16/11/17

Il fantasma di Angustina


“Che cosa volevi dire, Angustina? Che cosa domani?” Il capitano Monti, uscito finalmente dal suo riparo, scuote con forza per le spalle il tenente per fargli riprendere vita; ma non riesce che a scomporre le nobili pieghe del militaresco sudario, ed è un peccato. Nessuno dei soldati si è ancora accorto di quanto è successo.

Imprecando il Monti, gli risponde solo, dal precipizio nero, la voce del vento. “Che cosa volevi dire, Angustina? Te ne sei andato senza terminare la frase; forse era una cosa stupida e qualunque, forse un’assurda speranza, forse anche niente.“

Dino Buzzati – Il deserto dei Tartari

L’improvvisazione mi è sempre piaciuta. Ma l’improvvisazione può essere tale solo se ci sono regole padroneggiate da cui poter partire, per poi scegliere. L’improvvisazione come escamotage per uscire da confusioni e pantani è solo nevrotico dilettantismo. Per questo, tanti libri non mi interessano e una grande quantità di dischi finiscono con il deludermi. E questo vale anche per le persone. I sentimenti improvvisati, ad esempio, non hanno nulla a che fare con l’amore e neanche con la passione.
Così come le affiliazioni improvvise, gli abboccamenti senza vergogna, le infatuazioni generate dalla noia e rafforzate da una violenta rivendicazione verso il fallimento delle proprie aspettative.
Quest’inizio di inverno, dai colori bianchi e sfuggenti, porta con sé uno strano sentimento di attesa che mi lascia molto perplesso e che si accorda benissimo con l’ennesima rilettura de “Il deserto dei Tartari” di Buzzati, uno di quei libri che banalmente sono definiti “di formazione e cambiamento di prospettiva”.
Da diverso tempo sono stanco di vivere o subire (che non è la stessa cosa) situazioni improvvisate per necessità di onde e mutamento. Preferisco aspettare qualcosa che mi appartenga davvero, qualcosa che sia stabile nel caos e non ennesima occasione di fuga e di sconcerto doloroso.
Questa scelta può costare cara in termini di dinamismo quotidiano e di senso del movimento. Almeno inizialmente.

E così, con questo senso di attesa senza ali, questa strana postura tranquilla che non prelude al maremoto e nemmeno al riposo, ripercorro le strade della mia prima adolescenza. È ciclico questo incontro rinnovato con il mio vecchio mondo, solo che io sono sempre più fantasma in questi appuntamenti, mi rendo conto che la mia presenza è impalpabile, curiosa ma distante, perché non basata sul ricordo e non sulla prenotazione di un nuovo, improbabile, futuro. È presenza fantasma, stavolta senza condimento di dissoluzione morale, devastazione dell’io, psicotica tentazione di sparirmi da dosso con un gesto tanto titanico quanto inutile, quello di rinchiudermi in uno sgabuzzino di pioggia solida, malinconie metafisiche e tentazioni con il trucco. Cammino per vecchie strade con il mio passo ancora giovane, le mani in tasca, lo sguardo verso finestre che mi ricordano alcune gioie e diversi sprofondi, la bocca che tace verso l’aria e verso la sciocca nostalgia del mio passaggio, l’attimo precedente. Sono neutro e di passaggio in strade che mi hanno visto bambino, tempesta, stupido adolescente incazzato con il mondo e poi uomo dolente. Ho superato anche quest’ultima definizione. Non sono innamorato di queste strade, di questi scorci, eppure mi mancano. Non sono innamorato di quel che potevo essere, eppure nel mio petto sboccia ogni mattina il fiore scuro dell’errore imperdonabile, del sabotaggio conscio e inconscio di una possibile, prevedibile, piattaforma di felicità coerente.

Giorni fa mi hanno chiesto se sono nervoso, se sono arrabbiato, se ce l’ho con qualcuno o con qualcosa. No, ho risposto, solo che penso di avere dentro un corteo di cose non risolte, non chiarite, chilometri di notte interiore che cercano nuovi elementi come le persone negli aeroporti espongono cartelli. Non distinguo chiaramente i tasselli mancanti, almeno io non fingo che tutto sia sotto controllo. E nemmeno mi interessa, che tutto combaci e che tutto funzioni. Mi annoierei presto.
Entro in un bar, chiedo un caffè quasi sottovoce. Ricordo tante parti del libro di Buzzati, più di quante ne ricordi della mia vita mezza vagabonda e mezza stanziale. Ricordo la descrizione della morte del tenente Angustina, pagine meravigliose, tra le più belle e forti che abbia mai letto. Qualche imbecille userebbe il termine “impattanti”.
Forse quel che ero, quel che speravo e volevo ha patito la stessa morte poetica di Angustina, e ora, embrione di un nuovo percorso a ostacoli, mi sento fantasma dappertutto. Un fantasma curioso, che cammina sotto il muro ma senza la paura addosso. Un fantasma senza catene, forse un cucciolo di fantasma.
Bevo il mio caffè. C’è una bella donna che guardano tutti. Io non la guardo per questo motivo. Anche lo sguardo è fantasma e dunque non esige rimborsi, scintille, promesse. Esco.
Esco dal bar ed entro per strada. Esco da me e entro nei vestiti del fantasma.
Entro nelle strade di un’altra storia, la mia sepolta, per qualche attimo mi sento un vecchio strumento musicale nelle mani incerte di un musicista agli esordi. Poi passa, perché passo per un luogo che evoca lacrime mai trasmesse e ravvedimenti mai convincenti. Sento solo una lieve oppressione, ma il mio passo è più veloce del magone a tranci che si annunciava.
Non so se sono bravo a superare il mio senso di scomparsa su una corsia preferenziale inedita, quella riservata ai fantasmi. Mi piace improvvisare anche nel superamento dello smarrimento, ma devono esserci delle regole alla base.
A volte non sono così intelligente come mi avevano detto da ragazzo, e così mi ritrovo a pensare qualcosa di ovvio, “la regola è la vita, l’improvvisazione è continuare”. Sono finito molte volte, finito, non morto. Mi è capitato di sparirmi da dosso come Angustina sparisce dalla neve e dal libro. Tutte le volte che mi sono abbandonato si è spenta una piccola luce votiva nella chiesa della memoria. Quando mi abbandono mi regalo nuove opportunità, ma adesso mi piace viverle senza agitazione, senza manifesti, come un fantasma che aspetta qualcosa, e non per spaventarlo.
Purché non si tratti di altri fantasmi, ogni nuova scena sarà la benvenuta.


©Luca De Pasquale 2017



14/11/17

Giornate di merda per l'Acquario e carenza di viola


Vengo a sapere quasi involontariamente che il mese di Novembre, e più in esteso tutto il periodo di avvento dell'inverno, sarà nero per i nati sotto il segno dell'Acquario. Lento, stressante, sabbie mobili, impegni noiosi, obblighi.
Non credo nell'oroscopo, ma mi trovo.
Non è il freddo a dare fastidio, non situazioni ad incudine già conclamate e solo da accettare, quello che punge sul vivo è il sentimento di libertà mancante, un raggio d'azione rimpicciolito, movimenti farraginosi, poco armoniosi.
Che il periodo non sia dei più facili me ne accorgo dal numero spropositato di sogni notturni, tutti basati sull'ambiguità, su reminiscenze macchiate di simboliche surrealtà, sogni che mi portano verso luoghi che poi scopro non esistere, persone che si rivelano delle delusioni respiranti, più banali di come era lecito aspettarsi. Persino i sogni, si potrebbe dire, finiscono per risentire del periodo “braghe senza elastico” degli acquariani doc come me.

Sì, perché mi hanno sempre detto che io sono un tipico Acquario: insofferente alle regole, creativo, eccetera eccetera. Acquario ascendente Gemelli, un autentico disastro, aria più aria e finisci quasi per non respirare più. Colori prediletti, blu scuro, viola, nero. Ci siamo.
Sono anni che astrologi, aruspici e indovini rompono l'anima con questa storia della resurrezione dell'Acquario, del nuovo ciclo, del radicale cambiamento, e poi la cosa viene sempre differita, rimandata a data da destinarsi.
Alla fine, che sia Paolo Fox o il più seducente Rob Brezsny, l'acqua è poca e la papera non galleggia benissimo. Mi sento oppresso anche se mi chiedono l'ora. Mi sento costretto ad accettare compromessi indegni se mi propongono qualcosa che non rientri nelle mie curiosità esistenziali e nella mia voglia di empirismo a molla. Aspetto la notte come potrei attendere una principessa in una sala da ballo, vestito da dragone o da antico guerriero. Con gli anni la mia nictofilia è diventata un granducato, un reame, la notte che ho dentro è un'energia violenta, sempre affamata, irrazionale, avvolgente come un errore definitivo, un rampicante intermittente che mi legifera nel cuore, nella pancia, tra gli occhi quando dormo.

