'equivalente di “sognare” è andare avanti incurante delle minacce. Questo è il mio sogno, procedere anche se sono vulnerabile, effimero, esposto alla furia della normalità. Questo è il sogno. Il resto lo lascio agli scrittori che vogliono vendere tante copie e dunque non trovano niente di meglio da fare che rompere i coglioni con i loro annunci di purezza e di speranza in un mondo migliore che sotto sotto non vorranno mai vedere, altrimenti non venderebbero più una misera copia delle loro farse.

Da qualche mese leggo storie sullo sciopero dei minatori nel Regno Unito, nel 1984 e 1985. Negli ultimi giorni mi sto documentando sulla manifestazione di Maerdy, in Galles, del 5 marzo 1985. E quello mi viene a parlare di Amazon, per criticare “il meccanismo” e poi servirsene. Diamine, vaffanculo. Tutti questi discorsi in punta di retorica, demagogia, pietismo, queste irrichieste analisi parasociali che non portano da nessuna parte. C'è una profonda differenza tra chi partecipò a quella manifestazione disperata e chi oggi teorizza sulla giustizia sociale sbracato nella propria poltrona da salotto. Il senso delle proporzioni sembra sia stato smarrito da molti. La smania dell'equità alberga in appartamenti ristrutturati, nei discorsi accorti e garbati di chi subito dopo va in erboristeria a comprare creme per rassodare i glutei. E questa è una delle peggiori facce della società moderna, i perdenti lasciano che siano i fortunati a dispiacersi per loro. Un lusso sociale che non bisognerebbe mai consentire.

Mi arriva una mail proprio da Amazon. Io ho acquistato da Amazon in passato, e anche parecchio. Mi serviva procurarmi velocemente delle cose, però avevo la decenza di non imbastire discorsi di principio fondati su una colossale incoerenza. Mi suggeriscono di acquistare dei cofanetti dei Pink Floyd, dei Beatles e anche dei Dream Theater. Non ho mai acquistato nulla di questi mostri sacri su Amazon, quindi il loro consiglio è sbagliato.
Perché non mi consigliate i Living Colour, del rap francese, un po' di sano acid jazz d'epoca o un nuovo contrabbassista? Sarebbe più congruo. E poi, per i libri, cazzo, un po' di attenzione. Non potete suggerirmi l'acquisto di libri scritti da sceneggiatori melliflui di programmi di successo, di peperini catodici o cose che somiglino a Gomorra (la serie, non il libro), cose talmente lontane da me da farmi pensare che qualcuno mi ha clonato l'account.
Tralasciando ora Amazon, ho sempre pensato che dietro i numeri delle grandi catene si nascondono spesso degli ebeti. Del resto, ne ho avuto una riprova in azienda. Proprietà francese, imbalsamati nordisti con voci a trombetta come buyer e responsabili, e per quanto riguarda i negozi hanno preso un direttore più cretino dell'altro nell'arco di dieci anni. Roba da gelare il sangue.
Lo dico e lo confermo: nelle grandi distribuzioni le piramidi vanno lette al contrario, l'intelligenza ristagna in basso e le teste di cazzo sono insignite di qualcosa. È proprio il meccanismo-chiave del consumismo moderno, demandare ai limitati l'orientamento dello sfascio. Tanto, basta che al padrone entrino soldi, no? Soldi, soldi, soldi: non si pensa ad altro.

