17/10/17

L'unica preghiera accesa


“Gravava oramai nella sala il sentimento della notte, quando le paure escono dai decrepiti muri e l’infelicità si fa dolce, quando l’anima batte orgogliosa le ali sopra l’umanità addormentata”
Dino Buzzati – Il deserto dei Tartari

Aspetto un corriere all’angolo della strada. Fumo una sigaretta dopo l’altra. Dal mio palazzo escono persone che mi salutano con affabilità e io rispondo sullo stesso tono. Sono persone che incontro da anni e che poi non incontrerò mai più. Le nostre strade si divideranno, in modo meno rovinoso di come sono sprofondate con altre persone che in teoria dovevano avere maggior peso emotivo nella mia vita.
Ci dividerà il fatto semplice e banale che andrò via di qui, come sono andato via da tante case, da tante strade, da tante persone e da tanti legami su cui i capretti più tonti di Dio scommettevano a palpebre calate.
Giorni fa, chiacchierando, mi è capitato di dire a uno dei miei dirimpettai la mia verità su questa questione: “Me ne andrò, sono destinato ad andarmene. Me ne andrò perché da solo, o anche in coppia, questa casa non ha alcun senso. Mia madre morirà e io andrò via”
L’altro l’ho visto turbato, ha iniziato a dire “ma… ecco… non è che puoi magari ristrutturare… o rimanere in zona…”
“No, io vado sempre via, piuttosto lontano, dai posti dove sono cresciuto. Devo farlo, me lo devo. Sono obbligato a cambiare, a sradicarmi, a perdere i vecchi passi”
L’altro ha tentato di sorridere, ma l’ho visto deglutire imbarazzato. E mi sono dispiaciuto per questo. Non lo faccio apposta, dico sempre quello che penso, dico spesso quello che provo, ma mai tutto. Non è possibile comunicare quel che si prova fino a dentro, perché oltre che inutile è dannoso e qualche volta sconvolgente.
Continuo a fumare con aria inquieta, quasi minacciosa, finché non arriva il corriere. Ci diamo del tu e siamo anche ciarlieri, quando ci incontriamo. Lui è un lavoratore, lo rispetto. Lui rispetta me. Magari non pensa che ho quarantacinque anni e mi vede più come un ragazzino che riceve dischi a casa. Non importa. Queste cose non hanno nessuna importanza nella mia vita. Come appaio non mi riguarda più. Me ne fotto e non posso perdere tempo dietro queste vanità da pavone castrato. Già è una cosa che appaio, mi basta questo.

Un tempo contavo, o almeno credevo di farlo, gli sguardi di donna per strada e poi scrivevo delle cose languide fantasticando di brutto. Ero vanitoso. Vanitoso alla rovescia, vanitoso decadente. Mi piaceva pensare che delle donne mi desiderassero, nella vita come a letto, e quello che mi eccitava da morire è che nella maggior parte dei casi non sarebbe successo niente, tutto si sarebbe risolto in un equivoco noioso e spiacevole, in un nulla di fatto che avrebbe massacrato la libido decapitandola e appendendola alla porta di casa.
Poi questo giochino del cazzo mi ha stancato, come succede sempre. Duro poco in queste mattane, finisco per affrontarmi in qualche vicolo buio, darmele e tornare a casa come un cane preso a calci da un’ombra. Non rispetto nemmeno le mie più piccole fissazioni. Detesto la vanità, finisco per sentirmi una piccola troia quando schiumo voglia di farmi notare e di lasciare un qualche segno.
Mentre aspettavo il corriere, è passata una ragazza. Abbiamo incrociato gli sguardi. Il suo era pieno di vita e di futuro, il mio quello di un reduce uscito da una camera oscura con la faccia scomposta come un mosaico mancante di qualche pezzo. Si è toccata i capelli. Un tempo questo particolare mi avrebbe eccitato fino a farmi impazzire di voglia e di quel vitalismo forsennato destinato all’eccesso prima e alla disillusione poi. Stavolta sono rimasto freddo, ho solo pensato che avesse voglia di toccarsi i capelli per fatti suoi. Come sono cambiate le cose, quanti cancelli si sono chiusi, quanta zavorra ho lanciato da quella mongolfiera che poi ho mandato allo schianto contro le punte delle onde. Quanto tempo è passato, eppure il mio nome è ancora quello originario e il mio cognome dice che io ho una storia alle spalle, come tutti. Certi giorni non mi sembra.

Risalgo a casa. Apro il pacchetto. Vogliono una recensione. Non c’è neanche un cazzo di bigliettino d’accompagnamento. Può darsi, allora, che io non la scriva affatto. Non sono più un ragazzino che va in erezione per un cd omaggio. Da molti anni non ho erezioni per gli omaggi. Omaggi di nessun tipo, anche presunti omaggi morali, emotivi, mnemonici, spirituali, di comodo, di sponda, basati sulla reciproca vanità del desiderio.
Qui stanno tutti a ristrutturare le loro case; io, invece, sono con un piede dentro e uno fuori. Come è capitato in tutte le case che ho vissuto. Tranne la seconda, quella dove ho vissuto dai due ai venticinque anni, nessuna casa è stata mia e mi sono sempre impostato come fuggitivo. Ho l’anima del clandestino ed è troppo tardi per invertire la tendenza.

Della mia seconda casa ricordo ancora troppo e non sono ricordi quieti. Vince un senso di rabbia e di spaesamento. Abbiamo dovuto vendere tutti i mobili quando ci hanno sfrattati. In quella casa sono morti i miei nonni paterni. In quella casa ho iniziato a scrivere e principalmente a capire che niente sarebbe stato facile, negli anni a venire. In quella casa ho deciso che non me ne sarebbe mai fottuto niente di andare a genio alle persone, dovevo seguire le mie inclinazioni, i richiami più inudibili per gli altri, le mie più segrete istanze, a tutti i costi, incluse le ramanzine, le prediche, le dissociazioni spocchiose. Per compiersi bisogna sacrificare quasi tutto. Questo l’ho imparato senza nessuna voglia. Della mia seconda casa ricordo la poltrona di mia nonna, che di notte mi impressionava, perché ero convinto che mi sarebbe apparsa lì sopra quando meno me lo aspettavo. Della mia stanzetta di bambino e ragazzo ricordo un crocifisso di madreperla: mia madre diceva che mi avrebbe protetto dal demonio e invece mio padre sosteneva fosse un bellissimo manufatto. Opinioni differenti che mi confondevano.
Non ho mai pregato sotto quel crocifisso. Gli ho solo chiesto, i primi anni, di non far morire in modo violento i miei genitori. Tutto qui.
L’unica preghiera che ho tenuto sempre accesa è stata quella riferita a me, ai miei comportamenti: mi pregavo, e pregavo in genere, di non far soffrire mai nessuno. Ho sempre pensato che arrogarsi il diritto al dolore altrui è un gesto vigliacco, che denuncia assenza di colori nell’anima, di lacrime nella consapevolezza di essere ed esistere, è un pensare infimo che può sfociare solo in comportamenti minuscoli, disgustosi e senza fascino.
Solo che è difficile non far soffrire nessuno, quando lo sbaraglio è la regola, quando l’oltraggio alla calma comminata è necessario, quando si è consci che tanti cancelli si sono chiusi e la prossima curva dell’arcobaleno potrebbe nascondere tracce di estinzione, nostalgia e persino rimpianto.
Vita mangia vita, sogno mangia pedone, l’alfiere si rifiuta di muoversi a comando e di pregare per autodifesa.