L'Acquario doc pare reagisca alle giornate di schifo con una sorta di furia selvaggia trattenuta, il che è un controsenso. Ma capisco, ammesso che sia effettivamente così, che significa un approccio del genere. Mi vedo costretto a sedurre le mie ore morte, tendere agguati alla mia capacità di ascoltare e vedere, devo accendermi il fuoco sotto i piedi e trovare un senso a tutto il percorso fatto fin qui nel bel mezzo della notte, quando tutto è bianco, quando gli oggetti si rivestono di effetti inediti e sembrano chiederti una pace nuova, fatta di respiro regolare e nessun precipizio a portata di mano.
È una vita che finisco a guardare gli altri che dormono, mentre mi interrogo come una macchina di dubbi e rischi gratuiti perennemente accesa. Conosco i veri colori delle case che abito, perché le vivo di notte, con una luce diversa, senza il sole a sporcare e a creare ombre non veritiere. Conosco l'ubicazione esatta dei lampioni stradali, osservo ammirato la loro capacità di attirare falene e pipistrelli, conosco gli orari degli amanti clandestini e il loro modo di salutarsi frettolosamente, conosco il sapore diverso delle sigarette quando non parli da ore. Di notte torno spesso ragazzo, e mi è più facile capire perché invecchio, da dove vengo, sono riuscito persino a darmi delle spiegazioni sul perché amo case vecchie, spesso trasandate, con tante cose che non funzionano. Mi trovo a mio agio in ambienti scarni, dove le comodità non sono al primo posto delle esigenze, dove non c'è nulla di “carino” e sfizioso da mostrare e mostrarmi, le mie case sono sempre dei maledetti alberghi che resistono alla mia smania di essere altrove a seconda di vari fattori, incluso magari l'oroscopo di quell'anno.
Le mie case somigliano a quella affittata da Daniele e Monica ne “La prima notte di quiete”. E questo accade da molto prima che io vedessi per la prima volta il mio film dell'anima. Una strana risonanza.
La verità è che facciamo più caso a quello che ci somiglia, e anche a chi sembra somigliarci nella sua ricerca interiore e non solo. Per questo, tante volte incorriamo in errori marchiani e penosi che ci fanno intravedere in blande comparse i compagni di strada di un'intera esistenza.

Tante volte mi sono accorto di cercare negli occhi delle donne una sorta di diagramma malinconico un po' nascosto, e quando capitava che gli occhi presi in osservazione sprizzassero improvvisamente una luce che reputavo fatua, tutto finiva immediatamente. Immediatamente, senza mai ritorni. Non ho mai cercato allegre compagnie, di cui non sapevo cosa farmene e neanche come valorizzarle il giusto. Forse, il punto di partenza dev'essere sempre quella silenziosa malinconia pronta a mettersi in gioco. Con tutti, ovunque, senza scampo. Altrimenti, i binari saranno diversi, come i colori del viaggio.

Giornate di merda per l'Acquario. Oramai è un dato acclarato, inutile scalmanarsi per invertire la tendenza. Dov'è il viola? Dov'è il blu scuro? Devo per forza aspettare che passi la mezzanotte?
Vorrei vestirmi di viola e blu scuro tutti i giorni. Vorrei che nessuno mi chiedesse mai più l'ora, cosa mi piace, dove vado e pure quali sono i miei dischi e libri preferiti, sono domande oziose.
Vorrei cambiare case come camere di motel, vorrei affacciare su scene notturne, cedendo al panorama una larga parte della mia notte interiore. Sono insofferente ai movimenti lenti, sono insofferente alla quiete che mi chiede di essere spedita come rassicurazione a chiunque sia nel raggio del mio cuore. La quiete non è una cartolina, è un sogno veloce, ambiguo e con troppo poco viola dentro.


©Luca De Pasquale 2017





13/11/17

Citare Hermann Hesse senza averlo letto, fotografare l'anima su Instagram


Che brutto vizio, quello della citazione ad effetto.
Impazzano ovunque frasi di Hermann Hesse, Antoine de Saint-Exupéry, Richard Bach, Nazim Hikmet. Scendendo di livello, si citano Fabio Volo e i suoi tragici, inconsistenti epigoni. I più ribelli(stici) si prodigano nella solita mistura insapore di Bukowski, Henry Miller e qualche scrittore noto ai più solo per essere un veemente e dissacrante individuo. Il tutto, senza quasi mai contestualizzare; ancor di più, senza avere nemmeno le physique du role. Davvero, alcuni citazionisti spinti sono davvero improbabili, in tutto: nell'andatura, nella postura, nello stile di vita, nella drammatica idiosincrasia tra più coerenze bucherellate affastellate insieme alla meno peggio.

Tutti a parlare di anima. Magari la frase, roboante e ricopiata da qualche sito specializzato in citazioni-sveltine, campeggia sulla foto di un tramonto, di una corsa mattutina, oppure c'è qualche delizioso animale da compagnia a intenerire i duri cuori dei maniaci social.
Grotteschi ragazzotti con la tartaruga scolpita, palestrorsi e incapaci di leggere un libro su un divano senza postare qualcosa ovunque a gettito continuo, parlano di anima, di spirito, di libertà, della necessità che ognuno di noi avrebbe di amarsi, amare se stessi per amare gli altri per poter riamare se stessi e poi innamorarsi degli altri e poi fare l'amore con forza e dolcezza come i figli di Apollo, o forse di Apelle.
Instagrammari in love. Istruttori di cibo naturale e meditazione in movimento che stanno lì, a dirti che loro hanno letto Hermann Hesse e che sono sì nerboruti e virili, ma hanno un'anima che concepisce l'anima. Devastante.
Un'autentica melma che mi è diventata insopportabile, che risveglia in me i peggiori istinti di intolleranza, fastidio non dissimulabile, totale sconforto nella capacità di alcuni miei simili di non lambire e oltrepassare il ridicolo involontario.

Per chi crede nell'anima, quando la sera tocca i gabbiani che sono nel nostro intimo volo, i compagni di ventura di un sogno che ha il tuo nome”. Firmato: ragazzo con barba taliban e maglietta due misure meno del suo torace. Firmato anche: scrittrice che da anni scrive la stessa storia di amore infelice e ci vuole convincere che il “dolor d'amore” significa essere un passo avanti ai dormienti.
C'è gente che pensa che soffrire sia un hobby che rende nobili e interessanti. Una disgustosa strumentalizzazione di un sentimento/stato che invece prevede e deve prevedere anche l'orrido, l'inconcepibile, il detestabile, l'indegno. Non certo ali di gabbiani, tramonti costosi e mani intrecciate sui divani di un locale alla moda. Uso vergognoso della creduloneria altrui e della voglia crescente di tanti di sentirsi consolati, capiti e di sentirsi dire “tu sei bellissimo perché soffri”. Molti si sono convinti di poter amare solo gente che fa soffrire, perché nel tormento si vive una spanna sopra la media. Una buffonata sesquipedale che sta facendo danni a diverse latitudini. D'altro canto, l'Italia è il paese dove tutti si inventano scrittori e saggi motteggiatori, cosa costa prendere anche il patentino per parlare d'anima, magari in presenza di una colite o di una vescica plantare?