È così oggi, se ci pare: tutto ciò che è tendenza è patrimonio di uomini-macchinetta, cretini tutti cifre e percentuali, così patetici da innamorarsi di creativi che creativi non sono, provinciali esaltati che presumono di avere in dote la perpetua grande idea. Le tendenze letterarie sono in mano a un manipolo di individui melliflui corrotti da una smodata ambizione, anche grottesca se vogliamo, considerato che la letteratura oggi è un lusso, mica voce per il popolo, falsi e ipocriti sono gli intellettuali che si illuminano a capriccio e che pretendono di farsi seguire anche al cesso.
Le serie televisive di tendenza, che pensarne? Basta far accadere qualcosa con una morale, metterci qualche prete coraggioso, un assortimento insalubre di minoranze (persone di colore, educati omosessuali che non praticano mai sesso, donne bisessuali che vogliono diventare madri, assassini redenti che dopo la redenzione non fumano più sigarette, etc), basta descrivere una delle nostre bellissime città e creare un minimo di inquietudine, la ricetta è fatta.
Con questi eroi “normali” avete scocciato. Credetemi. Basta con questa frittura, dai. Create dei cattivi che non sembrino dei buoni lavorati ad arte in qualche elegante ufficio. Non fateci intravedere il fighetto coglione che sta dietro a quelle creazioni implicite, di pessimo gusto e nemmeno futuribili.
Fateci vedere lo sporco (non quello di Gomorra che è solo un piede pigiato su uva marcia), lo sporco della società in corso, lo sporco del quotidiano, negli uffici, nei letti, nell'ignoranza, abbiate il coraggio di accennare almeno una volta al fatto inconfutabile che le disparità economiche e sociali sono roba fetida, che il vostro impeccabile Dio in frac prima o poi punirà.
Lo sdegno nei salotti della buona borghesia non vale niente. Meglio un rapporto anale in un bagno chimico, per dieci euro senza IVA.
Altro che Amazon, dai.


©Luca De Pasquale 2018



11/01/18

La difficoltà di una vendetta


Di fronte all’opulenza e al vizio di perseguirla, mi sottraggo sempre. L’opulenza, per molti rappresentante un valore positivo che starebbe ad indicare la bontà dei propri sforzi nella vita, non è per me un valore.
Semmai, al contrario, può essere addirittura un discrimine per far partire un rapporto o continuarlo.
Un alto reddito, delle abitudini sontuose, un dorato giro di frequentazioni, una pletora di vassalli specializzati in blandizie, sarebbero questi valori?
Si è liberi di pensare che costruire un regno certo sia un reale successo, si è liberi di guardarsi vivere e godere  allo specchio, ma che non si conti su di me come pubblico non pagante.

Provo imbarazzo, un reale imbarazzo, di fronte al raffazzonato abito mentale che molti conoscenti e amici stanno indossando nelle loro nuove (??) vite. Mi sento in imbarazzo non solo per loro, ma anche per la deriva pietosa che hanno preso o prenderanno le nostre dinamiche interpersonali.
Perché voglio ammetterlo una volta per tutte, rispetto a tante dinamiche il mio è un desiderio quasi di vendetta. Una vendetta strana, forse; di natura emotiva, senza conseguenze tangibili, senza danni irreparabili. Ma si tratta pur sempre di vendetta e mi assumo la piena responsabilità di quel che provo a questo riguardo.
Perché vendetta?
Per tutto ciò che mi è stato chiesto di osservare senza intervenire, senza prendere posizione, lisciando il pelo all’opportunismo. Non so quante volte ho dovuto sentire la lapidaria frase “lascia perdere, non ti conviene”.
Ho sempre contravvenuto a questo ridicolo ammonimento: non lascio stare, non lascio cadere, prendo posizione. Non posso e non voglio calcolare la portata (anche retroattiva) delle mie reazioni; e non desidero nemmeno calcolare in tempo reale le mie chances di riuscita. Cosa sono, un contabile di strade aperte? Un ragioniere svenduto all’accumulo di possibilità? Piuttosto, mi faccio ammazzare andando a rapinare una banca con una pistola giocattolo. Mi faccio ammazzare per il gioco fatale di non accettare la legge, il per bene, il ben fatto, mi faccio ammazzare perché mi fa ribrezzo sedermi a un tavolo e discutere di tasse, di amicizie utili, di culi da leccare, di regali da inviare. Mi faccio ammazzare perché anche nelle mie famiglie ci sono state troppe mezze seghe incapaci di guardare oltre il proprio giardino, che fosse fiorito o meno. Mi faccio ammazzare perché si parla troppo d’amore, anche quando è solo un profilattico unto spiaccicato per terra in un piazzale. Mi faccio ammazzare perché l’Italia ogni tanto produce “il ventennio” rituale di merda dal quale risorge, a dire dei saggi, con altre mezze tacche. Sì, entro in una banca, mi traviso in pubblico, caccio una pistola con un tappo rosso e mi faccio sparare in fronte. Così, per quel duro gusto del cupio dissolvi, quel mio fottuto vecchio vizio. Mi faccio sparare in testa da un vigilante che deve fare il suo lavoro, così, per il gusto terrificante di confermarmi la pecora nera che sento di essere. Rispetto chi lavora. Rispetto persino chi fa rispettare la legge. Non rispetto chi si nasconde. Non rispetto chi parla di scopi comuni e poi vuole essere l’unico a usare la carta igienica quando si è nella merda. Gli anni di lavoro mi hanno insegnato molto, in questo senso, perché la maggior parte dei colleghi che ho avuto nella vita non valevano un cazzo umanamente e io li disprezzavo profondamente. Li disprezzo ancora oggi, ma con loro non vale la pena neanche pensarci, ad una vendetta.