©Luca De Pasquale 2017

16/10/17

Non ditelo a mio padre


Certe battaglie per affrancare la propria coscienza si devono combattere da soli”
Valerio Zurlini

Ai tempi delle feste liceali e universitarie c'era in giro l'incubo AIDS. Io a quelle feste, nella stragrande maggioranza dei casi, ero un infiltrato ufficiale, invitato con riserva, invitato per inerzia e mai per reale appartenenza.
Si scopava poco (ambiente troppo borghese) ma con nessuna prudenza; si sfidava il fato con noncuranza, con l'arroganza della giovinezza.
Trovavo terribili quelle feste e mi annoiavo da morire. Con me stesso, mi giustificavo dicendomi che ci andavo per rimediare del sesso, il più delle volte del petting disperato, rubato e già colmo di pentimenti, praticato mezzi vestiti, e quindi particolarmente eccitante, nelle stanze dove si depositavano le giacche e i cappotti.
Ricordo con chiarezza le frasi di quelle ragazze così complicate, dotate di quei sorrisi che Zurlini avrebbe descritto “tra il candido e l'infernale”. Ricordo che mi informavano che quello che stavamo facendo era sbagliato, che non c'era futuro, che non era giusto per questo e per quello, e qualche volta mi dicevano pure che ero uno stronzo.
Ma il futuro chi l'ha mai avuto? Non era certo il futuro a interessarmi.
Quel periodo è stato l'apoteosi di quello zoppicante principio che ho seguito per anni e anni, quello del “qui e ora”, nell'utopia che i minuti e le ore successive non mi avrebbero presentato il conto.

Confesso che di quegli improvvisati abboccamenti in barba a ogni prudenza e a ogni ritegno morale ricordo con piacere la sensazione che avevo nell'avvicinarmi a un mondo che non era il mio e che, per grazia reciproca, non lo sarebbe mai stato. So di essere scontato e banale -almeno sincero- nel dire che quelle ragazze mi eccitavano tanto proprio perché borghesi, perché benestanti, ben vestite, profumate, spesso viziate. Io non c'entravo niente con loro. Proprio niente. Il loro mondo mi rifiutava duramente, io nelle case di quelle feste ci entravo per pisciare nei lavandini, scopare e trovare qualche idea per la scrittura. Il sesso mi serviva per scardinare i mille lucchetti che quelle porte avevano per uno come me. Però non giocavo con i sentimenti, questo non l'ho mai fatto. Ero chiaro, diretto, sfrontato. Non andava sempre bene. Nessun uomo onesto può dire di non essere mai stato rifiutato o ignorato.
Mi credevo impermeabile ai sentimenti, volevo compiere la mia autodistruzione nei sensi, nelle seduzioni improvvisate, avevo anche l'indegna presunzione di considerarmi un diversivo liberatorio per quel tipo di persone. Avevo letto troppi libri e andare a quelle feste pronto a tutto non faceva di me un piccolo Bukowski; tutt'altro, perché mi sentivo un minuscolo Puskin.
Proprio per questo, ogni tanto perdevo il controllo del mio distacco di base, mi infatuavo, mi giocavo tutto senza pensare alle conseguenze e finivo puntualmente per perdere.
Non so perché proprio oggi ricordo quel periodo, che poche volte si affaccia nella mia memoria. Sarà che ho rivisto e ordinato tutti i miei libri ed è uscito fuori, immancabile, Puskin. Sarà che invecchiando si finisce per ricordare parti della vita che non godevano in precedenza di chissà quale credito.
Sarà anche che invece è fervido e vivo il ricordo di mio padre, il quale ci teneva davvero tanto a far parte del “jetset” del quartiere, peraltro riuscendoci benissimo grazie a come si presentava e ai modi raffinati. Nessuno avrebbe detto che non tenevamo una lira; era comico e al tempo stesso tragico. Io mi muovevo in direzione diametralmente opposta a quello di mio padre. Vestivo male, sciatto, mai andato a una di quelle feste con una bella camicia, mai sbarbato, sempre con l'aria sgualcita, sempre con in testa la fissa di ottenere qualche attimo di fuoco restando nella mia dimensione di negletto strafottente.
Ho dato molti dispiaceri a mio padre, perché lui ci teneva da morire che mi presentassi bene, che facessi una bella figura. Mi spronava e mi blandiva pure, con frasi come “tu hai una classe innata”, che mi intenerivano e irritavano.
Mio padre piaceva molto alle donne. La sua aria dolce, vulnerabile, erudita e “classica” lo rendeva un bel signore da esposizione. Paolo il dolce, Luca il ribelle. La dicotomia era dolorosa, in fondo. Per me, molto dolorosa. Non gli ho dato molte soddisfazioni, anche se l'ho adorato. Il mio primo libro lo deluse, lo trovava sboccato e osceno, anche se lo scoprii più volte a leggerlo di nascosto...

Sono certo che si sentirebbe molto a disagio e addolorato oggi, assistendo al nomadismo e all'incertezza, alla strenua resistenza che sto mettendo in campo per salvarmi la pelle. Sognava per me altre cose, come è legittimo per ogni genitore. Mi preconizzava un futuro radioso e rigonfio di soddisfazioni, letterarie e non. Un punto di vista irrazionale e ottimistico, fondato su un affetto enorme e su una cieca fiducia tanto in me che nella sorte. Ma sono anche sicuro che mio padre, un uomo profondamente sensibile, aveva colto in me quella fiammella di incompatibilità con la società e le sue regole, e so che aveva paura per questo, molta paura.
Mio padre era un socialista puro. Non era un socialista italiano. Era particolarmente moderato, attento nei giudizi, prudente nelle esternazioni, garbato negli scontri dialettici. La mia violenza passionale lo destabilizzava, quale che fosse il campo di pertinenza. Non capiva la mia fissazione di vivere la notte e me lo diceva. Stigmatizzava la mia frenesia sentimentale. Gli piaceva come scrivevo ma non quello che scrivevo.
Per ovvi motivi, almeno gli ho risparmiato la lunga fase post-adolescenziale in cui ero convintissimo che mi sarei suicidato poco prima dei quarant'anni. Un'idea lucida, quasi vitalistica, era il mio grande sberleffo, tanto velleitario quanto mal ponderato. Non gli ho mai chiesto nulla sul suicidio e non ho mai pronunciato questa parola così gravida di abissi suturati alla meno peggio. La mia intenzione, in questo senso, era proteggerlo. Quando amo proteggo, è normale. Proteggo tutto e tutti tranne me stesso, perché quello è un altro campo, un altro mondo, un mondo dove rischio quello che mi pare e decido io se mettermi a repentaglio o meno. Oggi, più che mai, non ho niente più da perdere e ho acquistato l'effimera libertà dell'ultimo baluardo. Questo, però, mio padre non dovrà mai saperlo. Non so dove sia ora la sua anima, in parte certamente nel mio sguardo schermato, ma farò in modo che non sappia mai cosa significa respirare a fondo sull'ultima spiaggia visibile.

Mentre scrivo questa nota, mi telefona la CGIL. Mi dicono che sono ancora tesserato con loro e mi chiedono se sto ancora lavorando alla “Fenacc” e qual è la situazione al momento. Sono gentilissimo con l'operatore, sommerso da carte inutili e faldoni farraginosi, scritti in impiegatese dissoluto.
Mi sono licenziato nel 2014”, dico a tale Luciano.
Alla faccia del cazzo, sei fuori da tre anni”, risponde lui.
Sono fuori e basta”
Ti sei mangiato tutta la mobilità, bro?”
Bro?
L'ho anche digerita, se è per questo. Sono povero e vivo, e va bene”
Allora in bocca al lupo e grazie per la tua gentilezza”
Mi piace essere gentile. In fondo mi piace molto. Sono contraddizioni da ultima spiaggia.
Sono su un filo teso e sottile, in piena notte, e mando baci ai fantasmi. Mi sento importante e coraggioso, in alcuni momenti. Dal filo vedo la mia vita passata e presente, vedo il futuro come una sfida, vedo il mare, i torrioni dell'inferno, percepisco i timori di chi mi ama ma anche un sostegno cui non sono abituato.
Questo non cambia le carte in tavola. Ho svoltato l'angolo, non ci sono più solamente protezione e cautela nella mia esistenza. Posso anche cadere.
Non ditelo a mio padre.


©Luca De Pasquale 2017

15/10/17

Lo sperpero


La luce delle sere autunnali è un sobrio e imperdibile spettacolo. Nel giro di poche ore passi dalla luce del sole alla notte fonda; in mezzo, le migliori sfumature cromatiche dell'intera stagione. Rosa, indaco, viola, cremisi.
Ed è proprio quando scende la notte che acquista peso e rilevanza la figura dell'uomo che accende la luce artificiale nella sua casa. È la sua routine, ma anche l'opposizione ad un'oscurità che altrimenti durerebbe troppo.
Accendo la luce in camera solo quando sono costretto. Grazie allo schermo del pc, riesco a scrivere quasi al buio e trovare i tasti a memoria.