Si badi, la mia non è nemmeno indignazione. E non è snobismo, che in ogni caso non saprei neppure dove poggiare. È qualcosa di molto vicino alla nausea, una nausea leggera ma non per questo meno seccante. Sono stufo di molte parole che mi ronzano attorno come mosche: spessore, profondità, percorso, tossine, rinnovamento, confronto, democrazia, zavorra, livello, ingegno, grinta. Mi infastidisce l'uso abbrutente e simbolico di queste parole, mandate a spasso nell'etere con un valore pari a quello di salviette intime da viaggio e improbabili chiavi di volta per una felicità palafitta che crollerà miseramente alla prima semplice bufera di vento.
Forse il mio fastidio va di pari passo con le libertà che mi prendo, sempre più, in nome del mio rendermi conto di non avere niente da perdere e tutto da rischiare. Sta di fatto che il gioco della profondità ad ogni piè sospinto mi fa venire l'orticaria e che quel fuoco finto da camino che le persone si accendono in petto evira le mie fantasie, mi spinge in polverosi angoli di noia dai quali devo fuggire a gambe levate, senza guardare in faccia a nessuno.
Non ho mai pensato che la mia propensione alla sofferenza mi rendesse più accattivante agli occhi di qualcuno. Non è vera sofferenza, mi sono sempre detto, se non contiene le necessarie dosi di distanza e di dolore sordo, quindi incomunicabile. Il dolore che ho dentro, scuro, grumoso, notturno e senza sponde giocabili, non è commerciale, non mi rende le cose facili, anzi complica tutto e rischia di sospingere il corso dei giorni verso una marginalità che può recidere le arterie, scomporre i sogni, trasformarmi in un brutto anatroccolo seduto a una scrivania con gli occhi smarriti nella stella che non si vede più.
Vale il concetto da associare ai film di Valerio Zurlini: sono bellissimi da vedere, ti lasciano senza fiato, ma se ci sprofondi dal vero, nel tuo vivere, la dimensione di fiaba stupendamente disperata muta in conato di eternità che ti rimane in gola, il vomito del bel morire che resta in te, a inacidirti, a imbruttirti, a farti paradigma di tentativi abortiti sul nascere. Non sono belle le fiabe disperate che durano anni, persino il vento si imbruttisce, e baciarsi di nascosto non è più un oltraggio al male ma un gesto inerziale destinato a finire sul banco di un mercato invernale mezzo deserto.
Per questo aborro le citazioni speranzose, estrapolate con freddo calcolo di rimbombo nella pancia altrui, magari passepartout per un amorazzo con le lingue calde e qualche bella foto da condividere con assoluti estranei che scriveranno commenti imberbi e svogliati.
Mi sento un investigatore solitario, in questi primi giorni d'inverno. Un investigatore non adatto ai gialli in voga e nemmeno ai noir che non si girano più da troppo tempo. Ho riletto diversi libri di Thomas Bernhard che custodivo gelosamente nella teca rotta dei ricordi difficili, sono testi che incidono la carne senza che zampilli il sangue. Le parole di Bernhard ti lasciano sfinito, posseduto da un gioco al massacro, quello di guardarti allo specchio e trovarti uguale a sempre, mentre in te si squarciano fontane scure che ti faranno perdere acqua, sonno, pezzi. Non citerò Thomas Bernhard. Non mi va più di citare, sia pure con timida cautela, gli scrittori che amo. Non vorrei che si pensasse che mi piace giocare con l'anima -direi piuttosto con la sua scatola senza istruzioni- come potrei gingillarmi con un videogioco, con il cazzo, con il dolore di qualcuno che voglio superare nella corsa a chi soffre di più e a chi si nobilita maggiormente con la farsa del crollo interiore già voglioso di riscatto.
Se dobbiamo cadere, facciamolo sul serio. Senza compiacerci di quello che viene dopo il dolore. Senza prendere gusto alla caduta per il vezzo di poter parlare di rinascita e magari miracolo laico.
Cadendo ci si straccia, Bernhard ce lo ha insegnato. Non si diventa più fotogenici e più credibili in luoghi non deputati alla condivisione delle tenebre, che è semplicemente impossibile e meriterebbe la gogna del più perfido degli spettri da camera interna (dell'anima).


©Luca De Pasquale 2017





12/11/17

Le notti del pioppo nero


In tutti i monolocali dove ho vissuto è regnato, quasi sovrano incontrastato, il suono del contrabbasso e dei miei contrabbassisti prediletti. Dopo una certa ora, rientrato dal lavoro, non c'era attività, tanto quieta quanto agitata, che non fosse accompagnata da Gary Peacock, Dave Holland, JF, Mingus, Barry Guy, Scott LaFaro, Ron Carter, Paul Chambers e tantissimi altri.
Prendiamo l'esempio del suono quasi ultraterreno di Gary Peacock, il suo suonare un solo perpetuo, corde, legno, respiro, rischio, colori, profondità, passione. Ci sono state sere e sere in cui il mio umore, il mio spirito, sono stati letteralmente salvati da quel suono unico e irraggiungibile.
Le cose migliori che ho scritto hanno avuto spesso il sottofondo di Gary Peacock e poco altro. Le mie notti migliori sono state precedute e chiuse da quel raccordo di legno e anima.
Non ho mai ascoltato rock di notte, a meno che non mi sentissi profondamente arrabbiato per qualcosa. Per la dimensione estesa ed elastica del buio, il suono del contrabbasso è l'ideale, e il suono di Gary Peacock in particolare è un mare così sconfinato da poter custodire e cullare un numero imprecisato di ore con poca luce.
Considero il suono un innesto tra magia e destino, non un passatempo, non un semplice accompagnamento. Il suono deve incastrarsi con i sentimenti, con le sensazioni, deve volare sotto i sogni, inerpicarsi dove la volontà getta la spugna, dovrebbe lambire e pungolare il dolore per consentire alle camere murate di prendere finalmente aria e qualche raggio.

C'è un album di Gary Peacock, “Shift in the wind”, uno strano lavoro dalle gemetrie irregolari e dai suoni rarefatti e destrutturati, pochissimo considerato dalla critica, che adoro. Un album che mi ha tenuto compagnia in due viaggi tristi, lontani tra loro e dai significati diversissimi. In uno, avevo perso qualcuno in assenza e dovevo tornare per rendermene conto; nell'altro, avevo perso un amore e non avevo versato una sola lacrima, dunque stavo male più della consacrata liturgia.
Tutti i dischi dei “miei” contrabbassisti sono pezzi animati della mia vita, sono viaggi essi stessi, viaggi perpetui e sempre differenti, come il solo perpetuo di Gary Peacock.
Ho sempre cercato il suono e non il virtuosismo, l'essenza e non la rappresentanza. Considero il contrabbasso come un'enorme ombra di seta che può circondare il mio noto e l'ignoto, una mano immensa e misteriosa che può regolare il sonno, la veglia, l'attesa, lo sconforto, la nostalgia e un numero considerevole di desideri che non posso e non potrò mai confessare.
Nelle mani di geni come Gary Peacock, lo strumento è insieme leggiadro e corposo, rifugge definizioni, luoghi comuni, vibra oltre il contesto che ne richiede la presenza, mai ingombrante come la sua leggendaria mole. Il suono, non l'accademia. L'improvvisazione, non l'esibizione preconfezionata da mani spellate e respiro sospeso. L'amore, non le teorie sull'amore.
Il mio è un amore profondo, una devozione che si nutre di ricerca continua e non di ossessione, altrimenti non mi interesserebbe più. Ottobre è stato il mese in cui finalmente mi sono deciso a riascoltare quei dischi di Gary Peacock che sembravano ormai più delle chiavi per riaprire cassetti sigillati e dolori disconosciuti. Sempre una meraviglia, sempre il meraviglioso affanno di un percorso che non finisce mai quando il disco si ferma, anzi; il silenzio successivo spalanca porte, mondi, domina tempeste senza domarle, mi porta allo specchio, coraggioso e stanco, mi spinge a confessarmi, senza eccedenza di vergogne, che sono ancora in piedi, sono ancora fuoco.
E il fuoco non si dichiara mai tale. Ma questa è un'altra storia, è un'altra notte che ora dorme.


©Luca De Pasquale 2017









Dolce autodistruzione con spolverata di cacao


Non so quanto è durato quel periodo della mia vita in cui ho cercato di parlare di ogni cosa, di essere capace di discutere ad ampio raggio su tutto, cercando di assecondare i miei interlocutori, occasionali e non, con una compiacenza “adattabile” che non fa parte del mio carattere e del mio modo di essere.
Non è durato molto, come tutte le costrizioni che mi sono trovato davanti. Era frustrante. Molto frustrante e anche spiacevolmente idiota, tentare di essere un jolly in qualsiasi contesto.
Credo di essermi svegliato un giorno di diversi anni fa, finalmente, e di aver mandato a farsi fottere tutti quegli artifici, quella volenterosa timidezza, quel modo morbido e improduttivo di celare la propria personalità.
Ho deciso che non avrei più simulato interesse e partecipazione per digressioni su ristoranti e pizzerie, balli latini, viaggi della speranza, restrizioni alimentari travestite da libertà dello spirito, deliri politico-religiosi degni di uno strippato, inauditi shitstorming con bersagli mobili, il più delle volte per triviali questioni di invidia.
Ho iniziato a rifiutarmi di perdere tempo a rispondere anche solo “ah, sì? Dici davvero?” a qualcuno che, per esempio, mi informava di poter mangiare solo farina santa per motivi etici. Ho deciso di rispedire al mittente quella filosofia di merda che consiste nel dire “non sai che ti perdi” a chi non condivide le tue stesse manie e abitudini. Forse io perdo tanto non mangiando pesce fresco sul litorale, ne convengo, ma anche tu perdi tanto a non infilarti un dito su per il culo. Ecco la filosofia personale che ho messo in pratica negli ultimi anni della mia esistenza.