Oppure potrei farmi ammazzare per dare un senso a tutte le stronzate sul vivere civile che ho dovuto sentire in famiglia, tra le mura domestiche di qualche amore basato solo sull’attesa dello spruzzarsi addosso, con le luci al neon della notte che prendevano in giro le nostre somme bugie crepitando come per morire. Potrei farmi ammazzare anche per dare un senso a tutte le illazioni che ho dovuto sentire su tutti coloro, e non sono stati pochi, che non rientravano nei canoni del vivere codificato. Ad iniziare da mio padre, che è stato molto criticato e io tante volte penso che ancora non l’ho vendicato a dovere. Se mi dovessi far ammazzare, il mio ultimo pensiero sarebbe rivolto certamente a lui e alla sua buon educazione nel non rispondere mai.

Non sono poi così diverso dai John Reilly e Tommy Marcano tratteggiati tanto nel libro che nel film “Sleepers”. Sento di comprendere profondamente le ragioni di chi dissipa e si dissipa; sento di non essere avulso dai meccanismi di autodistruzione e vendetta così osteggiati nella pubblica espressione. E so di non essere il solo a finire per impastoiarmi negli impulsi contraddittori, nelle azioni sconvenienti. So anche che si usa a sproposito la parola “rabbia” per descrivere sommariamente chi vive al di fuori delle mura, con tutto ciò che questa scelta/non scelta comporta. Credo però che occorra accettare la mentalità di chi è differente da noi. In fondo, è una fortuna che non tutti gli esseri umani ambiscano alla riuscita e al successo. Ci sono tante persone che rispetto anche nella diversità: purché non mentano o recitino. Non trovo stupido o banale aspirare a una vita “riuscita”, dedicata ai figli, al consolidamento delle proprie aspirazioni, ai viaggi. Ed è vero che in alcune case e in alcune famiglie si respira un bel calore, una bella aria, e viene voglia di vivere al sole, lontano dal demonio e dai suoi affiliati. Non tutto l’amore è disperazione e inseguimento. Non tutti i lavori sono elemosine sporche di letame, dominate da caporali e delatori. Non tutti gli scrittori ed editori sono delle farse ambulanti, anche se ne ho conosciuti fin troppi e non rinnego il mio pensiero, voi con la cultura non avete nulla a che spartire, siete melma colorata che si autoriproduce in un continuo chiavare il vuoto blaterando delle stelle.
In conclusione, non trovo immorale o repellente battere le strade del bene conclamato, ma a una condizione: che si abbia l’apertura mentale di considerare il diverso da sé non come un errore di natura o un capriccio sbagliato di chissà quale malvagia entità.
Esistono persone votate alla demolizione del proprio passato, persone che scelgono battaglie già perse, battute dal vento beffardo dell’abbandono perpetuo. C’è chi ama con disperazione e con la stessa disperazione gioca a scacchi con una controfigura della morte. Esistono individui molto simili ai summenzionati John Reilly e Tommy Marcano, anime devastate che mettono sullo stesso piano la vendetta e una partita a calcetto, come cose che possono manifestarsi ed essere vissute. Non ho mai escluso nulla. Nulla. Posso sorseggiare una bevanda esotica con te, posso onorare i miei morti, posso anche, però, non dimenticare che gli angeli della vendetta funzionano in alcuni giorni della mia vita.