Ed eccoci dunque arrivati alla domenica sera. Che la stagione è cambiata, e anche lo stato d'animo, me ne accorgo dalla musica che scelgo per accompagnarmi nella scrittura. Da un mese a questa parte è sparito o quasi il rock, totalmente scomparsi sono i suoni duri e caotici dell'hard rock. È tornato il jazz, meglio se scandinavo, tedesco o austriaco, è tornato il suono del legno del contrabbasso, come del resto prevedevo.
Ascoltare jazz nelle sere d'autunno, ancor più che in inverno, è una panacea, perché magicamente non ti spinge in nessun modo a parlare, a cercare frettolose e sterili comunicazioni tanto con l'esterno che con il tuo interno.
Il jazz più affascinante è quello che riesce a rendere la tua quotidianità un film muto senza emozioni commerciali da trattare e analizzare.
Mettiamo stasera. Ascolto il quartetto di Aki Rissanen e Jussi Lehtonen, disco in cui è ospite il grande David Liebman. La musica che lo stereo trasmette è lirica, ossianica, da una parte mi tranquillizza, rinforzando la mia abitudine a scrivere invece che telefonare a casaccio a qualcuno, ma dall'altra mi scompone e inquieta, con un'austera ritualità di invocato rigore. E allora mi zittisco e mi metto a scrivere come uno studentello in castigo.

Oggi la Fiorentina ha vinto. La solita, grande sofferenza. La mia vita ufficiale scorre tranquilla, incanalata in binari che io stesso ho costruito con convinzione. Ma dentro di me vive e respira un fiordo gelido, dove di certo manca la corrente elettrica, un luogo di svago e qualche diversivo tipico. Un posto oscuro e qualche volta suggestivo, che non mi incanta ma riesce a catturarmi per ore, giorni, mesi. Un posto dove vige una disciplina durissima, proprio quella disciplina che nella vita attiva non riesco a sopportare in alcun modo, e tanto meno a concepire.
Quel fiordo regola i miei comportamenti. Le mie aspettative, persino i miei sogni. Quando ho voglia di sparare le solite cazzate esistenziali in cerca di risoluzioni epiche, mi anestetizza, mi boicotta e infine mi annienta. Quel fiordo non sopporta le troppe parole.
Come un pistone che espleta la sua ossessione di ruolo nell'andare a spingere parti molli in un ingranaggio complesso e astruso come l'interno dell'anima di un uomo, il mio fiordo autonomo mi ricorda continuamente che ho basato tutta la mia vita sullo sperpero e non sull'accumulo. E non stiamo parlando solo di finanze e beni, anzi. Quando cerco spiegazioni che già conosco, quando giro a vuoto in cerca di consolazioni, il fiordo mi raggela, ricordandomi con autorevolezza che i troppi fulmini, le tante scene seducenti di notti senza vincoli e senza piani di stanzialità, ebbene alla fine si paga tutto.

Stasera ripenso a tutte quelle sciocche chiacchiere che ascolto controvoglia negli studi medici, quelle invocazioni continue a patetiche a Dio, la paura delle malattie, la paura della morte. Assorbo tutto. Assorbo le paure delle persone, incluse le mie. Il terrore di non essere amati, di non essere ricambiati e anche traditi. La paura di restare poveri, per strada, tra sbandati, derelitti, e per quale colpa poi? Per quale inspiegabile e ingiustificabile via crucis? Rifiuto e rispedisco al mittente le volenterose teorie che vorrebbero la vita come un cammino ascensionale verso una purezza indimostrabile e presumibilmente inservibile. Assorbo e condanno le paure della diversità, dei sogni altrui, contrasto la guerra inutile alle differenze eppure non riesco a non sporcarmi con questa immondizia.
Cerco di non giudicare. Ci provo e mi affronto per questo. Perché io non posso giudicare. Io sono lo sperpero. La disattenzione, la più grave. Sono l'ammutinamento, il rifiuto, sono incapace di conformarmi e più la riva si allontana più mi sento al sicuro. Io sono l'altro anche quando sono me stesso. E allora come posso giudicare i fiori di paura che via via conosco nella mia vita?
Forse la mia unica abilità consiste nel sublimare le paure, le mie, quelle che comunque mi regolano, in una dissennata ma austera attrazione per tutto ciò che cade, che viene abbandonato, che si sfalda quando tutti erano pronti a fare congratulazioni e salamelecchi.
Se nella vita ho sempre scelto comportamenti fuori dalle regole, lontano dal bel pensare e dalla civiltà moralista delle speranze accese per copione, dentro di me vige un regolamento militare, spietato, dove un manipolo di generali senza gradi decide nel freddo quando devo tacere e quando devo rinunciare, spesso, al rassicurante rumore delle tante piccole azioni di contenimento del buio.

Non potrei amare altro strumento che il basso. Non potrei amare fino a morirne altre scene che quelle notturne. Mi incanto a guardare foto di fiordi, di abissi, di orridi marini. Mi piacciono solo i belvedere senza parapetto. Sono ordinario anche io, non sono niente di speciale; solo che la mia ordinarietà prevede il germe del rischio, dell'errore e più di tutti incorona lo sperpero come grande, dannato saggio. Non sono una persona solare e di questo proprio non sono pentito. Come uomo solare sarei un vero coglione, e comunque un approssimativo, un farneticante beota tutto bellezza in bocca.

Mi piace ascoltare jazz nelle sere autunnali, svolgendo la mia routine con una sigaretta in bocca e un vecchio pullover addosso che va avanti da dieci anni o giù di lì. Mi piace non dare conto di chi sono, cosa voglio e che cazzo mi passa per la testa e il cuore. Apprezzo la solitudine, quando somiglia più alle fusa di un gatto che alla morte. Per scrivere ho bisogno di solitudine, non di continui eventi che distraggano me e il mio fiordo interiore. Non a caso trovo “Solo” di Strindberg un libro meraviglioso e un grande compagno di viaggio, quei viaggi da fermo che ti portano dall'indaco al nero in un respiro, senza restare a secco di sentimenti e di voglie. Tanto è inutile ribellarsi alla sensazione dello sperpero, che continua e a volte accelera. Così come è patologico e volgare credere di essere sempre coerenti e uguali a se stessi; la sensazione di essere un altro arriverà, sarà dolorosa e strana, sarà eccitante più del sesso, porterà errori, assurdità, parole al vento, tempeste e poi quiete timorosa ingestibile.
Sarà sperpero e meraviglia implosa, quella sabbia mobile che crea la scrittura, beninteso non quella da applauso.


©Luca De Pasquale 2017


14/10/17

All'Inferno


Da quando l'uomo non crede più all'inferno ha trasformato la sua vita in qualcosa che assomiglia all'inferno. Non può farne a meno.
Ennio Flaiano

Sono attratto dai bassifondi dell'anima. Non ci posso fare niente. È più forte di me. Tutto ciò che è ordinato, quieto, definito mi porta malessere e addirittura un senso di nausea. E allora finisce che ci sono tante cose che non riesco a capire, che mi disorientano. Una di queste è questo bisogno di chiudere i propri valichi per gustarsi quel che si ha e tutti gli equilibri raggiunti. Non lo concepisco proprio. Ogni cosa bella per me significa che un giro all'inferno si finisce sempre per farlo. In questo modo si apprezza ancora di più il bello, o presunto tale, e il giusto, che in fondo è quasi sempre soggettivo.
Tutto ciò che mi viene presentato come incontaminato, immacolato, intoccabile nel suo abito perfetto di presentabilità sociale ed emozionale, diventa qualcosa che mi propongo di smascherare, smembrare. Molte amicizie sono finite in qualche cesso chimico proprio per questa mia irrefrenabile propensione al lato in ombra delle cose e delle persone.
In fondo, tutto quel che ho fatto è stato semplicemente cercare di non tradirmi; così facendo ho ottenuto il risultato di sembrare un piccoloTravis Bickle/Taxi Driver, a suo agio negli ambienti più oscuri, nelle incoerenze dello spirito e del corpo, un minuscolo giustiziere armato di penna e cinismo.