Cos'è in fondo la marginalità? E il non sviluppare argomenti universali, il non essere presentabili e in grado di cacagliare cazzate di sgualcita buona volontà ovunque si faccia presenza, anche al telefono.
Un'altra mia inutile battaglia consiste nel dare alle cose, agli atti, alle idee, il nome esatto, la descrizione fedele senza abbellimenti. L'amore è amore anche quando è malato, un rapporto anale con un partner sconosciuto è un'altra cosa. Punto e chiusa la vicenda.
Amare il genere umano è un fatto; amare il genere umano per quel che se ne può ricevere in cambio è un'ignominia imbevuta di ipocrisia stantia e purtroppo indistruttibile. Quando mi sono accorto di tenere in piedi dei rapporti e delle situazioni solo perché potevo aspettarmi qualcosa (un posto di lavoro, una chiamata per una collaborazione, una lingua in bocca, dei dischi in regalo, un pensiero a Natale), ho fatto in modo di demolire tutto l'impianto che sorreggeva malamente quei simulacri di “corrispondenze umane”. Mi piace lo sbaraglio, mi piace il senso di distruzione per ricostruire meglio e altrove. Mi piace fare piazza pulita, ammutinarmi, strappare i galloni e i badge aziendali, mi piace non rispettare i baroni che se lo aspettano, mi attrae più del sesso lo scompiglio, la nuova mattina dello zero che prende il primo sole, mi eccita addirittura l'impresa sconsigliata, fuori traiettoria, con i radar impazziti e la sconcertante, ingiustificabile assenza di un qualsivoglia organismo divino a vigilare.
Un numero incalcolabile di volte mi sono sentito dire “se continui così, rimarrai solo”. E con questo? Se così fosse, che senso ha la compagnia coatta e sotto sforzo?
Non si tratta di essere contrario per partito preso, qui è in ballo la sopravvivenza dell'interiorità, la sporca purezza che ci illudiamo di trattenere con le nostre battaglie avventate, senza applausi, magari sputandoci in faccia ogni mattino per le incoerenze che non riusciamo a gestire, essendo, appunto, “solo” degli esseri umani.

Perché non orienti il tuo blog verso contenuti con più mercato? Potresti anche guadagnare qualcosa con dei banner pubblicitari, qualche editore ti potrebbe notare”.
Sì, ciao core. Nessun editore con un po' di cervello in testa andrebbe a spulciare dei blog, men che meno uno che abbia “l'orientamento” che il mio palesa in modo spero chiaro. E poi, ci sono in giro tanti di quei guitti che uno in più non farebbe alcuna differenza. Come isola con pochi confini forse posso avere ancora un senso, come ennesimo guitto sarei ancora più orrendo e compromesso dei modelli di conio.
Non sono un “giovine scrittore” ossessionato dal salto di qualità popolare, sono un uomo, professione uomo e basta, di quarantacinque anni che le ha date, le ha prese, si è innamorato, ha tradito ed è stato tradito, ha guadagnato poco ma si è mantenuto da solo per vent'anni, ho le mie idee come le mie deludenti tare e non confido in un tale sovvertimento che possa rendermi improvvisamente un fiore di campo. Sono corrotto da tanti anni, mi sono abituato. La purezza è l'obiettivo dei coglioni.
Scrivi cose impopolari”, mi ha detto un conoscente. No, non è solo questo, cocco bello. No. Più dei contenuti, conta il fatto che nessuno ti conosce, nessuno sa (e vuole sapere) chi tu cazzo sia e cosa cerchi di comunicare. Non sei oggetto di passaparola, non sei ambiguo, non sei astuto, in fondo sei di vecchio stampo, cerchi di tenere anima, corpo e cervello rivolti dalla stessa parte, ed è chiaramente un indecoroso errore di calcolo. Poi, il talento, reale o presunto, è solo un optional, una parola ormai da talk show, una parola che sarebbe preferibile usare per posizioni sessuali o prove di cucina con due soli ingredienti.
Non impazzisco per gli eventuali mancati riconoscimenti alla mia persona e alle mie inclinazioni artistiche. Non accumulo stress e non perdo fiducia nel mio modo di andare avanti. Non sono costretto a scappare ogni tre ore in bagno a masturbarmi per allentare la tensione e sciogliere i grumi d'odio presenti nel mio brodo. Ciò non toglie che credo di sbagliare in continuazione, almeno riesco ancora a pormi la domanda, “ma cosa stai facendo? Chi cazzo ti credi di essere? Pensi davvero che il mondo possa minimamente interessarsi alle tue guerre senza speranza?”
E mi dico anche che se non riesco a toccare le corde giuste della commozione, dell'empatia, dell'universalità che fa riflettere, quello è un mio difetto di fabbricazione che non può essere realmente modificato alla radice, pena il diventare ancora più marginale, scivoloso, non comunicativo.

Ogni mattina, da alcuni anni a questa parte, vado a leggere i dati del mio blog. Certe note che non mi piacciono vanno bene, altre in cui ho messo l'anima e non solo quella, e che stranamente mi piacciono, possono andare di merda. Questo è il gioco, bellezza. Ci vestiamo di tutto punto per un appuntamento sentimentale e la nostra preda ci troverà disgustosi, magari per l'unico dettaglio trascurato. Oppure ci presentiamo con la barba sfatta, devastati da qualcosa, con le mutande bianche e la t-shirt con un leggero alone di sugo e ci capita la più sconvolgente breve tratta sessuale mai generata in nostro nome. Inutile fare programmi, inutile agghindarsi per il vuoto, inutile e deprimente trattare la scrittura come un organo genitale da far librare nel cielo per suscitare un'impressione e morsi sulle labbra di voglia. Inutile tentare la sorte pregando quel che non si vede. Inutile soppesarsi per migliorare nella bocca e nel cuore degli altri. La battaglia che ci renderà famosi non avverrà, dobbiamo solo imparare a muoverci con eleganza e fedeltà alla causa nella nostra Fortezza Bastiani, sapendo che forse il nulla ci coglierà di sorpresa quando inizieremo a sorridere a un nemico degno, a un amore sospirato, a una fine che non sia solo pulviscolo e oblio perpetuo.

Stamattina sono uscito. Una passeggiata sotto un manto di cielo estivo su asfalto invernale. Le donne profumavano. Quasi tutte. Forse andavano a degli appuntamenti di baci, carezze e banalità sopravvalutate, almeno dal punto di vista verbale. Ho dato dieci centesimi a un mendicante scusandomi. Mi sono fatto la barba senza motivo, come se dovessi andare a un colloquio: la mia faccia bianca e infastidita non mi è piaciuta. Non ho comprato il giornale. Ho fumato tre sigarette senza sentirne il sapore. Ho guardato il sole giocare sul mare, rifrazioni e linee che sembravano musica, mi sono sentito perso e deciso a giocarmela. Mi sono sentito uno senza niente di particolare da dover tramandare, e questo mi ha rasserenato. So che il mondo non aspetta né me né le mie parole, il mondo mi accoglie e io non sarò mai la marmellata delle paure altrui, la mia presenza tra i palazzi, le persone, le note, le pagine e gli amori è un fantasma senza cartellino di riconoscimento, è una sfida a chi non sa di essere stato sfidato.
Non sono atteso nella sala degli specchi con giudici, re, regine e valvassori. Non sono atteso neanche dai miei affetti scomparsi sulle sponde del nostalgico nulla che onoriamo con il nostro sordo dolore. Non sono atteso in genere, e questo mi rende libero di vivermi, concludermi e distruggermi a mio piacimento, senza il terrore dell'isolamento addosso.
Altro che orientare il blog.