Mi rendo conto che prendere atto neutralmente dell’esistenza e dei comportamenti di anime perse è difficile, talvolta insopportabile. Ma è necessario per non mistificare troppo il caos ordinato che eleggiamo a stile convenzionale di sopravvivenza. Le anime perse ci sono, sono quasi sempre nascoste dietro vite ordinarie, dietro sorrisi di circostanza, persino in sciocche telefonate di auguri, sotto un ombrellone, nella tenuta da lavoro, nelle foto di un matrimonio. Chi pensa che una persona ben educata non possa essere anche un’anima persa è un idiota. Sarebbe anche opportuno smetterla con lo stigmatizzare le vite condotte al limite della ragione e l’idea della vendetta in genere. È troppo facile sentenziare in punta di umanismo possibilista e da belvedere quando non si ha nulla da vendicare e nulla da sottrarre alla polvere dell’ingiustizia perpetrata per superficialità ed evidenti limiti mentali.

Il mio viaggio nell’abisso è appena iniziato, diversamente da prima. Non giudico e non ho paura: scendo. Chi c’è, bene. Senza anatemi e scomuniche. Le anime perse sanno amare. Non credete ai saggi con la barba finta che vi dicono quanto le anime perse sanno essere inique. Da quando è nato il mondo, sono i giusti a vendere la merda come acquasanta e non il contrario.
La Nemesi non il male: è una possibilità come un’altra, con tutto l’amore che ci cade dalle tasche e che non abbiamo mai considerato altro che carta straccia, scontrini di un ristorante malfamato dove abbiamo mangiato poco e male e siamo stati odiati e irrisi per aver confessato la debolezza di una grande speranza, amare senza pagare.


©Luca De Pasquale 2018








09/01/18

Fuoco scuro


Percorro le strade di notte. Le mie ruote sono l'insonnia, il movimento è l'ombra, lo scopo è permettere alle emozioni di racimolarsi, fare l'appello, distendersi, misurare il vuoto, brindare, prendere ritmo e poi morire.
Di notte, per queste strade, c'è solo un piccolo cane bianco. Una femmina. Mi segue, lo seguo, ci guardiamo e ci dimentichiamo strada facendo.
Provo a dirglielo, che tutta questa mia laboriosità notturna nasce per colmare e mettere in riga tonnellate di assenze.
Provo a raccontarglielo, ma tu lo sai che da bambino sognavo di diventare capace di vivere notti meravigliose per dimenticarle il mattino seguente?
Ma lei continua a scrutarmi, trotterella laterale al mio sguardo, e quando cavo dalla tasca l'accendino si scuote per qualche istante, pensa che sia qualcosa per lei.
Per troppo tempo ho avuto il suo stesso atteggiamento. Se qualcuno si rovistava in tasca o nel cuore, io sotto sotto speravo fosse per me. Poi ho acceso tutte le micce della disillusione e ho fatto il botto sotto le stelle migliori, a picco sui balconi dove parlavo, amavo e speravo, ho fatto il botto riflesso nei miei vetri, spettacolo di mutazione e di rinuncia eccitata, perché certi uomini sanno godere più delle geometrie difettate che dei voli placidi e convinti.

Tutto quello che scrivo è ritmo delle mie notti, residuo, rielaborazione, confronto, decalcomania, oltraggio ed equivoco lunare, azioni che non richiedono ritorno.
Scrivo e mi faccio strada nella nebbia esterna ed interna, attento a non ferire nessuno, attentissimo a non essere egoista producendo manovre, risoluzioni, espropri, errori che ansimano nel mio cuore perché urgenti e figli di una precarietà di luce della quale sono e sarò sempre innamorato.
La cagnolina bianca a un certo punto della strada mi abbandona, entra in un parco attraverso le larghe inferriate; di lì a poco io getto via la mia ultima sigaretta e mi dico, mai compiaciuto, che sono un fuoco scuro incapace di spegnersi. Non ora, senza un motivo. Non a capriccio della quiete. Non per consigli mormorati e per senso di conservazione. Non mi spengo perché ciò che alimenta quella fiamma oscura è lontano, vicino, è futuro che si arrampica nei posti dove dormo, dove parlo, dove condivido i miei spazi con chi mi accetta, mi vuole e non ha paura.