Sin da bambino ho avuto la smania di scoprire le bugie degli adulti, la loro ipocrisia così sperimentata e triviale da diventare metodo. Da ragazzino, scoprii che la mia ragazza mi aveva tradito solo dopo molti mesi che il fatto si era consumato. Mi chiesi il perché di quel ritardo: mi sarei solo arrabbiato un po', non avrei fatto nulla. Ho ascoltato bugie sulla mia storia, su quella della mia famiglia, ho ascoltato bugie di comodo di parenti e amici, e mi sono ritrovato disarmato, intorno ai diciassette anni, in un mondo principalmente basato su ipocrisie, menzogne perbeniste e dissimulazioni dilettantesche e impresentabili anche in un teatrino di provincia.
Così, ho velocemente capito che i miei ingenui sogni di giustizia, eguaglianza e sincerità non potevo usarli come valore aggiunto della mia persona, semmai, paradossalmente, come handicap. Non avendo alle spalle alcun sostrato religioso di supporto, già imbevuto di letture deraglianti e precoci, mi sono trovato di fronte a un bivio. Si trattava di continuare con quella tenerezza da prendere a calci e stuprare oppure di scendere all'inferno. Ho scelto la seconda strada e alla fine mi ci sono affezionato. Non banalmente una forma di autodifesa, bensì una scelta conscia, sofferta, ponderata con pro e contro.

Oggi cerco di capire cosa cercano le persone. Principalmente, quelle che mi attorniano, ma non solo. Non voglio capire quello che vogliono da me, che rovinerebbe tutto a prescindere, cerco invece di sondare cosa cercano in genere, di cosa hanno bisogno. Lo faccio senza giudicare, con uno spirito da osservatore coinvolto, non da benefattore e men che mai da censore. Se capisco che la mia presenza non fa al caso loro, che non ci sono punti di incontro possibile, sono il primo a togliersi dai coglioni con gentilezza, semplicemente sparendo. A volte mi costa, altre per niente. Non sono tagliato per le farse, per gli sforzi, per i tentativi brancolando in un buio neanche seduttivo, solo un buio noioso e senza stimoli. Sparire è come respirare. È solo un gesto. Non c'è poesia nello sparire, solo gli scrittori idioti ne scrivono, senza nessuna convinzione, per giunta. Non posso credere negli incontri obbligatori, così come non posso perorare la causa dei circoletti di eletti e di simili che se la cantano e se la suonano tra loro. Persone che si associano per la somiglianza dei gusti e per l'appartenenza a una classe sociale non valgono più di una distratta masturbazione reciproca. Il territorio dove incontrarsi non sono i gusti culinari, l'amore per i viaggi, la mania dei dischi o dei libri, il possedere la stessa marca di automobile o di mutande. La somiglianza deve provenire da più lontano e cimentarsi con più agguati, impegnativi e senza lieto fine garantito.
Ancora peggio è l'avvicinarsi a qualcuno solo per la somiglianza nel dolore. Si tratta di rapporti viziati, coatti, senz'aria, volersi e cercarsi in malattia è una di quelle pratiche oscene che molti umani si ostinano a chiamare “sostegno” offendendo l'intelligenza in genere, prima fra tutte la loro.
Per cui, quando sono stato cercato (o sono piaciuto) per l'aura di dolore che inevitabilmente emanavo, sono sparito subito, senza una parola. Per evitare che doppi e tripli dolori si stratificassero in inguardabili geometrie gravide di pessimi eventi. Il dolore può unire, è vero, ma è un punto di partenza fallace, discontinuo, devastante come premessa e inservibile nel prosieguo.

Capita che qualcuno mi chieda “dove stai andando?”, alludendo al tipo di percorso esistenziale che sto esperendo. Esiste ancora qualcuno che pone queste domande, senza chiederti solo dov'è che può mangiare un polpo affogato o in quale centro messaggi di zona si può arrivare alla penetrazione con un extra.
Un tempo rispondevo con sicumera, quasi trionfale, assumendo quella sciocca aria decadente e disperata che mi è così familiare. Oggi rischio di rimanere in silenzio, fermo restando che tutto quel che somiglia alla new age dello spirito è letame che affronterò spietatamente fino all'ultimo giorno della mia vita.
Non so che rispondere. Inizio a grattarmi la testa e cercare il pacchetto di sigarette.
So poche cose, che cerco di declinare con ordine. Di sicuro c'è che mi trovo all'Inferno, e in questa fase sono al centro di questa afosa struttura. Non posso sapere -e forse non lo saprò mai- se sono un'anima dannata o solo un osservatore accreditato, falsamente impavido. Ho sempre detto e scritto che non avevo paura dei demoni, i miei in primis, ma non è vero. Riconosco i demoni, li vedo, sono ai piedi del mio sonno, arroccati sulle strutture carbonizzate dei miei ricordi di bambino, ridono nelle stanze vuote dove i miei amori sono falliti, dove i gesti di trattenere sono stati ridicolizzati dalla vita, tacciono silenti sull'eterna assenza di tanti affetti che ho perso. Me li ritrovo saldi e decisi nella musica che amo, li intuisco ai bordi della mia scrittura, ne sento il vergognoso richiamo nei vortici di malinconia che mi partono dallo stomaco per arrivare allo sguardo e al modo di guardare la vita. Demoni specializzati che di volta in volta attaccano un campo, un'idea, un'area aspirazionale, un rifugio delle emozioni. Mi propongono di scendere ancora più sotto delle loro dimore, mi attraggono con l'idea di perseguire la giovinezza che sto perdendo con sesso, lardo di sesso e movimenti scomposti. Mi suggeriscono di vomitare intolleranza verso i miei nemici, evitando così l'onesto scontro che ho sempre cercato senza sconti. Mi chiedono di accettare il concetto peggiore, quello che vuole la vita stessa come una vorticosa e inarrestabile discesa nelle tenebre.
Ma io ho ancora tanti dubbi al riguardo. Non credo solo al buio, credo anche alla superficie e alla linea dell'orizzonte. Al cielo non ci arrivo, non ci arriverò mai, forse non mi interessa.

Non combatto questa permanenza nel sottosuolo. Non posso combatterla. La uso. La utilizzo come posso, cercando di ampliare lo sguardo, anche se poi mi farà male la testa e pure il cuore. Solo attraverso una parziale forma di dannazione personale potrò tentare ancora la luce del giorno, il gesto senza fondo e senza spine, la carezza rubata che riesce ad evitare l'inganno della fine. E a chi mi parla di espiazione rispondo che allora non ha capito un cazzo, ma davvero niente. Nel sottosuolo non c'è posto per il concetto del male da espiare. Nel sottosuolo puoi sognare l'orizzonte e non confidarti con nessuno, laggiù le ombre si offendono se le saluti e le riconosci, laggiù il coraggio da perseguire è ricordare la luce del mare al mattino, la forza degli abbracci, la creatività dell'uomo per sputtanare la morte.
Per ora, devo stare al mio posto. Mi torturo al risparmio, respiro, scrivo, qualche volta dormo. Mi è consentito amare, ma senza pubblicità. Non mi è consentito, per la prima volta, sparire da me stesso. La luce è lontana. Leggo di lei nei libri, dicono sia molto bella ma incapace di durare più di due sogni interrotti.


©Luca De Pasquale 2017


13/10/17

Cartolina invernale dai punti deboli


"Solo gli ottusi credono che il mondo finisca dove finiscono loro"
Thomas Bernhard

Del mio vicino Uvarov so che odia i musulmani in genere, perché l'ho sentito parlare in giardino con un altro imbecille. So anche che lui e sua moglie Annapaola girano dei filmati domestici di sesso spinto e che poi li postano sui vari siti gratuiti di pornografia amatoriale. Lo so perché li ho riconosciuti, non usavano nemmeno le mascherine. In uno dei filmati in cui li ho riconosciuti, Uvarov è vestito da donna in un bagno che è apparentemente pubblico, ma che in realtà è quello di casa loro, perché è uguale al mio. Poi arriva la moglie, vestita da principessa Sissi. In un battibaleno, si praticano del sesso orale scambievole e poi Uvarov urla che bisogna stare attenti perché poi arrivano i guardiani. Una scena disdicevole, ridicola e nemmeno eccitante. Credo che nessuno dei vari maestri dell'astinenza forzata che ho conosciuto nella mia vita riuscirebbe a farsi un servizio veloce e autoctono su roba del genere.