©Luca De Pasquale 2017

10/11/17

Notturno legna bruciata


Credo che il diavolo gestisca diversi lounge bar dell'anima, quasi sempre sotto mentite spoglie. Sono lounge bar con i tavoli traslucidi, con un design aerodinamico e sulfureo, cupo e sensuale. Sono punti di ritrovo dove incontri gente con la quale non parli, il futuro è un'idea assente nelle conversazioni, c'è solo l'attimo, la casualità, la complicità immediata e senza domani, c'è il modo di guardarsi da condannati che funziona sempre, si sa.
Frequento questi lounge bar, non prendo mai la stessa ordinazione, torno a casa sempre da solo e con ricordi uncino che userò nel sonno, nelle distanze, nei cambiamenti d'idea, negli abbandoni, nelle cose che scrivo e che mi invadono come cenere per poi sparire.

È qualche sera che mi attardo sul balcone, perché quell'odore di legna bruciata mi fa davvero impazzire. Legna bruciata e freddo secco, persino le luci lontane hanno un odore inconfondibile, l'odore dell'illusione destinata a svanire. Anche le rinunce hanno un odore, dolce e letale, beffardo come un sogno che non puoi pagare a chi te lo avrebbe affittato anche a poco.
Sul balcone, di notte, occhi all'insù e olfatto ipersensibile, dimentico quasi tutto ed è una magia storpia che mi piace troppo per farla smettere.
Ormai preferisco questi odori ai profumi femminili che mi eccitavano, che mi hanno spesso impedito di ragionare. Preferisco l'odore della legna bruciata nel buio a quello delle utopie giocattolo a sonagli, l'odore di un'età ingenua che non tornerà mai più e che bisognerebbe smettere di rimpiangere.

Sul balcone, in piena notte, sono nella condizione che preferisco: senza protezione. Senza rete. Senza futuro e senza passato. Uno che non ha paura di perdersi. Uno senza faccia che non ha paura delle mareggiate di ritorno. Uno che vuole scrivere senza più fottersene delle copertine, dei ringraziamenti, dei debiti formativi, delle chicche intellettuali che non servono più a niente, sotto il manto della notte invernale.
Uno che è parte di quell'odore di distanza, e dunque è qualche volta sì e più spesso no.

Ieri notte mi sono addirittura seduto contro il muro del mio balcone. Ho fumato qualche sigaretta. Dentro la luce era spenta. Ho pensato a una serie di cose che non legavano bene tra loro. Ho pensato, “mi resteranno non più di venti anni di vita”. Pochi e molti insieme. Magari mi sbaglio. Ho pensato che non sono mai contento di quello che scrivo, anche se durante mi piaceva.
Poi ho pensato agli eroi letterari di Lermontov, alla loro seducente solitudine, a Pecorin, per esempio. Mi sono ricordato della mia ossessione per le gonne scure al ginocchio. Dei tanti oggetti ai quali ero affezionato da bambino e che non ho più: la lampada blu a forma di cagnolino, l'hotel di legno, la Renault Alpine in miniatura, le cartoline del Piemonte che mio padre portava da Mirafiori dopo i viaggi di lavoro. Ho ripensato anche a quando, da ragazzo, dopo aver conquistato qualche ragazza che mi dicevo di amare alla follia, consideravo la partita con la vita in pari e mi dicevo con sprezzo del pericolo, imbevuto di un ebete stoicismo: “Adesso posso anche crepare, sono qui, venitemi a prendere adesso”. Ho ripensato a tutti gli sporchi e ridicoli colloqui di lavoro che sostengo, i sofferti tentativi di non reagire con violenza alle cazzate che si raccontano, a questo assurdo equilibrio tra vitalismo e malinconia che finisce per tenermi in piedi.
Seduto contro il muro, con le gambe gelate, mi sono anche reso conto che tanti anni fa credevo di poter amare il mondo intero, pensavo di averne la stoffa, mi sentivo capace di fare dei distinguo, certo, ma di poter evitare di lesinare qualcosa a qualcuno. Mi sono sottoposto a dei veri e propri tour de force affettivi per dimostrarmi di non essere uno che se ne scappa, un vigliacco con la patta aperta e il torace trasparente, un costume di carnevale animato che va solo a squadernare equilibri preesistenti.

Esistenzialismo e rabbia sono luoghi comuni da andare a cercare negli occhi degli uomini difficili. E dopo non c'è nemmeno l'odore di bruciato che tanto mi piace. Ognuno frequenta la spiritualità che si attaglia meglio ai suoi bisogni, e così faccio anche io. Non è esistenzialismo, non è rabbia, sarei già morto se fossi caduto in quelle trappole.
Il mio dio è nelle pieghe delle notti invernali, la sua scia è l'odore di legna bruciata, di pioggia che non cadrà mai, l'odore di dio è nella sconfitta continua dei momenti migliori. Dio è le mie mani fredde, la mancanza di protezione totale, le luci di case forse solo nella mia fantasia, il fruscio delle ombre in casa, attorno alle mie cose, ai miei dischi, Dio è un disco di Bill Evans con gli occhi al soffitto e tutta la grazia delle delusioni nello sguardo.
E cos'altro sono i nomi delle persone amate, se non una collana che non si chiude mai, un'ossessione carnivora, la malattia del filo e delle perle trovate nel fango, nella tristezza di un pomeriggio mezzi muti e stanchi, e poi finisci a scrivere e innamorarti con l'irrazionalità a termine di un equilibrista.

Vivo di notte. Di giorno sono dolente e indolente, cinico, stanco abbastanza da darmi comunque da fare. Ma vivo davvero solo di notte, senza controlli, senza forme da salvare, senza dolori da evitare e evitarmi, senza sentirmi un ingrato, un bastardo, un ladro che non ruba per sussistenza, piuttosto per brivido e per autodistruzione.
Riesco a compiermi nell'errore e anche nella ricerca.
Leggo spesso dei bei libri, di notte. Ma è un'esperienza strettamente personale, intima, e il giorno dopo non sono certo invaso dalla voglia di parlarne e di condividere. Come se volessi condividere con altri l'amore per una donna e i nostri gesti insieme. Impossibile. La divulgazione mi interessa, ma non al punto da cadere nell'isteria e nella smania. E poi, quello che per me può essere un pezzo fondamentale nell'albero motore dell'anima per altri può rappresentare uno sbadiglio, un graffio, pulviscolo, addirittura una caduta di stile, un buco nell'acqua.
Il giorno in cui elargirò qualche minima ricetta mutuata dal mio benessere personale sarò davvero un uomo finito, una scimmia cauterizzata capace solo di passare da un'ombra all'altra senza la minima eleganza.
Anche il mio modo di vivere la notte, labbra sui vetri, occhi nel lontano, arti freddi, musica a basso volume, il tabacco, il senso di perdita e di incanto insieme, è roba che non funziona al di fuori di me, e che comunicata evapora come la litania di un fantasma.
Chissà dove bruciano la legna notturna delle mie visioni. Chissà se sono io che brucio, i miei amori, i miei sogni, le mie parole, il mio inutile stoicismo di fronte alla grettezza del male. Chissà se un dio senza nome brucia la legna di notte per me, quando sa che sono su quel balcone a non farmi male, a compiermi come posso. Chissà se è Dio che brucia, esaltando la mia banale colpa, quella di non credere a nient'altro, almeno per ora, che al mattino seguente.
Senza protezione, s'intende.


©Luca De Pasquale 2017



09/11/17

Il venduto virtuale


Agli occhi degli altri, ognuno di noi si connota e caratterizza per qualcosa, ed è per quel qualcosa che viene riconosciuto, inquadrato, accettato o osteggiato. Ho avuto sempre una visione piuttosto lucida su questo. So, per esempio, di essere connotato da alcuni elementi “fissi”: la scrittura, la passione per basso e contrabbasso, il fumare troppo, il non avere la patente e credo anche la mia insofferenza rispetto a molti aspetti della vita sociale. Poi, punto. È da questa base che si parte e quasi sempre è lì che ci si ferma. Ed è inevitabile. Mi sembrerebbe ingenuo e tutto sommato sciocco auspicare che questo modus operandi possa sovvertirsi, non si sa bene in nome di che.