La mia insonnia non è un malessere temporaneo, è una visione esistenziale, è un modo per non interrompere mai la misurazione dell'oscurità, l'imprevedibilità delle distanze che poi diventano sogni, moniti, persino idee di scrittura. Le distanze mi chiamano da una vita e nella vita vera mi rendono insonne, motivato a percorrere sentieri con ombre, luci della vita altrui, che siano citofoni, finestre accese o torce per una festa alla quale non andrò per non confondermi troppo le idee.

Da fiamma scura, vedo il fuoco negli altri. Quando c'è. Spesso il fuoco nelle persone è inconsapevole, si cela dietro coltri di malinconia svogliata, dietro i paraventi polverosi di apparenze funzionali e portate all'estremo della sopportazione, attraverso i rituali di aggregazione e di simpatia. Chi ha il fuoco dentro quasi mai lo sa. Anzi, quasi cerca di curarsi, di fare domanda ufficiale di guarigione al tempo che si stende davanti come un telo ancora da colorare. Chi prova troppo cerca di anestetizzarsi, di rallentare il ritmo, e si fa imbrigliare dalla mania dell'oasi, del diversivo. Nell'obbligo muto di farsi immortalare in luoghi pieni di gente, dove la vita si muove evitando il mistero del no, del non ancora e maggiormente dell'impossibile.

Non desidero questo. Non l'ho mai seriamente desiderato.
Non credo di avere più paura di osservare allo specchio lo svolgimento difficoltoso del mio perenne incendio. Certo, costa. Stanze vuote. Da decorare di se stessi. Amori che aspettano il tuo consenso all'azzardo del bene. Sguardi di chi continua a chiedersi perché non ti spegni almeno un po', il tempo di una sana dormita, di un bacio leggero, di un libro che rispecchi il desiderio di chi legge e non il tormento di chi scrive.
Tutto giusto, tutto ragionevole. Ma non basta. C'è un tipo di insonnia che non genera spossatezza durante il giorno, toni bassi, intorpidimento. C'è una qualità d'insonnia che si distingue, è una stoffa di colore scuro, copre, protegge ma non elimina il fuoco e dunque non riesce a tutelare dal più grande rischio che una vita comporta, quello di muoversi secondo i desideri e non la previsione calibrata di una sopravvivenza che sappia narrarsi senza creare troppa inquietudine.
Chissà se quella cagnolina bianca intuisce qualcosa dei miei pensieri, se nel mio modo di camminare con le mani in tasca e il respiro di fumo e stanchezza alle corde trova che ci sia del vero, del bello, se ci sia o meno un'oncia di coraggio nel non gettare acqua profumata su quelle lingue nere di un fuoco iniziato all'unisono con le prime emozioni di tatto e sguardo, ci sei non ci sei, mi vuoi non mi vuoi, resterai, scomparirai, non cresceremo insieme.
I sogni interrotti hanno reso la mia insonnia una fortezza. Ci sono delle sentinelle, c'è un responsabile che non si vede mai, ci sono i turni, le camerate, c'è soprattutto un'ampia vista sulla notte, dove tutto accade in assenza di editti e comandamenti. Tutto è libero come il fuoco, tutto è scuro come la divisa di chi ha scelto l'imprevisto come norma.

E la mattina dopo?
Ricordo poco. Pettino le mie cicatrici con cura, a volte mi ricordano le parole, altre le labbra. Mi è sembrato che qualcuna di loro somigliasse a quel che volevo qualche anno fa, quando ancora mi supplicavo di non lasciare troppe postazioni sguarnite sul lungolago dei sogni possibili.
Ho scelto diversamente e ora cammino. A volte solo, altre no. Il fuoco scuro resta. Unica certezza davanti allo specchio, alle spalle del male.


©Luca De Pasquale 2018

Quella sera di Swansea-Sliema Wanderers 12-0


15 Settembre 1982

SWANSEA CITY-SLIEMA WANDERERS 12-0

Swansea: Davies, Marustik, Hadziabdic, Rajkovic, Stevenson, Irwin, Loveridge (I. James), R. James, Charles, Latchford (Walsh), Kennedy.