E pensare che Uvarov è uno che parla anche spesso della natura, del riciclo della plastica, degli eroi civili, del reddito di cittadinanza, dello sviluppo sostenibile. Solo che poi odia ogni arabo nel raggio di chilometri e gira insulsi spot sull'irrumazione vestito come una vecchia puttana con i capelli viola. Ognuno ha i suoi schifosi abissi e cerca di nasconderli sotto al tappeto, esibendo invece un'anima dorata cui non dovrebbe credere più nessuno.

Più passano i giorni, meno sono disposto a reggere bordone alle cose nascoste artatamente, alla finta nobiltà, a quel gusto del bello che invece è solo vizio, strafottenza civile. Non riesco più a nascondere quello che sono, quello che non voglio, non credo all'anima in strasse e non credo agli illusionismi.
Non reggo il gioco dei buoni sentimenti, non reggo le allegre feste di carnevale che vorrebbero inaugurare un periodo di restauro interiore. L'eleganza formale fine a se stessa mi fa ribrezzo. Pulso veleno, pulso vitalismo che finisce a fare marchette ogni volta che esce fuori il mio punto debole, il cercare l'infinito ufficialmente non credendoci. Quando mi finivano le parole usavo il sesso, quando il sesso puzzava di farsa emozionale mi chiudevo nel silenzio, quando il silenzio non mi difendeva ho usato violenza verso i violenti seduti comodi con i denti pieni di bolo e una scatola di stuzzicadenti inusata sulla scrivania.

Le notti si susseguono. Dormo sempre meno. Le mie notti sono colore blu di Prussia, che è una sfumatura bellissima. Ma quel colore è abissale, e quindi non riesco ad evitare di cadere nel suo inverno senza contorni, inverno continuo con poche luci mai equidistanti.
Oggi sono uscito e non ho quasi mai parlato. Lo desideravo fortemente, di non parlare. Mi sono guardato in una vetrina e poi nel parabrezza di un'auto. Capelli grigi più che neri, bocca socchiusa come un cretino, faccia troppo lunga, capelli uguali a Ken anche se avevo chiesto al barbiere di non dare nessun garbo alla mia testa. Non voglio nessun garbo in genere. Nessuna riga, nessuna lacca, fosse per me non mi pettinerei e raderei mai più, pur continuando a lavarmi perché detesto i cattivi odori, soprattutto quelli corporali. Non posso nascondermi dietro un dito, ho sperato di incontrare Uvarov da solo perché avevo voglia di chiuderlo in un angolo e mettergli paura, senza toccarlo. Poi non ho pensato più a Uvarov perché quelli come lui non possono offendere la mia sensibilità a lungo.
Le notti si susseguono. Cerco di non ricordare quel che sogno, ma non sempre riesco a scansare il prodigio della memoria notturna; e in quel caso la giornata può diventare molto oscura e preoccupante.
Al bar una donna che urlava per farsi notare mi ha rivolto la parola e mi ha detto “che bello, l'estate è praticamente ricominciata”. Allora io mi sono sforzato di sorridere in modo ordinario e le ho risposto, “capisco quello che dice, ma io adoro tutto ciò che cade nell'inverno. L'inverno ha dei colori bellissimi, basta cercarli senza avere paura del freddo”.
Lei ha chiuso la conversazione con un “sarà” che suonava come la convinzione di aver incontrato un tipo un po' tocco.

Sono tornato a casa e mi sono sentito triste per un'ora. Molto triste, tristissimo. Mi sono ricordato di una foto in cui abbraccio mio padre, che è in ginocchio al mio fianco. Ho cinque o sei anni e per me mio padre è il mio eroe. Non cieca sacralità, solo amore e stare dalla stessa parte del dolore senza compiacersi troppo. Mi manca riportare la malinconia di mio padre a riva, la sera, utilizzando la musica, il dialogo fitto e sottovoce, e usare la mia pazzia di vivere troppo per regalargli l'energia che aveva perso da tanto tempo.
Sono in troppi a giudicare il rispetto e la complicità per un genitore come una debolezza da rivoltare, sono in troppi a cercare alibi nel passato pur di riabilitare un presente dove non si ha più coraggio. Io non sono tra queste persone.

Perché cerco l'inverno?
Perché l'inverno è una stagione feroce, che aiuta i percorsi non ortodossi a compiersi in parte di una parte, l'inverno è la stagione in cui anche i vetri delle finestre ti suggeriscono di non guardare troppo in là, l'inverno è la stagione che ti propone ogni evento come una festa d'addio, breve, vissuta chiusa in vestiti e in respiri caldi accelerati quanto basta. L'inverno riporta il mare al centro della scena, ma è tempesta che il divertimento e il godere non possono frenare. D'inverno sono bello e inutile, distante, sono il mio eroe nero, il mio inutile nero con tante ombre come ventagli, il venditore di vecchie parole d'amore mai usate in una strada di passanti infreddoliti e forse poveri, impossibile a quel punto evadere dalla scrittura, dall'indagine caotica dentro che è mezza vertigine e mezzo azzardo masochista.
Sarà per questo che cado nell'inverno -che non è letargo- sempre prima che arrivi. Mi faccio trovare preparato per la mia stagione migliore, quando potò ricominciare ad assegnarmi missioni, quando come un bambino finirò a giocare con tre caravelle di ghiaccio e vento per restare fermo nello stesso posto a osservare i terremoti, le scene dei risvegli altrui, la fissazione del movimento in avanti che è solo un modo per dimenticarsi chi si è e dove si potrebbe essere capaci di parlare senza bugie e stringere altri corpi senza esibire le tariffe.
In attesa dell'inverno mi graffio, mi “scippo”, come si dice qui, osservo senza una parola la fierezza di chi fa rumore e sostiene di comprendere la maggior parte di ciò che gli capita. Ogni notte che passa perdo un po' di mare da dentro, ogni volta che esco, che raggiungo un luogo, una persona, una sfida, divento sempre più eleggibile a eroe nero di me stesso. Ma è un ruolo che non fa parte delle mie aspirazioni, non sono al centro di quel che provo, quello che mi colpisce di più è il tragitto degli stimoli verso me e viceversa, è questa voglia di libertà che mi mette a soqquadro quando meno me lo aspetto, è questo sentirmi liquido, notturno, non amabile in quanto in continuo disordinato movimento verso la stagione feroce che mi è necessaria.

Mentre infilo le chiavi nel portone, mi sento salutare. È Uvarov. Somiglia a un trancio di pizza con delle formiche sopra. Ho l'istinto di essere gentile, poi mi ricordo quello che dice degli arabi e forse anche dei poveri, e allora non sorrido, grugnisco. Non mi importa che si vesta da donna, che succhi il dildo comprato al sex shop, me ne fotto se reputa il suo Dio dell'odio superiore ai dubbi degli altri. Quello che mi ripugna in quelli come Uvarov è la capacità negativa di recintare una forma di completa stupidità, l'odio appunto, per l'esigenza di sentirsi puliti, ariani, intoccabili. Quelli che proteggono troppo le loro vite sono miei nemici. Sono per sporcarmi, sempre, sono per mescolarmi, anche perdendo pezzi, sono per l'enormità del dubbio, sono per i punti deboli che riescono a non piangere e anche a non chiedere scusa.
I punti deboli sono mille volte meglio degli eroi e dei sapienti, i punti deboli sono l'unica entità che sfiora l'amore senza svilirlo con l'ansia di viverlo fino all'ultimo respiro.
I punti deboli sono le uniche barche a mare quando si cade nell'inverno. Questo lo so bene, e pazienza se certi giorni questa consapevolezza mi uccide con quel garbo che non ho mai voluto.


©Luca De Pasquale 2017

12/10/17

Le faremo sapere (L'effetto Jongbloed)


Mercoledì 26 Giugno 1974
OLANDA-ARGENTINA 4-0
Olanda: Jongbloed, Haan, Van Hanegem, Jansen, Krol, Neeskens, Cruijff, Rensenbrink, Rep, Rijsbergen, Suurbier.