In uno dei negozi di dischi dove ho lavorato, i clienti venivano identificati in modo sommario ma efficace da alcune caratteristiche che risaltavano più di altre. Io stesso, prima di lavorarci, ero stato identificato come “Luca bassisti”, come se effettivamente acquistassi solo dischi solisti di bassisti e contrabbassisti, che invece rappresentavano il 40% dei miei ordini complessivi. Però era nota e smaccata la mia “fissazione” per i bassi.
Ci fu un tempo, in quel negozio, in cui nella saletta interna dove conservavamo i dischi da parte per i clienti sembrava si perpetrasse una sorta di bestiario nomenclativo.
Mica ci piaceva scrivere sui cd (con i post-it) il nome semplice, che so, “Alfredo Z.”. Giammai. Si ricorreva invece al nomignolo, alla storpiatura, all'accezione caricaturale. Alcune definizioni, chiamiamole così per mera comodità narrativa, sono rimaste per me indimenticabili.
Tornando indietro con la memoria, queste sono le più clamorose:

Avvocato progressivo”
Ingegnere delle Ucraine”
Tettona di Ludovico Einaudi”
Paesano noise”
Bowie Boy Little Dick”
Pentotal darkettaro”
Chef bisex indeciso”
Ho conosciuto Paul McCartney”
Non li voglio più”
Studentessa fuori sede POV”
Magnate 'o friariello”

Quest'ultimo era il caso più clamoroso, si trattava di un noto docente universitario e scrittore che ci aveva incautamente raccontato di alcune sue performances sessuali con uso di bietole e broccoli, non si capiva con esattezza sistemati dove. “L'ingegnere delle Ucraine” invece aveva lasciato sua moglie dopo venticinque anni e si era ricostruito una vita con la domestica ucraina, appunto. Gli altri nomignoli si spiegano da soli, come si noterà prevaleva lo sberleffo di natura maliziosa. Però queste definizioni lasciavano il segno e non posso negare che inibissero in qualche modo un eventuale approfondimento di conoscenza e argomenti con i soggetti caduti in questo sistema identificativo. Io non riuscivo più a guardare il noto docente/scrittore (che in ogni caso mi stava sui coglioni, se la tirava davvero troppo) senza immaginarlo con il membro nascosto da una selva di friarielli crudi, ed era davvero disgustoso. Con “Studentessa fuori sede POV” mi era diventato impossibile non perdermi in pensieri osceni mentre la servivo, e via dicendo.

Questa logica, secondo cui ognuno di noi viene tratteggiato con tic e/o con ciò che ha, dove vive, che partner ha scelto, quanti soldi ha in tasca, è l'inizio della fine del dialogo. Una logica che praticamente vieta la reale conoscenza degli altri, preferendo una specie di schizzo perpetuo di quello che ci colpisce a prima vista o a primo orecchio.
Penso spesso a questa cosa, e mi rendo conto che io stesso cado frequentemente in questo nefando procedimento, nel mio caso non tanto per superficialità, quanto per la mia natura insofferente, impaziente e poco accomodante. Lo faccio spesso con persone che vivono nell'agiatezza: le tratteggio sommariamente, le connoto solo per il loro status economico e decido che non potremo mai avere qualcosa a che spartire. Mi fa comodo così, ma è orrendo. Lo faccio, più raramente, con quelli che mi parlano bene di programmi, libri, personaggi pubblici e artisti che detesto. Confesso di averlo fatto, e anche a lungo, con le donne con figli, perché per una mia forma di rispetto non potevo più considerarle in un'ottica venatoria. Ma questo è ben altro discorso, lunghissimo, troppo strutturato e oggi anacronistico.
Di sicuro lo faccio ancora con coloro che si palesano fan integralisti di Dio, Patria e Famiglia, perché mi sembra più onesto ammettere che sono la loro nemesi e allora meglio evitare, meglio caratterizzarli velocemente e dimenticarli. Tagliando a corto, posso dire di essere “occasionalmente superficiale” per vecchie tare caratteriali, per intolleranza che non riesco a tenere a freno e anche perché sono principalmente uno che si fa i cazzi suoi. In alcune giornate cupe, credo nel riserbo più di quanto creda nella bontà della razza umana.

Dico. Dico, come si fa a puntare il dito contro la luna quando si finisce per essere i primi a sbagliare? Di sicuro, io non sono un venduto e neanche uno di quei lacchè che vorrei cancellare dalla mia vista. Però di difetti ne ho in numero industriale, anche quel tipo di difetti che hanno qualche parentela con superficialità e mancanza di sensibilità, la tanto famosa sensibilità che tutti sbandierano ai quattro venti senza il minimo sentimento del grottesco.
Se ora avessi un'ottima condizione economica, come cazzo mi comporterei nella vita? Sarei così ipersensibile verso i marginali, lo sarei fino al punto in cui sono adesso?
E se strappassi un buon contratto editoriale al di là dei miei meriti, avrei anch'io la supponenza, l'avida spocchia e la gran faccia da cazzo di tanti scrittori in carriera che si fingono umanissimi, umanisti e democratici? Fingerei anch'io di essere “un figlio del popolo” e un “sensibilissimo maestro di parole”, evitando di menzionare oscure manie e sfumature non da poco come il cupio dissolvi che mi prende ogni tanto, l'estremismo ideologico, l'occulto richiamo di un erotismo senza prigionieri e senza lieto fine dopo l'orgasmo, il desiderio occasionale di vendicarmi e fare male? Ce la farei a sentirmi umano come mi sento oggi?
La risposta non può darmela Dio, che ha disertato la mia vita dalle fasce e forse è stato meglio così, la risposta non possono darmela la scrittura, l'amore, la musica, il sesso, il contrabbasso, la notte, i fulmini, i fiammiferi, lo spirito di Patrick Dewaere, il pianto perpetuo delle mie finanze, non può rispondere in mia vece neanche l'atteggiamento inequivocabilmente ostile che esibisco contro i grandi numeri e contro le caste sociali che disprezzo di più.
Niente e nessuno può rispondere a questo tipo di dubbi devastanti.
Non sono uno schifoso venduto. D'accordo. Ma quanto c'è di autentico in questa virtù? Quanto il mio essere bello in caduta dipende dal destino difficile e quanto dall'anima?
Basta domande. Non è il caso. Essendo un uomo profondamente solitario, ho una fortuna salvifica che mi accompagna sempre, la possibilità di mettermi a scrivere per esorcizzare il senso di instabilità morale che mi perseguita dai primi anni di ragionevolezza. Non sono convinto della mia moralità e nemmeno di quella altrui. Non giurerei su di me, non giuro sugli altri. Par condicio. “Luca par condicio”, scriverei oggi sul cd di un contrabbassista sconosciuto, da parte per quando avrò di nuovo la paghetta.


©Luca De Pasquale 2017

08/11/17

Neve nera, mani in tasca


Vuoi che questo forte, ruggente e possente guerriero costruisca una fortezza dove puoi rifugiarti, in modo che tu non debba mai aver paura, non debba mai sentirti sola, non debba sentirti esclusa... È questo che cerchi, vero?
Ultimo Tango a Parigi

Finalmente sono stato accontentato: la pioggia di notte. Tanta, anche troppa. Con vento forte e soprattutto fulmini. Ho ritardato il sonno per godermela. È il ritorno di un'amica che mi è mancata a lungo.
Dopo le due, pioveva ancora, sono andato a letto. Prima di addormentarmi, mi sono posto una domanda apparentemente oziosa: come è possibile conciliare la ricerca del benessere e del miglioramento con la ferrea volontà di fare resistenza e di indagare il nascosto, il marginale, il non detto, il notturno?
Equilibrio all'apparenza impraticabile.