Sliema: Zammit, Losco, Camilleri, Tortell, Schembri, Portelli, Caruana, Fabri, Tabone, Buttigieg, Aquilina.

Marcatori: Charles 16,77; Loveridge 18,65; Irwin 22; Latchford 42; Hadziabdic 62; Walsh 75,79,86; Stevenson 87; Rajkovic 88.

Premetto necessariamente che, oltre alla sconsiderata e inguaribile fede Viola, sin da ragazzino ho tutta una serie di simpatie per squadre estere di calcio, in alcuni casi vicine a un vero e proprio tifo. In Italia la Rhodense, il Legnano, il Città Di Castello, il Derthona, il Casoria (maglia viola, impossibile resistere), l'Akragas, la defunta Rondinella Marzocco di Firenze, la defunta Virescit Boccaleone (anche qui maglia viola); in Germania Eintracht Braunschweig e Amburgo; in Spagna il Real Betis e il Real Valladolid; in Belgio l'Anderlecht, il Germinal Beerschot, il Lierse e il glorioso Beveren, dove militò il mio idolo Jean-Marie Pfaff; in Olanda il Twente Enschede e il Volendam; in Inghilterra il Blackpool; in Bulgaria il Pirin Blagoevgrad; in Ungheria la Honved; non continuo, perché se andiamo nei paesi piccoli seguirò almeno una quarantina di squadre con una certa devozione.
E poi c'è il Galles, la mia patria mancata, una grande passione. Seguo qualsiasi squadra gallese, ma per lo Swansea City praticamente ci tifo da bambino. Un'autentica ossessione. Ecco, possiamo dire che lo Swansea è la mia seconda squadra dopo la Fiorentina. Ed è un fatto serio, serissimo.

Attualmente, lo Swansea naviga in cattive acque nella Premier League inglese (le migliori squadre gallesi, tra le quali le storiche Swansea, Cardiff e Wrexham non disputano il campionato gallese, “lasciato” a squadre di seconda fascia), ma nel corso della sua storia si è tolta delle belle soddisfazioni anche nel campionato maggiore degli odiati/amati cugini. Nel 1981-82 lo Swansea arrivò addirittura sesto e io mi sentii impazzire di gioia.
Uno dei ricordi più belli che ho, proprio come ricordo di bambino, è rappresentato dalla scorpacciata di reti che lo Swansea fece ai danni dei maltesi dello Sliema Wanderers nell'edizione di Coppa Delle Coppe 1982-83. Un roboante e inedito (soprattutto per una squadra del Galles) 12-0 che fece sensazione; per la cronaca, esattamente quattordici giorni dopo, i gallesi sbancarono anche a Malta contentandosi di un veloce 5-0 fuori casa. E così, per dirla all'inglese, in quello che si definisce “aggregate” lo Swansea vinse il confronto con lo Sliema per 17 reti a 0. Un sogno per me.

In particolare, la sera del 15 settembre 1982, quella del 12-0, diedi la morte a mio padre perché volevo assolutamente vedere il filmato della goleada su Rai Due, nel programma per nottambuli “Eurogol”, dedicato appunto alle coppe europee, che all'epoca erano tre, Coppa Dei Campioni, Coppa Delle Coppe e Coppa Uefa. Non mi sembrava vero che una squadra non blasonata ricevesse inopinatamente tutte quelle attenzioni, anche se ad essere franchi non è che lo Sliema rappresentasse un ostacolo per nessuno. Mio padre, molto malvolentieri, si prestò alla lunga attesa del filmato; ci prendemmo appositamente un caffè alle undici di sera per resistere, come del resto facevamo per i match di pugilato.