Da autentico maniaco del totaal voetbal della grande Olanda, decido di riguardare due partite della fase finale dei mondiali di calcio del 1974, quella contro l'Argentina, sbranata 4-0, e il match con il Brasile, terminato 2-0 per gli orange nella sorpresa generale.
Sono anni che circumnavigo il mito del calcio totale olandese; naturalmente il mio grande eroe non può essere altri che Jan Jongbloed, il portiere tabaccaio che giocava con la maglia numero 8.
La fissazione per l'Olanda degli anni '70 mi facilita anche nella registrazione a portali dedicati alle offerte di lavoro, dove nei dati di login non manco mai di scegliere nickname legati alla squadra di Michels. E così, ecco che il sottoscritto si qualifica come Neeskens72, RensenbrinkFool, HaanRep e, immancabilmente, “Jongbloed Effect”.

L'invio del curriculum, ormai giunto a cifre incalcolabili, e questo sciabordare basso nei mari delle offerte più diversificate, dal volantinaggio nudi al duck sitting, transitando per annunci parossistici che avvertono “no perditempo, richiesta grandissima motivazione”, tutto questo ha qualcosa di surreale e naturalmente amaro, ma a prevalere è un senso di disorientamento e di sedata impotenza. Ormai la frase “le faremo sapere” ha sostituito altre frasi-ossessione che hanno sincopato la mia vita con apparizioni ossessive e impossibili da estirpare:
Avrebbe potuto esserci qualcosa di importante tra noi”;
Come mai non guidi?”
Non ti dimenticherò, ma non possiamo stare insieme”;
Lo sai che le sigarette fanno male?”;
Perché non provi a scrivere qualcosa di più allegro?”;
Se tu rifiuti il Signore, sarà lui a trovarti. Quando vorrà lui”.

Devo confessare che quando mi dicono “le faremo sapere” sono sempre tentato di rispondere “no, guardi lasci perdere, grazie lo stesso e un cordiale vaffanculo anche a lei”. Anche perché il “le faremo sapere” di prassi non è certo legato a lavori invidiabili, magari devono farmi sapere se posso andare a rinforzare una gadgetteria sotto Natale o se posso rispondere al telefono nella sede di un'associazione di reduci dal divorzio.
I miei colloqui di lavoro sono sempre gravidi di complimenti che nuotano nell'aria come inutili folletti, mi si dice che “ho saputo presentarmi”, che ho “sciorinato un ottimo italiano”, che “è un peccato che lei sia rimasto senza occupazione, con queste qualità”, ma sono solo insignificanti dettagli che preludono invece al peggio che verrà dopo, quando le mie competenze non vengono giudicate “in linea” con quanto richiesto, e che chiaramente “dovrà cominciare dal basso”.
Dire a me che devo cominciare dal basso suona quasi come una provocazione involontaria, considerato anche che l'alto non è un qualcosa cui guardo con la bava alla bocca e una serie di santini nella tasca della giacca. Non mi aspetto di certo che un capitano d'industria mi affidi ex abrupto le sorti di un ramo delle sue attività, che sia un outlet di vibratori o una patatineria vegana. Io suono dentro me stesso come un archivista, come un rivelatore di minuscoli misteri invisibili ai più, come un paziente coltivatore di fatti e nozioni spesso bollati come di scarso interesse pubblico.
Del resto, sono o non sono quello che fu costretto a rivelare ad una ghirlandata e profumatissima signora vomerese che non esisteva il cantante “Vinicio De Compostela, quello del sirtaki italiano”?
Sono o non sono colui che presenziò a quell'osceno dialogo coniugale in punta di equilibrio mnemonico, con il lui di turno che si rivolse alla moglie (e a me) con queste parole: “A me piacciono i film di quel regista mezzo albanese e mezzo italiano, quello che è ricchione, mi sembra che si chiami Oczek. Ce l'avete o devo ordinarlo?”
All'epoca mi divertivo, calato in quell'orribile gilet che mi faceva sentire un marziano in mezzo ad altri pazzi. Il mio compito era in fondo quello di aggiustare nozioni, ricordi, delineare gusti, aiutare nella ricerca, sollecitare, fungere da fluffer culturale, intrattenere i clienti con un buon eloquio, la certezza di un certo sapere e la mia età di mezzo.
Oggi mi sembra tutto lontanissimo, ci sono giornate in cui quel tizio con il gilet mi sembra un altro da me, un lontano cugino, un fratello morto o qualcosa del genere. Come se fossi passato allo stato attuale direttamente dai lavoretti che facevo a vent'anni, come vendere orribili libri porta a porta e attaccare manifesti equivoci di notte.
Dev'essermi scattato qualcosa dentro per cui ho quasi cancellato quindici anni di vita, di conoscenze, di amori, di utopie e di sforzi per restare a galla.

Viceversa, e queste sono le stranezze della vita, mi sembra di aver vissuto in tempo reale la sublime epopea di Johan Cruijff, Jan Jongbloed e compagni, e invece a quel tempo avevo solo due anni e in seguito fu mio padre a spiegarmi tutta la splendida utopia del calcio totale.
Succede anche questo, che il mio eroe sportivo di gioventù diventa qualcuno che non ho fatto in tempo a vedere, Jongbloed; forse è perché volevo esserci a tutti i costi. A mia memoria, il primo portiere olandese che seguii coscientemente fu Hans Van Breukelen, insieme a Stanley Menzo. Non importa. Jongbloed non deve toccarmelo nessuno. È un mio simbolo, come quell'Olanda. Come la mia coscienza. Come l'ostinazione a non lasciarsi piegare, forse una forma di follia, neanche da una serie tonitruante e al contempo loffia di “le faremo sapere”.
Ma qualcosa dovrà pur accadere, Jesus. Io sono uno che è riuscito a salvare una donna dall'idea che esistesse Vinicio De Compostela, quello del sirtaki italiano.
Mi sembra un risultato non del tutto trascurabile.


©Luca De Pasquale 2017









11/10/17

L'hobby di stare male


Padovano Alto Volta mi telefona ogni quattro mesi e diciassette giorni.
Il conto è preciso. Ci ho perso un pomeriggio, è così.
La telefonata si svolge sempre nello stesso modo. Lui parte cauto, un po' grave, non mi comunica le sue novità finché non reputa di aver capito se sono ancora vivo o sono destinato a morire presto.
Se viene a sapere dalla mia voce di qualche entrata inattesa, di qualche colloquio di lavoro meno mortificante della media, allora lui si sente autorizzato a raccontarmi tutto il bello e il fantastico che accade nella sua vita, senza sensi di colpa.
La sua equazione è semplice: un passo avanti nella melma renderebbe felice chiunque. Per lui, passare da 0,5 a 1,5 dovrebbe essere considerata una vittoria, uno stoico miglioramento per cui si dovrebbe iniziare a baciare la terra e non solo. Se gli raccontassi che faccio il portaborse, il posacenere privato e il lacché di un politicuccio rampante, lui mi giudicherebbe “in progresso”. La mente non conta un cazzo, come l'anima, lo spirito, l'interno di un uomo per persone come lui è costituito unicamente da sangue e ossa.
Padovano Alto Volta è l'ennesimo personaggio che monetizza volgarmente il valore e le aspirazioni delle persone.
E infatti, i suoi viaggi valgono di più quando si svolgono in posti costosi dove lui, però, dichiara di essersi contenuto nelle spese; se mi racconta di un ricevimento matrimoniale, è ovvio che calcherà sulla bellezza e sull'esclusività della location, molto costosa ma “gestita con sobrietà e grande raffinatezza”.