Ho sognato alcune donne del mio passato. Apparizioni fugaci, simboliche, impalpabili. Ho sognato delle situazioni realmente vissute. Alle cinque del mattino ero sveglio, a riannodare le fila di quanto sognato; perché -purtroppo- io i sogni finisco per ricordarli sempre tutti. Mentre mi preparavo il caffè ho ripensato a quella donna che fuggì dal mio monolocale senza passarci la notte come da accordi, forse perché molto delusa dall'ambiente spartano e dall'atmosfera cruda, un po' disperata, che ci aveva trovato. In quell'occasione, ebbi l'ennesima conferma che l'atmosfera in amore (e nel sesso) ricopre un ruolo molto rilevante. Sarà anche per questo che molti amori sbocciano già con la ghigliottina pencolante sul belvedere, sarà per questo che molte persone di aspetto orribile e viscide ma ricche vivono delle fiabe patinate che non vorrei neanche sfiorare.
Poi ho ricordato un altro assurdo episodio. Un'amica che mi raggiunse a casa per pranzare insieme, vestita in modo elegante e anche provocante. La cosa mi spiazzò da subito e caddi in un profondo stato di indecisione circa il da farsi. Il mio ruolo di maschio esigeva che passassi ai fatti, dopo essere sceso a comprare una buona bottiglia di vino, ma una parte di me in quei giorni era infettata da un amore impossibile e così mi comportai per quel che rappresentavo per lei in genere, un amico che ascolta e poi può anche parlare delle sue pene d'amore. Non ho cancellato dalla mente, però, la strana sensazione che provai per tutto il pranzo e dopo. Un misto di desiderio sonnolento, repulsione e, appunto, grottesca indecisione. Le parlavo di una donna che desideravo, probabilmente per non più di dieci giorni, un'idealizzazione uncinata e veemente ma poggiata su un nulla di carta, e intanto le guardavo le gambe e mi eccitava l'idea che mi sarebbe bastato solo avvicinarmi per rompere quella cortina di decoro fragile e sfuggente. L'amica in questione si è sposata l'anno dopo con una specie di capitano di fregata con molti beni e molto ottimista: non ci siamo sentiti mai più. Per due anni, quelle gambe sono entrate nelle mie immaginazioni erotiche e mi hanno dato qualche problema di gestione del rimpianto, come al solito. La parte virile e sessuocentrica della mia persona, che esiste eccome, mi ha dato ampiamente dello stronzo. Invece, l'uomo della pioggia di notte, l'altra parte, ha continuato per un certo tempo a ricamare sull'altro desiderio, su quell'ossessione di cui non riuscivo a liberarmi neanche parlandone. È una vita che mangio fantasmi, che conduco carrozze nei viottoli più inaccessibili del buio, è una vita che confondo pietre preziose con ombre carnivore, ed è da sempre che non sono una persona che regola la sua vita su palestra, calcetto, cinema alle 20e30, gite con amici, foto al mare e affiliazioni ad associazioni o circoli di sorta. La mia vita si regola principalmente sulle sensazioni -che non sono capricci- e sulle circostanze che spesso non ho contribuito a costruire in prima persona.
Non voglio vivere protetto. Basta con la placenta, con la comprensione fredda e distante, basta anche con le chiacchiere tanto umane che spesso portano solo all'esasperazione di qualche fallimento nemmeno veritiero. Ci sono molte giornate che sono un pugile messo all'angolo, devo solo subire la furia degli affamati, dei convinti, dei forti e i miei colpi d'incontro, dati alla cieca e con la strenua utopia della resistenza, possono fare molto male, in modo imprevedibile. Di questo sono consapevole.
Non voglio vivere protetto dall'idea di rinascere, di rifiorire, di essere uno dei tanti cacciatori di bei momenti in circolazione. Quella della rinascita obbligata è una maledetta schiavitù, è la mafia della felicità che ci hanno annunciato da bambini senza spiegarci che quello stato non è stabile, è solo zig-zag in belle stanze, alla fine il conto lo dovrai saldare comunque.

E non voglio vivere affatto protetto dalla marginalità, dalle maree scure dei pensieri che mutano, delle speranze che si screziano, invecchiano e si trasformano in altro, magari di più lento ma anche più pregno di realtà.
Non sono pazzo o fissato quando dico e racconto che la passeggiata sui pontili deserti di una Rimini invernale e livida di Daniele ne “La prima notte di quiete” è una delle immagini chiave della mia emotività, della mia sensibilità, della mia identità.
Quel modo di passeggiare che sembra studiato e non lo è (mani in tasca, sguardo basso e svagato e sigaretta in bocca) è un modo di prendere la vita, di gestire le tempeste, le detestabili delusioni, i fraintendimenti, i tradimenti, l'indecente ovvietà di persone che si tende, anche solo per bonomia, a sopravvalutare. È il mio modo di passeggiare quando sono solo, di inverno certamente ma anche d'estate, se la scena si configura adatta. Si tratta di muoversi verso qualcosa senza ben sapere cosa sia, forse la bellezza, anche una piccola rinascita, probabilmente la semplice consapevolezza che dietro una delle tante curve c'è la morte e allora non bisogna sputtanarsi per poco e niente.
Anche se ho “solo” quarantacinque anni, ho profonda consapevolezza che mi aspetta, come tutti, la morte. Credo che questa sia la mia fortuna, al fondo delle cose. Credo che tra i poteri degli esseri umani ci sia quello di fare luce e fuoco dove invece alberga un buio millenario, e credo che nel ribellarsi alle tante regole e prescrizioni che noi stessi abbiamo generato ci sia una forza che può rendere un cammino esistenziale meno anonimo e meno codardo di quanto si sceglie in genere.

Ho fumato la prima sigaretta alle 5e42, me lo ha rivelato il piccolo orologio elettronico che mia madre ha sistemato anni e anni fa sulle mensole adiacenti alla cappa. Buio pesto. Sul balcone, la piccola brace della mia sigaretta, la mia tosse da drogato, lo sguardo perso nell'illuminazione stradale notturna, come se aspettassi qualcuno.
Ho guardato le piante sul balcone. Mio padre ci ha dato l'acqua tutte le sere per dieci anni, fino a quando è morto. Da tre anni sono io a prendermene cura, ed è un rituale che trovo sinistro. Chissà se quando mi piego con la bottiglia di plastica per dare da bere alle piante c'è qualcosa di lui in quel movimento. Se c'è qualcosa, ammesso ci sia, è un richiamo dolce ma fantasma, e riporta comunque marea scura quando mi riassesto.

Quando il cielo si è schiarito e l'alba ha dismesso i suoi panni di eterna promessa, i fantasmi della notte si sono dissolti, insieme a quelle figure di donna sbiadite e simboliche. Mi sono detto, senza muovere le labbra, che è un mio diritto procedere a sensazioni e lampi senza passare per piscine, resort, belle e agili passeggiate telecomandate, è un mio preciso diritto difendere la posizione di chi, come me, passeggia per i pontili deserti con le mani in tasca e l'ennesima sigaretta in bocca, con quell'atteggiamento disilluso che non vuole essere autoprotettivo e nemmeno scaramantico e letterario, è la postura di chi non vuole cedere ma si muove in un'altra zona del vivere, quella che esalta il prima e il dopo e che non può fingere di non sapere che dietro l'ennesima curva, forse la più bella, si può nascondere la morte con la sua assurda buccia di banana.
È come pattinare su neve nera non dimenticando l'amore. Più o meno, mi sento così.


©Luca De Pasquale 2017



07/11/17

L'oscurità delle parole (non pianificate)


A volte mi accorgo di aprire un documento vuoto e di non sapere come iniziare e cosa scrivere. Questo è il rischio che corrono tutti coloro che non scrivono direzionati ad un pubblico particolare, specifico o immaginato. Mi rendo conto che se apro un documento vuoto e poi esito non è che viva il blocco dello scrittore, semplicemente ho necessità di scrivere e non ho fatto ordine dentro preventivamente.
Da ragazzo, mi immaginavo dopo i quaranta a scrivere su commissione, per contratto editoriale. Avevo un'idea “pura” della scrittura e di chi scrive. Ad esempio, ero convinto che uno scrittore non potesse occuparsi anche di promozione, immaginavo un codice che vietasse tutte le vergognose autopromozioni alle quali assisto oggi. Difficilmente reggo la scena di piccoli e medi scrittori che con le copie dei loro libri si affrettano a raggiungere le librerie di zona (e non) dove effettueranno una presentazione, magari introdotti da qualcuno che -nella miglior tradizione odierna- del loro libro se ne strafotte e non l'ha neanche letto.
Il mondo editoriale, con rarissime eccezioni, non è quel che avevo creduto da “giovane” e non risponde nemmeno alle descrizioni, già sconsolate in verità, che ne facevano tanti anni fa spiriti lucidissimi come Bianciardi, Flaiano, Cassieri e pochi altri.
Oggi lo scrittore deve essere anche -e largamente- imprenditore di se stesso, dopo la fatica della scrittura deve viverne una ben più squallida, quella di convincere gli altri, spesso uno alla volta, a dargli fiducia, a leggerlo, a comprargli quel cazzo di libro faticosamente redatto, passato sotto i gangli deprimenti di qualche editor sfasato e sotto le ossessioni monocromatiche di qualche editore che si crede Giasone ed invece è solo un coglione o giù di lì.