Ebbene, mi va di raccontare di quella sera perché la ricordo come una delle sere più belle e ingenue della mia vita; e di questi tempi, questi ricordi valgono oro, sono quasi catartici. Quella larghissima vittoria era per me un simbolo, perché mi dissi che allora non è vero che si dovevano celebrare per forza solo Juventus, Liverpool, Real Madrid, Barcellona, insomma le solite. C'erano anche i miei amici gallesi tra i potenziali grandi, con uno squadrone operaio capace di grandi prestazioni. Per pura cronaca, nel turno successivo lo Swansea fu eliminato con onore dal Paris Saint Germain, 0-1 in Galles e 0-2 a Parigi. Accettabile risultato, dopo l'exploit del turno precedente. Non ho mai saputo spiegare perché tifassi tanto per lo Swansea e più in generale perché adorassi in modo così viscerale tutto quello che proveniva dal Galles. Fatto sta che negli anni la cosa si è consolidata e oggi seguo regolarmente tutto quello che accade in quel pezzo di mondo. Sono iscritto almeno a una decina di newsletter gallesi, non solo sportive, che leggo senza mai trascurare un solo dettaglio. Chiaramente, anche se ne intuisco il disastro economico possibile, sono indipendentista e sarei felice di vedere costituirsi un Galles totalmente autonomo dalla corona, con capitale ovviamente a Cardiff.

Quella sera di settembre del 1982, dopo aver visto Eurogol, andai a letto consapevole che sì, avrei potuto dire in giro che anche il mio Swansea City faceva notizia, che non era una delle mie solite sbandate esotiche, originali ed estetizzanti. Mio padre continuava a ripetermi che i meccanismi della mia mente gli erano incomprensibili, roba avulsa per lui; concetto che mi ripetè qualche anno dopo a proposito delle mie storie d'amore e di donne, che lui reputava troppo vibranti e ben poco ponderate.
Ma che ha questo Swansea che ti piace tanto? Non capisco... mi hai detto che hanno un cigno sulla maglia, mica è per quello?”
No papà, del resto di che ti stupisci? Siamo napoletani e tifiamo tutti e due Fiorentina come degli ultras”
Questo anche è vero”
E mi sorrise. Ero felice, felicissimo. Davvero.

Oggi mi è più difficile seguire il calcio. Il giro di denaro e interessi che lo domina mi causa un certo voltamento di stomaco. Non posso non seguire la mia viola, però mi focalizzo anche su realtà così piccole da non portarsi dietro quel puzzo di soldi e speculazione che non sono in grado di sopportare. Oggi è ancora più giusto e motivato per me legarmi a realtà minori, di idraulici prestati alla pelota e di mezzi professionisti che sognano un gol nello stadio del Barcellona, con la loro squadra che magari perde 22-1. Continuo a sperare che la nazionale di San Marino vinca almeno una partita, che l'Islanda si confermi sorprendente anche ai mondiali, che il calcio cresca nell'isola di Cipro e che a Gibilterra si organizzino meglio per rendere minimamente competitiva la loro nazionale, dopo che i loro campioni di club hanno battuto 1-0 gli scozzesi del Celtic l'anno scorso. Non vale come credere nei miracoli, ma è una scelta che si basa su una logica del cuore: ciò che è piccolo e non attrezzato non è che non esista. Gli esseri umani sono per natura poco predisposti a prendere le parti dei più deboli e sono ancora più incapaci, se possibile, di distinguere la quantità della fama dalla qualità degli sforzi.
E allora Swansea (e naturalmente Fiorentina) per sempre, con tutta una serie di impercettibili satelliti a pulsare come cuori in miniatura, per fedi che non ergono templi ma baite giocattolo dove ci si scalda per davvero, lontani dalla volgarità, dalla tendenza -parola improduttiva, laida- e pure dai tanti saccenti che dicono di “masticare il pallone” sotto le coreografie di ego strabordanti, tutti a reinventarsi Brera, Beppe Viola, Galeano e altri saggi di ben altra caratura.
Volete parlarmi di Dybala, di Nainggolan, di Maurito Icardi (verso il quale nutro un'antipatia leggendaria), di CR7?
Teneteveli, i vostri idoli tatuati. Io mi parlerò controvento di impiegati gallesi, di falegnami finlandesi e di attaccanti andorrani che giocano ancora a 44 anni perché mancano le giovani leve per il ricambio generazionale.
Prima o poi, forse più poi che prima, un altro 12-0 a favore degli Inaspettati si verificherà di nuovo, ed io prenderò un caffè per tirare a tardi in attesa che qualche maniaco carichi il video su You Tube.
E già, i tempi sono cambiati. Io, tutto sommato, quasi per niente. Go ahead, Swans.


©Luca De Pasquale 2018