Stavolta, però, fingo bene con Alto Volta. Gli ometto la tristezza e la mestizia di appuntamenti lavorativi via skype, di incontri concordati che si sono aperti con “non cerchiamo personale, ma ormai sei qui” e non gli racconto neanche della smania di chi ti sta attorno nel volerti veder tornare “quello di prima”, “quello profondo che sapeva tanto far ridere nei momenti buoni”, “il brillante ragazzo che ho conosciuto”.
Non gli dico che ci sono giorni che mi sento invecchiato. Molto. Poi passa.
Non gli rivelo quanto fastidio provo quando qualcuno ostenta incredulità circa le mie pene lavorative: “Ma come è possibile tu sia finito in queste spire? Uno come te? Non ci posso credere”.
Infine, gli nascondo anche tutto il mio disarmo per quelli, e non sono pochi, che quasi vorrebbero spingermi a perseguire un'ineffabile quanto astrusa figura di “scrittore assoluto” o cazzone del Parnaso, un bohémien un po' tardone e ritardato che si fa pagare bollette, spese e sigarette da altri, ma poi è capace, quando in vena, di portarti per qualche minuto tra le fauci della notte con quegli umori un po' maledetti che attraggono la gente per qualche giorno, prima di essere scartato come reietto incazzato e per questo inutilizzabile.
Ad Alto Volta racconto invece che faccio lezioni d'italiano a un ragazzino tutto playstation, per la modica tariffa di dodici euro all'ora. E allora lui si ringalluzzisce e può raccontarmi senza il menomo scrupolo che è andato a Praga per due settimane con la compagna che intanto “stava pure ovulando”, mi dice di aver acquistato quattordici cd su Amazon, e poi che bello quel corso di cucina sorrentina che sta seguendo a Tivoli, e che bello aver comprato il secondo husky e che cosa splendida aver speso una cifra per il concerto di quel fagottista che è cieco, senza quattro dita ma così miracoloso quando suona e quando ama. A questo punto mi aspetto che mi parli anche delle fiction di Beppe Fiorello, dei problemi di stitichezza di sua suocera, alla Funari, e delle troppe tasse che si pagano in Italia.
Io lo ascolto in silenzio, paziente, so che le sue intenzioni sono buone. Solo che i risultati sono una latrina assoluta.
E mi è chiaro anche il perché.
Padovano Alto Volta è uno di quelli che vuole continuare a pensare (e dire) che la società funziona così com'è. Che la società concede grandi opportunità a chi sa giocarsele, e se uno ne rimane fuori vuol dire che non valeva poi tanto. Uno che applica tutte le bolse banalità del sogno americano anche al proprio condominio, al circolo nautico e forse all'alcova. Padovano Alto Volta può accettare i miei malesseri esistenziali -in quanto li giustifica parzialmente con la presunta propensione all'arte- ma rifiuta categoricamente il mio malessere principale, che è di natura sociale. Sociale naturalmente si riferisce alla società e non alla socievolezza e alla socialità, cose ben diverse.
Se Padovano Alto Volta intuisse, ma non credo sia alla sua portata, quanto sono pronto a giocarmi e perdere per non svendere l'anima, non mi telefonerebbe mai più. Può darmi la sua simpatia e persino un'oncia di ammirazione solo se non scantono, e solo se il mio stare male può essere considerato un hobby da rendere magari fruttifero scrivendo qualche storia appassionante e non più che allegorica.
Conosco il pensiero di Padovano Alto Volta e di quelli che gli somigliano: “Sei nato in un buon quartiere, sei di buona famiglia, hai avuto la possibilità di studiare e dimostrare quanto valevi, ora di cosa ti lamenti?”
E qui c'è l'ennesimo, tragico fraintendimento. Io non mi lamento solo della mia condizione personale; mi pongo invece in contrasto con dei meccanismi e delle regole non scritte che sono quasi universalmente accettate. Cerco di non finire in qualche fila indiana dove qualche padrone di qualcosa, arrivato al mio turno, mi darà un panino, cinque euro e mi saluterà con una pacca sulla spalle e un calcio in culo. Cerco anche di non mettermi a scrivere cose pretenziose e fasulle, cose che non provo sulla pelle. In fondo, quel che non mi uccide e non mi dilania non mi interessa. Non sono tipo che possa scrivere la tenera storia di un amore immaginato, sono più consono a raccontare di come un inutile, frettoloso orgasmo in una camera mezza vuota mi ricordi che razza di coglione può essere l'uomo nel dilapidare l'amore. E ancora, cerco di non vergognarmi mai di quel che penso e scrivo.
Devo invece ammettere che provo emozioni violente. Che l'ingiustizia mi spinge alla violenza. Che non rispetto burocrati, rampanti, poeti con l'alloro anche sotto il sospensorio. Che guardo senza alcuna simpatia a manifestazioni di solidarietà totalmente fasulle e sovvenzionate da sponsor indegni. Non nego di disprezzare violentemente i poveri che guardano ai ricchi come alla regina di Saba, li votano, li inseguono e vivono nel mito di poter essere come loro. Quando tanti operai votarono quella maschera di cerone umana, quel tizio aduso al viagra e ai festini, mi venne da vomitare. Non mi vergogno di pensare che l'ambiente letterario nel quale vivo (la mia città e dintorni) è una vera merda, intasato da mediocrità, mancanza di palle, ruffianeria, edulcorata oleografia per tutte le stagioni, provincialismo pettinato a Vaselina.
Se mi vergognassi di pensare e scrivere questo, dovrei solo chiudere bottega, rassegnarmi, entrare nell'esercito dei disperati silenziosi, di quelli che hanno perso la chance, come direbbe il buon Padovano Alto Volta.

Quando chiudo la comunicazione con Alto Volta, resto in silenzio per un'ora buona. Sono assediato da nostalgie, sono sempre molto tentato da quel che non sono e non ho, posso essere vulnerabile in certe giornate, posso giocare male sul ghiaccio delle suggestioni e farmi anche tanto male. So che posso essere sopraffatto da smanie, rivendicazioni, cupio dissolvi, minime ma fatali indecisioni. Se mi faccio vincere dalle paure sono fottuto sul serio. Non riesco a provare vera, paralizzante paura. Devo essere allora un incosciente.
Di una sola cosa sono certo: non ho l'hobby di stare male. Soffrire non è un gioco a premi, non è la parte cancrenosa di una guarigione già scritta. Soffrire, andare in crisi, è crescita, confronto impietoso e serio, è viaggio in economy class verso una molecola d'eternità riluttante a farsi amare sul serio.
Soffrirò ancora e ancora, mi sentirò un esiliato, so che mi sentirò ancora solo e per questo strepiterò alla luna e alla carta, ma io in quella fila organizzata dal padrone estemporaneo proprio non voglio e non posso finirci.
A costo di giocarmi la vita a scacchi in una mattina veloce, a costo di impormi l'oscura regola della fortezza fuori mano, quella della parola d'ordine obbligatoria a ogni valico, uscita e passaggio. La parola d'ordine è sempre la stessa, non importa come e dove la si pronunci: lotta.

©Luca De Pasquale 2017



10/10/17

Giostra di neve contro senso di morte


Io preferivo quando facebook non esisteva. Quando non c'era Amazon. Quando la gente non si esponeva al ridicolo parlando in verticale ad un telefonino mentre cammina, guida e forse scopa. Preferivo quando ero costretto ad indagare il mistero che c'era dietro la vita di un musicista, di uno scrittore, di una persona che potessi stimare solo per motivi artistici, non avendo altri elementi.
Con le dovute eccezioni, che è anche noioso puntualizzare ogni volta, devo dire quel che penso: non bisognerebbe mai conoscersi meglio nella vita.
La percentuale di delusioni, rispetto alle belle sorprese, è davvero schiacciante. Probabile che io sia troppo esigente. E sì, lo sono. Lo sono diventato giocoforza, quasi per estenuazione. Approfondire la conoscenza significa prendersi dei rischi enormi, che in genere uno con il mio carattere non teme affatto; ma è anche vero che si arriva ad un punto in cui davvero non ne puoi più di incassare un match nullo, di dover fronteggiare vagonate di infime banalità di natura esistenziale, di dover dissimulare un improvviso raffreddore dell'anima per poterti distaccare da qualcosa che sembrava ben altro.

Ho avuto molti amici nella mia vita. Pochi “migliori amici”, ma in assoluto tanti amici. Ognuno ha avuto il suo periodo migliore di permanenza nel mio cuore. Con alcuni il rapporto si è rafforzato negli anni. Altri sono sbiaditi, scoloriti, dimenticati. Fa parte del gioco. Di certi, ancora oggi mi chiedo come è possibile che siamo stati amici; quanto ci faceva comodo averci reciprocamente. Lo penso, senza ferocia ma con spaventosa freddezza, di molte donne che ho avuto al fianco. Una nebbia scura, lattiginosa, è scesa a corrodere le nostre vacanze insieme, i baci, le promesse superficiali, il grottesco senso di appartenenza, i distacchi dolorosi con il sostituto o la sostituta già pronti fuori la porta. E ancora, i sensi di colpa per le “manovrine” seduttive fuori porta, i confidenti non dichiarati, l'eccitazione lurida -e per questo appassionante da morire- per un sesso liberatorio, animale e inutile con la prima special guest a disposizione.
Alcune volte ho fatto schifo. Altre ci hanno pensato le mie partner. Match nullo, appunto. Mi piace comunque precisare che non scrivo nulla per persone scomparse dalla mia vita. Non le rimpiango, non le idealizzo. Non sono capace di idealizzare le persone.