Tutti questi sforzi per non guadagnare nulla, anzi andandoci anche a perdere, tra biglietti di metro e bus, pizzette fuori, nervosi caffè e qualche taxi figlio dell'imprevisto. Tutto questo per libri dalla tiratura limitata, perché senza nome non chiami a te il popolo che dice di leggere alacremente, libri che durano qualche mese e che finirai a presentare dopo un anno davanti a cinque persone, delle quali due sono lì per caso, per non tornare troppo presto dalla moglie, dal marito, dai figli, alle bollette e al sesso finito.
Le percentuali di guadagno sono da fame, non ci paghi nemmeno un pranzo intero, e capita pure che il piccolo editore di turno finisca per lamentarsi che non ti sei impegnato a sufficienza per procacciarti occasioni di pubblicità, sgualcite presentazioni con amici prezzolati e pubblico figurante. È successo più di una volta. Non è il comportamento della singola persona ad inquietarmi, è il fottuto sistema che non mi piace e non mi appartiene.

Le obiezioni generiche che vengono poste a quei pochi che la pensano come il sottoscritto sono sostanzialmente due:
1- Ma chi ti credi di essere, David Foster Wallace? Dovresti essere invece grato di aver pubblicato senza dare un contributo economico! Oggi è la prassi, non lo sai? Io ho dovuto pagare per il mio saggio sugli armadi lituani!
2- Non fare del vittimismo! Oggi funziona così!
Rispondo a queste due gratuite e frequenti asserzioni senza alterarmi, perché non mi reputo affatto un imperdibile talento letterario, a differenza di molti miei colleghi noti e meno noti. Nella mia ottica, uno scrittore che paga un editore per pubblicare è solo un povero imbecille che svilisce e mortifica il suo lavoro, anche se non si tratta di un inedito di Calvino; quanto al vittimismo, è lo sport nazionale e non mi accodo a questo cancro senza possibilità di estinzione. Sarei, solamente, propenso a che gli editori diversificassero le loro proposte, valorizzando magari anche quelli che scrivono “altro” e che magari -non alludo a me anche se sembrerebbe- non possono permettersi spese extra per pubblicizzare la loro attività o non fanno parte di alcun circoletto letterario dagli ideali marcatamente progressisti, il tutto in un mare di candida tendenza all'ovvio, con “candida” che vale qui come “infezione”.

Naturalmente, non posso dire di conoscere il mondo editoriale nelle sue interpretazioni “verticistiche” (parola che si usa molto, ho notato), ma posso dire di aver fatto una discreta esperienza in materia di piccola e media editoria, caratterizzata da tutta una serie di difetti incancreniti e letali: blanda e dilettantistica emulazione delle major, velleitarismo, nepotismo di scarsissimo livello, provincialismo, totale inavvedutezza circa i ruoli da assegnare, cecità distributiva, incesto mal riuscito tra spirito imprenditoriale e avventata ossessione per la divulgazione della parola in genere, superficialità emotiva e relazionale, pericolosa tendenza a guardare solo da una parte, squallida intenzione, celata male, di caricarsi in scuderia qualche nome di richiamo o qualche giornalista utile alla bisogna.

Mi dico, io pigmeo, io sconosciuto, io cupo scrivano e negato per l'autopromozione quanto per la blandizia, io squattrinato principe delle tenebre, mi dico che non ci sto, non mi piace. Prevenendo l'ovvia reazione, “allora fottiti e non pubblicare mai più”, dico che se ci fossero in giro più scrittori ed operatori culturali disposti anche a fottersi, non ci troveremmo in questo guano di lingue che frullano, favori che si replicano e controreplicano, con tutta una serie di scrittori inesportabili per quanto sono bolsi, prevedibili e di consumo e un bestiario di figure editoriali completamente inadatte ad espletare le loro nobili (una volta, una volta) funzioni.
Non alzo il calice al sistema, pur nella mia piccolezza il sistema me lo chiavo da dietro, naturalmente al buio e senza vaselina. Poi, come una mantide potrà anche divorarmi.

Sia chiaro, non dissimulerei mai cose improprie e assurde, dichiarando che fuori la porta c'è un esercito di editori pronti a contendersi la mia rabbia, le mie gite al Suicidio Village, la mia violenza di classe, il mio odio per le diseguaglianze sociali e per l'ignoranza dei comodi, questo non potrei mai dirlo. Gli scrittori piccoli come il sottoscritto hanno però delle occasioni, ogni tanto, soprattutto se almeno riescono a scrivere in un decente italiano, non considerando la presunta bontà e spendibilità delle loro narrazioni. Ed è qui che casca l'asino, perché le occasioni fanno l'uomo venduto. Una “rinascita” diventa uno sprofondo, un'improvvisa fiducia si trasforma in sperma secco e fiele, l'entusiasmo di sentirsi in pista può far sbarellare e trascinare in territori di cinica, inutilizzabile inappartenenza morale, ideologica, comportamentale.
Non bisogna avere troppa voglia di recuperare terreno, di rifarsi, di ricostruirsi un ruolo che non esiste, quello dello scrittore che arranca per cercare consensi. Che si affilia per comodità, per pavidità, per ego impotente ma esigente.
Lo scrittore non può essere un piazzista o un pr. Anche se oggi piacciono queste commistioni insulse, considerato quanti improvvisati cazzoni si qualificano come polipi della cultura, capaci di tenere le mani in pasta ovunque. Ma se la pasta è di merda e non di mandorle, tale rimarrà nonostante gli sforzi e i patetici abboccamenti.
Poi, i maggiori editori potranno anche fottersene di contribuire cospicuamente, con scelte indegne, all'inginocchiamento poco dignitoso di fronte alle mandibole edaci del pubblico generalista, che chiede sempre più casi umani e sfiziosi e sempre meno scrittori di coscienza. La gente vuole ridere leggendo, raramente vuole leggere. La gente vuole innamorarsi di storie che somiglino alle proprie vicende personali, non riflettere in esteso e soprattutto non nelle tenebre del dubbio.
Niente vittimismi, sia chiaro. Solo occhi aperti e schiena dritta, così alcuni fori restano opportunamente chiusi.

In conclusione, una breve riflessione su questo blog, arrivato al suo settimo anno di vita. Molte, forse troppe cose sono cambiate ma siamo ancora qui.
Non sono lo stesso di sette anni fa, per fortuna, anche se la formula della prima persona è la scelta di campo, autobiografica o meno che sia.
Forse, sette anni fa mi sentivo uno scrittore “promettente”. Poi mi sono accorto che questa nomenclatura era detestabile e l'ho abbandonata rapidamente. Oggi mi reputo solo un uomo che scrive, che cerca di farlo come meglio può e con un'onestà che non dovrà mai diventare rassegnazione e la fasulla calma olimpica dei rinunciatari.
Le mie ispirazioni sono aumentate di numero, anche se la filigrana è quella di partenza, attingo dai musicisti quanto dagli scrittori, se non di più. Inseguo una mia assurda idea di classicismo meticcio, dove Jaco Pastorius canta con il suo basso su Strindberg, dove Jean-François Jenny-Clark sostiene con la sua eleganza libera le ossessioni di Thomas Bernhard, il tutto sotto lo sguardo intoccabile di Scott LaFaro e Stig Dagerman. Sono nomi grossi, e infatti le chiamo per quel che sono, ispirazioni. Ispirazioni inaudite verso cui nutro rispetto e senso della misura. 
Cerco di mutuare il linguaggio del contrabbasso e lo slang del basso elettrico dai musicisti che mi hanno fatto crescere e portarlo, modificato ma non infedele, nella scrittura. In fondo, si tratta di un progetto a suo modo molto ambizioso.
Non sempre sono efficace, spesso mi ripeto (qualche volta apposta), preferisco le riflessioni alle trame, capita che io mi perda nel mio Inferno privato pur di cogliere un fiore. Tento di non essere una persona oscena, e non mi riferisco certo al turpiloquio, che uso nei giorni dispari di luna piena. Sono un artigiano della notte, e per adesso mi basta e mi avanza.
Ci sono dei momenti, dopo che ho scritto, in cui riesco a sentirmi soddisfatto: è quando mi avvicino alla finestra un po' stanco, mi accendo una sigaretta, in casa domina la profonda cavata di un contrabbasso, la nostalgia mi seziona in tanti cubetti di ghiaccio e li mette sul fuoco, e riesco ad abbracciare e carezzare il volto di qualcuno senza sentirmi un pezzo di merda o un uomo già morto da anni.


©Luca De Pasquale 2017