Non si tratta di essere disillusi. Questa è la facciata. Questa è la semplicistica combinazione che ti assegnano per spingerti ad aprire le tue gabbie quando serve. La disillusione non è, banalmente, una conseguenza ovvia di sfortunate esperienze. E poi, reputo che “sfortunate esperienze” non possa e non debba significare nulla. Non è indicativo, non è giustificativo. Chi si reputa sfortunato è solo in cerca di alibi ed è quasi sempre un piagnone e un seccatore seriale. Io non mi reputo sfortunato. Per niente e mai.

Arrivo nei posti, nei consessi civili, nei salotti, nelle camere da letto, nelle vite degli altri con il pudore ferito del bambino ben educato e con quell'abilità ginnica che la vita mi ha insegnato, vale a dire il senso di morte che vedo nei rapporti, nelle passioni, nei dialoghi, nelle occasionali congreghe basate ora sui bisogni, ora sui gusti, qualche volta sulla libido e sulla frustrazione. Non lo nego e non mi pento: con molte persone ho un rapporto di morte, fondato su un tacito patto di (non) annunciata sparizione. E non importa chi farà prima. Non mi è mai importato. Quel che conta è che non sia una dannata farsa o un gioco di ruolo.
Sono bravo, bravissimo, a perdermi nei corridoi degli appartamenti, della memoria. Sono altrettanto efficace quando c'è da evitare un'inaugurazione, un battesimo, detesto il taglio del nastro, la bottiglia infranta per il varo della nave, i pasticcini per il collega che va in pensione. La vita mi offre degli alberghi, delle camere; non posso sempre scegliere il numero di stanza. Nessuno, in ogni caso, ricorderà “il signore della macchina per scrivere” che cercava sempre di finire nella 8, nella 72 o direttamente all'inferno.
Anche se (e quando) amo, sono corroso, perso, assoldato da colonnelli mai apparsi al mio pubblico. Mi sono pagato da solo per uccidere i sogni in esubero. Ho sabotato serate allegre con la scusa della notte, del vento denso sotto le lacrime asciutte, mi sono fatto attribuire traumi che non avevo per consentire uscite di scena più facili per tutti.

Non credo che un individuo debba impostare la sua vita sulla ricerca della luce. Non credo ad atteggiamenti da rabdomanti invasati, a pietre filosofali, non credo a bilanciamenti ed equiparazioni della sorte.
Credo invece che se un uomo sente di dover percorrere strade, territori e viuzze anche poco illuminate ha il diritto e il dovere di fare come crede. Senza lasciarsi condizionare. Le tenebre acuiscono tutti i miei sensi e allora rendo di più. Torno l'animale che sono e che voglio essere, non il patetico e discettante “uomo colto” che molti mi hanno suggerito di fagocitare a livello di percezione altrui, principalmente.
Sì, confermo: avrei voluto risparmiarmi la conoscenza di un elevato numero di persone. Perché, per evitare di diventare un figurante, un buffone, un cretino, un predicatore, ho dovuto sfoderare quell'istinto di morte che invece andrebbe preservato come salvacondotto per ben altri cimenti.
So che a parecchi non gira bene che io dichiari e riconosca di sviluppare spesso un rapporto di morte con gli altri. Mi spiace, ma è necessario. Ed è anche vero. Il mio senso di morte è la prova che sono vivo, e che continuerò ad esserlo anche nei giorni dei corvi, dei lupi, dei demoni, delle tavolate ebbre con streghe, puttane e fantasmi.

Ci sono tanti di quei dettagli della vita delle persone che non voglio conoscere e che apprendo per caso, per sbaglio, dolendomene. E ci sono i miei dettagli, inutili, troppo personali, non costruttivi. Bisognerebbe parlare meno e guardare di più. Bisognerebbe anche rinunciare a tutta la biada e il bolo che la socialità obbligata ci dà in pasto. Rinunciare a quelle maledette, continue codifiche interpersonali e relazionali. Non voglio capire come piacere. Se lo capisco mi ritiro, mi ordino il dietrofront o uccido senza vera passione, così, per insicurezza in erezione. In quello che penso, scrivo e vivo, cerco di evitare tutto ciò che è ideologico, ortodosso e salvifico in quanto utile a definire.
Non ho il senso della salvezza addosso, anche se i miei genitori, i miei amici e le mie compagne avrebbero tanto voluto. Più viene fuori il senso di morte, più divento vitale e meno vincoli riconosco nel vivere di ogni giorno.

Quando mi augurano “spero che avrai una piena realizzazione professionale”, non so mai di che cazzo mi parlano. La mia professione principale è vivere, nemmeno scrivere. Con i complimenti del capo di turno mi ci faccio un bidet e poi una canna vuota. Un capo di qualcosa, di qualsiasi cosa, deve solo pagare il mio lavoro. Non altro. Nessun giudizio morale o motivazionale può interessarmi. Io cerco di non giudicare come la gente fa sesso, come cerca di attirare gli altri, come vende il non saper far niente e come riesce ad incantare controfigure di allocchi con sentimenti civili e sociali totalmente costruiti.
Vorrei sapere meno dettagli possibile. Non voglio entrare nelle case di sconosciuti, capendo in poco tempo il loro colore preferito, il loro modo di godere, il perché pregano i morti quando non se li sono filati in vita, il loro essere avidi e degenerati nell'accumulo di denaro. Non voglio sapere niente di questa roba qui. Voglio solo poter osservare, possibilmente restando in silenzio. E poi si vede.

Un tizio mi manda un link a un libro. Il libro si intitola “Il coraggio di essere napoletani. Cronaca di una generazione che crede di nuovo nel fuoco”
Un titolo deprimente. Lo sono anche i motteggi di spirito da latrina che accompagnano il foglio promozionale. Come è possibile che qualcuno mi invii un link del genere? Non leggo questa merda. Non posso leggerla.
E allora, vorrà dire che sono stato io a dare dei dettagli che sono stati certamente travisati. Mi sarò espresso male, sarò stato timido, disattento o superficiale.
Mi si accende subito il senso di morte nei confronti di quello che mi ha inviato il link. Io e questo tizio non saremo mai amici. Non ho nessuna voglia di sapere, un giorno, perché dovrei portare delle scarpe di daino, perché dovrei fare alpeggio dietro Klagenfurt, non ho voglia di sapere come lecca la vagina a sua moglie, non ho voglia di sapere quanto sono intelligenti i suoi figli.

Capiterà ancora. Nelle sale d'attesa degli studi medici, in panetteria, nel bagno mentre mi lavo, quando penso a certi fatti della mia famiglia, mentre ascolto un estraneo farsi bello di qualcosa, quando qualcuno mi parla di come è bello fare l'amore sotto le stelle: il senso di morte acceso. Capiterà ancora, che dovrò guardarmi allo specchio e dirmi con allegria che sono un precipizio, che mi piace sconsigliarmi, che non mi piacciono le regole, che sono un figlio degenere in quanto a sviluppo sostenibile delle mie stesse speranze. Capiterà ancora, e questa è una fortuna, che uno sguardo, un rifugio non cercato, una caduta verso l'alto, una preghiera involontaria a un'ossessione non sgranata, tutto questo venga salutato da me come un'interruzione del senso di morte che mi accompagna come un cane per ciechi.
Ma, alla fine, io amo questo senso particolare. Mi fa rendere conto di quanto vivo, quanto potrei, e quanto mi consumo ogni giorno in questo fuoco di caos, mi rende complice di quel bambino che ero, il quale sognava sterminati campi di neve dove correre e piangere un'invisibilità tanto desiderata.
Ero il bambino, sono il lupo che nasconde il bambino, sono un cretino.
Non voglio dettagli. Non ne vorrò mai più.


©Luca De Pasquale 2017